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Relazioni economiche tra Gorizia e Trieste nel XVIII secolo

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di Loredana Panariti

Molte sono state le iniziative che hanno interessato il territorio transfrontaliero durante questa prima metà dell’anno in cui Nova Gorica e Gorizia sono Capitale europea della Cultura. Anche la storia della regione, che ha recuperato spazio e visibilità già con l’istituzione del fortunato festival della storia, continua a interessare studiosi e appassionati. Porto anch’io il mio contributo, affrontando un tema che trovo particolarmente interessante in quanto ha modellato lo sviluppo della città di Gorizia nel periodo successivo e che riguarda le relazioni economiche tra questa e Trieste nel XVIII secolo.
Agli inizi del secolo, Trieste era una piccola realtà urbana che, secondo il podestà di Capodistria (possedimento della Serenissima) “abusava” del nome di città. Un centro modesto che, tuttavia, mostrava una certa attitudine commerciale già nel secolo precedente la costituzione del porto franco.  La sua vocazione marittima si potenziò dalla metà del Seicento, appoggiata anche da ripetuti interventi da parte di mercanti-grossisti di Lubiana che premevano per migliorare i traffici con le regioni italiane attraverso Trieste. La contea di Gorizia era una realtà territoriale più grande. Si estendeva sull’alta e media valle dell’Isonzo, sull’intera vallata del Vipacco e comprendeva anche alcune esigue enclave situate nella parte interna dell’Istria.

La Contea di Gorizia e Gradisca nel 1794

Formavano la Contea il territorio montuoso di Tolmino, il circondario minerario di Idria, le aree collinari del Carso e del Collio e una piccola zona pianeggiante posta nelle immediate vicinanze di Gorizia. La pianura solcata dal basso corso dell’Isonzo era suddivisa tra il Territorio di Monfalcone, possesso della Repubblica di Venezia, e la contea di Gradisca.
Il Gradiscano nel 1647 era stato separato da Gorizia e alienato alla famiglia Eggenberg e, nel 1717, dopo l’estinzione del casto, era tornato sotto la diretta sovranità austriaca, conservando però fino al 1754 l’autonomia amministrativa da Gorizia. Da questa data le due unità territoriali formarono un unico complesso territoriale denominato “Unite Principesche Contee di Gorizia e Gradisca”.
L’economia triestina si reggeva sostanzialmente su vino, sale e commerci portuali, mentre a Gorizia il vino era la risorsa più importante, quella che garantiva al ceto dirigente locale gli introiti finanziari più consistenti. In comune i due territori presi in considerazione avevano dunque la produzione di vini, vini che venivano commercializzati specialmente in Carinzia e Carniola. Prima che Trieste iniziasse la sua ascesa economica, la questione del vino è la più importante fra quelle discusse con il centro e triestini e goriziani si batterono assieme affinché fosse vietato l’acquisto di vini forestieri agli acquirenti di Carinzia e Carniola. L’obiettivo era impedire l’acquisto di vini veneti e garantire la precedenza a quelli locali. I dazi sui vini, il contrabbando di vini foresti, le proteste dei mercanti carinziani che invocavano la libertà d’acquisto erano gli argomenti principali di quella che è stata definita la “diplomazia del vino”; tuttavia con la proclamazione del porto franco di Trieste la situazione mutò radicalmente.

La scelta di Trieste fu un duro colpo per i goriziani che avevano immaginato progetti di sviluppo commerciale basati sul flusso di merci provenienti da Carniola e Carinzia. Il ferro, l’acciaio, il piombo, il rame e le tele provenienti da quei territori e venduti nella Contea per acquistare vino non sarebbero più stati scambiati direttamente con Venezia, ma avrebbero preso la strada di Trieste.
Nel 1716, chiamati a rispondere sulle cause della “decadenza” del commercio in Austria, gli Stati Provinciali goriziani, che insieme al Magistrato civico erano organi di autogoverno locale, non avevano nascosto le proprie aspirazioni marittime mettendo al primo punto del loro elenco la mancata libertà di navigazione nell’Adriatico. Seguiva il rimedio proposto e cioè la richiesta di indicare Buccari, Fiume, Trieste, San Giovanni di Duino e Aquileia porti franchi o almeno porti “vivi”. La costruzione in città di un fondaco per le merci della Carinzia e della Carniola avrebbe poi rafforzato la via commerciale per Gorizia, rendendo meno vantaggiosi i passaggi per Pontebba, Venzone e Gemona. L’utilizzo dei porti di San Giovanni e Aquileia per spedire queste merci avrebbe fornito proventi importanti e rimediato alla difficile situazione che il territorio stava attraversando.
Come si intuisce, i provvedimenti che resero porti franchi Fiume e Trieste erano già nell’aria. Così come si temeva, per metterli a riparo della concorrenza, tutti gli altri scali vennero dichiarati “morti”. Per lo sviluppo dei due porti, furono imposte misure restrittive alla libera circolazione delle merci sul territorio, spostando su altri nuovi percorsi le linee di traffico consuete e, di fatto, emarginando Gorizia.
Nel 1724 i porti di San Giovanni e Aquileia furono completamente interdetti e proibito il transito di tutte le merci, con l’eccezione di ferro e vino, per la strada goriziana diretta in Carinzia.

©Museo Civiltà Contadina Farra – esempio di filatoio

Per la Contea di Gorizia e quella di Gradisca venne, invece, individuato un futuro manifatturiero nella produzione di tessuti di seta. Il settore serico contava già una discreta produzione di bozzoli e seta greggia per la gran parte venduti o contrabbandati nel Friuli Veneto, mancavano però le fasi successive della lavorazione, quelle a maggiore valore aggiunto. Servivano torcitoi, telai, botteghe di tintura e le competenze necessarie per farli funzionare. Inizialmente fu promossa la gelsobachicoltura e rafforzata la trattura e, specialmente, eretto nelle vicinanze di Gorizia, un filatoio regio. Si trattava di un moderno impianto idraulico alla bolognese che, nel progetto del legislatore, avrebbe garantito un filato di qualità per la produzione locale di tessuti di lusso. In questo modo ci si sarebbe sottratti dalla dipendenza veneziana.
La manifattura austriaca non era in grado di soddisfare le crescenti richieste di damasco e di velluti che provenivano da Vienna, da Graz e dall’Ungheria e la presenza di segmenti di mercato non coperti offriva notevoli opportunità allo smercio di manufatti esteri, provenienti specialmente dal territorio della Serenissima.
Con la creazione del complesso di Farra, capace di produrre filati di qualità, e l’introduzione di pesanti dazi rispettivamente sulle importazioni di tessuti e sull’esportazione di materie prime, si cercò di dar vita a nuove aziende. La possibilità di filare la seta greggia nelle Contee e il controllo delle importazioni e delle esportazioni, secondo il modello dell’autosufficienza economica delineato dai teorici del mercantilismo asburgico, avrebbe stimolato le attività di tessitura.
Il progetto immaginato per Gorizia si inserì nel vasto piano di politica economica che prevedeva lo sviluppo dei settori più promettenti sulla base di una diversificazione per area geografica. Ogni regione doveva seguire la propria vocazione economica, così da ottenere una produzione specializzata in grado di coprire la domanda interna e di proporsi sul mercato straniero.
Non solo a Trieste, ma anche a Gorizia, seppure in misura minore, arrivarono persone per lavorare e far fruttare le proprie abilità, in cerca di una prospettiva migliore, attirati anche dai piccoli contributi che lo Stato metteva a disposizione.
Uomini e donne, ragazzi e ragazze si spostavano, alcuni stagionalmente, altri trasferendosi definitivamente e portando con sé, insieme alle proprie braccia, il proprio modo di stare al mondo. Non mancarono, nemmeno in quegli anni, coloro i quali criticavano aspramente i nuovi arrivati. Uno scritto anonimo e fortemente sarcastico, attribuito a Lorenzo da Ponte, afferma che alla fine del Settecento nel capoluogo abitavano quattro categorie di persone: nobili, ecclesiastici, cittadini e lavoratori della seta. Di questi ultimi dice:

[…] tolline alcuni pochi, sono una ciurma di veneti oziosi e famelici, i quali avendo a schifo ogni arduo lavoro, con disonore dell’arte si sono applicati al dolce travaglio delle seterie e quando incagli lo smercio, come accade qualche anno e al presente, rendono dalle mani loro malsicure le case, le strade e le campagne.

attr. Lorenzo Da Ponte

Osservazioni esagerate, ma che ci comunicano quanto il movimento di popolazioni, nelle sue varie forme ha sempre accompagnato i processi storici, ha unito persone diverse e prodotto processi di scambio tra mondi culturali.
Tornando al punto di partenza di questo breve scritto, cioè le relazioni tra Gorizia e Trieste nel XVIII secolo, nella competizione con Trieste le Contee uscirono perdenti. La duplice azione sovrana, organizzativa e legislativa, che aveva come obiettivo il ridimensionamento dei poteri locali, ebbe esiti diversi. A Trieste si costruì una strategia di intese tra gruppi diversi per collocazione sociale ed economica, ma contigui per fasce di reddito, strategia che in parte modellò l’intervento sovrano. A Gorizia il gruppo dirigente, in parte disarticolato e impoverito, trovò spazio all’interno dell’apparato burocratico ed ecclesiastico. Dai proventi legati alla crescita della città come centro produttivo e commerciale nacque una piccola borghesia interessata a godere dei modesti benefici che le politiche mercantiliste offrivano. I mercanti-imprenditori più facoltosi trasferirono capitali e intrapresero nuove attività a Trieste. Nel corso dell’Ottocento, invece, insieme al territorio di Monfalcone, passato dopo le guerre napoleoniche dalla Serenissima all’Austria, le contee di Gorizia e Gradisca divennero la “periferia” di Trieste con molte tenute agricole e stabilimenti industriali appartenenti a “capitalisti” triestini.

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