di Pericle Camuffo e Monica Zornetta
Dai conflitti con i Mapuche alla morte di Santiago Maldonado
Quello che i media europei non dicono sulla potente dinastia italiana e su come è diventata la padrona della regione argentina
Il disastro provocato dal crollo del ponte Morandi, nel 2018 a Genova, ha riacceso ovunque i riflettori su una delle dinastie più ricche e influenti del mondo: i Benetton.
Ha puntato la luce sulle loro proprietà, sulle tante e variopinte partecipazioni gestite dall’attiva holding Edizione srl, sui presunti “favori” politici di cui negli anni hanno beneficiato in Italia e in Europa, sulle loro controverse strategie comunicative. Ma sull’Argentina, e in particolare sulla Patagonia argentina, si sono spese pochissime parole a dispetto dell’enorme impero che i quattro fratelli di Treviso (da qualche anno rimasti in due), hanno costruito. Un impero talmente colossale da averli trasformati nel giro di qualche decennio nei più potenti proprietari terrieri del Paese latinoamericano.
Sergio Saviane, caustico scrittore e giornalista veneto nonché vecchio amico di Luciano, amava dire, e scrivere, che in Patagonia il fondatore della Benetton ci andava a tosare le pecore. Per anni, infatti, il binomio Benetton-Patagonia ha significato per l’opinione pubblica italiana, per chi almeno una volta nella vita ha indossato un maglione colorato con il logo disegnato da Franco Giacometti, enormi greggi di pecore che pascolano libere in terre incontaminate, producendo ogni anno migliaia di tonnellate di lana destinate a quei pullover.
Tuttavia, di ciò che accadeva davvero negli oltre 940 mila ettari di terra comprati a prezzi stracciati dai vari governi che si sono succeduti in Argentina (o da privati, a partire dal 1991) non era dato a sapersi.
Nessuno in Italia e nel resto d’Europa avrebbe immaginato che proprio su quelle terre fertilissime vivessero da svariati secoli delle comunità di Mapuche che con l’arrivo della famiglia Benetton e della sua Compañía de Tierras del Sud Argentino – proprietaria di maggioranza anche di una miniera “basata” in Canada, da tempo impegnata nella perforazione della Cordigliera delle Ande alla ricerca, tra l’altro, di oro e argento – sono state perlopiù cacciate e confinate entro aree di assoluta povertà e improduttività.
“El senor de las estancias”, come il gruppo italiano è stato soprannominato da gran parte degli abitanti, ha privatizzato aree pubbliche, strade, vallate, sentieri, ha deviato, e qualcuno sospetta pure inquinato, corsi di fiumi vitali per i Mapuche, ha cambiato le coltivazioni autoctone per rendere migliore l’esistenza delle diverse centinaia di migliaia di capi che alleva, tra pecore, montoni e buoi. Non per niente laggiù la gente usa dire che da “Benetton le pecore vivono meglio degli esseri umani”.
Da qualche anno il Gruppo veneto ha in piedi un conflitto con una comunità Mapuche che nel 2015 ha recuperato una piccola porzione di una sua proprietà: è un conflitto tanto duro quanto totalmente taciuto, in Italia ma anche in altri Paesi europei, dalla stampa mainstream. E non è la prima volta:anche in passato l’azienda di Ponzano ha denunciato chi ha “osato” reclamare un pezzetto di quel territorio ancestrale dai nativi chiamato Wallmapu, che è parte fondamentale del diritto indigeno internazionale e che, perciò, mai avrebbe dovuto essere comprato né tantomeno venduto. A difesa del popolo Mapuche è intervenuto più volte anche il Premio Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel oltre all’Onu e ad altri organismi argentini e internazionali per i diritti umani.
Poiché si dice che la storia la scrivono i vincitori, a Leleque, la località patagonica dove si trova la sua estancia più grande, la dinastia di industriali veneti ha perfino creato un museo in cui ha riscritto, stravolgendole, le vicende e la storia del popolo Mapuche – non come popoli nativi dell’Argentina ma come invasori araucanos di origine cilena ed ora estinti – così da bypassare le tante accuse di violazione dei diritti dei popoli ancestrali previste da norme, leggi e dalla stessa Costituzione argentina.
Il libro scritto a quattro mani dalla giornalista e saggista Monica Zornetta (www.monicazornetta.it) e dallo studioso e scrittore Pericle Camuffo (United business of Benetton, Stampa Alternativa, 2008) è un’inchiesta ricca di sfumature e di dettagli inediti che svela le identità di coloro che negli anni hanno favorito la fortuna dei Benetton in Argentina: corporazioni rurali locali, forze di governo a partire dall’ex presidente Carlos Menem, lobby imprenditoriali, etc.
Pubblicato nel 2020 per il mercato italiano dalla storica casa editrice indipendente “Le Strade Bianche di Stampa Alternativa” (fondata nel 1970 sulla scorta delle Alternative Press americane e inglesi), racconta e spiega i conflitti sociali e ambientali mai sedati con le comunità native a causa dello spirito insostenibile della sua condotta imprenditoriale; sottolinea gli abusi e le violenze perpetrate negli anni contro i Mapuche dalle forze di sicurezza argentina – con la tacita approvazione della Compañía de Tierras del Sud Argentino – nelle cosiddette terre “recuperate”.
Questo lavoro non trascura di tratteggiare il contesto in cui hanno agito – e agiscono – i Benetton, dai legami con la politica repressiva, dai forti connotati razzisti, attuata dallo Stato argentino contro i popoli originari, alla complicità dei media filo-governativi. Inoltre, spiega che cosa è e chi sta a capo della controversa Compañía de Tierras del Sud Argentino; fa conoscerela finta filantropia per interessi commerciali rappresentata dal museo di Leleque e altro ancora.
Tutte vicende protette per anni da un muro di omertà che ha cominciato a sgretolarsi nel 2017 con la scomparsa, nella terra di sua proprietà, di un giovane attivista argentino, Santiago Maldonado, fatto ritrovare cadavere qualche mese più tardi non molto distante da dove era stato visto vivo per l’ultima volta. Sulla sua misteriosa fine – da più parti attribuita alla Gendarmeria nazionale – la magistratura ha a lungo indagato, facendosi largo tra i depistaggi e le bugie delle istituzioni stesse e di certi media.
Il libro ricostruisce, nelle sue tappe principali, il percorso dello sviluppo “insostenibile” del Gruppo veneto in Argentina. Da questa ricostruzione esce fortemente incrinata, se non del tutto smantellata, la facciata buonista, umanitaria e socialmente responsabile con cui l’azienda si presenta al mondo. Dietro la tenda dipinta con i colori dell’arcobaleno ci sono, infatti, storie di sfruttamento, di violazione dei diritti umani, di minacce e di ricatti, di povertà e di corruzione, tutte situazioni alla cui eliminazione il colosso italiano dice continuamente di voler contribuire.
Dal 2021 grazie a “La Case book”, società editrice italo-americana, questo lavoro è anche in versione audiolibro, in lingua italiana.