Di Franco Belci.
Il presidente Fedriga ha accusato le forze politiche di opposizione di fare il gioco di Hamas chiedendo di sospendere la partita Italia-Israele che si giocherà a Udine il 14 ottobre. Argomenti e toni sono difficili da accettare: dovrebbe ricordare che è il presidente di tutti i cittadini della Regione, anche di chi, come me, non l’ha votato; e pure che è al vertice di tutte le Regioni d’ Italia, ruolo istituzionale e, quindi “super partes”. Le sue affermazioni, invece, ricordano troppo da vicino la propaganda, più che la politica, e gli argomenti capovolgono la realtà dei fatti: perfino la premier, pur con prudenti circonlocuzioni, ha riconosciuto le responsabilità di Netanyahu a Gaza. E il cardinal Parolin, dal vicino Veneto, ha ricordato recentemente come la guerra abbia ucciso oltre 60mila gazawi, di cui il 70% civili innocenti, donne e bambini. Difendere lo svolgimento della partita con questi toni rischia di esasperare gli animi e rendere difficile il compito di chi è chiamato a garantire l’ordine. Certo, anche i manifestanti devono fare la loro parte: difendere le ragioni della pace con parole o azioni violente è una contraddizione in termini. Quello che è inoppugnabile, in ogni caso, è che questa strage senza fine, comunque la si voglia definire, rischia di capovolgere il conto di torti e ragioni, anche se non va scordato per un solo istante che tutto è partito dall’atto di terrorismo di massa compiuto da Hamas il 7 ottobre: ma una rincorsa infinita di cause ed effetti, torti e ragioni, porterebbe lontano nei secoli. La sostanza è che Udine è nuovamente coinvolta, a distanza di un anno esatto, in un evento a chiaro rischio di ordine pubblico che riguarderà spettatori, cittadini, manifestanti e forze dell’ordine. La città aveva già sperimentato gli stessi problemi esattamente un anno fa. Da allora, la guerra ha assunto dinamiche e proporzioni che hanno indotto anche ebrei illustri come David Grossman, Anna Foa e molti altri(in Israele e fuori) a parlare di “genocidio”: comunque lo si voglia chiamare, si tratta di uccisioni indiscriminate e deportazione di massa dei gazawi superstiti, indennizzati con 5mila euro in cambio di una vita da prigionieri. Difficile sostenere che Grossman e gli altri intellettuali (e perfino ex militari) che lo hanno seguito siano “antisemiti” e difficile pure negare le manifestazioni sempre più imponenti dell’opposizione nelle piazze di Israele. E’ oggi più che mai necessario saper distinguere tra quelle piazze, governo Netanyahu e estremismo religioso: perché se non si opera questa distinzione si cade davvero nell’antisemitismo. Del resto, pure l’esercito, molto di recente, ha messo in discussione il piano di occupazione. Come il sindaco De Toni, non ho assistito in 70 anni a niente di simile. Cosa fare allora della partita? Certo, un governo e una Federcalcio ragionevoli l’avrebbero rinviata e destinata ad altra sede: rigiocare a Udine mi sembra accanimento terapeutico. Ma se si vuole mantenerla a tutti i costi, si adotti almeno una simbologia adeguata: un minuto di silenzio e i giocatori con la fascia del lutto in onore di tutti i morti, da una parte e dall’altra: la pietas non conosce distinzioni e non fare almeno questo significherebbe essere subalterni ai diktat di Netanyahu. Quindi, rivolgo un appello a Rino Gattuso e ai giocatori: siete professionisti, ma anche uomini, e sarebbe un bel gesto dimostrarlo su un campo in cui il risultato è certamente la cosa meno importante.