di Franco Belci.
Sembra incredibile, ma trovi, soprattutto sui social, chi sostiene che sia stata l’Ucraina a invadere la Russia. E chi, addirittura, dice di “sostenere” la guerra di Putin: naturalmente in nome della pace. Non sono posizioni isolate: troppo spesso sono quelle di chi ha militato per anni in qualche partito della sinistra, quasi si portasse dietro una nostalgia distorta per un tipo di comunismo che è stato condannato dalla Storia e che fino alla guerra se n’è stato in silenzio. Sembrerebbe quasi che Putin fosse un leader democratico e non un autocrate violento, furbo e cinico. Occorre intendersi: è vero che gli Stati Uniti e la Nato hanno fatto errori enormi; è vero che l’Europa è sempre stata al traino e non ha mai messo in campo una politica estera autonoma. Che la diplomazia “occidentale”, con uno sguardo del tutto miope, ha enormemente sottovalutato il disegno della “Grande Russia” che Putin aveva in mente da qualche anno. Ed è vero pure che i diritti delle minoranze russofone sono state calpestati: la democrazia nel Paese di Zelensky aveva delle grosse zone d’ombra: oggi più che mai, ma proprio a causa della guerra.

Questo non può stravolgere i fatti fino a capovolgerli. L’“operazione militare speciale” è stata avviata dall’esercito russo invadendo uno Stato sovrano, e non ce la si può cavare con un “se la sono cercata”. Sarebbe come – mi si consenta la metafora – se il vicino di casa ti facesse una grigliata sotto la finestra e tu, invece di chiamarlo, magari con tono deciso, gli bruciassi il giardino. Eppure è così: sul web ogni opinione ha valore di verità e ci sono tanti, troppi, che sottotraccia condividono un costume che non può che preoccupare: o gli dai ragione, o ti insultano: poi però protestano se li escludi da una discussione che non gli interessa fare. Lo provo settimanalmente, quando propongo sul social qualche tema non scontato: 3 volte su 10 i commenti rappresentano contumelie di chi non la pensa come te, con l’aggravante che chi li propone non se ne rende conto e chi li ospita pensa di promuovere la democrazia. Con un piccolo particolare: i social, e fb in particolare, non sono democratici: se tu metti in evidenza un post che parla di politica, te lo bocciano; se invece insulti poveri (o meno poveri) diavoli, o ti inventi una notizia, va benissimo. Nonostante questo penso, come altri, che sia giusto insistere e, soprattutto, resistere: non possiamo permettere che i social diventino monopolio della comunicazione unilaterale che fa tanto comodo alla destra. Ma la responsabilità non è (solo) di Zuckerberg: fb è, alla pari di ogni social, uno strumento: dipende da noi usarlo bene o male. Io credo che, purtroppo, la responsabilità in Italia vada ricondotta anche alla latitanza dei partiti del “centro sinistra”: troppo spesso sono diventati, nessuno escluso, un contenitore di propaganda, con la lodevole ma solitaria eccezione di Elly Schlein; così si è investito troppo poco, da anni, in cultura, che non è monopolio di intellettuali, ma uno strumento di crescita di tutti, soprattutto di coloro che nei circuiti sociali ne sono esclusi. Di recente ha sollevato proprio questa questione Nadia Urbinati su “Domani”, ma l’unica risposta pubblica del PD è stata quella di Gianni Cuperlo. Tornando al tema, questi nostalgici di una sinistra veterocomunista non si scandalizzano certo per il fatto che due autocrati si spartiscano le spoglie dell’Ucraina. E non conoscono neppure la Storia o ne hanno perso la memoria. Pochissimi giorni fa Pier Luigi Castagnetti, al quale mi unisce la stima e una visone ideale che non sempre produce le stesse opinioni, ricordava il famoso discorso di De Gasperi alla conferenza di pace di Parigi. Il premier della nuova Repubblica fu invitato, a differenza della Germania, nonostante l’Italia fascista fosse stata sconfitta, grazie alla Resistenza: guerra civile, occorre ricordarlo, di una minoranza degli italiani, contro fascisti e nazisti. Potemmo firmare un amaro Trattato di pace che tanti nazionalisti hanno considerato e considerano un “cedimento”, scordando che perdemmo alcuni territori, ma ne conservammo altri solo perché eravamo presenti a quel tavolo: le ambizioni della Jugoslavia di Tito arrivavano fino a Monfalcone. Ma non furono Truman, Stalin e Churcill a spartirsi quei territori, ma un percorso di negoziazione internazionale, per quanto non lineare e concluso solo nel 1975, col vituperato Trattato di Osimo. In Alaska, invece, le spoglie dell’Ucraina se le spartiscono due autocrati. Se lo merita la UE, che non ha avuto alcun ruolo nella guerra se non quello di mandare armi. Non se lo merita il popolo ucraino, comunque la si pensi sul loro presidente.