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La lotta di Liberazione al confine orientale: il diritto di sapere e il dovere di ricordare

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di Luciano Patat del 15/4/2021

Il 25 aprile 1945, con l’insurrezione del popolo italiano e la liberazione di città e paesi da parte dei partigiani, si conclude la lotta di Liberazione che pone fine a vent’anni di dittatura fascista e a due di occupazione tedesca.

Con la lotta di Liberazione gli italiani  hanno saputo riscattare l’onore e la dignità della Nazione e di conseguenza il 25 aprile rappresenta una data fondamentale per la storia del nostro Paese, perché segna il definitivo crollo di un regime dittatoriale, violento e razzista e indica la nascita dell’Italia democratica e repubblicana.

La data del 25 aprile va dunque ricordata e celebrata per non dimenticare quello che è successo e per imparare dalla storia a non commettere più gli errori del passato, evitando che le barbarie prodotte dal fascismo e dalla guerra possano ancora ripetersi in futuro.

E’ altrettanto importante ricordare che sono stati gli uomini della Resistenza che hanno posto fine al regime fascista e nel dopoguerra hanno saputo ricostruire moralmente ed economicamente il nostro Paese, hanno dato vita ad un sistema democratico e hanno varato una Costituzione che garantisce a tutti i cittadini diritti e libertà.

Questo mese ricorre anche l’80° anniversario dell’invasione italo-tedesca della Jugoslavia che ha spinto quel Paese in una guerra terribile che ha provocato morti, distruzioni, stragi, deportazioni, crimini in parte commessi anche dalle forze armate italiane. Fatti, questi ultimi, che hanno pesato sulle vicende storiche dei territori posti al confine orientale del Paese.

In queste nostre terre la storia del Novecento, e quindi anche la storia della Resistenza, è stata diversa e certamente più drammatica e molto più complessa di quanto non sia stata la storia delle altre regioni italiane.

Nel contesto nazionale il contributo che gli antifascisti ed i resistenti di queste nostre terre hanno dato alla vittoria finale sul fascismo e sul nazismo è stato notevole.

Al confine orientale la lotta di Liberazione è nata prima che in altre zone del Paese. Pochi mesi dopo l’attacco nazifascista alla Jugoslavia del 6 aprile 1941, in diverse località della provincia di Gorizia si costituiscono i primi gruppi partigiani sloveni: sul Carso, sul Collio, nella Selva di Tarnova, sull’altopiano della Bainsizza.

Già alla fine del 1942 i primi volontari italiani si uniscono alle formazioni partigiane slovene: sono  alcuni ex perseguitati politici condannati al carcere e al confino dal Tribunale speciale fascista e alcuni lavoratori del cantiere di Monfalcone, membri dell’organizzazione clandestina comunista dello stabilimento che da tempo è in contatto con la Resistenza slovena, a cui invia i fondi e i generi di conforto che riesce a raccogliere attraverso la rete del Soccorso Rosso.

Così, nel marzo del 1943, prima ancora del crollo del fascismo e dell’armistizio con gli alleati, in seguito all’accordo intervenuto fra il dirigente della federazione comunista friulana Mario Lizzero e e i responsabili del Fronte di Liberazione sloveno, questi primi partigiani italiani che combattono nelle formazioni slovene vengono riuniti in un unico reparto e danno vita al “Distaccamento Garibaldi” che, posto al comando degli ex condannati politici comunisti Pietro Merkandel e Mario Karis, diventa la prima formazione partigiana della Resistenza Italiana.

La lotta armata si intensifica all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e dell’invasione tedesca dell’Italia quando nel Goriziano si costituiscono due nuove formazioni partigiane.

A Nebola, sul Collio, un gruppo di ex perseguitati politici comunisti cormonesi, di operai del cantiere di Monfalcone e di soldati del Regio Esercito si uniscono ai partigiani del “Distaccamento Garibaldi” e danno vita al battaglione “Garibaldi”, che viene posto al comando del cantierino Mario Modotti “Tribuno”.

A Ville Montevecchio, sul Carso goriziano, 800 uomini e donne, in larga parte lavoratori delle fabbriche monfalconesi, formano la “Brigata Proletaria” che, assieme ai reparti sloveni, è la protagonista della battaglia partigiana che si svolge attorno alla città di Gorizia, che si protrae per 20 giorni e tiene impegnate prima una e poi due divisioni tedesche.

Con l’occupazione tedesca del settembre 1943 e la costituzione della Zona di Operazioni Litorale Adriatico, i territori posti al confine orientale vengono sottratti alla sovranità nazionale italiana e di fatto diventano territorio del Terzo Reich, dove tutti i poteri politici e militari vengono esercitati direttamente dai tedeschi attraverso un Supremo commissario, il gaulaiter della Carinzia Friedrich Rainer.

I duri rastrellamenti dell’autunno 1943 provocano lo sbandamento delle prime formazioni partigiane ma, già nel mese di ottobre, nelle stesse zone se ne formano delle altre.

Sul Collio, per iniziativa dell’ex perseguitato politico comunista Giovanni Padoan “Vanni” e dell’operaio dei cantieri di Monfalcone Mario Fantini “Sasso”, si costituisce il battaglione “Mazzini”, il primo reparto di quella che nell’estate del 1944 diventa la divisione “Garibaldi Natisone”.

Negli stessi giorni, nel villaggio carsico di Opachiasella, il comandante della “Brigata Proletaria”, Ferdinando Marega, e altri combattenti reduci dalla battaglia partigiana di Gorizia danno vita al “Battaglione Triestino”.

Contemporaneamente la lotta armata si estende anche alle zone di pianura dove riesce a coinvolgere ampi strati della popolazione: nei paesi dell’Isontino e della Bassa friulana vengono costituiti i GAP (Gruppi di Azione Patriottica) e le SAP (Squadre di Azione Partigiana), che danno il via alle prime azioni di guerriglia in pianura.

Per iniziativa di Silvio Marcuzzi viene costituita l’intendenza partigiana “Montes” che ha il compito di raccogliere e di inviare i rifornimenti ai reparti partigiani. Nell’attività di intendenza vengono coinvolte le famiglie contadine, i bottegai, i commercianti e quanti sono disposti a fornire o a vendere ciò che serve alle formazioni partigiane, compresi i dirigenti dei complessi industriali più importanti del territorio come il Cantiere di Monfalcone, il Cotonificio di Gorizia, la Saici di Torviscosa che forniscono all’Intendenza “Montes” fondi, materiali e mezzi di trasporto e coprono l’attività dei partigiani.

In questo modo l’intendenza “Montes” riesce ad inviare una quantità notevole di rifornimenti alle formazioni partigiane italiane e slovene del Carso e del Collio e nell’estate del 1944 anche ai reparti garibaldini e osovani della Carnia e dell’Alto Friuli che in quel territorio hanno dato vita ad una Repubblica partigiana.

Il notevole afflusso di volontari che nella primavera e nell’estate del 1944 raggiungono in montagna i partigiani rafforza i reparti combattenti e permette la nascita di nuove formazioni.

Sul Collio si costituisce la brigata “Garibaldi Natisone” che in buona parte si trasferisce nella pedemontana friulana orientale dove, divenuta divisione “Garibaldi Natisone”, con le brigate “Osoppo” libera dai presidi nazifascisti un vasto territorio e dà vita alla Zona libera del Friuli orientale.

Sul Carso il “Battaglione Triestino” moltiplica gli organici e si trasforma in brigata, la “Brigata Garibaldi Trieste”, mentre altre centinaia di giovani volontari, che dal Monfalconese e della Bassa friulana salgono sul Carso per combattere, vengono inviati nella regione della Bela Krajna dove nel dicembre del 1944 viene costituita un’altra formazione partigiana, la brigata “Fratelli Fontanot” al comando dell’ex sottufficiale della Guardia di Frontiera Giovanni Paparazzo “Roma”.

Le autorità di occupazione tedesche adottano provvedimenti draconiani per arginare e stroncare il movimento partigiano nel Litorale Adriatico. A capo della macchina repressiva nazista viene posto il generale delle SS Odilo Globocnik, che negli anni precedenti aveva diretto in Polonia le operazioni di sterminio di milioni di ebrei.

In diversi paesi vengono allestiti i centri di repressione antipartigiana fra cui quello della caserma “Piave” di Palmanova, dove vengono detenuti e torturati centinaia di combattenti e di patrioti e dove oltre duecento vi trovano la morte.

Non va dimenticato che a Trieste, nella Risiera di San Sabba, viene allestito un campo di detenzione di polizia con annesso un forno crematorio dove vengono uccise e bruciate oltre 3.000 persone.

Sono inoltre diverse migliaia i civili e i partigiani del Friuli e della Venezia Giulia che vengono deportati nei campi di concentramento e di sterminio nel Reich, oltre 3.000 sono quelli che partono dal carcere di Gorizia e fra loro anche tutti i componenti della comunità ebraica goriziana.

La violenta offensiva antipartigiana avviata nell’autunno del 1944 dai tedeschi in Friuli e nella Venezia Giulia e la contemporanea occupazione della Carnia e dell’Alto Friuli da parte di decine di migliaia di cosacchi assestano un duro colpo alle formazioni garibaldine e osovane friulane che, ridotte negli organici e prive dei rifornimenti alleati, sono costrette a ritirarsi nelle zone più impervie della montagna e a ridurre notevolmente l’attività operativa.

La lotta invece prosegue intensa e senza soste fino al termine della guerra nella parte più orientale della provincia di Gorizia, sull’altopiano della Binsizza, nella Selva di Tarnova e nelle zone montane di Circhina e di Chiapovano, dove si sono trasferite la divisione “Garibaldi Natisone” e la brigata “Trieste” e nella regione slovena della Bela Krajna dove la brigata “Fratelli Fontanot” combatte a fianco delle formazioni partigiane slovene del VII Korpus.

Fino al termine della guerra anche in pianura le formazioni gappiste sono protagoniste di tutta una serie di attacchi contro i reparti tedeschi come l’assalto alla caserma di Visco da parte dei gappisti di Ilario Tonelli “Martello, quando viene disarmato  un intero reparto della Milizia Difesa Territoriale, e la liberazione di decine di partigiani e di antifascisti dal carcere di Udine operato con un colpo di mano dal reparto gappista dei “Diavoli Rossi” di “Romano il Mancino”.

La lotta partigiana prosegue intensa fino al momento della fuga delle truppe tedesche che proprio negli ultimi giorni di guerra si macchiano di ulteriori crimini ai danni della popolazione: il 28 aprile fucilano 12 abitanti di San Martino di Terzo di Aquileia e il giorno successivo altri 21 a Cervignano mentre sono diverse decine i civili che i collaborazionisti cetnici serbi uccidono nei primi giorni di maggio a Gorizia e nei paesi della destra Isonzo.

Al confine orientale la lotta armata che era iniziata prima che nelle altre regioni italiane si conclude dopo che il resto dell’Italia è già stato liberato.

E’ infatti solo il 1° maggio che le formazioni partigiane riescono liberare i paesi dell’Isontino e della Bassa friulana e a salvare gli impianti industriali prima dell’arrivo delle truppe alleate.

Il contributo che gli antifascisti ed i resistenti di queste nostre terre hanno dato alla vittoria finale sul fascismo e sul nazismo è stato dunque notevole, costato però molti sacrifici e pagato a duro prezzo.

Oggi, a 76 anni dalla Liberazione e dalla fine della guerra, non dobbiamo dimenticare ciò che sono stati il fascismo e il nazismo e quanti disastri hanno provocato, perché non dobbiamo ripetere gli errori del passato.

Non dobbiamo nemmeno dimenticare i sacrifici fatti dai partigiani per cacciare i tedeschi, sconfiggere il fascismo e abbattere la dittatura perchè vogliamo continuare a vivere in pace in un Paese libero, democratico e solidale.

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