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Memoria di Pietro Lamberti

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di Marzio Lamberti del 15/4/2021

Premessa:    nel 2000 mio padre ha inviato  la seguente memoria alla società OPEL-BENKZ a testimonianza della presenza quale lavoratore coatto dal settembre ’43 al maggio ’45 presso gli stabilimenti di Branderburgo

inoltre ha inviato  alla Società una corposa documentazione contenete tra l’altro una foto eseguita a Brandemburgo;  la corrispondenza con la moglie dal campo di concentramento; la  richiesta al Municipio di Brandemburgo del nominativo della fabbrica e relativa risposta.

ha inviato anche gli scontrini/ricevuta comprovante l’invio di pacchi di generi di conforto da parte diella moglie. Pacchi che quasi mai arrivarono a destinazione perdendosi lungo la strada da Gorizia alla Germana.

Le domande per gli indennizzi erano state sollecitate dal governo tedesco in accordo con le principali fabbriche tedesche che avevano utilizzato il lavoro coatto. Probabilmente spaventati dall’enorme richiesta di  indennizzi  giunti da tutta Europa, governo e imprese fecero cadere l’impegno.

          MEMORIA DI PIETRO LAMBERTI

nato a Gorizia il 24 maggio 1913 , deceduto il 31 dicembre 2002

 – richiamato alle armi il 29 agosto ’39 per esigenze di carattere eccezionale;

 – dal 6 aprile ’41 e fino all’8 settembre ‘43 Sergente del 23° Reggimento di Fanteria operante in Jugoslavia (Metlika, Novo Mesto e altre località);

 – dal ‘9 settembre ‘43 ai primi giorni di maggio ‘45 prigioniero di guerra a Brandemburgo Havel;

– dai primi giorni di maggio ’45 al 3 luglio ’45 viaggio di rientro a Gorizia.

L’ARRESTO

Il giorno 8 settembre 1943 fui inviato dal Comando del 23° Fanteria di stanza a Novo Mesto (Slovenia) a Gorizia per consegnare alcuni documenti al Comando deposito  del Reggimento sito  nella mia città in via Duca D’Aosta. Lungo il tragitto, alla stazione di Postumia (Slovenia), appresi dell’armistizio dalla radio. Giunto a Gorizia mi recai al Comando cui consegnai i documenti.

Il giorno 10 settembre i Tedeschi occuparono la Caserma ordinando di consegnare tutte le armi in dotazione e quelle nei depositi, armi che furono ammassate nel cortile centrale. Poi ci radunarono e  chiesero chi intendeva continuare a vestire la divisa. Chi avrebbe rifiutato sarebbe stato inviato nei campi di concentramento in Germania. Pochi aderirono. Tutti gli altri  furono trasferiti e rinchiusi nel campo di calcio di via Baiamonti, poco distante, dove restammo all’aperto fino al giorno dopo.

Il giorno 11 settembre alle ore 10 ci ordinarono di metterci in fila e ci portarono incolonnati alla Stazione Transalpina dove ci fecero salire sui carri bestiame. Qui, in attesa della partenza, vidi mia moglie con in braccio mio figlio che proprio due giorni prima aveva compiuto due anni (credo il più piccolo prigioniero di guerra). Poi un militare tedesco li allontanò e chiuse la porta del vagone. C’erano alla Stazione tante persone poiché la voce della cattura dei militari italiani si era sparsa ovunque per la città. 

LA DEPORTAZIONE

Il treno stipato all’inverosimile partì lungo la nostra bellissima valle dell’Isonzo passando per Canale, Caporetto, Tolmino e poi  Jesenice (Slovenia), e su verso l’Austria e la Germania. La prima notte fummo lasciati senza cibo e si cominciò a rumoreggiare. Chiedevamo acqua e la possibilità di fare i bisogni . I soldati tedeschi ci gridarono che non era possibile.

Il giorno dopo , il 12 settembre, la nostra protesta aumentò. Alcuni ufficiali italiani chiesero di parlare con il comandante di una  stazione dove il convoglio si era fermato il quale, capendo la situazione, fece portare il treno su un binario morto e finalmente potemmo avere  acqua, pane e un pezzetto di lardo con un po’ di paprica dolce.

Il viaggio durò quattro giorni  con lunghe fermate in varie stazioni (ma anche in aperta campagna, su binari morti, per le necessità fisiologiche). Ci distribuirono acqua più volte ma solo due volte ci diedero da mangiare. Lungo il tragitto fummo minacciati più volte dalla popolazione che ci gridava “italien alles kaput” assieme al gesto della corda al collo. Tutto ciò avveniva già in territorio austriaco anche da parte degli operai italiani (civili volontari) che ci gridavano “traditori”.

Arrivammo il giorno 15 settembre a Lukenwald (nei pressi di Postdam) dove ci fecero scendere dividendo gli ufficiali dai sottufficiali e dalla truppa. Dopo una lunga marcia in aperta campagna, arrivammo in un campo di concentramento dove si trovavano Inglesi, Francesi e Indiani. Per noi Italiani, nuovi arrivati, fu aperto un varco nella rete di cinta del campo e fummo portati in aperta campagna dove fummo lasciati due giorni all’addiaccio. Poi ci diedero le tende da campo, una per ogni quattro persone. Con il continuo arrivo di prigionieri italiani (oltre ventimila) ciò non bastò più. Furono allestiti grandi tendoni della capienza di duecento posti ma vi furono alloggiati fino a quattrocento prigionieri. Ci fecero la disinfestazione spogliandoci completamente, poi procedettero a rivestirci tutti. In questa operazione sparirono molte delle cose che avevamo con noi: a me sparirono le scarpe e la biancheria.       

  Nella grande piazza centrale del campo che divideva le baracche dei Francesi, degli Inglesi e degli Indiani, veniva fatto giornalmente l’appello prima della distribuzione del rancio. Il rancio veniva distribuito una volta al giorno ed era mediamente composto da sette patate lesse e da duecento grammi di pane. Dopo alcuni giorni venne issato un palco e una torre sulla quale venne collocato il posto di guardia con i militari armati di mitragliatrice.

Alcuni giorni dopo (probabilmente dopo la costituzione, il 23 settembre, della RSI) tutti noi Italiani  fummo  radunati nella piazza centrale dove, sul palco, c’erano Ufficiali delle SS e Ufficiali italiani in divisa della RSI. Questi ultimi, con ripetuti appelli ci invitarono a rientrare in Patria ed intonarono pure “Giovinezza”. Invitarono poi a fare un passo avanti tutti coloro che decidevano di rientrare in Italia. Ma nessuno lo fece. Per noi  si creò un momento di grande tensione perchè eravamo circondati da militari tedeschi in pieno assetto di guerra. Gli Ufficiali italiani e tedeschi si riunirono nella baracca Comando parlando in modo molto concitato. C’era paura. Dopo diversi minuti ci fecero entrare nelle nostre tende con comandi energici. I prigionieri inglesi, francesi e indiani, chiusi nelle loro baracche, al nostro passaggio ci applaudirono per il coraggio dimostrato a non accettare l’invito a rientrare in Patria malgrado le pesanti minacce fatteci circa il nostro futuro.  

IL LAVORO COATTO

Dopo alcuni giorni arrivarono al campo diversi autocarri con del personale tedesco (capi reparto). Vi fecero salire circa trecento prigionieri italiani. Fummo portati a Brandemburgo dove fummo sistemati in  baracche che formarono il campo di concentramento “Stalag III A campo 771/U” di Brandemburgo-Havel sito molto vicino allo stabilimento per la produzione di autocarri della “OPEL – BENKZ”. Accanto alle nostre c’erano le baracche per i “liberi lavoratori” civili però le nostre baracche per prigionieri di guerra erano chiuse da reti e controllate dai militari tedeschi per cui non potevamo uscire dal lager.

Il giorno dopo ci portarono allo stabilimento dove i capi reparto ci distribuirono nei vari reparti di produzione assegnandoci compiti e mansioni. A quell’epoca la produzione era di circa 120 autocarri al giorno. Il lavoro si svolgeva nell’arco delle 24 ore in due turni: uno dalle ore 07 alle ore 19 con una pausa di 45 minuti per il pranzo e l’altro dalle ore 19 alle 07 successive. Il doppio turno veniva però effettuato solo da alcuni reparti. Nella pausa per il pranzo dovevamo radunarci all’uscita dello stabilimento per recarci alla baracca adibita a mensa, metterci in fila per ricevere il cibo, mangiare molto velocemente la minestra di rape e un pezzo di pane, rimetterci di nuovo in fila per ritornare allo stabilimento, raggiungere il posto di lavoro nel proprio reparto. Il tutto in 45 minuti: qualcuno non ce la faceva in tempo a mangiare e purtroppo ci ha rimesso la pelle.

Con noi Italiani c’erano, come “liberi lavoratori”, Cecoslovacchi, Polacchi, Olandesi, Francesi, Spagnoli che invece avevano la sala mensa all’interno della fabbrica, il cibo era accettabile e godevano di alcuni privilegi per quanto riguardava i lavori pesanti e la durata dei turni di lavoro.

Il lavoro era massacrante ma non potevamo fermarci un attimo perché bisogna produrre il più possibile per le esigenze dell’esercito tedesco. Non tutti i reparti facevano i turni notturni. Io ho fatto i turni di notte per circa tre mesi assieme ad Olandesi e Polacchi.. Verso la fine di ottobre ci diedero una cartolina postale della Croce Rossa “camp de prisonners de guerre” da inviare alla famiglia e che valeva anche per la risposta. Spedii le cartoline una volta al mese. Questo era l’unico mezzo di contatto con mia moglie ed era anche l’unica possibilità di avere qualche genere di conforto, soprattutto cibo. Ma il primo pacco, nonostante la prontissima riposta di mia moglie, lo ricevetti appena il mese di marzo e molti altri non mi sono mai arrivati.

. Il lavoro era duro e richiedeva sforzi fisici notevoli tenuto conto dello scarso e insufficiente cibo che ricevevamo. Si trattava, per quanto mi riguarda, di immergere tavole di legno in vasche contenenti un liquido colorato molto tossico e pesante che serviva per preparare il pavimento e le bande degli autocarri. Questo lavoro durò tre mesi poi, perché altamente tossico, fui trasferito alla catena di montaggio dei camion. In questo reparto avevo il compito,  assieme ad una altro compagno,  di fornire alla catena quattro balestre per ogni camion. Le balestre si trovavano all’aperto nel grande piazzale dello stabilimento. Dovevamo prepararle ed inserirle nei loro contenitori che poi venivano portati alla catena e montati sui camion. La fatica fisica era molto grande dovendo  ogni giorno sollevare e trasportare centinaia di balestre che pesavano 24 kg l’una. Durante l’inverno lavoravamo con 15-20 gradi sottozero. Oltre al lavoro di 4 ore con le balestre dovevamo fare altri lavori, come il trasporto di casse di parabrezza pesanti 240 chilogrammi,  per arrivare così alle 12 ore di lavoro stabilite.

Il padiglione a più piani dove lavoravo venne  distrutto da un pesante bombardamento il giorno di Ferragosto del 1944 durante il quale il mio capo reparto Stilz venne ferito alla testa. Il giorno prima del bombardamento era giunto dall’Italia un convoglio ferroviario con un carico di gomme Pirelli con le relative camere d’aria da noi prigionieri sistemate nel magazzino del padiglione.

Col bombardamento di Ferragosto tutto venne distrutto, comprese le migliaia di gomme che, incendiatesi, produssero una colonna di fumo altissima che durò alcuni giorni. Venne la TODT che, con potenti attrezzature, spense l’incendio. Fu subito iniziata la ricostruzione del padiglione che era alto tre piani e che fu   mimetizzato in modo da apparire agli aerei alleati come se fosse ancora distrutto. Riprese l’attività appena nel mese di marzo del’45 ma la produzione degli autocarri continuò comunque fino a poche settimane prima della fine della guerra in quanto per tutto il periodo furono utilizzati impianti di altre imprese insediate in città.

LA LIBERAZIONE

 Nei primi giorni di maggio ‘45 finalmente arrivò il giorno della liberazione. Per accelerare la caduta di Brandemburgo i Sovietici con piccoli aerei mitragliarono con grande intensità la città e tutto ciò che si muoveva. I Tedeschi per ritardare l’avanzata dei Sovietici fecero saltare gli alberi posti ai lati dei viali della città e nei pressi dello stabilimento.

Il giorno prima dell’arrivo dei Sovietici, era un mercoledì, i soldati tedeschi di guardia a noi prigionieri, ci distribuirono il cibo per tutta la settimana (distribuzione che di solito avveniva il  mercoledì e il sabato) visto che ormai la fine era vicina e non c’era più alcuna speranza. Il Comandante ci disse che lasciava il campo perché era stato chiamato a Berlino per la difesa della capitale dall’assalto finale russo. Ci salutò augurandoci buona fortuna e ci disse di arrangiarci come meglio potevamo. Due giorni dopo, le avanguardie russe presero possesso del campo. Ci fecero uscire dalle baracche. Ci dissero che eravamo liberi ma per noi cominciarono i guai perché i Sovietici ci considerarono “liberi lavoratori” al servizio della Germania. Quando tutto fu chiarito fummo lasciati liberi mentre i “liberi lavoratori” civili volontari vennero fatti prigionieri.

IL VIAGGIO DI RITORNO

Partimmo  da Brandemburgo in dodici. In continuazione volteggiavano su tutta la zona piccoli aerei sovietici che mitragliavano i militari tedeschi che a gruppi tentavano di raggiungere la zona di occupazione alleata. Per cui, visto la difficoltà di muoverci in un gruppo così numeroso, decidemmo di separarci: formammo così un gruppo di  cinque persone tutte di Gorizia (il sottoscritto, Stabile Renato, Gregori Graziano, Rossi Giovanni e Comel Luigi che poi  arrivarono a casa ognuno per strade e con tempi diversi).

  Dovemmo cominciare ad arrangiarci sia per dormire che per mangiare ma soprattutto dovevamo trovare da soli il modo per raggiungere l’Italia. C’era molta gente che vagava a destra e a sinistra senza una meta. Entrammo in una casa semidistrutta dai bombardamenti, chiedemmo una carta geografica e finalmente potemmo individuare un possibile percorso. Decidemmo di scendere verso la Cecoslovacchia e l’Austria per arrivare in Italia. Partimmo utilizzando diversi mezzi dal carro con cavallo alle bici. Ma non era così semplice perché dopo quattro giorni di viaggio ci trovammo in un bosco nella Selva Boema dove si stavano svolgendo accaniti combattimenti contro una divisione di SS che non voleva arrendersi.

Noi invece proseguimmo il cammino convinti che la guerra fosse finita. Una pattuglia di soldati russi ci gridò “stoi” e ci arrestarono con l’intenzione di portarci in un campo di concentramento ritenendoci militari anche perché uno di noi era ancora in divisa della Julia. Rischiammo di essere fucilati  Insistemmo con tutta la nostra forza per avere un interprete e spiegare la nostra situazione. Ed è stata la nostra salvezza perché ci portarono  presso un Comando dove c’era un Ufficiale italiano in divisa russa al quale spiegammo tutto. L’Ufficiale (era toscano) ci fece dare un salvacondotto raccomandandoci di presentarci ad un Comando militare russo che stava organizzando il rimpatrio degli stranieri.

Riprendemmo il nostro viaggio portandoci di nuovo a nord verso la città di Riesa , tra Dresda e Lipsia, e dove il fiume Elba fa un grande ansa. Giunti in prossimità del fiume, trovammo una casa abitata da una coppia di coniugi cui chiedemmo qualcosa da mangiare. Ci diedero  pane e salumi e anche un po’ di caffè. Potemmo finalmente ascoltare la radio che trasmetteva, tra l’altro, l’invito agli stranieri di presentarsi ai centri di raccolta, a est dell’Elba per  Italiani, Russi, Polacchi, Jugoslavi e ad ovest del fiume per Americani, Inglesi, Francesi e altri. Decidemmo di andare al centro di raccolta posto ad  ovest del fiume. Il proprietario della casa ci condusse con il nostro calesse trainato da un pony (entrambi da noi “requisiti” qualche giorno prima)  presso un ponte sul fiume Elba a guardia del quale c’erano a est i Russi e dall’altra parte a ovest gli Alleati. Chiedemmo al nostro accompagnatore di farci attraversare il fiume in qualsiasi modo perché altrimenti saremmo rimasi bloccati nella  zona occupata dai Russi chissà per quanto altro tempo. Gli offrimmo in cambio il calesse, il pony e del vestiario e lui ci condusse in un bosco di conifere dove erano nascosti in attesa di passare il fiume molte centinaia di soldati tedeschi. Finalmente con una barca fummo trasportati sulla riva ovest dell’Elba   

Qui l’organizzazione era nettamente migliore tanto che, appena sbarcati, fummo raccolti da una jeep della PM inglese o americana che ci portò ad un centro di raccolta. Consegnammo i documenti personali richiestici e che furono trascritti su appositi registri, ci interrogarono e poi ci portarono alla mensa del centro di raccolta dove feci, dopo mesi e mesi, il primo pasto degno di questo nome. Il giorno dopo fummo sottoposti alla disinfestazione dal  personale  della Croce Rossa femminile. Ed è stato per tutti noi un vero relax.

Dal centro partivano in continuazione camion militari americani che  portavano viveri alla popolazione tedesca e che trasferivano gli ex prigionieri verso altri campi di raccolta e smistamento. Gli stessi camion ritornavano carichi di ex militari e di civili che rientravano nei loro paesi . Un via vai intensissimo. Il trasferimento degli ex militari verso casa avveniva affidando ad un graduato o sottufficiale o ufficiale un certo numero di militari. A me, per esempio, furono affidati due militari siciliani che avrei dovuto accompagnare al centro raccolta di Verona.

A questo punto il nostro gruppo di Goriziani fu separato. Partii con i due Siciliani. Il viaggio durò venti giorni in quanto le tappe non superavano i 50 chilometri al giorno. Le località attraversate e che ricordo ancora sono Ulm con la famosa cattedrale in mezzo ad una città distrutta, una stazione ferroviaria con i binari completamente sconquassati dai bombardamenti, il Danubio presso i cui argini rimanemmo fermi per alcuni giorni. Qui incontrai il mio ex comandante, colonnello Lodi di Roma, che era stato fatto prigioniero a Cefalonia.

Il giorno 27 giugno arrivai finalmente in Italia al Brennero. Altra disinfestazione. Poi fummo trasferiti a Merano dove ricevetti nuovo vestiario.

Il giorno 28 giugno partimmo in una quarantina per Verona con un camion americano guidato da un autista nero. Al centro di raccolta fummo accolti da molte autorità e dalle Crocerossine. Fummo rifocillati. Ci sembrava di essere al settimo cielo. Fatti i relativi controlli e riempiti vari moduli fummo sistemati per la notte  in attesa di un mezzo per Gorizia. 

Il giorno 29 giugno, mio onomastico, consegnati i due militari siciliani,  partimmo per Udine con un camion militare alla guida del quale c’era un militare tedesco prigioniero. Ecco come si è ridotto l’esercito del Furher, mi venne da pensare. Arrivati a Udine, alla sera, fummo portati all’Ospedale militare in via Gorizia per i soliti interrogatori e dove fummo sistemati per la notte. Ero a meno di 40 km da casa!

Il giorno 30 giugno gli Inglesi oltre ai soliti interrogatori ci sottoposero a visite mediche per accertare le nostre condizioni fisiche che erano per tutti precarie (io pesavo appena 47 kg rispetto al mio peso normale di 70 kg). Gli Inglesi, dopo aver steso l’ennesimo verbale, ci fecero  salire su un camion e ci portarono in aperta campagna a 11 km dalla città in un campo recintato dove c’erano prigionieri tedeschi separati da noi da filo spinato. Protestammo vivacemente. I soldati inglesi che ci avevano in consegna ci dissero  che avremmo potuto far valere le nostre ragioni il giorno dopo.

Il giorno 1 luglio, non potemmo parlare con nessuna autorità. Facemmo scappare attraverso un campo di grano un ragazzo di Trieste che si recò al Centro raccolta di Udine dove raccontò la situazione del nostro gruppo  deportato alla periferia della città.

Il giorno 2 luglio il Centro mandò della Crocerossine e un prete che ci disse di avere pazienza perchè il fatto si sarebbe presto chiarito.

Il giorno 3 luglio, dopo tre giorni all’aperto, arrivò un sottufficiale che ci controllò nuovamente e poi ci disse  candidamente “ma come, siete ancora qui?”. Si era trattato di un errore causato dal cambio degli addetti al Centro!

FINALMENTE A CASA

Finalmente fummo liberi. Fummo riportati a Udine. Ero senza un soldo in tasca. Andai alla Stazione delle autocorriere. Incontrai un vecchio amico, Scarel,  anche lui reduce dalla Germania che cercava un mezzo per tornar a casa, a Gorizia. Fermammo alcuni passeggeri cui chiedemmo di portarci in qualche modo a Gorizia. Ci pagarono il biglietto. Arrivammo a Gorizia verso le 17, presi il Corso Italia e poi il Corso Verdi dirigendomi verso casa. Il caso volle che,  proprio davanti ai Giardini pubblici, le prime persone che mi vennero incontro furono mia moglie e mio figlio.

Ventidue mesi erano passati. 

Gorizia, gennaio 2001                                                                           PIETRO LAMBERTI

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