di Paolo Medeossi del 16/5/2020 – Rileggendo lo scrittore americano a 40 anni dalla morte. Scrisse: “Non ho soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo”. Sembra detto e pensato ieri o l’altro ieri, o domani, da un ottimista oltre misura. Invece sono parole di novant’anni fa e dintorni. Allora ci si può incuriosire a un simile personaggio, nei cui testi probabilmente è annidato qualcosa che ci riguarda da vicino, pur lui non conoscendo noi e l’epoca nella quale siamo immersi e ci dibattiamo, epidemia global compresa. Parole poi assolutamente necessarie e preziose per chi ama le ricorrenze d’effetto. Il 7 giugno prossimo saranno passati 40 anni dalla morte di Henry Miller, lo scrittore hippy ed errante che tanti ragazzi nei Sessanta lessero con fervore e ardore, facendolo diventare un manifesto esistenziale e un punto di riferimento. C’è chi, con in tasca “Tropico del cancro”, si mise in viaggio per l’Europa e per il mondo prima di tornare a casa pronto ad affrontare abitudini e ritmi normali, ma intanto aveva acceso dentro di sè una piccola fiammella di trasgressione mai più spenta o domata.
Leggere Miller, in tempi nei quali moltissimi si ritrovano senza denaro, speranze, prospettive, sorrisi, può donare allora un pizzichino di incoraggiamento e ottimismo (“Se ce l’ha fatta lui, che poi si illuminava d’immenso tra le difficoltà!”). Tutto serve, mentre ci si aggrappa anche a paroline che giungono dal passato per andare avanti e capire un po’ quanto sta accadendo.
E allora sotto con un paio di citazioni milleriane, da antologia, con l’invito poi ad andare a leggere tutto quanto ci sta attorno. La vita di Henry fu un susseguirsi di spostamenti, fughe, immersioni in mondi diversi e poi in ritorni, con un’altalena di esaltazioni, fatte di poco, e di delusioni, fatte di tutto. Dopo un lungo auto-esilio parigino tra anni Venti e Trenta, mentre la guerra stava esplodendo, Miller decise di raggiungere la Grecia, che raccontò nel bellissimo “Il colosso di Marussi”, libro ristampato di recente. Ecco un paio di frasi cult, giusto per capirne il tono: “A Eleusi ci si accorge che non c’è salvezza nell’adattarsi a un mondo dissennato. A Eleusi ci si adatta al cosmo. Esteriormente, Eleusi può sembrare diroccata, un rudere del passato; in realtà è ancora intatta, e siamo noi i ruderi, con la nostra civiltà moderna, la ruina dispersa, sbriciolata in polvere. Eleusi vive, vive eternamente in un mondo agonizzante. L’uomo che ha colto questo spirito di perennità onnipresente in Grecia e che ne ha pervaso la sua poesia è Giorgio Seferiades, il cui nome di battaglia è Seferis… E’ appassionato del suo paese, della sua gente, non in modo tradizionalmente sciovinistico, ma come frutto di pazienti scoperte… Una Grecia resuscitata può con ogni probabilità alterare l’intero destino dell’Europa. La Grecia non ha bisogno di archeologi, ma di rimboschitori, d’arboricoltura. Una Grecia verdeggiante può dare speranza a un mondo oggi corroso dalla putredine”.
Da Corfù, Atene e Creta, Miller tornò a inizio anni Quaranta in America e partì in macchina, imparando così a guidare, alla sua riscoperta, da americano critico, ma curioso finalmente di vedere davvero cos’era la sua terra nativa. Il viaggio durò quasi tre anni, dei quali ci lasciò un ritratto spietato, fazioso, di una bellezza appassionata e quasi barbarica, alla Pasolini, nel libro “L’incubo ad aria condizionata”, altro testo sacro per chi vuole affrontare i grandi sentieri del mondo. Anche qui qualche rapida citazione tratta dall’Henry-pensiero: “Siamo abituati a considerarci un popolo emancipato; diciamo di essere democratici, amanti della libertà, liberi da pregiudizi e dall’odio. Questo è il crogiuolo, la sede di un grande esperimento umano. Belle parole, piene di nobiltà e idealismo. In realtà siamo una turba volgare e aggressiva le cui passioni sono agevolmente mobilitate da demagoghi, giornalisti, ciarlatani della religione, agitatori e roba simile. Chiamarla una società di liberi è una bestemmia… Non vogliano più soccorrere gli oppressi e i senza tetto; non c’è posto in questa terra vuota per coloro che, come i nostri antenati prima di noi, cercano ora un rifugio. E intanto il mondo ci guarda con una disperazione quale non ha mai conosciuto prima”.
Grande Henry. Ancora una frasetta, una freccia proprio acuminata: “La cosa più tremenda dell’America è che non c’è scampo alla macina da mulino che abbiamo creato…”. Tutto insomma da leggere e rileggere. E’ Miller la dimostrazione che si può essere vitali, acuti e vigili, non succubi dunque di slogan e imbonimenti, anche quando si ha poco e niente. Storie di ieri e di oggi, nel 2020 tutto da ricostruire.