di Simonetta Lucchi
Nella notte tra il 31 gennaio 2015 e il primo gennaio la città di Colonia, nella regione del Nord- Reno – Vestfalia inaugurò il nuovo anno con una serie di stupri di massa che sconvolsero l’opinione pubblica. Fu un’azione organizzata da parte di centinaia di persone che seminarono terrore e violenza per tutta la notte. Come disse Ralf Jäger, allora Ministro degli Interni “… è inaccettabile che gruppi di uomini si organizzino per impossessarsi di fette di territorio e aggredire sessualmente delle giovani donne indifese. È compito della autorità di pubblica sicurezza quello di ridare sicurezza ai cittadini”. Le aggressioni di san Silvestro avevano di conseguenza provocato forti proteste contro la politica del governo tedesco di fronte all’arrivo di profughi siriani e iracheni. “Se dei richiedenti asilo o dei rifugiati si danno a violenze di questo tipo, siamo di fronte a un palese tradimento dei valori dell’ospitalità che deve condurre alla fine immediata del loro soggiorno in Germania”, così Andreas Scheuer, segretario generale del partito conservatore bavarese Unione cristiano sociale (Csu). Nei giorni successivi, come rappresaglia, alcuni cittadini pachistani e siriani erano stati selvaggiamente picchiati per strada. Henriette Reker, la candidata poi eletta sindaco della città fu vittima di un’aggressione xenofoba, da parte di un cittadino tedesco, accoltellata per il suo impegno a favore dei migranti.
Del resto, anche alla tradizionale e autoctona Oktoberfest di Monaco, scrivevano Karoline Beisel e Beate Wild nel 2011 sulla Sueddeutsche Zeitung: “Il solo tragitto verso il bagno diventa una sfida. Uomini sconosciuti che cercano di abbracciarti, pacche sul sedere, tentativi di alzarti la gonna e una pinta versata di proposito nella scollatura sono il bilancio di soli 30 metri”. In media a ogni festa della birra vengono denunciati dieci stupri, e si dice che quelli non denunciati arrivino anche a 200.
Sei anni dopo i fatti di Colonia, si ebbero le aggressioni al Capodanno di Milano, che sembravano ripetere quelle avvenute ottocento chilometri più a nord, in un’altra piazza Duomo. Solo su scala diversa.
Ma non sarebbe davvero mai troppo tardi per unirsi a una denuncia corale, decisa, contro gli stupri sistematici, organizzati, di massa: le donne sono donne, gli stupri sono stupri, non hanno nazionalità né possibili giustificazioni o cause.
E anche minimizzare la terribile svolta rappresentata dal 7 ottobre in Israele è pericoloso, così come tacere le violenze sessuali di massa subite allora da donne, uomini e bambine. Quasi si ha l’impressione che nel conflitto che ne è seguito le protagoniste principali siano ancora loro: disarmate, insanguinate, piangenti, le madri palestinesi, immagini contemporanee della Pietà con figli in braccio o chine su mucchi di macerie. Eppure, sul 7 ottobre rimane un’ombra sospesa. Centinaia di donne scientemente violentate secondo istruzioni, i loro corpi deturpati, incatenati, mutilati e buttati su carrozzoni in mezzo agli applausi della folla: non è più questione di politica, ma di umanità.
Un rapporto ufficiale del febbraio scorso, composto da circa quaranta pagine dettagliate, contenenti dati e testimonianze, gettava luce sulla portata e la brutalità degli atti di violenza sessuale perpetrati dai terroristi di Hamas: “…molti episodi di stupro sono avvenuti collettivamente, con la collaborazione dei terroristi coinvolti. In alcuni casi, le violenze sono state perpetrate di fronte a un pubblico, a partner, familiari o amici, allo scopo di aumentare il dolore e l’umiliazione per tutti i presenti…”. La relazione, dal titolo “Silent Cry – Crimini Sessuali nella Guerra del 7 Ottobre”, redatta dall’Associazione dei Centri di Crisi per lo Stupro in Israele (ARCCI), contiene descrizioni grafiche di abusi sessuali, torture e omicidi, e dimostra che non si è trattato di incidenti isolati, bensì di una chiara strategia operativa sistematica e mirata. Riprese dai racconti degli ostaggi sulle condizioni di prigionia, riflette il dramma di chi ancora aspetta, nei tunnel, di tornare a casa. Difficile da leggere, difficile da guardare. Nel 2016, furono le donne, ma non solo, anche tutte le ONG, le femministe, il mondo civile, a condannare la barbarie di Colonia contro ragazze colpevoli solo di voler festeggiare l’ultimo dell’anno. Nel 2024, occorre ribadire che festeggiare liberamente è sempre un diritto? Ricordare, un dovere. Verrebbero in mente le parole di Golda Meir, premier israeliano nel 1972, anno segnato da analoghe brutalità nei confronti degli atleti, ai giochi olimpici di Monaco di Baviera, e seconda capo di governo al mondo preceduta dall’indiana Indira Gandhi.: “…se aumentano gli stupri che ci sia un coprifuoco per gli uomini, ma non per le donne”. Non per le vittime, chiunque siano.