di pp da Tuttolibri del 30/03/2021
Da Gorizia a Trieste: un tragitto breve ma ricco di storie, ricordi, rimandi letterari e storici di piccoli mondi complicati. Microcosmi, come li chiamò Claudio Magris; questa è, oggi, la Venezia Giulia, quel brandello di terra che le vicende storiche hanno lasciato all’Italia.
Immaginiamo un piccolo viaggio partendo da Gorizia, la Nizza austriaca poi diventata la Berlino addormentata e gentile di una strana Guerra fredda. La piazza Transalpina, attraversata dai reticolati che segnavano il confine, con la stella rossa che dominava la stazione rimasta nell’allora Jugoslavia e che guardava l’anonimo lato italiano. Nella brevissima guerra d’indipendenza slovena, riecheggiavano gli spari tra la difesa territoriale di Lubiana e i graniciari che difendevano uno Stato ormai esausto. Poi diventata scenario della nuova Europa con la celebrazione in pompa magna dell’ingresso degli ex Paesi comunisti nell’Unione. Tante speranze, oggi sopite, con una piazza in cerca di se stessa tra progetti avveniristici e nostalgici del filo di ferro. “Tutti i progressi della civiltà sono regressi dell’individuo”, scriveva Carlo Michelstaedter, il giovane filosofo, morto suicida, figlio della Gorizia di fine ‘800. In una frase coglieva il disagio esistenziale di chi vede il tempo muoversi, il progresso avanzare, ma senza che l’essenza dell’uomo ne sia coinvolta. Terra di confine e contraddizioni; scivolando lungo l’Isonzo e buttando uno sguardo oltreconfine, un tempo i ritratti del maresciallo Tito ornavano le entrate dei casinò, oggi Nova Gorica è un suggestivo impasto tra Las Vegas e Togliattigrad, di una vivacità inusitata per la tranquilla Gorizia italiana. Scavalcato il fiume “caro alla Patria” si cambia lingua. Siamo in Friuli, terra di vigneti e di lavoro. Un mondo contadino che ha saputo cogliere la modernità e che ora esporta dal Giappone all’America i frutti che produce con tecnologie moderne e saperi antichi. Farra, Romans, campanili con la cupola a cipolla e antiche terre di longobardi, fino ad arrivare a Gradisca. Città fortezza, bastione veneziano che non sparò un colpo, lasciando passare quei turchi che dilagarono per il Friuli come raccontò Pasolini. Leoni di San Marco, parole friulane, tricolori e ritratti di Francesco Giuseppe. Si tiene tutto da queste parti e ciascuno può scegliersi un’identità, una storia e una lingua. Le lingue qui cambiano con il cambiare della geografia. Friulano su un lato del fiume, bisiaco (una antica variante del dialetto veneto) dall’altro, sloveno appena si sale sul Carso.
“Oj Doberdob, slovenskih fantov grob” (Oh, Doberdò tomba dei fanti sloveni), in questo paesino del Carso, dove le trincee sono le cicatrici lasciate dalla Grande Guerra Il ricordo della Resistenza è ancora vivo, il Presidente Mattarella e quello sloveno Pahor hanno ricordato le vittime delle due parti. Tutti i popoli, dalla Mitteleuropa all’Italia meridionale, hanno lasciato il loro pegno di morti sulle trincee dell’altopiano. Terra rossa, arcobaleno di colori durante l’autunno e di cimiteri di guerra, da cui si può vere il mare.
A Fogliano anonimo resiste il cippo che divideva la Contea di Gorizia dalla Repubblica Serenissima, lì accanto il Sacrario di Redipuglia, monumento forse retorico, me che ben si adagia alla collina, dove sono deposte centomila vittime di guerra. Italiani di ogni luogo, gettati a morire per una terra che non conoscevano e che, a sua volta, mandava i figli a combattere per la monarchia degli Asburgo. Ungaretti non lo volle mai vedere, lui, che queste terre e quella guerra seppe tradurre in versi.
Arriviamo in Bisiacaria, terra tra l’Isonzo e il Timavo, vecchia palude dove i dogi deportavano gli individui pericolosi. Terra di pescatori e contadini finché, nel 1908, i fratelli Cosulich di Lussino, fondano i cantieri navali. Metalmezzadri, li ha chiamati Paolo Rumiz, contadini diventati operai, gente che trasformava il ferro in qualsiasi cosa. Terra di immigrati Monfalcone: dall’Italia, poi dai Balcani, fino al lontano Bangladesh
Dopo Monfalcone la spiaggia lascia il posto alle rocce e al vento, un “fiume di vento” come lo chiamò Rilke che a Dunio ha dedicato le sue elegie, ricevendo in cambio un sentiero turistico. Da lì, attraverso una delle più belle strade d’Europa, si arriva a Trieste.
Città dei venti, città di traffici e operosi mercanti, di tanti Zeno che accendono la loro ultima sigaretta. Dalla “scontrosa grazia” la appellò Saba, per noi scontata ed esotica agli altri. Siamo arrivati alla capitale del nostro microcosmo.