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Generazione Windrush – Storie di ordinaria discriminazione 1 parte

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22nd June 1948: The ex-troopship 'Empire Windrush' arriving at Tilbury Docks from Jamaica, with 482 Jamaicans on board, emigrating to Britain. (Photo by Keystone/Getty Images)

di Giorgia Polli del 15/7/2021

Tra il 2012 e il 2013, il governo britannico conservatore, guidato da David Cameron, promosse una serie di leggi volte a contrastare duramente l’immigrazione illegale. Questo approccio, definito “hostile environment policy” (politica dell’ambiente ostile), favorito dall’allora Segretaria agli Interni Theresa May, finì per colpire in particolar modo gli immigrati della cosiddetta “Windrush Generation”, che arrivarono dalle colonie caraibiche negli anni del secondo dopoguerra. A quel tempo, veniva loro garantito il diritto di accesso nel Regno Unito e la possibilità di stabilirsi permanentemente sul suolo britannico, in virtù della necessità di reperire manodopera per aiutare il paese nel processo di ricostruzione economica post bellica.

Il flusso migratorio dalle colonie caraibiche proseguì a fasi alterne fino all’arrivo di nuove restrizioni durante gli anni ’70. Per il loro particolare status, molti di questi immigrati non ottennero mai la cittadinanza britannica e non disponevano dei documenti necessari che le nuove norme richiedevano, per l’accesso alle cure, al mercato del lavoro e per il godimento di altri diritti essenziali, che per la prima volta dopo decenni venivano loro negati, perché considerati immigrati irregolari.

Il “Windrush Scandal”, così venne in seguito definito in Gran Bretagna, comportò per molti la perdita del posto di lavoro, del diritto alle cure sanitarie, per alcuni significò addirittura un espatrio forzato.

 L’articolo che segue ha l’obiettivo di tracciare la rotta che gli immigrati caraibici seguirono negli anni ’50, quando lasciarono la madrepatria per raggiungere il Regno Unito, alla ricerca di un futuro migliore negli anni della depressione post bellica. Una speranza e un percorso comune a molte generazioni di immigrati, in fuga da miseria, guerre e carestie, con un carico di aspettative che molto spesso vengono deluse da un retroterra di pregiudizi, stereotipi e razzismo.

Il 23 giugno del 1948 attraccò a Tillbury l’SS Empire Windrush, una nave con a bordo 492 passeggeri provenienti dalle Indie Occidentali e partita da Kingston, capitale della Giamaica, la più popolosa delle isole caraibiche.

Per la maggior parte uomini, i nuovi arrivati, in cerca di migliori prospettive di vita, sbarcarono in un paese freddo, poco accogliente e ancora sotto shock in seguito all’esperienza bellica. Molti erano ex soldati che avevano combattuto nell’esercito inglese durante la Seconda Guerra Mondiale, e che, dopo essere ritornati nel loro paese natale, si trovarono a fare i conti con una situazione a dir poco preoccupante: il lavoro non si trovava e la qualità della vita era considerevolmente peggiore rispetto agli standard di cui godevano in Gran Bretagna. Molti di loro decisero quindi di fare ritorno nel Regno Unito. Questi primi pionieri, che diedero il nome alla cosiddetta Windrush Generation, furono presto seguiti da centinaia di altri migranti. Era solo l’inizio di un movimento di persone che sarà destinato a crescere in maniera esponenziale negli anni ’50.[1]

Per rispondere alla domanda sul perché così tanti immigrati provenienti dai Caraibi si riversarono in Inghilterra, bisogna considerare una molteplicità di aspetti. Nei territori delle Indie Occidentali, la situazione economica era tutt’altro che rosea: l’area, in seguito allo scoppio del conflitto, era stata abbandonata, gli investimenti erano bloccati, la disoccupazione raggiungeva proporzioni allarmanti e si innescò così un continuo processo di emigrazione di manodopera verso il Sud America e gli Stati Uniti. Infatti, fino al 1952, l’anno dell’approvazione del Mc Carran – Walter Act, la maggior parte degli immigrati provenienti dall’area caraibica preferiva emigrare verso il continente americano: era più vicino, più ricco ed inoltre c’era già una comunità di West Indians ben stabilizzata. Ma dopo la guerra, quando il flusso di persone dalle Indie Occidentali aumentò considerevolmente, i legislatori americani si affrettarono a modificare la normativa. La possibilità di entrare negli Stati Uniti per gli immigrati provenienti dalle isole fu ridotta drasticamente, limitando il numero delle entrate ad 800 all’anno, che dovevano essere equamente distribuite a seconda del luogo di provenienza. Questo fu un incentivo considerevole all’emigrazione verso il Regno Unito.[2]

Un altro elemento da tenere in considerazione nell’analizzare le cause di questo massiccio spostamento di individui, è sicuramente l’aspetto politico e le sue ripercussioni sul fenomeno migratorio: dal 1948 gli abitanti delle isole godevano del diritto di libera entrata in Gran Bretagna, senza essere soggetti ad alcuna restrizione, grazie al British Nationality Act[3].

Nel corso dei primi anni Cinquanta, il numero di immigrati non costituiva una preoccupazione agli occhi dei britannici. Ma la seconda metà del decennio conobbe un’impennata nel numero di nuovi arrivi: nel 1955 la cifra superò quota ventimila, per poi stabilizzarsi negli anni successivi. Cominciò a crearsi un movimento popolare a favore delle restrizioni all’ingresso degli immigrati nel paese, e ben presto anche in Parlamento si levarono voci a favore di questa posizione, che culminarono con l’approvazione, nel 1961, del Commonwealth Immigrants Bill[4].

Nei primi anni Cinquanta, tuttavia, il paese aveva ancora bisogno di manodopera in surplus per colmare i vuoti di un’economia che aveva perso durante la guerra una notevole quantità di forza lavoro, e che necessitava quindi di nuovi lavoratori, bianchi o neri che fossero. In particolare, il settore dei trasporti assorbì un grande numero di West Indians all’interno delle loro fila. La compagnia di trasporti londinese, la London Transport, fu molto attiva nei primi anni Cinquanta alla ricerca di potenziali lavoratori, e reclutò in gran parte caraibici, che furono impiegati in tutti i settori del trasporto urbano, sia su gomma che su rotaia.[5]

Per la maggior parte di questi immigrati, la vita in Inghilterra si rivelò terribilmente diversa rispetto alle aspettative che si erano creati: nel nuovo paese trovarono estati fresche e inverni gelidi, furono costretti ad alloggiare in quartieri malfamati o distrutti dalla guerra, in case cadenti e squallide. Una stanza per famiglia era la norma a quel tempo e gli immigrati che avevano la sfortuna di essere da soli si scontrarono con il razzismo e i pregiudizi anche nel mercato abitativo: spesso le stanze in affitto esponevano cartelli con le scritte “no coloureds” in bella vista.[6]

Mentre durante la guerra i nuovi arrivati tendevano a stabilizzarsi per la maggior parte nelle città di mare, nei porti (Cardiff, Liverpool) e nell’East End londinese, negli anni Cinquanta e Sessanta, si trasferirono prevalentemente verso le periferie delle grandi città, evitando invece gli insediamenti in Scozia e Galles e quelle parti dell’Inghilterra dove la disoccupazione era piuttosto alta. A Londra, un cospicuo numero di West Indians si concentrava in particolare nei quartieri di Brixton, nell’East End e in quei sobborghi che avevano perduto popolazione a seguito delle devastazioni subite durante il conflitto, come Harlesden e Notting Hill. Nuovi quartieri stavano nascendo per ospitare i lavoratori della classe media, in procinto di lasciare per sempre le case e le strade distrutte o danneggiate per trasferirsi in nuove abitazioni immerse nel verde, fuori città. In queste strade disastrate si stabilirono gli immigrati, costretti a pagare un affitto esorbitante per il solo fatto di avere la pelle nera e nessun posto dove andare.[7] E proprio quando gli abitanti “autoctoni” cominciarono ad abbandonare queste zone, gli immigrati cominciarono ad arrivare, con i loro usi e costumi, causando notevole preoccupazione tra i vecchi residenti.

Gli anni Cinquanta furono anche anni di strapotere dei conservatori, che rimasero in carica per tredici anni consecutivi, dal 1951 al 1964. Anni in cui i Tories cominciarono a gettare benzina sul fuoco, allarmando la popolazione e mettendola in guardia contro ipotetici pericoli causati dagli immigrati e dalla legislazione, che permetteva loro di entrare liberamente nel paese.  L’intolleranza era palpabile, strisciante, la discriminazione verso i cittadini di colore era evidente, soprattutto nei settori del mercato abitativo e lavorativo: molto di frequente le loro abilità e capacità professionali venivano completamente trascurate e un lavoratore specializzato veniva generalmente degradato alle mansioni di operaio generico.[8]

Ma questo razzismo subdolo, nascosto, nel giro di pochi anni lasciò il posto a manifestazioni di violenza e di guerriglia aperta nei confronti della popolazione di colore. Lo testimoniano i fatti accaduti a Nottingham e Notting Hill nell’estate del 1958.

A Nottingham, nel quartiere malfamato di St. Ann, la promiscuità di donne bianche e uomini neri era malvista e osteggiata dalla popolazione e dagli abitanti del quartiere e generò un’aperta ostilità che sfociò in episodi di furto e pestaggio ai danni degli immigrati da parte di bande di teddy boys.[9] Questo episodio alimentò una spirale di violenza e nelle strade si riversarono bande di giovani appartenenti a diverse etnie, armati di rasoi, coltelli, assi, bottiglie, che si diedero battaglia per diversi giorni.[10] Nel frattempo, alcune organizzazioni di ispirazione di destra si attivarono distribuendo volantini, scandendo slogan e tenendo incontri e conferenze, incitando la popolazione bianca al grido di “Keep Britain White”.

Ormai gli attacchi contro la popolazione nera erano all’ordine del giorno. Un’altra fiammata di violenza avvampò a Nottingham e Notting Hill, dove una folla di circa 200 persone scatenò la sua rabbia cieca contro le case degli abitanti di colore, che furono danneggiate a colpi di spranghe, mattoni, bottiglie, mentre gli assalitori scandivano slogan come “we’ll get the blacks”, e “lynch the blacks”. Alcuni ordigni rudimentali furono inoltre fatti scoppiare all’interno delle proprietà dei neri, a Notting Hill e Paddington e in quel periodo gli assalti alla popolazione di colore si moltiplicarono a Harlesden, Hackney, Southall, Stepney, Horsney, Islington, Brixton.[11]

Le cose peggiorarono ulteriormente nella primavera del 1959. Kelso Cochrane, carpentiere trentaduenne originario di Antigua, tornando a casa dall’ospedale di Paddington, fu vittima di un agguato da parte di un gruppo di sei individui che lo colpirono con numerose coltellate e poi lo abbandonarono sul marciapiede, ormai privo di vita.[12]

Le discriminazioni che gli immigrati dovevano affrontare ogni giorno nel nuovo paese, contribuirono a creare un nuovo senso di appartenenza e di solidarietà all’interno della loro comunità[13], che si rinsaldò al suo interno anche grazie alla riscoperta delle radici comuni, degli usi, dei costumi, del cibo e della musica.

Tratteremo prossimamente le vicende della comunità caraibica nel Regno Unito negli anni ’60, un decennio controverso: furono gli anni della Swinging London, della rinascita e del benessere, ma segnarono anche la nascita del National Front e si conclusero con il celebre discorso di Enoch Powell, conosciuto come “Rivers of Blood Speech”, in cui il leader conservatore preconizzava scontri violenti tra immigrati e cittadini britannici e si schierava apertamente contro l’immigrazione dalle colonie.    


[1] Colin Holmes, John Bull’s Island. Immigration and British society (London: Macmillan,1988), pag. 220.

[2] Colin Holmes. Op. cit., pagg. 220- 221. Dilip Hiro, Black British, White British (Harmondsworth: Penguin Books, 1973), pagg. 5- 6.

[3] Il British Nationality Act conferiva la cittadinanaza a tutti coloro che erano nati in una colonia britannica, con il titolo di Citizen of the United Kingdom and Colonies .

[4] Colin Holmes. Op. cit., pag. 221. La legislazione prevedeva la restrizione all’ingresso anche per i cittadini del Commonwealth, l’introduzione di permessi di lavoro e di quote riservate a particolari categorie professionali.

[5] Michael De Koningh, Marc Griffiths, Tighten Up! The history of reggae in the UK (London: Sanctuary, 2003), pagg. 11- 12.

[6] Michael De Koningh, Marc Griffiths. Ibidem.

[7] Michael De Koningh, Marc Griffiths. Ibidem.

[8] Michael de Koningh, Marc Griffiths. Op. cit. pag. 13.

[9] Gruppi di piccoli delinquenti il cui look era costituito da giubbotti foderati di velluto, cravatte a stringa, stivaletti alla caviglia e calzoni a tubo.

[10] Robert Winder, Bloody foreigners. The story of immigration to Britain (London: Abacus, 2005), pag. 364. Dilip Hiro. Op. cit., pag. 39.

[11] Dilip Hiro. Op. cit., pagg. 40- 41.

[12] Trevor Phillips, Mike Phillips, Windrush. The Irresistible Rise of Multi- Racial Britain (London: HarperCollins, 1998), pag. 184.

[13] La comunità di colore sentiva ormai la necessità di costituire organizzazioni autonome. Tra queste c’era la Coloured People’s Progressive Association, che aveva come scopi principali quello di tutelare i diritti dei propri membri in quanto cittadini, di battersi per la loro emancipazione sociale, politica ed economica e di facilitare il dialogo interetnico. Al tempo delle rivolte del 1958, contava più o meno 500 membri, un numero notevole all’epoca.

 La maggior parte delle energie e degli sforzi profusi dai militanti caraibici, furono incanalati in queste organizzazioni e non all’interno dei maggiori partiti politici del paese. A questo contribuirono non poco gli atteggiamenti e le dichiarazioni della classe politica britannica, sia di parte Tory che di parte Labour, che indirettamente indicavano la popolazione di colore come responsabile della situazione che si era venuta a creare.

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