di Marko Marincic del 1/5/2021
Forse la coincidenza temporale è casuale, ma assume in ogni caso una preoccupante valenza simbolica. Proprio nei giorni in cui a Sarajevo a inizio aprile si spegneva la vita del generale Jovan Divjak, strenuo difensore della civiltà plurietnica della città di fronte alla barbarie nazionalista, sull’asse tra Ljubljana e Bruxelles esplodeva il caso del progetto delle destre sovraniste europee di portare a termine lo smembramento di quanto rimane dell’ex Jugoslavia. Sarebbe il colpo di grazia a quel poco di convivenza plurietnica sopravvissuta all’orgia di sangue scatenata dai contrapposti nazionalismi nelle guerre balcaniche degli ani ‘90.
Su Jovan Divjak che i sarejevesi hanno salutato commossi con la grande scritta “Jovo, hvala ti za sve” (Jovo, grazie di tutto) proiettata sulla facciata della Vijećnica, la biblioteca nazionale il cui rogo il 25 agosto 1992 aveva rappresentato uno dei momenti più tristi dell’ assedio alla città, c’è poco da aggiungere al bel ricordo di Mario Boccia pubblicato sul Manifesto e ripreso anche da Apertamente. Vorrei solamente sottolinearne la grande statura umana e la saggezza quando, da alto grado dell’esercito, seppe fare la scelta più coraggiosa. Lui che come ebbe a dire era nato serbo, era cresciuto jugoslavo e si era poi ritrovato bosniaco, si pose alla testa dei difensori della Sarajevo multietnica contro il terrore nazionalista. Jovan Divjak è stato un eroe e un disertore. E’ stato un eroe proprio in quanto disertore. Quando seppe dire no al richiamo del sangue, dei criminali come Ratko Mladić e Radovan Karadžić che lo avrebbero voluto – in quanto serbo – sui monti sopra Sarajevo a bombardare la città. Lui scelse la civiltà, l’umanità, la cultura della città, perché non volle mai schierarsi con una sola parte, con una sola delle etnie e religioni, ma rimase fedele alla Sarajevo multietnica.
Quella Sarajevo ancora resiste, nonostante tutto. Ma c’è da chiedersi ancora per quanto, se dovesse passare il disegno sovranista cui abbiamo accennato all’inizio. Veniamo ai fatti, quelli conosciuti e smascherati dai mezzi d’informazione indipendenti. Il caso scoppia il 12 aprile scorso quando l’ambasciatrice della Slovenia in Bosnia-Herzegovina viene convocata dalla presidenza di quella repubblica per ricevere una nota di protesta in merito al presunto “non-paper” che, secondo quanto riportato dal portale informativo bosniaco Politićki.ba, la Slovenia a febbraio o marzo avrebbe inoltrato al presidente del Consiglio UE Charles Michel e agli altri vertici dell’Unione.
Un non-paper in gergo diplomatico è un documento informale, una sorta di bozza costruita apposta in forma tale da poter essere successivamente smentita perché va a toccare temi troppo delicati ed esplosivi per poter essere formalizzata in modo ufficiale. E infatti il premier sloveno Janez Janša, dopo qualche iniziale reticenza, ne ha puntualmente smentito l’esistenza. Ma mezze ammissioni relative ai suoi possibili contenuti arrivate tanto da lui stesso che da altri esponenti governativi di Ljubljana quanto da Bruxelles, dove Michel si è limitato a dire di “non aver visto la bozza”, senza smentire, anzi lasciando implicitamente intendere la sua esistenza, fanno pensare che il non-paper esista, eccome.
La questione ha provocato grande imbarazzo a Bruxelles ed ha inevitabilmente acceso il dibattito in Slovenia e in gran parte della ex Jugoslavia, dove il rischia di scoperchiare il vaso di Pandora delle mai sopite rivendicazioni territoriali. A Sarajevo e nelle altre capitali balcaniche nessuno crede alle smentite slovene, tanto che per settimane si sono susseguite prese di posizione contro e a favore del documento, proteste di piazza davanti all’ambasciata slovena di Sarajevo, la ferma condanna da parte dell’Alto rappresentante della comunità internazionale per la Bosnia-Herzegovina Valentin Inzko e di altri. Senza entrare nel dettaglio di questo dibattito vale la pena concentrare l’attenzione sul contenuto del non-paper, sul perché ha suscitato tanto clamore e quali sono i possibili pericoli che il disegno politico sottostante potrebbe scatenare.
Il portale informativo indipendente sloveno Necenzurirano.si il 15 aprile ne ha pubblicato il testo. Secondo i giornalisti entrati in possesso di una copia in lingua inglese si tratterebbe proprio della nota in questione, approntata dalla Slovenia in vista della sua prossima assunzione della presidenza semestrale dell’UE. Janša pertanto informava Michel dell’intento di promuovere una ridefinizione dei confini tra i paesi dei Balcani occidentali al fine di completare “lo smembramento della ex Jugoslavia”. Secondo le fonti di Necenzurirano.si il documento o almeno parte di esso sarebbe stato prodotto a Budapest, cosa non inverosimile visto il legame politico a doppio filo che fa ritenere Viktor Orban il burattinaio che dirige le mosse del premier nazionalista sloveno. Ad ogni modo, il documento senza intestazione nè firma, intitolato Western Balcans – a way forward (Balcani Occidentali – una via da seguire), non sarebbe stato prodotto dal ministero degli esteri di Ljubljana, ma sarebbe stato il governo sloveno ad inoltrarlo al di fuori dei regolari canali diplomatici ai suoi vari destinatari. Per questo a Bruxelles se ne parla come del “documento sloveno”.
Il testo affronta quelle che vengono definite le questioni nazionali serbe, albanesi e croate rimaste irrisolte dopo le guerre degli anni ‘90. In particolare si menziona la difficile prospettiva d’integrazione europea della Serbia e del Kosovo, mentre per la Bosnia essa sarebbe addirittura esclusa. Il vuoto dell’iniziativa politica dell’UE, si nota, viene sfruttato dalla Turchia per aumentare la propria influenza sulla Bosnia-Erzegovina e sulla Macedonia del Nord.
Per questo si propone l’ulteriore smembramento delle attuali entità statuali e una ridefinizione dei confini su base etnica. Il Kosovo, composto per il 95% dall’etnia albanese, andrebbe assegnato all’Albania, mentre le enclaves serbe a nord, se non attribuite alla Serbia, potrebbero assumere uno status di autonomia sul modello sudtirolese. In compenso, alla Serbia verrebbe consegnata mezza Bosnia, quella attualmente conosciuta come entità della Republika Srpska con capitale Banja Luka, di fatto bottino di guerra dei serbo-bosniaci. Dallo smembramento della Bosnia-Erzegovina trarrebbero profitto anche i nazionalisti croati che si vedrebbero assegnati i cantoni dell’Erzegovina a prevalenza croata, Mostar inclusa. Il non-paper lascia aperta la questione in che forma ciò dovrebbe avvenire: con l’annessione alla Croazia o con l’autonomia alla sudtirolese.
Ai bosniaco-musulmani rimarrebbe uno staterello ridotto a circa un terzo di quello precedente alla guerra, con Sarajevo, Tuzla, Bihać e poco altro. Piccolo, ma secondo gli estensori del non-paper, etnicamente omogeneo. Cosa peraltro falsa, visto che a Mostar, Sarajevo e in tanti altri luoghi permangono realtà plurali e persino nelle »serbe« Bratunac e Srebrenica, teatro dell’ unico genocidio etnico dopo la seconda guerra mondiale in Europa, Rada Žarković e le altre coraggiose donne della cooperativa Zajedno-Insieme mantengono accesa la flebile fiammella della possibile convivenza interetnica e interreligiosa.
Il non-paper non menziona la Macedonia del Nord, ma anche da Skopje si sono levate proteste e il fondato timore che riaperto il vaso di Pandora anche i delicati equilibrii di quel paese possano saltare. Come si evidenzia nell’allegata cartina, pubblicata dai media macedoni, un buon terzo del Paese potrebbe venire aggregato alla Grande Albania e in tal caso anche il resto rischierebbe di essere smembrato e spartito tra Grecia e Bulgaria, saziando così le secolari mire e gli appetiti dei rispettivi nazionalisti.
Secondo i giornalisti di Necenzurirano.si Janez Janša, che 30 anni fa si contrappose a Slobodan Milošević nella secessione della Slovenia dalla Jugoslavia sempre meno plurietnica dei tempi di Tito e sempre più dominata dai nazionalisti serbi, completerebbe così il cerchio regalando ai nazionalisti una soluzione quanto più vicina alle rispettive rivendicazioni delle Grande Serbia, Grande Albania, Grande Croazia. E’del tutto evidente che una tale soluzione non potrebbe essere indolore. Gran parte dei territori interessati sono da sempre compositi e plurali e sono rimasti tali nonostante i tentativi di genocidio, le pulizie etniche, gli stupri di massa. Ulteriori lacerazioni e ricomposizioni non possono essere realizzate senza scatenare violenze, forse nuovi conflitti armati o nei migliore dei casi la violenza di ulteriori pulizie e semplificazioni etniche.
Sarebbe la negazione di quanto di meglio l’Unione Europea è riuscita finora a realizzare. Quell’idea sintetizzata nello slogan Uniti nelle diversità che sta a fondamento della possibile convivenza tra diverse lingue, appartenenze etniche, fedi religiose. A quest’Europa aperta, accogliente, multiculturale, rispettosa delle diversità, si contrappone quella gretta, ottusa, ignorante della semplificazione nazionalista. L’Europa dei sovranisti, di quell’ “asse del male” come lo ha definito il filosofo sloveno Slavoj Žižek, che parte da Varsavia e Budapest per attraversare Ljubljana e altre capitali centroeuropee.
Un asse che torna a farsi minaccioso proprio in vista del prossimo semestre di presidenza slovena dell’UE. Mirando alla definitiva disgregazione di quanto di plurietnico rimane della ex Jugoslavia esso mira in realtà alla ridefinizione dell’intera Unione Europea in un’ottica sovranista. E’ per questo motivo che il piano è mostruoso e foriero di gravi pericoli. Nei Balcani esso mira all’eliminazione delle ultime sacche di resistenza multietnica e alla definitiva spartizione del bottino da parte dei contrapposti nazionalismi portando fino in fondo quanto in parte già imposto dagli accordi di Dayton, che nel 1995 hanno sì avuto il merito di far cessare il massacro, ma lo hanno fatto premiando gli aggressori che con stupri e assassinii di massa si erano appropriati dei territori. Oggi l’internazionale sovranista centroeuropea vorrebbe completare l’opera spingendo nella direzione opposta di quella che l’UE dovrebbe perseguire: anziché (ri)portare i Balcani in Europa affermando la possibile convivenza delle diversità, si tende a balcanizzare l’Europa intera nella logica delle piccole patrie sovraniste, l’una contro l’altra armate, dove non troverebbero più spazio solidarietà e accoglienza.
DIDASCALIA A ILLUSTRAZIONE DELLA CARTINA: L’ipotesi di ridefinizione dei confini secondo il non-paper come illustrata dai media macedoni. La Bosnia si ridurrebbe all’area in verde, le aree tratteggiate in rosso e in azzurro verrebbero annesse rispettivamente alla Serbia e alla Croazia, il Kosovo insieme a una piccola area serba e a una grossa parte della Macedonia del nord (aree tratteggiate in grigio scuro) sarebbero annessi alla Grande Albania.