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Patente per il lavoro

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di Franco Belci del 7/9/2021

C’è uno scarto logico nel ragionamento di chi  paragona il “green pass” alla patente di guida: se decidi di non prenderla, puoi viaggiare ugualmente, passeggero di altri, oppure dei mezzi pubblici che ti consentono in ogni caso di raggiungere le mete che ti prefiggi. Per il “pass” non è così: se non lo hai, ti è precluso l’accesso in alcuni luoghi pubblici e potrebbe, in prospettiva, esserti precluso quello al lavoro: e quest’ultima è una questione sulla quale ogni scorciatoia può risultare scivolosa. Va innanzitutto sottolineato, che alcune sentenze (tribunali di Roma, Modena e Belluno) sono intervenute in materia, facendo riferimento all’ art. 2087 del codice civile: mentre quella del giudice di Roma riguarda la dipendente di una Rsa non soggetta ad obbligo vaccinale, ma che operava a contatto diretto con pazienti fragili,  i pronunciamenti dei tribunali di Belluno e Modena riguardano lavoratori del settore sanitario soggetti all’obbligo di legge previsto dal decreto legge 44/2021, dei quali i giudici hanno ricusato i ricorsi: e non è difficile supporre che la giurisprudenza si orienterà in questo senso. Ma per i lavoratori non soggetti a quell’obbligo la questione rimane aperta: e a me pare difficile sostenere che il Codice Civile possa prevalere sugli artt. 4. 32 e 36 della Costituzione e portare dunque direttamente alla punibilità del lavoratore. Né credo che il problema sia superabile per via contrattuale, visto che si parla di diritti costituzionali, sottratti alla negoziazione tra le parti, e che, dunque, l’obbligo del “green pass” possa essere introdotto aggiornando il protocollo del 24 aprile 2020. Forse, la strada da esplorare potrebbe essere quella dell’obbligo di tampone, con costi calmierati e ripartiti tra Stato, azienda e lavoratore. Del resto in nessun caso i lavoratori potrebbero essere licenziati: si contravverrebbe all’ art. 4 della Costituzione. Ma ritengo discutibile anche la sanzione della sospensione integrale dello stipendio: l’art. 36 prevede che “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Occorrerebbe perciò individuare, con molta fantasia, una soluzione che possa contemperare i due aspetti: l’assenza, peraltro imposta, del lavoratore, e il diritto alla retribuzione. In quanto all’obbligo vaccinale, mi pare difficile immaginare una legge che lo generalizzi. Non tanto per le posizioni diverse che esistono all’interno della maggioranza, quanto per aspetti delicatissimi sul piano giuridico: non a caso nessun Paese  europeo vi ha fatto ricorso. Vi sono pareri diversi tra i costituzionalisti in materia. Per quel che mi riguarda trovo convincenti le due condizioni individuate un paio di mesi fa da Michele Ainis: l’obbligo non potrebbe essere generale, e la categoria dei lavoratori ad esso sottoposti dovrebbe essere individuata in ragione degli specifici compiti ad essa attribuiti; inoltre, le conseguenze di un eventuale diniego dovrebbero essere “proporzionate”; “il lavoro – concludeva Ainis – è una sorgente di significati esistenziali: togliere il lavoro significa privare una persona della propria dignità”. Infine, finora l’obbligatorietà generale della vaccinazione ha riguardato solamente i bambini ed era verificabile nel momento dell’iscrizione alla scuola. Per gli adulti in età lavorativa l’esercizio del controllo non potrebbe che essere trasferito sul posto di lavoro, con i problemi sopra illustrati. Resterebbe tutta la platea di chi non rientra nel mondo del lavoro. Occorrerebbe individuare le persone  una per una e predisporre per ciascuno un trattamento sanitario obbligatorio. Mi pare irrealistico. Io credo che sia necessario battere ancora la strada di un paziente e faticoso lavoro di convincimento individuale, attraverso i servizi territoriali e i medici di medicina generale, col sostegno delle grandi organizzazioni sociali, com’è avvenuto per la scuola. Ma, accanto ad esso, sono necessari tutti quei provvedimenti di prevenzione la cui portata stiamo sottovalutando e che sarebbe invece indispensabile confermare e rafforzare. Proprio a cominciare dalla scuola.

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