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Riflessioni a partire dall’8 settembre

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di Gianni Oliva del 7/9/2021

        Per chi appartiene alla generazione di mezzo o a quella che si avvia verso la vecchiaia, “8 settembre” e’ una data familiare, profondamente radicata nell’immaginario collettivo: anche se non eravamo ancora nati o eravamo troppo piccoli per ascoltare l’annuncio radiofonico dell’armistizio, la voce rauca del maresciallo Badoglio è penetrata nelle nostre coscienze, veicolata dai racconti sentiti in casa, a scuola, nei mercati, sulle corriere. Chi aveva vissuto la guerra e i suoi momenti epocali, trasmetteva le proprie emozioni a quelli che crescevano senza ricorrere a mediazioni ideologiche, solo con la semplicità e la forza della narrazione: per questo le testimonianze si sono trasformate in educazione.

     Ma per la generazione più giovane, quella che del 1943 e del rovesciamento delle alleanze ha forse sentito parlare nelle lezioni di storia dell’ultimo anno di liceo, l’8 settembre è un riferimento freddo e quasi sconosciuto: non si può trovare coinvolgimento in un avvenimento così lontano dalla propria formazione culturale e dalla propria realtà, di cui si legge qualche cenno una volta l’anno nelle pagine commemorative dei quotidiani. Se c’è un giorno di settembre che oggi parla a tutti è il ben più prossimo l’11 settembre 2001, con la vampata di fumo delle Twins che crollano colpite dal terrorismo fondamentalista islamico.

      Considerazioni analoghe valgono per l’esperienza immediatamente successiva all’8 settembre, la Resistenza partigiana. Se si guardano le piazze del 25 aprile è facile accorgersi che la “festa” della liberazione  propone i contorni del rito civico piuttosto che quelli della partecipazione consapevole; di fronte ai vessilli dei comuni decorati con medaglie al valore e agli stendardi delle associazioni partigiane, ci sono gli amministratori locali che depongono le corone d’alloro, la banda musicale che suona “Bella ciao”, talvolta la classe di qualche generoso maestro elementare che legge poesie e pensieri, ma le presenze sono sempre più rade e anagraficamente datate. Parole chiave, che hanno caratterizzato a lungo il nostro linguaggio, sfumano nell’indeterminatezza. Quanti sanno ancora che cosa significano “sbandato”, oppure “fuga di Pescara”, oppure “badogliano”, “garibaldino”, “gielle”? E ancora: quanti sanno collocare storicamente Vittorio Ambrosio, o Raffaele Cadorna, o lo stesso Pietro Badoglio?

     Può piacere o non piacere: ma la “memoria” del 1943-45, che continuiamo a dichiarare il periodo fondante della nostra democrazia repubblicana, appare sempre più debole e sfumata. E’ il destino che accomuna tutti i simboli identitari legati all’autorappresentazione di una generazione: quando un avvenimento viene interpretato non in ragione della sua reale incidenza sulla storia ma della sua funzionalità ad una rilettura predeterminata del passato, si indebolisce mano a mano che vengono meno le ragioni di quella rilettura.

      Per decenni abbiamo guardato al periodo 8 settembre 1943-25 aprile 1945 come al retroterra ideale, etico e storico della cultura antifascista della Nazione: lì erano nati (o erano stati rifondati) i partiti della cosiddetta Prima Repubblica, lì’ erano cresciuti i leader che si contendevano la guida del Paese, lì si era formata una nuova classe dirigente politica.  In quanto incunabolo dell’Italia democratica, i venti mesi del ’43-’45 dovevano essere rappresentati nel loro tratto eroico e corale, dimenticando che le scelte erano state di pochi e che la loro nobiltà morale riluceva proprio nel confronto con la zona grigia dei tanti; l’8 settembre, giorno in cui “moriva la patria” del Risorgimento (secondo un’ormai classica definizione di Ernesto Galli della Loggia), veniva reinterpretato come il giorno in cui nasceva una patria nuova; attraverso un’ardita sovrapposizione del particolare (gli scontri di Porta San Paolo, Cefalonia, gli azionisti cuneesi a Madonna del Colletto) al generale (un milione di soldati fatti prigionieri, due terzi della penisola occupati dalla Wehrmacht, un Paese di fatto costretto ad arrendersi sia agli anglo-americani sia ai tedeschi), si contrabbandava la disfatta collettiva per premessa del riscatto.

      Mescolando celebrazione e rimozione, questa memoria ha alimentato una “vulgata” storica funzionale alla creazione di un’identità generazionale che per decenni ha resistito sia alle crepe del tempo, sia alle domande scomode che gli studiosi hanno cominciato a porsi. Le vulgate sono semplificazioni che si radicano nell’immaginario e sfuggono alla revisione della ricerca scientifica. A volte corrono il rischio di essere sostituite da vulgate di segno opposto, come è accaduto in questi ultimi anni, quando il tema della “resa dei conti” della primavera 1945 è degenerato in una polemica ideologica fuori tempo. Altre volte, più semplicemente, invecchiano e si esauriscono. E’ il nostro caso: caduto il muro di Berlino e la contrapposizione politico- ideologica  di cui era espressione, travolta la Prima Repubblica nel clamore degli scandali, usciti di scena gli uomini che si erano formati nelle temperie del 1943-45, la “memoria” del periodo ha perso le sue ragioni fondanti e le date sono sopravvissute solo in una dimensione ritualizzata, prive ormai di pathos e di capacità comunicativa.

       Dunque? La nostra democrazia repubblicana è abbastanza solida per non avere più bisogno di legittimazioni storiche? Oppure è così disorientata e confusa perché si è fondata su legittimazioni fragili? In altre parole: l’anniversario dell’8 settembre deve essere un’occasione per rinvigorire un’identità fiacca o deve cadere nell’indifferenza delle istituzioni e dei media?

    Tra le due ipotesi, ce n’è una terza, verso la quale devono indirizzarsi gli studi. Il venire meno della “memoria” non fa venire meno la storia: se sta scomparendo una generazione di testimoni con la propria autorappresentazione, non cessano di esistere i nodi dell’8 settembre, o del 25 aprile, o prima ancora del 1922 e del Ventennio. Come ha insegnato Marc Bloch, la storia nasce dalle domande che il presente pone al passato: oggi è tempo di rinnovare le domande in termini problematici, di indagare lo sviluppo degli eventi e le reazioni della popolazione senza il velo della volontà celebrativa; ed è tempo, soprattutto, di domandarsi il perché di una vulgata sopravvissuta così a lungo, le ragioni della sua impostazione, gli effetti delle sue assoluzioni e delle sue rimozioni. La richiesta di semplificazione (da cui nascono tutte le vulgate) e’ sempre giustificata e legittima: ma non sempre lo sono le semplificazioni. Ripercorrere il passato e la rappresentazione che ha prodotto sgombri da pregiudizi e’ un modo per conoscere meglio il presente e il percorso che lo ha determinato.

     Spostiamoci verso uno scenario che non è storia italiana, ma che ha drammaticamente interagito con essa: il sistema concentrazionario nazista, gli oltre quattromila campi e sottocampi di deportazione in cui sono passati milioni di prigionieri (e da cui un numero infinito non è più uscito). La vulgata ci ha giustamente insegnato ad esecrare il lager e ad indignarci di fronte all’immagine dei forni crematori, delle camere a gas, dei corpi sfibrati ammassati tra il filo spinato. Tutto quanto accaduto ad Auschwitz o a Mauthausen appare tuttavia lontano dalla realtà presente, figlio di una violenza tanto incredibile quanto irripetibile: sono efferatezze estranee alla nostra sensibilià’ culturale, sepolte in una stagione di fuoco, che suscitano sdegno morale, ma non attrezzano a prevenire.

    Allora, da storici, proviamo a porci una serie di domande spesso eluse o trascurate. In primo luogo, “quando” sono avvenute le vergogne del nazismo? Meno di ottant’anni fa, il tempo di una generazione; sono ancora vivi alcuni che le hanno subite e alcuni che le hanno inflitte; ogni famiglia tedesca ha ancora qualche ricordo, trasmesso con voce sommessa o rimosso per disagio.

       In secondo luogo: “dove” sono avvenute? Non in una regione priva di civiltà e di cultura, ma nella Germania degli anni Trenta-Quaranta, dove c’era il più alto tasso di alfabetizzazione al mondo, dove si erano formati intellettuali come Bertolt Brecht, scrittori come Thomas Mann, scienziati come Albert Einstein; sono avvenute nella Germania che da almeno due secoli insegnava all’Europa i valori dell’uomo, nella quale erano cresciuti  i più grandi filosofi, storici, filologi, musicisti.

     E infine: “in che modo” sono avvenute? Non con la ferocia dell’irrazionalità, non con la brutalità sconsiderata ed illogica  dei momenti estremi. Tutto è avvenuto con la forza lucida della ragione, con la scienza applicata al genocidio: i chimici hanno individuato il veleno più letale e meno costoso da impiegare nello sterminio di massa delle camere a gas, gli ingegneri hanno progettato i forni crematori multipli per eliminare i corpi e le tracce dei crimini, gli psicanalisti hanno perfezionato i metodi di spersonalizzazione dei deportati per trasformarli in docile manodopera schiavizzata, gli urbanisti hanno disegnato l’ossessione geometrica di Birkenau o Dachau, gli intellettuali hanno sostenuto il fondamento della razza e giustificato l’eugenetica. Nulla è stato lasciato al caso: anche gli aspetti apparentemente più illogici del sistema concentrazionario rispondevano ad una propria logica scellerata.

    Ma allora, come è potuto accadere tutto questo? Come è stato possibile che milioni di persone istruite, civili, progredite, cresciute del clima democratico della Germania di Weimar, siano in poco tempo diventate complici di un personaggio che oggi suscita orrore come il caporale Hitler? Come è avvenuto che un popolo intero abbia taciuto, condiviso la vergogna, combattuto in nome di valori perversi sino alla sconfitta finale?

     Dobbiamo porci queste domande perché’ la condanna morale ci ha fatto spesso ricondurre la responsabilità delle efferatezze naziste a Hitler e alle “SS”, dimenticando una verità tanto ovvia quanto ingombrante:  il coinvolgimento della popolazione tedesca, la corresponsabilità dei cittadini della Germania che “sapevano”. I tedeschi potevano ignorare le camere a gas e i forni crematori (interni al recinto dei lager), ma non potevano ignorare i milioni di deportati smunti, con le teste rasate e gli zoccoli ai piedi, le divise logore a strisce, il numero tatuato sul braccio o cucito sulla giacca, che ogni giorno uscivano dai campi e andavano a sostituire i maschi ariani mobilitati al fronte. I deportati lavoravano nelle fabbriche, nelle miniere, nelle campagne; sgomberavano i detriti nelle città bombardate, spostavano traversine e binari; attraversavano paesi abitati, camminavano tra le case; a volte cadevano stremati e morivano sui marciapiedi. Specialmente negli ultimi due anni di guerra, i lager costituivano un sistema esteso, complesso, profondamente compenetrato con la vita quotidiana del Paese: società industriali grandi e piccole, aziende agricole, fabbriche di armamenti traevano profitto dalla manodopera pressoché gratuita fornita dai campi.

      Dunque, la Germania sapeva: ma ha taciuto e ha collaborato (per vigliaccheria, per indifferenza, per convinzione, per paura, per interesse, per stupidità, per chissà quali altre motivazioni ancora). Come ha scritto Primo Levi ne’ “I sommersi e i salvati”, “poiché non si può supporre che la maggioranza dei tedeschi accettasse a cuor leggero la strage, è certo che la mancata diffusione della verità sui lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, la dimostrazione di una viltà entrata nel costume, così profonda dal trattenere i mariti dal raccontare alle mogli, i genitori ai figli”.

    Dal punto di vista del presente, sono queste le piste che dobbiamo percorrere per ricostruire il dramma del nazismo e del Terzo Reich. Se vogliamo sottrarre l’orrore dei lager al senso di lontananza nel tempo e di irripetibilità che oggi suggerisce, non è più sufficiente leggere “Se questo è un uomo” e raccontare “ciò” che è avvenuto: bisogna andare oltre, cercare di capire “come” è stato possibile che un’esperienza tanto aberrante sia stata condivisa in silenzio da milioni di persone, decodificare i meccanismi attraverso cui il totalitarismo hitleriano ha saputo costruire il consenso attorno al crimine. Perché se’ e vero (per nostra fortuna) che le camere a gas e i forni crematori non sono all’orizzonte, è altrettanto vero che restano attuali i processi che li hanno resi possibili e che hanno trasformato un popolo di tedeschi in un popolo di nazisti. Come ha insegnato Hannah Arendt, il male è banale e per commetterlo non è necessario essere cattivi: basta che qualcuno ci abbia educato a sovvertire i valori, a scambiare il giusto con l’ingiusto, la ragione con il torto.

     Torniamo allo scenario italiano. La storia del nostro passato è diversa da quella tedesca e i meccanismi da decodificare non presentano la stessa complessità morale. Nondimeno, le semplificazioni della memoria hanno prodotto distorsioni e omissioni che hanno finito per indebolire la memoria stessa e annullare il valore educativo del passato. Dopo il 1945 ci siamo autorappresentati come un popolo di vincitori, mentre eravamo un popolo di sconfitti, e per rimuovere le colpe abbiamo immaginato l’8 settembre come il momento di rottura tra due Italie, quella della colpa e quella del riscatto. E’ certamente vero che l’armistizio ha determinato una cesura rispetto alla tradizione nazionale iniziata con l’unificazione del 1861, ma è altrettanto vero che esso non ha prodotto l’immediata rigenerazione del Paese e non ha avviato di per se’ una nuova stagione.

      La memoria del 1943-45 è stata costruita su un’abile duplice astrazione, temporale e geografica: da un lato, la storia precedente l’armistizio è stata rimossa come parentesi negativa e interruzione di un percorso virtuoso (la crociana “malattia che colpisce il corpo sano”); dall’altro, il territorio della penisola cui guardare è stato circoscritto al centro-nord resistenziale.

      Le conseguenze dell’astrazione temporale sono abbastanza evidenti: nessuna domanda sulle corresponsabilità della classe dirigente con il fascismo, sul ruolo degli intellettuali nel Ventennio, sulla guerra d’aggressione 1940-43, sui crimini contro i civili nei Balcani e in Grecia, sui sistemi occupazionali, sulla cooperazione militare con la Wehrmacht. Le conseguenze dell’astrazione territoriale sono più sottili: in primo luogo, essa ha marginalizzato la campagna d’Italia, dimenticando che l’esito della guerra è stato determinato dallo scontro tra Alleati e Tedeschi sulla linea Gustav prima e sulla linea Gotica poi, e non dalla guerriglia nelle vallate alpine o nelle città del Nord; in secondo luogo, ha sovradimensionato il fenomeno resistenziale, sia attribuendogli un’importanza militare impropria, sia dilatandone i numeri sino a trasformare la scelta di una minoranza nella redenzione di tutti; in terzo luogo, ha celebrato come simboli virtuosi della lotta di liberazione esperienze discutibili sul piano strategico e ha visto nella pluralità delle “bande” solo la ricchezza dell’articolazione progettuale e non anche un grave limite di frammentazione organizzativa. La conseguenza più infida riguarda tuttavia la rappresentazione del “fascista”: la presenza della Repubblica Sociale e le sue complicità con l’occupazione tedesca, hanno fatto del militante di Salò (il nemico della guerra civile) l’incarnazione stessa del fascista. Nell’immaginario dell’Italia repubblicana , “fascista” è sempre stato il “repubblichino”,  non il gerarca del Ventennio: l’astrazione del periodo 8 settembre-25 aprile dal contesto di ciò che l’ha preceduto e dalla complessità geopolitica del Paese, ha finito così per demonizzare la scelta (sbagliata) dei giovanissimi volontari di Pavolini e  lasciare invece sullo sfondo (di fatto assolvendo) le colpe dei tanti adulti che durante la dittatura hanno ricoperto con spregiudicatezza ruoli di responsabilità istituzionale e intellettuale.

      Le contraddizioni di questa ricostruzione complessiva della memoria sono evidenti nelle rappresentazioni monumentali della guerra, dove la “pietas” popolare porta spesso a ricordare insieme i caduti del 1940-43 con quelli del 1943-45, senza distinguere i progetti per cui sono caduti. Nella maggior parte dei casi si tratta di lapidi unitarie genericamente dedicate “alle vittime del 1940-45”, nelle quali in ordine alfabetico vengono ricordati i soldati che non sono tornati dalla Russia o da El Alamein, i partigiani morti in combattimento, i civili uccisi per rappresaglia, i deportati sfiniti di stenti in qualche lager, i cittadini vittime dei bombardamenti. Questa rappresentazione sottare la storia ad una domanda sostanziale: che cosa facevano in Russia o nell’Africa Settentrionale i giovani mobilitati nei battaglioni del Regio Esercito? in nome di quale patria sacrificavano la propria vita? di chi erano alleati? E ancora: quale ordine sarebbe stato imposto all’Europa se avessero vinto? La guerra fascista combattuta “accanto” a Hitler coesiste con la guerra antifascista combattuta “contro” Hitler, chi è caduto per la libertà democratica con chi è caduto per l’espansione nazionalista: la dimensione cronologica di lungo periodo trasmette l’immagine di un’unica guerra, confondendo le opposte ragioni in campo.

    In altri casi memorie distinte coesistono sullo stesso muro o a distanza di poche decine di metri, senza elementi per poterle interpretare. A Catania, nel cortile interno del municipio, la città commemora i nomi dei “trentacinque suoi figli che offrirono con sereno coraggio la vita per restituire alla patria libertà e giustizia”; sul muro accanto, un’altra lapide ricorda invece “il nefasto bombardamento dell’8 luglio 1943, che oscurò il cielo seminando morte e distruzione”. Nessun riferimento aiuta a ricordare che il bombardamento su Catania fu operato dalle forze anglo-americane, quelle stesse che, sbarcando nella Sicilia meridionale la notte successiva, avrebbero dato inizio alla campagna d’Italia e accanto ai quali avrebbero combattuto i trentacinque etnei morti per “restituire alla patria giustizia e libertà”.

         In altri casi ancora, la memoria si allarga ben oltre i limiti della seconda guerra mondiale e celebra l’idea di patria proponendola nella sua astratta continuità temporale. E’ il caso del Sacrario delle bandiere a Roma, un’esposizione poco nota e visitata solo da sparuti gruppi di reduci, ma ospitata nella sede più aulica del culto patriottico, l’Altare della Patria, il luogo per eccellenza di consacrazione simbolico-monumentale della storia nazionale. In un ampio salone dedicato alla Marina militare, si incontrano le bandiere della Regia marina liberale (con la nave “Ettore Fieramosca” varata nel 1888 o l’incrociatore corazzato “Giuseppe Garibaldi”, attivo dal 1899),  i mezzi d’assalto della prima guerra mondiale (come il “Mas 15” che nel dicembre 1917 affondò la corazzata austro-ungarica “Wien”), le unità che furono orgoglio dell’Italia imperiale fascista (come la corazzata “Duilio”), quelle che combatterono contro la flotta britannica nel Mediterraneo nel 1940-43, quelle più recenti dell’Italia repubblicana. La rappresentazione continua con una grande targa in marmo bianco che commemora in ordine cronologico le imprese degli “arditi del mare”, gli uomini dei mezzi d’assalto che hanno legato il loro nome agli episodi più celebrati dalla retorica patriottica. Dopo le dodici imprese riferite alla Grande Guerra (dall’attacco al porto di Durazzo del 1916 alla beffa di Buccari del 1918), la targa ricorda venti imprese del periodo 1940-45: si comincia con Gibilterra (30 ottobre 1940), si continua con Malta (25 luglio 1941), Algeri (11 dicembre 1942), Bona (6 aprile 1943) e si conclude con La Spezia (22 giugno 1944) e Genova (19 aprile 1945). Nulla aiuta a contestualizzare gli episodi, a individuare i nemici contro cui hanno combattuto gli arditi del mare. La località di Suda è ricordata due volte, per i fatti del 27 marzo 1941 e per quelli del 9 gennaio 1944: due azioni nello stesso luogo e nella stessa guerra, ma di segno storico opposto, la prima realizzata nello schieramento dell’Asse, la seconda in quello anglo-americano.

     Gli unici morti non compresi nella rappresentazione collettiva sono i militi di Salò, perché la memoria di un periodo drammatico come una guerra o una rivoluzione deve comunque rinviare ad una contrapposizione tra il bene vincitore e il male sconfitto. La figura demonizzata del repubblichino assolve a questa funzione e permette di circoscrivere il perimetro del male, garantendo assoluzione a quanti possono chiamarsene fuori (anche se spesso arbitrariamente).

    Dal punto di vista dei soggetti coinvolti, questa memoria è coerente, perché i soldati morti nella neve gelata della Russia o nel deserto infuocato dell’Egitto sono il prezzo estremo pagato alla guerra fascista e alla deriva nazionalista del Ventennio: se fossero sopravvissuti alle campagne del 1940-43, forse alcuni di loro avrebbero fatto la scelta partigiana. La ragion d’essere di una rappresentazione monumentale è tuttavia quella di proporre una chiave di lettura generale capace di compendiare la biografia di una nazione, e non quella di offrire un’immagine particolare frammentata nelle biografie di tanti singoli. In questa prospettiva, la rappresentazione monumentale del 1940-45 appare quantomeno discutibile. La definizione della Seconda Guerra mondiale come “guerra di civiltà”, ormai entrata a pieno titolo nel linguaggio storiografico, rinvia ad una radicale contrapposizione di valori e di concezioni del mondo, prima ancora che ad uno scontro tra opposte alleanze politico-diplomatiche. La specificità dell’esperienza italiana sta nell’aver partecipato ad entrambi gli schieramenti; nell’aver combattuto per pochi mesi (estate-inverno 1940) una guerra “parallela” a quella tedesca e per i quasi tre anni successivi una guerra “subalterna” alle scelte politico-militari di Berlino; nell’aver attraversato nell’estate 1943 prima una crisi istituzionale (il 25 luglio), poi una devastante crisi militare, politica e morale (l’8 settembre); nell’essere stata divisa geograficamente e politicamente dalla linea del fronte ed avere di conseguenza vissuto due esperienze storiche del tutto diverse.

      Questa complessità non trova spazio nella rappresentazione monumentale perché non ha trovato spazio nella memoria. La coscienza collettiva ha rielaborato il passato con troppa fretta, proiettando assoluzioni e glorificazioni che scaturivano dalle urgenze politiche contingenti: quando il passato recente costituiva terreno privilegiato di legittimazione o, al contrario, di esclusione, non c’era spazio per considerare il tempo lungo 1922-1945 e per domandarsi “che cosa” e “perché” era accaduto. Il risultato dell’operazione è sotto gli occhi di tutti: esaurita la stagione che ha prodotto l’autorappresentazione, ha iniziato ad esaurirsi anche la memoria e siamo rimasti senza passato.   

      “Tempo di nuove domande” significa riprendere in mano il filo della storia e proporsi una narrazione che non parta dalla pregiudiziale della condanna morale, ma che alla condanna approdi come esito della riflessione critica. Se rispetto alla Germania questo significa interrogarsi sul modo in cui il nazismo è riuscito a manipolare e coinvolgere milioni di tedeschi per arrivare sino ad Auschwitz, rispetto all’Italia significa ripercorrere il periodo lungo 1919-1945, individuare gli ammiccamenti interessati e le adesioni convinte, spiegare le omologazioni: in altre parole, significa fare i conti con il nostro passato.

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