di Bianca Della Pietra del 16/03/2021
Sono stata a Berlino un mese per fare la nonna a tempo pieno, in supporto alla mamma del mio nipotino di 22 mesi. Da quando sono a contatto così stretto con lui ho osservato parecchie evoluzioni e in particolare dal punto di vista concettuale e linguistico:
ha incominciato a usare gli aggettivi possessivi IO, TUO, SUO (su quest’ultimo, mi pare che non ne abbia ben capito la relatività) e gli indicatori di quantità UNO e DUE.
Vi chiederete che cosa c’entri questo con un articolo per Apertamente. Ve lo dimostrerò.
Si tratta di un collegamento che mi è venuto in mente, un collegamento tra la politica e il concetto di reciprocità che cercherò di sostenere.
Il concetto di reciprocità si sviluppa a partire dal riconoscimento dell’Altro inteso come realtà esterna, separata da sé, ma in relazione a sè.
Questo comporta la fatica del mutuo conoscersi e riconoscersi che, come il corso della vita, richiede continua negoziazione e prevede sviluppi sempre diversi.
Presuppone l’esistenza di un Altro simile a noi. Siamo inseriti in un contesto all’interno del quale si contrassegnano le individualità e le proprie estensioni (proprietà).
Lo sviluppo di questi concetti si è manifestato in contemporaneità. Questo mi ha fatto pensare che, nel personale processo di individuazione, vengono identificate e riconosciute anche le diverse parti della realtà in termini quantitativi. Uno per il singolare, due per il plurale generalizzato: non solo due, ma il concetto di “più di uno”.
Ecco quindi che il mio nipotino, uscito dal generoso e allargato contenimento materno, anche grazie all’acquisita autonomia di movimento, dopo essersi ripetutamente incontrato e scontrato con i diversi aspetti del reale, produce concetti espressi con le parole, sorrette con il corpo.
Ma come collegare questa normale fase dello siluppo con la politica? La sfera pubblica, campo di lavoro della politica, rappresenta il contesto in cui esprimere la relazionalità aperta e plurale che favorisce l’incontro con l’Altro rappresentato dagli Altri (plurale), dalle istituzioni che li rappresentano, governano, amministrano, supportano. Questi sono i contesti della reciprocità dove, con costanza e fatica, avviene il confronto per la crescita e lo sviluppo delle potenzialità dei cittadini. Cittadini anche i piccoli: alla nascita, si riceve dopo pochi giorni il codice fiscale, codice identificativo di un cittadino riconosciuto esistente in quello Stato.
La politica ha il compito di far dialogare i molti con l’uno che li rappresenta e l’uno si trova nella difficile funzione di rappresentare i molti: un’evoluzione della corrispondenza biunivoca della quantità. Una persona che rappresenta un gruppo, un insieme. Ha il compito inoltre di favorire la socializzazione le risorse, trasformando il “mio” in “nostro”, passando per il riconoscimento del “tuo”.
Malinowski definisce la reciprocità come «intrinseca simmetria di tutte le transazioni sociali» anche al di là della concezione espressa da Mauss secondo cui il principio di reciprocità, composto da tre obblighi fondamentali: il dare, il ricevere e il ricambiare.[1]
Ad un certo punto però, il mio nipotino scopre che lui può (salvo esplicito e perentorio divieto) prendere i giochi degli altri, ma se gli altri prendono qualcosa di suo, si oppone con decisione. È il famoso momento di “quel che è mio è mio, e quel che è tuo è mio”. Nello sviluppo psicologico del bambino, questo esprime l’affermazione del Sé, quasi una sorta di manifesto comunista, con il quale si afferma il legame con l’oggetto e ci si dichiara al mondo senza paura.
Riportato il tutto alla situazione politica attuale in cui emerge, tra le tante, la difficoltà a rappresentare e a essere rappresentati, l’esplosione delle individualità e l’incapacità di assunzione di responsabilità, mi sembra di vedere la fase dello sviluppo che sta vivendo il mio nipotino, senza però la fiducia che lui esprime nei confronti dell’Altro.
Ecco un altro elemento che la politica ha tradito oppure che i cittadini … non conoscono più? Se la fiducia sta alla base del rapporto di delega, l’eccesso di individualismo non ammette più la delega? Oppure gli unici a poter essere delegati sono gli avvocati che si assumono la “parte contro o di difesa”?
La fatica delle relazioni umane sta anche e proprio nello scambio fiducioso in base al quale io posso rappresentare i miei bisogni (quindi aprirmi) all’Altro che saprà indirizzarmi verso qualche strada, sostenermi per una parte del percorso, bloccarmi se necessario o negare l’accesso se serva.
Questa è una dinamica costante che non può mai essere data per scontata e che richiede, anche solo in specifici contesti, un vigile affidamento che andrebbe anche utilmente accompagnato da riconoscimento e/o gratitudine.
Ancora un elemento che da questa breve e intensiva esperienza di nonna mi porto a casa: la difficoltà di condividere. Che sia un aspetto innaturale della vita sociale umana? No. Dagli studiosi delle dinamiche relazionali, questo non risulta essere vero. In questo tempo in cui si incentiva la Sharing economy, sembra che la fiducia e la collaborazione che ne sono alla base, non possano essere trasferite ad altri ambiti (interessante sarebbe approfondire anche il concetto di trasferibilità… oltre le best practices). Ambiti di quotidiano interesse come la politica, la partecipazione o cittadinanza attiva, il volontariato, la collaborazione tra enti del medesimo grado (es. Comuni).
Branko Milanovic suggerisce di “prendere per le corna “ le disuguaglianze, progetto politico fondamentale per mantenere e ridare dignità a tutti i cittadini. Lui lo applica all’ambito economico. Io utilizzo questa frase estrapolandola da quel contesto per sottolinearne la valenza positiva della differenza: Io e Tu, non Io o Tu. Uno e Due, non Uno o Due.
[1] Da: http://fareantropologia.cfs.unipi.it/wp-content/uploads/2018/02/slide-capitolo-11.pdf