di Božidar Stanišić del 20/5/2021
Postfazione al Libro Litigando con il mondo di Ivo Andrić BEE edizioni https://bit.ly/litigandoconilmondo
Una lontana infanzia bosniaca… Il breve racconto Prozor (La finestra) di Ivo Andrić si trovava nel libro di lettura della quinta elementare. La giovane maestra, supplente del nostro insegnante di serbo-croato che era malato, alla fine della lezione ci diede quel racconto come tema per il compito di casa. Ancor oggi direi che fu il caso ad aprire, sotto la sua mano, il libro di lettura proprio a quella pagina. Per gli insegnanti è facile per assegnare i compiti, e così fu per il tema La mia interpretazione del racconto ‘La finestra’. Ma era inverno, neve a profusione, le strade e i ripidi vicoli della mia città natale, Visoko, ricoperti dal bianco mantello ci attiravano con il divertimento assicurato da palle di neve, pattini e slittini. La magia della neve rende naturalmente più facile per i bambini dichiarare ai genitori di non avere compiti, o averne molto pochi. Inoltre, il racconto Prozor, paragonato ad Aska e il lupo, il racconto allegorico di Andrić sulla pecorella ballerina che si affida alla danza per rimandare la morte, mi pareva semplice e facile: il narratore ricorda una finestra rotta di quando era bambino; aveva rifiutato di essere complice del compagno Miško nel suo progetto di rompere i vetri a una donna anziana, che aveva severamente rimproverato i bambini che giocavano spesso sotto le sue finestre. Così il compagno, per vendetta, rompe una finestra di casa sua. Miško rimane impunito, mentre il narratore le prende dal padre e… Sì, viene punito anche se non aveva fatto nulla, ma – questo è tutto! Rimandai il compito alla sera, e la sera, intirizzito e assonnato, al mattino dopo. Scrissi solo alcune frasi, per ogni evenienza. Ma il caso volle che il registro della giovane supplente si aprisse alla mia pagina. Cercai di tirare in lungo la lettura delle mie poche frasi, ma era chiaro che il mio lavoro era affrettato e incompleto. Tuttavia, la maestra non mi diede un brutto voto, ma nel registro annotò il debito dell’alunno tal-dei-tali. Il giorno stesso rilessi Prozor un’altra volta, ma mi parve ancora più semplice. Ricorsi all’astuzia e ripetei il racconto con parole mie, aggiungendovi molti dettagli. Alcuni giorni dopo il nostro insegnante si accorse di quell’annotazione sul registro e mi chiamò fuori a leggere il mio nuovo tema. Tutto qui? Sì. Davanti al suo sguardo interrogativo mi venne in mente di dire che nella nostra biblioteca di casa avevamo una collana di opere scelte di Ivo Andrić e che si trattava di uno scrittore che aveva avuto il premio Nobel per la letteratura… E che, quando andavo alla sala di lettura cittadina per l’infanzia, passavo davanti alla vetrina dell’unica libreria di Visoko, dove si trovavano anche alcune opere di Andrić. Lui si mise a ridere e disse che i libri sugli scaffali delle biblioteche di casa e nelle vetrine delle librerie erano una cosa, mentre quelli nelle nostre mani e, naturalmente, nelle noste teste, erano una cosa ben diversa. Poi ci disse di tirar fuori i quaderni di grammatica. Tirammo tutti un sospiro di sollievo. Su Prozor, stranamente, non tornò più. Talvolta, molti anni dopo, mi sono chiesto quale potesse esserne la ragione.
Il racconto di Andrić Prozor mi tornò in mente all’università, mentre ero immerso in Dostoevskij. Era come se, da una nebbia lontana, nell’intento di instaurare un dialogo con il Raskol’nikov di Delitto e castigo, si fosse messo a parlare il ragazzino punito per un atto che non aveva commesso da solo. Rilessi Prozor e ne sottolineai alcuni punti per me fondamentali, aggiungendovi anche un punto di domanda accanto a una citazione: Il mio compagno non aveva molta pazienza, né amava spiegare le cose, e pretendeva solo che dichiarassi se volevo o no partecipare con lui all’incursione contro le finestre della vecchia donna. Risposi di no[1]. Sì, il ragazzo che pronuncia quel no odia quella vecchia non meno di Miško, ma il suo pensiero è diverso: romperle le finestre mi sembra un castigo troppo pesante[2]. No, pensai, non c’è in lui l’energia che ha messo in moto la mano di Miško che stringe una pietra, né la volontà dell’assassino di Dostoevskij di trasformare il pensiero in azione. Certo, il suo odio nei confronti della vecchia malevola non è minore, ma l’azione è diversa. L’azione è anche frutto di una nostra scelta – ed è la stessa cosa se siamo mossi da amore o da odio? Mentre siamo nel campo della scelta, siamo ancora sulla via di un’etica realizzabile? Ed è una via sulla quale si rimane, oppure dalla quale si devia, il tempo della scelta non è e non può essere troppo prolungato. Il pensiero è una cosa, l’azione è qualcosa di ben diverso. Ma fu qui, comunque, che aggiunsi il punto di domanda (al quale sarei tornato alcuni anni dopo, mentre ero immerso nei labirinti di ethos e di praxis del romanzo Il derviscio e la morte di Meša Selimović).
Malgrado questo e alcuni altri dilemmi di lettore[3], all’università e in seguito, alla fine di Settanta, durante i miei primi anni di insegnamento, il “mio Andrić” comunque non si differenziava molto da un “Andrić universalmente noto”, lo scrittore della complessa cosmogonia romanzesca e novellistica della Bosnia di epoca ottomana e asburgica. Nel 1980 fu pubblicato lo studio Rani Andrić[4] (Il primo Andrić), frutto dell’annosa ricerca di Miroslav Karaulac[5], saggio che avrebbe ricoperto un ruolo fondamentale nella mia percezione dell’opera di Andrić. Coscienzioso come un ricercatore che non si permette il lusso della supposizione[6], biografo eccellente, e inoltre uomo paziente e misurato, in quel suo studio[7] Karaulac cerca di illuminare anche i dettagli in apparenza più insignificanti dell’infanzia di Andrić, della giovinezza e dei percorsi di maturazione di un autore di un’opera letteraria irripetibile. Così come lo stesso Andrić, Karaulac usa materiali storiografici e archivistici, corrispondenza e documenti amministrativi per gettare luce su quel primo periodo della vita dello scrittore, del tutto eccezionale e decisivo per il suo percorso letterario. Trattandosi di un autore che per quanto riguardava la rivelazione diretta di fatti personali era rimasto il più avaro della Pleiade degli scrittori slavi meridionali, la ricerca di Karaulac fu un compito per nulla facile. Ma, occuparmi di Andrić significava per me anche occuparmi di un’epoca e della storia[8]. E – non solo in Bosnia e negli altri Paesi dell’Austria-Ungheria, ma in tutta Europa, sia nei decenni precedenti l’attentato di Sarajevo, sia soprattutto fra le due guerre – la storia non mancava. Il giovane Andrić vi prese parte attiva: dalla sua affiliazione a società segrete, alla vicinanza ai circoli della gioventù studentesca e operaia rivoluzionaria, fino all’incarcerazione per gli ideali dell’idea jugoslava e di giustizia sociale. Tuttavia, all’interno del più vasto ambito della storia in movimento, a Karaulac non sfuggono i dettagli (che possiamo superficialmente considerare inezie, ma sono quelle che significano la vita) il cui ruolo nella formazione della visione del mondo di Andrić non si può davvero ignorare. Quel contesto comprende l’infanzia di Andrić a Višegrad, i suoi anni di ginnasio a Sarajevo e la prima ebbrezza per la letteratura e la rivolta sociale, gli studi di filosofia a Zagabria, Vienna e Cracovia, interrotti dall’inizio della Grande Guerra, i giorni di carcere e di internamento, i primi passi nel servizio diplomatico del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni… Nel periodo dell’infanzia di Andrić, Karaulac trova le fonti alle quali, negli anni maturi e fecondi della creazione artistica, lo scrittore attingerà come letterato che non dimentica gli uomini e gli ambienti grazie ai quali si è formato come artista e come uomo. Così nel romanzo Il ponte sulla Drina, lo troviamo “nascosto” fra gli studenti che al crepuscolo della vigilia di grandi avvenimenti si radunano alla porta del ponte (Andrić ama davvero mascherarsi, come Goya nel suo Conversazione con Goya; la maschera gli permette la distanza e, allo stesso tempo, la partecipazione alla vita e all’arte). Anche in molti altri suoi Racconti dall’ombra (ai quali occorre aggiungere anche gli scritti apparentemente occasionali, i ricordi e gli articoli) i giorni dell’infanzia e della prima giovinezza di Višegrad e di Sarajevo hanno un ruolo innegabile.
Senza Rani Andrić, sarebbe impensabile il racconto Dug (Il debito) di Danilo Kiš[9], presente nella raccolta postuma Lauta i oziljci (Il liuto e le cicatrici)[10]. Questo eccezionale hommage[11] narrativo ad Andrić, che Kiš considera uno dei suoi padri e maestri letterari, formalmente è frutto sia di una riduzione del numero di persone presenti nel libro di Karaulac a una cerchia ristretta di personaggi fondamentali per la semantica del suo racconto, sia, certamente, di un procedimento di trasformazione di figure reali in personalità-paradigmi attraverso un processo di estrema condensazione narrativa[12]. Il “debitore” di questo racconto di Kiš è lo stesso Andrić sul letto di morte, uno scrittore che desidera pagare i propri debiti terreni. Per quanto riguarda quelli spirituali, – dice Kiš – quelli nessun uomo li ha mai restituiti: né a Dio, né a sua madre, alla lingua, o alla patria[13]. A chi Andrić (che Kiš “fa tornare” alla prima giovinezza, quando nella Sarajevo dell’epoca austriaca era borsista della Società culturale croata Napredak) vuol restituire i propri debiti terreni, e come distribuirà quelle duecento corone asburgiche? Solo qualche eccezione turba la perfetta determinazione dell’Andrić di Kiš di “sdebitarsi” esclusivamente con coloro che nel periodo della sua infanzia e giovinezza hanno lasciato in lui tracce indelebili, prima di tutto con il loro impegno nell’affermazione dei valori del buono e del bello, della virtù e della conoscenza, nonché del chiaro rapporto fra pensiero, parola e azione. Primo nell’“elenco” di creditori del Debito di Kiš è Ivan Matkovšek, Wachtmeister[14], padre adottivo di Andrić, che gli aprì gli occhi sui paesaggi, come un militare impara dalla carta a leggere l’aspetto di un territorio; la seconda è Ajkuna Hreljić[15], che per prima lo condusse per mano al di là del ponte; seguono la zia Ana Matkovšek, sorella della madre, che gli insegnò il linguaggio dei fiori e delle piante[16], e altri ancora.
Nel suo straordinario hommage ad Andrić, Kiš sottolinea implicitamente un dato di fatto, del resto costante, nell’opera dell’autore al quale, come lui stesso afferma, deve molto. Si tratta del rapporto di Andrić con i suoi personaggi, che appare sempre della stessa intensità, sia nei macrocosmi di Oriente e Occidente, sia nei microcosmi della sua opera narrativa, ambienti che, come sappiamo, si incontrano, entrano in contrasto o, semplicemente, si confrontano sul suolo della Bosnia. In ogni caso emerge la sua convinzione che il portatore della storia, di ogni storia e in ogni circostanza, è l’individuo (sia esso il gran visir, un mendicante, una cantante d’opera, un condottiero, un contadino, la proprietaria di un hotel, un console, un frate o quel povero zingarello che, durante i festeggiamenti per il completamento della costruzione del ponte sulla Drina, si ingozzò di halva e morì). E l’individuo ha sempre il proprio volto. Ossia, deve averlo, perché la storia e tutto ciò che essa porta, crea o annienta, senza l’uomo non esiste, proprio come senza il suo volto non esiste neppure una veritiera idea umana sulla comprensibilità dell’universo.
In questa raccolta di racconti di Andrić incentrati sul tema dell’infanzia e dell’adolescenza, il lettore si troverà nel campo di una narrazione semanticamente lontana dai fatti documentati da Kiš nel suo Il debito, racconto influenzato dall’acuto sguardo di Karaulac sul periodo decisivo per la formazione di Andrić uomo e scrittore. Invece di quello spazio, individuato da Karaulac e magistralmente articolato da Kiš nel suo hommage ad Andrić, quasi completamente colmato da luminosi esempi che indicano i valori universali dell’etica, della conoscenza e della bellezza, in questi racconti troviamo gli spazi della psiche di bambini e di adolescenti colti nel drammatico e penoso smarrimento davanti ai difficili e misteriosi interrogativi che riempiono il loro essere, sulla “soglia” di una “casa” non ancora esplorata, dominio di un unico proprietario – il mondo degli adulti.
In tutti i racconti di questa raccolta parla la voce di un profondo osservatore dell’infanzia e dei primi passi della giovinezza. Solo condizionalmente potremmo aggiungere al concetto di “osservazione” l’attributo “personale”[17]. I piccoli uomini che noi chiamiamo “bambini” hanno i loro grandi dolori e le loro lunghe sofferenze, che in seguito, quando sono persone sagge e adulte, dimenticano. O meglio, perdono di vista. Ma se potessimo calarci di nuovo indietro nell’infanzia, come nel banco delle elementari da cui siamo da tanto tempo usciti, potremmo di nuovo rivederli. Laggiù, da quella prospettiva, quei dolori e quelle sofferenze continuano a vivere ed esistono come ogni realtà.[18]. Un simile sguardo sull’infanzia potrebbe esser lanciato – non è vero? – solo da un uomo e da uno scrittore che non dimentica e che – senza lasciare nulla all’oblio o alla casualità dei ricordi marginali[19] –, cerchi di rendere ogni racconto uno specchio impietoso. Un simile atteggiamento nei confronti del mondo e degli uomini, essenziale e fondamentale in quel lungo percorso dalla realtà della vita alla realtà del racconto, presuppone evidentemente, già di per sé, la necessità di un’impietosa analisi dell’infanzia e dell’adolescenza e il rifiuto di ogni idea di abbellimento del tempo e dei luoghi delle prime immagini e delle prime consapevolezze dell’esistenza.
Sì, anche in questa tematica Andrić è ciò che è – uno scrittore dall’orientamento universalmente realistico, che innanzi tutto rimane eccezionalmente vicino alla vocazione dei grandi autori europei del XIX secolo. La verticale da Dickens e Balzac a Turgenev, Zola e Strindberg può forse essere laconicamente ridotta al concetto di rifiuto di qualsiasi fuga dalla realtà della società e della psiche individuale in cui si specchia il teatro del mondo. Nel teatro del mondo dell’infanzia e dell’adolescenza di Andrić il dolore e la paura, e accanto a loro la sofferenza come inevitabile conseguenza, rappresentano gli oscuri campi emozionali sui quali l’autore punta la luce della narrazione, dalla quale emergono davanti a noi anche alcune figure diverse del mondo degli adulti, quelli che non hanno dimenticato di essere stati anche loro un tempo quei piccoli uomini che noi chiamiamo “bambini”. E questo avviene sempre nella cornice molto precisa del suggestivo milieu di una realtà intensamente rivissuta.
La luce di quella narrazione, nel contesto dell’abisso che in Andrić separa il mondo degli adulti da quello dei bambini (con l’eccezione dei fragili ponticelli che rappresentano quelle figure diverse, come, per esempio, zia Mila del racconto Mila e Prelac), può essere vissuta e, allo stesso modo, interpretata, anche come una particolare antimetafora rispetto alla torre, metafora centrale dell’omonimo racconto (e forse anche di tutta questa raccolta) che inizia con la rampogna Lazare, crni sine![20] (Chi di noi, nati in Bosnia, mondo che, come sappiamo, costituisce l’ambito fondamentale della cosmogonia letteraria di Andrić, non è stato almeno una volta chiamato così? Quell’attributo crni, “nero”, è paradossalmente trasparente. È il colore di quella differenza che gli adulti, anche all’epoca della crescita dell’autore di queste righe, usavano in un chiaro contesto di ammonimento per ogni deviazione dagli spazi precisamente delimitati dell’obbedienza che ogni bambino doveva rispettare.) La descrizione dettagliata di Andrić dell’antica polveriera turca a forma di torre, descrizione che il lettore può percepire come un luogo classico del procedimento narrativo di uno scrittore, nel quale possiamo tanto spesso muoverci come attraverso un’antica carta piena di toponimi ricoperti di muschio o scomparsi del tutto, in questo caso è la metafora vivente del rapporto fra il mondo degli adulti e quello dei bambini. La torre, che ha da tempo ormai perso sia la sua reale destinazione sia l’antico aspetto, con muraglie che già si sgretolano e, come tali, sono la viva testimonianza del tempo che, come in quel canto popolare, innalza torri e castelli, ma anche, essendo tempo, li innalza e li abbatte, non ha più un tetto. Al suo posto si vede il cielo luminoso. È lo stesso cielo dei giorni giovanili dell’autore, in un mondo diverso e migliore, ma che, sembra, nella sua età matura vivrà una metamorfosi, diventando visione di un’implacabile storia del mondo al cui centro si troverà la Bosnia, terra fra Oriente e Occidente, nella quale, secondo l’opinione dello stesso autore, le cronache dei tempi felici sono molto brevi. Tuttavia, quel cielo luminoso, come dice anche la voce di Andrić in questo e in altri racconti, non sarà dimenticato.
Delle storie interne al racconto La torre a cui Lazar partecipa, la prima riguarda il gioco di guerra dei bambini divisi in serbi e turchi (in un chiaramente intuibile periodo post-ottomano, il che, nell’attuale Bosnia etnicamente divisa, può testimoniare la non effimera ansia di Andrić per il destino del suo Paese natale). Un’altra storia riguarda la torre come luogo remoto in cui avviene l’incontro fra Djordje, il ragazzino più grande e più aggressivo del gruppo, e la bambina Smiljka, che a Lazar fa intuire quella cosa, che accade fra donne e uomini. L’antica torre, sia pur cadente, umida, buia e in rovina, acquista per Lazar l’importanza di un mondo di fantastica intimità, lontano dalla società in cui dominano gli adulti (i cittadini, il centro, la scuola, la casa, la famiglia). La torre è il chiaro confine che divide l’infanzia, che è la vita, quella principale e reale, dei desideri e dei sogni, dalla vita degli adulti, noiosa e ripetitiva: una vita che è anche incomprensibile e, come tale, un motivo per essere in lite con il mondo, motivo che ritorna in tutti i testi di tutta questa raccolta. Al ragazzino di Andrić Litigando con il mondo, nel cui finemente cesellato labirinto psicologico predominano gli interrogativi sugli adulti e i bambini, sembra che anche l’attributo di “sospetto” (assegnato dalle autorità a un uomo a lui sconosciuto e accettato dagli altri come una verità, ma anche come un avvertimento che il potere[21] – come ancor oggi si dice in Bosnia – è più intelligente e più forte di tutti i suoi sudditi) renda ancora più profondo quell’abisso di già citate differenze. Nella coscienza infantile e nei primi presagi della sessualità anche l’amore appare un mistero incomprensibile, come nel racconto Mila e Prelac. E accanto all’amore anche la morte, incomprensibile per il bambino pure nella più lontana ipotesi di un possibile non-io, ma vicina e percettibile quando appare sotto l’aspetto della tragica fine dello strano forestiero e del definitivo allontanamento di zia Mila, una creatura fiera e felice, di eterna gioia e di onnipotente e perenne bellezza[22].
Anche la paura, che può nascere in un bambino come un’energia autodistruttiva, provocata dal danneggiamento apparentemente banale di un libro dato in prestito nella biblioteca scolastica dal sarcastico e temibile professore bibliotecario, è uno di quei misteri causati dai fenomeni di questo mondo[23]. Come motto del racconto Il libro, nel quale assistiamo a un crescendo di paura che giunge al culmine della sua carica emotiva negativa, ma infine anche al suo liberatorio epilogo, lo scrittore sceglie tre versi di un canto popolare musulmano, caratterizzato dal lamento Moj Mejtefe[24], moj veliki strahu!, assieme un interrogativo di Leopardi sulle ragioni dell’infelicità infantile[25]. Nella parte introduttiva di questo racconto Andrić mette in rilievo il fatto che la paura che nasce in un bambino a contatto con la società e le sue leggi – negli anni successivi, con lo sviluppo intellettivo e una corretta educazione, svanisce, oppure, al contrario, gli rimane dentro, cresce assieme a lui, gli riempie, gli spezza e gli annienta l’anima, avvelena la sua vita come una malattia nascosta e un grave peso[26]. In tal modo, nel mondo dei grandi, Andrić implicitamente distingue coloro che ricordano i traumi dell’infanzia da quelli che li hanno repressi, anche se sia gli uni sia gli altri dovranno prima o poi sperimentare l’incontro con quella torre; e non importa se, alla fine dell’omonimo racconto, quell’antica costruzione è stata rasa al suolo, e al suo posto, come ricoperto dal colore di un falso oblio, oggi verdeggia un parco cittadino. E la memoria, che anche quando in modo apparentemente definitivo apparteniamo al mondo degli adulti mantiene i suoi contorni taglienti, colma degli interrogativi che nascono dal desiderio inesauribile dell’individuo di conoscere se stesso e i rapporti con il mondo, spesso limitato da incomprensioni e contrasti con quanto ci circonda, è davvero lo spiritus movens di questi racconti che hanno per tema l’infanzia e l’adolescenza. Senza tale memoria non esisterebbe la storia della bambina Roza Kalina del racconto Sulla riva, né la calata di Andrić in un’antica leggenda del castello di Dobrun, nell’estate di un secolo e di un’epoca lontani[27] nel racconto La gita. Per il primo racconto sembra che per lo scrittore sia sufficiente percepire lo sciabordio del fiume della sua giovinezza, per il secondo gli basta un chiodo che uno dei ginnasiali in gita trova casualmente fra le pietre delle rovine dell’antico maniero nelle vicinanze di Višegrad. (Qui è evidente un altro punto di vicinanza di Andrić con i maggiori autori del racconto breve della letteratura mondiale, ai quali, per lo sviluppo della storia, basta un oggetto qualsiasi da porre al centro del punto focale narrativo. Forse è sufficiente ricordare, per esempio, la collana di una novella di Maupassant?) Qui, inoltre, ritroviamo anche l’Andrić fedele a una visione della Bosnia come Paese storicamente stratificato[28].
Anche nel racconto Panorama, dal punto di vista letterario forse il più complesso di questa raccolta, Andrić rimane fermamente legato alla oggettualità della struttura in legno a forma di prisma (…) Tutto intorno, a intervalli regolari, c’erano delle aperture per potervi guardare dentro; queste consistevano di due lenti binoculari di vetro speciale, incorniciate di caucciù nero[29]. Nella sua descrizione l’autore è, come sempre, preciso fino al minimo dettaglio, tanto da farci sembrare che, nella fantastica ipotesi della scomparsa o della distruzione di tutti i moderni sistemi video, potremmo essere in grado, seguendo la sua descrizione, di ricostruire quell’antico prodigioso apparecchio per la trasmissione delle immagini. Il narratore di Panorama (racconto nel quale le ristrettezze del periodo scolastico di Andrić a Sarajevo si riflettono nei minimi particolari) ricorda perfettamente anche il suo sdoppiamento interiore nei confronti del mondo reale, quando per lui, seduto nel Panorama, iniziava la vita vera, grande e radiosa. Tutto ciò che fino a quel momento aveva significato per me la vita reale, sprofondava nell’inesistenza[30]. Davanti agli occhi del ragazzino si alternano le città del mondo, le loro immagini sono abbellite fino all’irrealtà (oggi lo potremmo facilmente interpretare come un preannuncio profetico del mondo virtuale della fine del XX e dell’inizio del XXI secolo) e appaiono come effetti di una magia per lui divenuta sinonimo di felicità e beatitudine, tanto da condurlo a incomprensioni con i compagni. Uno di loro è Lazar (sicuramente lo stesso ragazzo di altri racconti di questa raccolta), l’opposto vivente della fantasia del narratore di Panorama. Per Lazar le scene del Panorama sono solo paesaggi dipinti, morti. Un’immagine è un’immagine, e il mondo è il mondo[31], conclude Lazar il suo giudizio su tutto ciò che riguarda quel mondo abbellito e irreale. Tuttavia, in quella laconica formulazione del definitivo parallelismo fra realtà e virtuale, è contenuta anche una particolare possibilità di doppia lettura della “verità” di questa affermazione. Da un lato, Lazar è vicino a tutti noi, che nei Panorami della nostra epoca vediamo la metafora della fuga dell’uomo nel virtuale con ignote possibilità di ritorno, ma, dall’altro, Lazar è anche lontano da ciascuno di noi, che possiamo vivere l’immagine anche come metafora di un diverso modo di vedere il mondo nella sua trasformazione in possibile esperienza artistica. E l’immagine, con tutta la sua banalità, conduce il narratore di Panorama alla creazione di un racconto sul destino apparentemente immaginario della bambina Margarita nella lontana Rio. Adulto, ingegnere, con un’esperienza di vita con gli altri uomini, talvolta un po’ meglio e talvolta molto peggio[32], il narratore si abbandona all’“ingegneria” della costruzione di quella storia, in cui la distanza oceanica gli serve da riparo, adatto per allontanare ogni dubbio che qualsiasi elemento della sua narrazione riguardi minimamente anche lui. Così, come nelle sequenze delle altre brevi storie interne al racconto Panorama, quell’io appare come l’enunciato di un uomo che vuole dichiarare la sua passione infantile per il semplice meccanismo che produceva non solo il mondo virtuale, ma anche i sogni.
Alla fine di questo viaggio nel mondo dei racconti di Andrić sull’infanzia e l’adolescenza, mi pare di comprendere meglio il motivo per cui il mio insegnante di lingua e letteratura delle elementari non tornò più sul tema del racconto Prozor. Sono convinto che anche per lui, che pur sapeva usare tanti modi interessanti per appassionarci alla lettura, era chiaro quanto per quel testo di Andrić fosse ingannevole l’etichetta racconto per bambini.
[1] Ivo Andrić, Prozor, in Deca, Svjetlost, Sarajevo, p. 58.
[2] Ibidem.
[3] I miei primi dubbi su uno sguardo narrativo di Andrić esclusivamente concentrato, come sostenuto da molti critici, sulla Bosnia come terra ai confini fra Oriente e Occidente, caratterizzata da una quasi completa assenza di cinque secoli dall’ambito culturale europeo, nacquero dal mio incontro con racconti come La donna sulla pietra, Conversazione con Goya, Racconto del Giappone, Aska e il lupo… Intuivo, certo in modo confuso, un Andrić possente nell’ombra dei suoi romanzi maggiori, soprattutto Il ponte sulla Drina e La cronaca di Travnik, che nel mondo, oltre al premio Nobel, gli avevano valso anche l’attributo di “Omero balcanico”. Fin dall’inizio del mio esilio italiano, causato dall’ultima resa dei conti interetnici in Bosnia ed Erzegovina, non mi fu difficile constatare che anche la ricezione italiana e, in genere, europea, di Andrić era basata su quella “notorietà universale” senza una visione più approfondita dell’opera completa dell’unico premio Nobel delle letterature slave meridionali. Quell’“ombra”, creata in un certo senso dallo stesso Andrić con la grandezza dei suoi romanzi, e soprattutto dai lettori del suo Paese natale e nel mondo, affascinati proprio da quelle opere, è oggetto del mio saggio Racconti dall’ombra, che costituisce la postfazione della raccolta La donna sulla pietra (Zandonai, Rovereto 2011).
[4] Miroslav Karaulac, Rani Andrić, Prosveta-Beograd, Svjetlost-Sarajevo, 1980.
[5] Miroslav Karaulac (1932-2011), narratore, poeta e saggista, è ritenuto dal curatore di questa raccolta di racconti il miglior conoscitore del percorso di vita di Andrić.
[6] Nebojša Grujičić, Pisac u istoriji (Intervista con Miroslav Karaulac), “Vreme”, n. 896, 6. marzo 2003.
[7] Una seconda edizione, ampliata e completata con un capitolo sul fascismo in Italia, sul soggiorno a Zagabria e con note sui libri letti, è stata pubblicata dagli editori belgradesi Prosveta nel 2003 e Filip Višnjić nel 2010.
[8] Nebojša Grujičić, op. cit.
[9] Danilo Kiš (1935-1989), scrittore jugoslavo. Fra le sue opere più significative si annoverano i romanzi della trilogia Giardino, cenere, Dolori precoci e La clessidra.
[10] Danilo Kiš, Lauta i oziljci, Feral Tribune, Split, 1994; Beograd, 1994.
[11] L’omaggio nacque nel 1986, mentre Kiš stava preparando l’edizione francese del romanzo di Andrić La signorina. Benché lasci al lettore un’impressione di compattezza, Dug, scritto da Kiš all’inizio della sua malattia, è uno dei suoi racconti incompiuti; cfr. le note di Mirjana Miočinović, curatrice di Lauta i oziljci, Feral Tribune, Split, 1994, pp.109-110.
[12] Ibidem, p. 110.
[13] Danilo Kiš, Lauta i oziljci, op. cit., p. 86.
[14] Sottoufficiale, incaricato militare con il compito specifico di controllare eventuali cambiamenti del territorio della fascia di confine.
[15] Ai tempi dell’infanzia di Andrić a Višegrad, Ajkuna, giovane vicina di casa di sua zia Ana, fu la prima persona che accompagnò il futuro autore de Il Ponte sulla Drina al di là del ponte, la fondazione pia del gran visir Mehmed-pascià Sokolović. Quando, ormai famoso, ritornò a Višegrad, Andrić fece visita per prima ad Ajkuna, ormai molto anziana.
[16] Danilo Kiš, op. cit., p. 87.
[17] Anche se, in realtà, nelle opere di Andrić di solito non è difficile riconoscere la sua voce, anche quando l’autore ci sembra perfettamente mascherato, si tratta comunque di una somma ridotta di tutte le esperienze in cui gli altri vengono realizzati come riflessi della storia, dell’arte, della filosofia, della scienza, nonché della generale dialettica delle cose e degli uomini, della cronaca di un’epoca, e soprattutto degli incontri e dei dialoghi nel contesto essenziale della sua empiria della viva realtà. L’esempio più vivido è dato da Znakovi pored puta (Segni lungo il cammino), che i conoscitori dell’opera di Andrić possono facilmente rivivere come il “Libro dei libri” di questo scrittore, in cui l’io dell’autore figura come una somma della molteplice esperienza altrui, in senso sia sincronico, sia diacronico. (Frammenti di queste prose sono stati parzialmente tradotti in italiano nell’edizione di Mondadori dei Meridiani: Ivo Andrić, Romanzi e racconti, Milano, 2001 e nella raccolta di racconti di Bottega Errante Edizioni: Ivo Andrić, In volo sopra il mare, Pordenone, 2017).
[18] Ivo Andrić, Deca, op. cit., pp. 54-55.
[19] Cfr. Lettera del 1920, il racconto di Andrić che possiamo definire lo scritto più strumentalizzato della letteratura mondiale del XX secolo. (Quanti lettori in Occidente non hanno sospirato davanti all’interrogativo “come aiutare la Bosnia nella finale resa dei conti interetnici?”. Non è stato forse lo stesso Andrić a dire che la Bosnia è la terra dell’odio? Ma chi si è chiesto, in realtà, dove sia finito colui che nel racconto pronuncia quelle parole, Max Levenfeld? Quel personaggio muore in una piccola località spagnola, durante una guerra civile altrettanto caratterizzata da odio – ideologico – fra falangisti e difensori di una Spagna democratica.)
[20] Letteralmente Lazar, figlio nero!, reso in italiano come Lazar, figlio sciagurato! Ivo Andrić, La torre, in Litigando con il mondo, BEE, Pordenone, 2021, p. 49.
[21] Andrić è stato spesso accusato di aver “sospeso”, dalla fine della Prima guerra mondiale, e in particolare dopo la conclusione della Seconda, ogni critica esplicita sul conto della società e dei suoi contemporanei. È un giudizio tipicamente superficiale e spesso malevolo sul rapporto di Andrić con la cosiddetta prima Jugoslavia, quella monarchica, e con la seconda, quella di Tito. In entrambi i casi si tratta di ignoranza dell’opera di questo scrittore, la cui scelta è invece chiara: parlare di tutto, ma parlare per mezzo dell’opera letteraria. E lo stesso vale anche per il potere, come fece nelle sue opere capitali, e in modo specifico in Segni lungo il cammino. Benché il racconto Litigando con il mondo (pubblicato nel 1958) si riferisca al periodo dell’ordinamento precomunista della patria di Andrić, ritengo che lo scrittore – che anche questa volta usa il procedimento a lui caro di spostare certi fenomeni sociali nel passato – abbia dato un personale contributo letterario gettando un fascio di luce sul periodo degli anni Cinquanta, un’epoca di rese dei conti per nulla “delicate” del regime, non solo con i propri avversari, ma anche con ogni tipo di critica sul suo conto. Alla vigilia e nel corso della Prima guerra mondiale Andrić aveva sperimentato sulla propria pelle che cosa significasse essere sospetto, subendo il carcere e, in seguito, l’internamento.
[22] Ivo Andrić, Mila e Prelac, in Litigando con il mondo, op. cit., p. 62.
[23] Ivo Andrić, Il libro, in Litigando con il mondo, op. cit., p. 87.
[24] Mejtef o mekteb, dall’arabo, scuola elementare religiosa islamica.
[25] Torno a domandare. Perché fatta / Così infelice la fanciullezza? (dallo Zibaldone).
[26] Ivo Andrić, Il libro, in Litigando con il mondo, op. cit., pp. 87-88.
[27] Ivo Andrić, La gita, in Litigando con il mondo, op. cit., p. 157.
[28] “Al contrario, diceva il giovane, credo che ci siano pochi posti al mondo meno desolati e meno monotoni. Basta scavare un palmo sotto terra per trovare tombe e resti del passato. Ogni campo qui è un cimitero a strati, una necropoli sull’altra, a immagine delle differenti popolazioni che sono nate e morte in questi luoghi nel corso dei secoli, un’epoca dopo l’altra, una generazione dopo l’altra. Questi cimiteri sono testimonianze di vita, non di vuoto e di desolazione.” (Da Ivo Andrić, La cronaca di Travnik, Mondadori, Meridiani, Milano 2001, p.153).
[29] Ivo Andrić, Panorama, in Litigando con il mondo, op. cit., p. 111.
[30] Ivi, pp. 112-113.
[31] Ivi, p. 125.
[32] Ivi, p. 137.