di Sonia Kucler del 20/5/2021
Documentario “Il suolo minacciato” con Luca Mercalli
Negli ultimi decenni, per i noti problemi planetari, la storia dell’ambiente si sta affermando sempre più come materia di studio e di divulgazione. Cosa rende fragile un’area geografica? Già nei suoi tratti fisici essa dichiara esplicitamente le sue caratteristiche, le sue esigenze, le sue debolezze. Ma se l’uomo interviene su di essa superando i limiti dettati dalla sua natura inevitabilmente alimenterà un percorso fatto di incidenti e problemi legati alle acque, al suolo, alla vegetazione, all’aria che nel tempo difficilmente si recupereranno. Quindi materia grassa per gli storici dell’ambiente! Studiosi che lavorano attingendo a diverse discipline (botanica, biologia, chimica, economia, antropologia, ecc.), usando nuovi tipi di fonti oltre ad approcci e punti di vista inediti rispetto agli storici tradizionali, per produrre valutazioni sugli svariati temi inclusi nel loro paniere di studio (clima, energia, suolo, ecosistemi, sistemi produttivi, ecc.).
Quanto più un ambiente è stato trasformato tanto più sarà fragile e di conseguenza complessa la sua gestione. La città, ad esempio, proprio perché costruzione artificiale dimostra chiaramente come ogni intervento debba essere calibrato con mano sapiente e leggera per mantenere in vita il suo complesso ecosistema che necessita di enormi energie provenienti da altri ambienti (es. l’acqua pulita) e che riversa in uscita enormi quantità di materiali di scarto (es. l’acqua inquinata), quindi la città si dimostra un “parassita” dell’ambiente il cui metabolismo dipende dall’esterno. Le sue buone relazioni con gli ecosistemi naturali o seminaturali che si trovano di solito ai suoi margini, come prati, fiumi, boschi, campagne, sono per lei vitali. La sua intera costruzione poggia sul suolo e
di lui si avvantaggia. Ma cos’è il suolo? Pochi si interrogano sulla sua natura e sul suo valore in sé tranne, forse, quando si nota la palese inutilità di strade, parcheggi, capannoni, edifici spesso abbandonati. Vi sarà capitato di osservare degli operai mentre scavano lungo un marciapiede o ai bordi di una strada sotto l’asfalto per sistemare delle condutture. Viene alla luce un metro e più di terreno tagliato verticale come con l’affettatrice: questo è il primo strato di suolo che normalmente abbiamo sotto i piedi nel luogo dove abitiamo. Possiamo vederne la composizione, sassosa, argillosa, sabbiosa. Oppure in campagna, le distese a
perdita d’occhio di campi dissodati in profondità con la terra frantumata e aperta su cui cornacchie ed altri uccelli pasteggiano a vermi e insetti. Questi sono esempi che però sfuggono oramai alla nostra attenzione perché divenuti così comuni da lasciarci indifferenti.
Personalmente ho rivalutato il suolo proprio negli ultimi anni, vuoi per le attività di lavoro e studio, vuoi per esperienze anche casuali. La prima riguarda una performance del climatologo Luca Mercalli, che vidi nel documentario Il suolo minacciato (realizzato nel 2009 da Nicola Dall’Olio) mentre parlava del consumo di suolo in modo così anomalo da non scordarlo più. Accovacciato in mezzo ai campi appena arati della Pianura padana con l’immancabile farfallina a pois, raccoglie e stringe tra le mani una zolla di terra e ne tesse le lodi: nella scala dei valori da 1 a 8 questo terreno, ci dice con tono appassionato, è al primo posto. Il paesaggio ripreso in campo lungo alle sue spalle mostra una teoria di tralicci e capannoni. E’ un’immagine che lo storico dell’arte potrebbe definire “caravaggesca”, sacra e profana assieme, dove l’unico personaggio sta inginocchiato sulla nuda terra come davanti ad un luogo sacro, in questo caso il suolo terrestre, fatalmente assediato da diverse forme di
profanazione che l’occhio identifica immediatamente nei capannoni industriali presenti sullo sfondo. Immagine indimenticabile e potente che potremmo intitolare “suolo sacro”.
L’altra esperienza di cui mi preme parlare riguarda il mondo segreto e misconosciuto dei lombrichi di terra, quelli che forse qualcuno avrà visto emergere quando lavora nell’orto o nel giardino, se è fortunato, perché oggi i suoli con lombrichi sono sempre meno frequenti. Giravo in gennaio in un parco di Gorizia dopo giorni di piogge intense, quando su una spianata di cemento dedicata al basket notai un numero straordinario di lombrichi morti,
ancora rosei, indizio che la cosa era successa da poco. Per risolvere l’enigma sono risalita all’ultimo testo composto da Darwin pochi mesi prima di morire (1881), “L’azione dei vermi nella formazione del terriccio vegetale, con osservazioni sulle loro abitudini”, ricerche sul campo che Charles fece per ben quarant’anni nella villa di campagna dove teneva il laboratorio per i suoi studi sui vermi di terra, avvalendosi di preziose informazioni epistolari che gli giungevano da svariati luoghi del pianeta. Il suo giudizio, che non è cambiato a
tutt’oggi, è che noi dobbiamo una parte considerevole della fertilità del suolo proprio all’azione di ingestione, triturazione ed espulsione di quanto i lombrichi trovano nella loro vita di scavo sotterraneo. Infatti il luogo in cui avevo notato l’episodio è ricco di prati disseminati dalle calate o “torri dei lombrichi”. Suolo ricco, morbido, scuro, zona della città con la migliore terra orticola, tradizionalmente riconosciuta tale. Ma purtroppo in questo luogo non è arrivato in tempo l’influencer Mercalli a riprova del fatto che nella parte finale del parco, Basaglia
appunto, anni fa venne sacrificata una considerevole area per un parcheggio, di norma vuoto come una cattedrale nel deserto. Intervento che sicuramente poteva, come in moltissimi altri casi, essere fatto con maggiore attenzione alle scelte di fondo, all’uso di materiali meno invasivi e venir meglio inserito nel suo contesto. Forse in una cittadina come Gorizia è più facile trascurare il valore del suolo e del paesaggio perché appare come calata dentro
un tappeto verde che si pensa inesauribile? Ma anche qui il “topo” rosicchia il “formaggio”
nottetempo… L’esempio impone una ricerca più ragionata ed affidabile, infatti la situazione delle città e dei territori della nostra regione va analizzata sui dati del consumo di suolo elaborati e certificati annualmente da ISPRA, il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, che nel suo rapporto 2020 (dati relativi al 2019) definisce la situazione italiana come “non incoraggiante”. Questo rapporto, 293 pagine facilmente scaricabili in
rete dove si spiega che per “consumo di suolo” si intende l’incremento della copertura artificiale del suolo mentre con “suolo consumato” si intende la quantità complessiva di suolo con copertura artificiale esistente nell’anno considerato – è notevolmente articolato e complesso. Dai dati numerici si passa poi alle valutazioni che restituiscono un quadro preoccupante per l’intera penisola, che ha una media del 7,10% di consumo di suolo
rispetto al 4,9% della media europea, con “criticità nelle zone periurbane e urbane, in cui si rileva un continuo e significativo incremento delle superfici artificiali, con un aumento della densità del costruito a scapito delle aree agricole e naturali, unitamente alla criticità delle aree nell’intorno del sistema infrastrutturale, più frammentate e oggetto di interventi di artificializzazione a causa della loro maggiore accessibilità”. La perdita di superfici
naturali all’interno delle nostre città è valutato perciò come fattore molto negativo perché esse sono “superfici preziose per assicurare l’adattamento ai cambiamenti climatici in atto”. Tali processi riguardano soprattutto le aree costiere e le aree di pianura, mentre al contempo, soprattutto in aree marginali, si assiste all’abbandono delle terre e alla frammentazione delle aree naturali. Se grazie alla crisi economica ed edificatoria degli anni 2000 il consumo di suolo era rallentato, nella seconda decade del nostro secolo esso è ripartito tanto che “la velocità di trasformazione del territorio a scapito del suolo naturale si è ormai stabilizzata in oltre 50 chilometri quadrati l’anno, anche a causa dell’assenza di interventi normativi efficaci in buona parte del Paese o dell’attesa della loro attuazione e della definizione di un quadro di indirizzo omogeneo a livello nazionale”. Quindi l’iniziativa delle Regioni e delle amministrazioni locali sembra essere riuscita solo marginalmente, per ora, e solo in alcune parti del territorio, ad arginare l’aumento delle aree artificiali, rendendo evidente che il fenomeno sta procedendo per inerzia. Parola che pone seri interrogativi poiché i cambiamenti rilevati nell’ultimo anno rimangono particolarmente elevati in Veneto, in Lombardia e nelle pianure del Nord, mentre si sono intensificati lungo le coste siciliane e della Puglia meridionale e nell’area metropolitana di Roma; gradi elevati di trasformazione permangono lungo quasi tutta la costa adriatica. Consumi continui di suolo si riscontrano anche nelle aree protette, nei parchi e nelle zone a bassa densità e di margine che sono maggiormente a rischio, per cui gli habitat si frammentano in porzioni sempre più esigue e non connesse tra loro, con conseguente riduzione della fauna selvatica.
La nostra regione ha un consumo di suolo superiore alla media nazionale (7,98 rispetto a 7,10) mentre a livello provinciale Trieste sta al 21%, seguita da Gorizia (12,95), Pordenone (8,38) e Udine (6,78). A livello comunale è in vetta Monfalcone (46,07), seguono Udine (42,32), Pordenone (40,52), Trieste (32,4) e Gorizia (25,7). Guardando agli scenari futuri, ISPRA sostiene come quelli italiani siano valori molto lontani dagli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 che, sulla base delle attuali previsioni demografiche, imporrebbero un saldo
negativo del consumo di suolo. Invece calano gli abitanti ma il consumo di suolo aumenta visto che in Europa non c’è ancora una Direttiva quadro sul tema e che in Italia il Parlamento non ha ad oggi approvato una legge che abbia l’obiettivo di proteggere il suolo dalla sua progressiva copertura artificiale.
Portare prove e dimostrare l’urgenza delle problematiche legate al suolo significa invitare i governi, gli amministratori, i tecnici, gli urbanisti, i cittadini a prendere in seria considerazione la minaccia che esso rappresenta. Proprio una bella grana! Sarà troppo tardi? Se l’ambiente e la qualità della vita, concetti che da qualche tempo sono di casa negli ambienti della politica e dell’economia tanto da esser ritenuti elementi essenziali della pianificazione e dell’amministrazione della città, diventassero una precondizione di base per lo sviluppo economico forse si potrebbe correggere il tiro delle nostre azioni. Ma si sa che giocare con le parole è stata un’abilità indiscussa dei sapiens fin dagli inizi della loro storia.