Di Cosimo Risi
Un diplomatico non rilascia dichiarazioni a titolo personale, esterna il pensiero della propria Amministrazione. Ad accettare questa regola di comportamento, si comprende bene il pensiero dell’Amministrazione Trump riguardo alla Palestina tramite l’Ambasciatore a Gerusalemme.
Mike Huckabee, pastore evangelista e sfortunato candidato alla Casa Bianca, è intervistato dal quotidiano saudita Al-Arabiya circa la decisione del Governo israeliano di costruire migliaia di alloggi nel nord della Cisgiordania, l’area E1, per spezzare la continuità territoriale fra Ramallah e Betlemme. Ovvero, per dirla con il Ministro Bezalel Smotrich, autore del provvedimento: per seppellire l’idea stessa dello stato palestinese.
L’Ambasciatore dichiara testualmente: “non violano il diritto internazionale gli Israeliani che vivono in Giudea e Samaria”. Egli usa volutamente il termine biblico per la Cisgiordania (West Bank). E aggiunge: “il provvedimento risponde alla decisione aggressiva degli Europei, di concerto con l’Autorità Palestinese, di riconoscere unilateralmente la Palestina e preparare la Conferenza ONU di settembre a New York”. In precedenza, riguardo alla analoga decisione francese, sostenne il paradosso che, a riconoscere un non stato, si consentirebbe al Regno Unito di dichiarare la Francia come colonia britannica. E così, nel gioco dei riconoscimenti unilaterali, tutti possono riconoscere quanto più gli aggrada, indipendentemente dallo stato dei fatti.
Il Governo israeliano sembra avere vinto le resistenze tecnico-politiche dello Stato Maggiore IDF e ordinato il controllo completo della Striscia, il 15% del totale, con lo sfondamento della roccaforte di Hamas a Gaza City. I Palestinesi, già costretti in uno spazio limitato, sarebbero raccolti in “campi umanitari” a sud della Striscia ed incoraggiati ad evacuare “volontariamente”. Non per ripristinare il controllo politico della Striscia né per ricostruire gli insediamenti sgomberati da Ariel Sharon venti anni prima, ma per affidarne l’amministrazione, civile e non ostile, ad un’autorità araba che non sia Hamas né l’AP.
Nello stesso tempo aumentano gli assalti dei coloni (settlers) ai villaggi palestinesi in Cisgiordania, nel tentativo di allontanarli con le buone o con le cattive. Giudea e Samaria sarebbero a portata di mano, si tratta di gestire un milione e passa di indigeni. Quale il modello alla fine del processo, non è dato conoscere. Anche se i segnali da parte dei Ministri messianici non mancano. L’obiettivo finale è la costruzione del Grande Israele dal Mare al Fiume, come nella profetica mappa che Benjamin Netanyahu mostrò alle Nazioni Unite.
La comunità internazionale protesta con toni vibrati. Persino la Germania, il paese comprensibilmente meno propenso a criticare Israele, si orienta al riconoscimento della Palestina come mezzo di pressione e si associa alla generale indignazione.
Non è questo l’atteggiamento americano, il solo che conta in definitiva per il Governo Netanyahu. Le dichiarazioni di Huckabee sono eloquenti, il silenzio di Trump e Rubio lo è parimenti. Washington lascia fare. È contro lo stato palestinese: secondo il solito Huckabee, “palestinese” sarebbe un’invenzione verbale. Intende spezzare definitivamente l’asse fra Hamas e quel che ne resta con l’Iran. Vede con favore la decisione del Governo di Beirut di disarmare Hezbollah ed i gruppi palestinesi di stanza in Libano. Consente (con l’assenso russo?) che Israele sorvegli direttamente il confine con la Siria. Il potere a Damasco è ancora instabile perché possa contare sulle proprie forze per liberarsi dai nemici interni e dalle interferenze dell’Iran.
In Medio Oriente si sta giocando una nuova partita fra gli alleati occidentali. La posizione europea, non dell’Unione nel suo insieme, stride con la posizione americana. In Europa prevale lo scrupolo umanitario e legalitario, in America l’ossessione per il dominio del più forte quale che siano gli strumenti adoperati.