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Una battaglia s-confinata

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Monfalcone 1943

Monfalcone 1943

Di Anna Di Gianantonio

Per comprendere cosa accade a Monfalcone e nei paesi vicini l’8 settembre 1943, occorre fare un passo indietro e ricordare la felicità incontenibile che, soprattutto i giovani, provano il 25 luglio alla caduta del fascismo: credono che finalmente sia tutto finito, che le cose possano cambiare. Non si tratta di questioni esclusivamente ideologiche, ma pratiche e concrete. Al Cantiere navale, chiamato “il Cantiere della morte”, gli incidenti sul lavoro sono frequenti, i ritmi si intensificano e le paghe non crescono all’aumentare delle ore di lavoro. Nelle campagne mezzadri e braccianti lavorano subordinati a patti agrari che risalgono al ‘800, vivono in case fatiscenti, schiacciati dai debiti e dalla iniqua divisione dei raccolti. Molti lavoratori sono emigrati, sono in carcere o al confino e molti sloveni sono confinati nei “battaglioni speciali”, sorta di esilio forzato in Italia centro meridionale o sulle isole, perché giudicati potenzialmente pericolosi e infidi per l’esercito italiano in guerra. Dalla fine del primo conflitto mondiale un’organizzazione di lavoratori e lavoratrici, italiani e sloveni, non è mai del tutto scomparsa, nonostante la repressione del regime. Si tratta di cellule di antifascisti che si impegnano nel Soccorso rosso a raccogliere denaro, vestiti, tabacco e generi alimentari per coloro che sono rinchiusi nelle carceri e per le loro famiglie. Dopo l’occupazione della Jugoslavia del 6 aprile 1941, i disertori sloveni e italiani sono aiutati ad andare oltre confine per sfuggire all’arruolamento.

Tomasig

Alla caduta di Mussolini i giovani organizzano cortei, distruggono le insegne del regime, iniziano la “caccia ai fascisti” identificati negli operai che in fabbrica hanno la “doppia paga”, una per il lavoro che svolgono, l’altra per le delazioni ai danni dei loro compagni. I lavoratori più esperti cercano di porre un limite e di moderare le azioni dei giovani. L’8 settembre, alla notizia dell’armistizio (o della “capitolazione” come dicono gli sloveni) diventa presto evidente che la guerra non solo non è finita, ma che l’occupazione nazista del territorio è alle porte. Dall’aprile del 1941 nella Jugoslavia occupata nasce l’Osvobodilna Fronta (OF) che rifornisce di armi anche gli operai italiani. Altre armi vengono prese dalle caserme abbandonate dai soldati rimasti senza ordini precisi, altre ancora dai militari che cercano di tornare dai fronti di guerra e di barattarle con abiti civili. L’ 8 e il 9 settembre gli operai sono in sciopero. Il 10 settembre, durante un comizio, l’operaio Ferdinando Marega invita la popolazione a mobilitarsi contro la temuta occupazione tedesca. Il pomeriggio dello stesso giorno i lavoratori distruggono gli impianti militari presenti all’aeroporto di Ronchi e poi si recano a Selz, nei pressi del paese. Qui un gruppo di antifascisti che ha preso contatti con le formazioni slovene e organizza la lotta, seleziona chi vuole andare a Gorizia. I più giovani e quelli privi di armi vengono rimandati a casa, altri sono caricati su camion requisiti al Cantiere, altri ancora si muovono a piedi sulla strada del Vallone verso la città. Il punto di ritrovo è Villa Montevecchio, dove quella che viene chiamata la Brigata proletaria e che conta circa 800 uomini e donne, viene equipaggiata e suddivisa in tre battaglioni. Il 12 settembre i tedeschi entrano a Gorizia. Vengono salutati da un buon numero di persone che spera che l’occupazione ripristini il vecchio ordine asburgico. Il generale Bruno Malaguti cerca di opporsi all’invasione, ma il suo superiore gli impone  di deporre le armi. I combattimenti con i partigiani sono intensi soprattutto nelle stazioni ferroviarie e lungo le strade che portano in città. I tedeschi reagiscono, ma i partigiani, costretti ad abbandonare il centro, controllano le periferie e le zone limitrofe alla città. I tedeschi hanno ragione degli antifascisti solo alla fine del mese, dopo 23 giorni di lotta e il soccorso di nuove divisioni. I morti partigiani in battaglia sono circa un centinaio. Coloro che si salvano danno vita a nuove formazioni, all’intendenza Montes, ai gruppi GAP di pianura.

La Battaglia di Gorizia rientra a pieno titolo negli esempi della Resistenza europea caratterizzata dalla collaborazione internazionalista di diverse popolazioni. In Italia combattono partigiani di oltre 50 nazionalità diverse. La Battaglia di Gorizia è un episodio unico sia per il numero degli antifascisti impegnati nella lotta, sia per l’unità tra italiani e sloveni. A Gorizia andrebbe ricordata con maggiore solennità ed orgoglio.

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