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La Piazza del biscotto littorio

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di Stefano Pizzin del 1/5/2021

Cinque milioni e oltre di euro per rifare una piazza di appena quindici anni. Cinque milioni e passa di euro per disegnarci sopra la forma di un biscotto e piantarci un palo della luce dell’ottocento. Cinque milioni e passa di euro per sradicare gli alberi che ci sono e togliere le panchine. Cinque milioni e passa di euro buttati via, senza alcuna utilità, in un momento difficilissimo per le persone provate dalla pandemia e per i danni economici e lavorativi. Cinque milioni e passa di euro solo per soddisfare la volontà di chi governa Monfalcone di piantare una bandierina e dire, a spese di tutti, che quella piazza è loro.

La piazza per la destra monfalconese era un feticcio già al tempo delle elezioni: la occuparono con un baraccone di tende e tavolini per tutto il tempo della campagna elettorale, mostrando così, simbolicamente e fisicamente, che si riprendevano quel luogo che la sinistra, secondo loro, aveva deturpato e consegnato agli stranieri. Accanto alla presa del luogo fisico c’è sempre stato sotteso il desiderio di tornare a un passato inventato, a una Monfalcone mitologica dove gli indigeni vivevano in allegria il centro cittadino, praticando le loro antiche tradizioni, qualunque esse siano.

Ma com’era quella piazza prima che l’amministrazione Pizzolitto la rifacesse completamente nel 2006? Semplicemente non era una piazza. Quello spazio urbano, infatti, era storicamente l’area del mercato, esterno alle mura che cingevano la città antica. Inglobata nel corso dei secoli al tessuto urbano che si espandeva, essa non ha mai assunto una funzione civica, non è mai stato un luogo fruito quotidianamente dalle persone. Se ci si prende la briga di guardare le foto di Monfalcone degli ultimi cent’anni vedrete che quella piazza è quasi sempre irrimediabilmente vuota. Solo qualche manifestazione sportiva o culturale o qualche comizio politico e sindacale, quando ancora si facevano, la riempiva. Per  anni, poi, essa era circumnavigata dalle automobili e, in diverse occasioni, fungeva perfino da parcheggio. Troppo grande per un piccolo centro, troppo artificiale, mai sentita da una popolazione che, anche per ragioni climatiche, ha sempre preferito svolgere la vita pubblica negli spazi chiusi, l’idea di ristrutturala profondamente nei primi anni duemila, nasce dall’esigenza di realizzare un collegamento tra le nuove aree pedonali che erano poste ai suoi lati. Qui sarebbe necessario un ulteriore approfondimento: i nostri governanti non solo rivogliono una specie di piazza littoria, ma per il resto della città si preoccupano assai più delle automobili che delle persone, detestano le aree pedonali ma amano riempire la città di parcheggi sempre più inutili, rendono sempre meno praticabile l’utilizzo dei mezzi pubblici ma adorano farci respirare gli scarichi dei motori rombanti.

Al di là di alcuni problemi con il materiale usato che ne ha provocato un precoce logoramento, poi rimediato da alcuni interventi, la nuova piazza ha svolto bene la funzione di regalare alla città un’area pedonale ma ha continuato a essere snobbata dai monfalconesi che, per indole e storia, tendono a stare alla larga da qualunque spiazzo aperto. Chi inizia a usarla, invece, sono gli immigrati. Anche per questo ci sono ragioni sociali e culturali a spiegarcene il motivo: gli immigrati, provenienti in gran parte dal Bangladesh, sono abituati a vivere maggiormente all’aperto, e così fruiscono di quello spazio, delle sue panchine e dell’ombra degli alberi, come mai avevano fatto i locali. Tutto ciò appare, agli occhi di un buon pezzo di cittadinanza che ancora fatica a digerire culturalmente l’imponente flusso migratorio arrivato in seguito al rilancio produttivo di Fincantieri, come una sorta di “invasione”, uno scippo di luoghi che sentono propri senza, tuttavia, averli mai usati.

Ecco allora che per la destra quel luogo assume una funzione simbolica, una Gerusalemme da liberare e riconsegnare ai cittadini autoctoni, e poco importa se di autoctono a Monfalcone c’è ben poco a partire dalla fine della I Guerra mondiale, l’importante è trovare un nemico, un barbaro da scacciare, aizzando  la rabbia di chi, molto spesso, in città è arrivato da pochi anni e pensa di salire un gradino nella scala sociale prendendosela con quelli arrivati da più lontano. Ci sarebbe così da spiegare come negli ultimi decenni l’immigrazione in città sia cambiata, ma non tanto per i lavoratori che arrivano (in fondo tutti alla ricerca di una vita migliore, che arrivino da Gallipoli o da Dacca), ma per il lavoro, passato da un traguardo sicuro a qualcosa di precario e immiserito, ma non è questo il momento. Quello che accade è che la piazza diventa il trofeo di una “guerra civile” a bassa intensità, che nessuno vuole o riesce a fermare, tranne, forse, negli oratori.

L’amministrazione di centrosinistra non riesce a cogliere il bandolo della matassa, tra l’appello ai buoni sentimenti e l’incapacità di avere le tante risorse che servirebbero per una adeguata integrazione di chi viene da molto lontano. Invece di aprire veramente a tutti quello spiazzo, esso diventa il luogo in cui ogni giorno vi vivono gli “stranieri” mentre, di tanto i tanto, i locali svolgono le loro manifestazioni. Anche la cultura locale ci mette del suo, facendo regredire le manifestazioni tradizionali a un continuo lamento contro la nuova città e il rimpianto di una bellissima città “dei nostri veci” che in realtà era molto brutta e nella quale molto “veci” se la passavano male. Più che una questione urbanistica quei metri quadri di parcheggio a forma di biscotto sono diventati una questione culturale e politica e la destra se ne era accorta per prima. Giunti così al governo della città, i nuovi amministratori avevano la necessità di segnare in modo indelebile il marchio della “nuova-vecchia Monfalcone” che avevano in testa e, quindi, l’imperativo categorico è: rifare la piazza.

Il rifacimento della piazza viene spacciato per una sorta di operazione identitaria. Si deve rifare la piazza perché i monfalconesi, quelli veri, secondo l’insindacabile giudizio del tribunale etnico assiso in municipio, possano sentirsi di nuovo a casa. E che casa! Perché la nuova piazza avrà una travolgente innovazione: la pavimentazione sarà colorata per ricordare l’antica forma a biscotto della struttura così com’era prima che gli odiati “comunisti” la trasformassero in un bivacco per il nuovo proletariato. Ci vorrebbe uno psicologo, di quelli bravi, per capire l’importanza per l’animo dei nostri amministratori della forma a biscotto. Quali recondite esigenze rappresenti, quali loro bisogni elementari soddisfi. A me, più semplicemente, appare un grottesco tentativo di riavere i propri vent’anni, quando gli allora giovanotti dell’età della nostra sindaca si dilettavano nelle “vasche” su e giù per il centro, come in ogni luogo della provincia italiana. Una specie di copertina di Linus anche se un po’ cara.

La nuova-vecchia piazza per venire incontro allo spirito guerresco di questa amministrazione sarà priva di orpelli utili solo per immigrati e pigroni: niente alberi né panchine, solo un gigantesco piazzale gelido d’inverno e bollente d’estate, buono per qualche adunata militare e non per il vivere civile.

A completare il demenziale mosaico una roggia, presente molto tempo fa, e oggi rinnovata insieme a immaginari giochi d’acqua, senza però tenere conto di quanta manutenzione abbia bisogno; dulcis in fundo il pilo: una sorta di grande lampione che dovrebbe richiamare un po’ Vienna e po’ Venezia. Insomma, un frullato terrificante dove metterci dentro il leone di San Marco, Francesco Giuseppe, il Ventennio che “in fondo aveva fatto anche cose buone” e gli anni ottanta così cari agli amministratori perché ricorda gli anni della loro spensierata gioventù.

Un’operazione identitaria e una dispendiosissima campagna elettorale che meriterebbe una risposta meno moscia di quella sta dando l’opposizione o, meglio, una risposta che arrivi ai cittadini e che ricordi loro quanto soldi vengono buttati via e quante altre cose, veramente utili per la città, di potrebbero fare. Servirebbe, anche i questo caso, una squadra, un programma, dei candidati e un dialogo fitto con i cittadini, ma l’opposizione, ahimè, oggi si è trasformata in un inconcludente circolo culturale che pare abbia perfino dimenticato che dovrebbe candidare qualcuno a sindaco.

Si spera che, almeno, ci sia un po’ di reazione civile contro uno spreco folle di risorse che terrà bloccato il centro cittadino per almeno i prossimi tre anni per qualcosa che non serve alla città ma solo a placare le ossessioni di chi la governa.

In ogni caso, di sicuro passeremo alla storia e al Guinness dei primati per avere il biscotto più caro del mondo.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org