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Giustizia

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di Riccardo Cattarini del 16/5/2020 – Forse a molti, in tempi in cui, i nostri pensieri, le nostre preoccupazioni, persino le nostre speranze sono monopolizzati dalla terribile pandemia che ci ha colpito, parlare di giustizia penale, per arrivare a quell’argomento negletto che sono nel nostro Paese le prigioni, può sembrare un modo un poco eccentrico di profittare del tempo e della pazienza dei lettori.

Roba da “zecche rosse” buoniste, insomma, che si preoccupano di cose desuete come i diritti degli svantaggiati, di quelli che stanno peggio.

Che sottocultura!

Se qualcuno incappa nella ruota stritolante dei Tribunali, ci racconta questa sottocultura, “qualcosa avrà pure fatto”. Se la Polizia ha scritto nei suoi verbali che un tale è colpevole, e un Pubblico Ministero ha chiesto che venga processato, qualcosa avrà pur fatto, e perché buttiamo via un sacco di soldi per fare una cosa lunga, faticosa e costosissima come un processo, per decidere se è colpevole o innocente?

Lo hanno scritto i giornali, il giorno dell’arresto, che quello è il colpevole, lo hanno detto i poliziotti e i Pubblici Ministeri (che non sono, vi prego, Giudici) che il responsabile è stato “assicurato alla Giustizia”. Che altro serve? Perché preoccuparsi se quello, dopo essere stato arrestato, va a finire in un carcere costruito a metà dell’800, dove qualche volta non ci sono neppure i vetri alle finestre, in una cella progettata centocinquanta anni fa per due persone dove ne trova almeno il doppio, e se sta male il medico non c’è, perché i servizi sanitari di quelle strutture sono sotto organico del 50%?

E’ da molto che mi chiedo perché, in un Paese come il nostro, che pur con qualche incertezza appartiene a quelli cosiddetti “avanzati”, si viva la Giustizia penale in questo modo incongruente.

Si inizia presto: nelle scuole, neppure superiori, nessuno ti spiega che non si deve rubare e che bisogna pagare le tasse. Solo in qualche istituto tecnico c’è qualche, debolissimo, accenno di diritto, per lo più commerciale.

Uno studente tedesco o francese a quattordici anni ha già imparato, per esempio, che se vieni arrestato hai diritto alla difesa tecnica, e che puoi non rispondere alle domande che i poliziotti ti fanno. In Italia, un tempo la “Patria del diritto”, queste semplici cose le ha in mente si e no il dieci per cento di noi. Il resto delle persone ha in mente un’idea confusa che per la maggior parte proviene da programmi televisivi americani, film e docufiction, raramente rispondente alla realtà delle cose.

C’è un perché? Si, c’è sempre un perché, anzi in questo caso ce ne sono parecchi.

Il primo viene da lontano: siamo sempre stati, tutti, indipendentemente dalle posizioni individuali, portatori di una cultura per la quale il diritto non era, come avviene nelle democrazie avanzate, il modo normale di risolvere i conflitti tra i consociati. Il diritto era da sempre, piuttosto, un qualcosa da iniziati, a fianco del potere tanto da, rispetto al potere, agire in modo da rafforzarlo.

Un mondo esclusivo, dal quale stare lontani fino a quando, più o meno a forza, ci si veniva trascinati.

Da questo, per limitarci all’esempio più evidente, lo storico rifiuto delle giurie popolari, delegando il sistema l’amministrazione della giustizia a soggetti scelti per le capacità tecniche, e non altro. Soggetti, fino agli anni 20 del secolo scorso, di nomina reale e di provenienza pressoché esclusivamente aristocratica, pur essendosi da tempo stabilito un sistema costituzionale fondato sul consenso popolare, e poi, nel ventennio fascista, accuratamente selezionata sulla base dell’affidabilità politica.

La Costituzione Repubblicana, ponendosi come obiettivo prevalente quello di evitare la dipendenza della Magistratura dalla politica, ha creato, quasi per reazione, un vero e proprio terzo potere, del tutto indipendente dal legislativo e dall’esecutivo, cui si accede solo sulla base delle competenze tecniche (credute dai costituenti le uniche politicamente neutre) e l’accesso è gestito, con meccanismi di autogoverno, dal potere giudiziario stesso.

In quegli anni la politica era forte, con il carico di autorevolezza che veniva direttamente dalla lotta di liberazione e dalla fondazione della Repubblica, e nessuno poteva prevedere che a poco a poco vi sarebbe stato un fenomeno di indebolimento della politica e che il cosiddetto “terzo potere”, la Magistratura, avrebbe a poco a poco acquisito funzioni di controllo sugli altri due, senza che – belle pagine su questo di Luciano Violante – vi sia un corrispondente e simmetrico potere di controllo del Parlamento e del Governo sulla Magistratura.

Non so se sia una dimenticanza dei costituzionalisti, o se il clima politico di quegli anni non consentisse davvero di prevedere questo fenomeno, ma è certamente vero che la Costituzione (art. 104) prevede l’indipendenza della Magistratura, ma non prevede l’indipendenza del Governo e del Parlamento dalla Magistratura, in particolare dopo che, sull’onda emozionale della cosiddetta Tangentopoli degli anni 90, è stata ridotta fino a quasi farla scomparire la cosiddetta immunità parlamentare.

L’ultimo tassello di questo sistema è l’appartenenza dell’organo dell’accusa, il Pubblico Ministero, all’Ordine Giudiziario come i Giudici, e tra i due ruoli, diversissimi, vi sono frequenti passaggi ed è frequentissimo che lo stesso soggetto faccia una parte della sua carriera il Pubblico Ministero e per altra il Giudice.

E’ un sistema che, fatta eccezione per il Portogallo che ha un sistema misto, non ha uguali nelle democrazie avanzate, nelle quali l’organo dell’Accusa è organo dipendente dal potere esecutivo (seppure con accentuate garanzie di indipendenza) del tutto separato dal sistema giudicante. Tradizionale infine, in particolare nei paesi anglosassoni, un sistema elettivo a suffragio universale sia per i Pubblici Ministeri che per i Giudici, fatti salvi i livelli apicali, nei quali è prevista la nomina diretta (per esempio Presidenziale negli USA e Reale negli UK).

Cosa ricaviamo da questa carrellata?

Un sistema anomalo ed in forte crisi.

Due i principali punti.

Il primo: dalla crisi politica e istituzionale degli anni ’90, i magistrati del pubblico ministero sono divenuti per larghe fasce di popolo una sorta di riferimento sociopolitico, venendo ritenuti l’unica istituzione affidabile ed esente da momenti di illegalità: un vero e proprio consenso politico, assai abilmente utilizzato. Forte di questo consenso i magistrati non solo oggi influiscono, anche tramite la loro potente associazione e direttamente nei media, sui processi legislativi, ma ambiscono espressamente ad una sorta di diritto di veto, questo si inaccettabile, rispetto all’emanazione di leggi non gradite. Frasi come “i magistrati si oppongono a quel progetto di legge” sono un nonsenso istituzionale, ma incontrano largo favore nell’opinione pubblica.

Il secondo: interventi approfonditi da parte delle Procure delle Repubblica nelle procedure amministrative, spesso con larga diffusione nei mezzi di comunicazione, su appalti pubblici, concorsi per l’assunzione di personale e altri momenti di amministrazione della cosa pubblica, hanno fatto in modo che le Procure uscissero dal loro ruolo istituzionale, che è quello, verrebbe da dire ovviamente, di occuparsi di reati già avvenuti, e segnalati da altri, ma partecipassero all’organizzazione interna e infine alla quotidiana attività delle amministrazioni deputate all’accertamento di fatti illeciti.

Ne è stato esempio in questo territorio il noto “Protocollo” dei primi anni 2000 tra Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e la Procura generale di Trieste per le indagini sull’amianto.

Su forte sollecitazione della pubblica opinione, davvero sconcertata da visibili ritardi, sia delle Aziende Sanitarie sia delle Procure, Gorizia, con giurisdizione sul territorio più colpito, in testa, sulle evidenti responsabilità di alcuni dirigenti della cantieristica per le morti da esposizione all’amianto, allora Presidente della Regione e il Procuratore Generale della Repubblica di Trieste firmarono un atto con il quale concordavano le modalità della forte sollecitazione, che effettivamente ci fu, alle indagini che portarono ai noti processi.

Opportuno politicamente, e utile per riempire un vuoto, ma certo istituzionalmente preoccupante, in quanto si attribuiva all’organo dell’accusa un ruolo che non gli compete: quello di influire sulle modalità con le quali opera un ente locale.

Nel frattempo abbiamo visto iniziative della Magistratura che hanno fatto cadere Governi,

E’ cambiata la situazione?

Si, ma in peggio!

Nell’evaporare delle ideologie, l’ultimo decennio ha visto la forte crescita di un movimento populista che ha attribuito ad alcuni Pubblici Ministeri ruoli politici primari, e a questa tendenza non si sono sottratti i partiti, diciamo così “tradizionali”. Nel 2013 c’è voluta tutta l’autorevolezza di un Presidente della Repubblica giustamente rigidissimo sugli equilibri costituzionali per rigettare la proposta del Presidente del Consiglio incaricato, Matteo Renzi, di nomina di un Pubblico Ministero a Ministro della Giustizia, come sappiamo sostituito poi, quasi all’ultimo momento, con Orlando, persona dal percorso tutto politico.

Assai preoccupante, infine, l’ultimo notissimo episodio di un pubblico ministero che, in una trasmissione televisiva, ha accusato il Ministro della Giustizia in carica di concordare nomine di altissimi dirigenti ministeriali (tra le quali, guarda caso, la sua) niente pop di meno che con pericolosissimi mafiosi.

Ho forti personali dubbi sulle capacità dell’attuale ministro, ma so perfettamente che in quel Paese “normale” che tutti vorremmo un magistrato che ipotizzi pubblicamente un fatto così terribile, in difetto di qualsiasi prova, verrebbe semplicemente cacciato, ed in fretta.

Che fare, come diceva quello?

Facile a dirsi: recuperare l’autorevolezza della politica. Più difficile a farsi, certo impossibile dare una ricetta qui: ricostruire la classe dirigente, reimpostare il rapporto con i cittadini, eliminare porzioni, molto minoritarie ma di sicuro presenti, di palese disonestà.

Soprattutto sforzarsi di formare una cultura diversa: nelle democrazie avanzate di magistratura si parla poco, di giustizia in genere ancora meno. I cittadini considerano i Tribunali luoghi dove, con efficienza e senza troppi riflettori, dopo una discussione sempre pacata, si condannano i colpevoli e si assolvono gli innocenti, punto. Luoghi dove si dirimono le controversie, non certo luoghi dove si decidono i destini dei paesi. Ma quelli, appunto, sono paesi “normali”.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org