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Capire la Bosnia ed Erzegovina

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di Cathie Carmichael Bottega Errante del 16/5/2020 – La Bosnia Erzegovina è un paese straordinario e bellissimo: un luogo degli estremi per i suoi paesaggi, le sue personalità e la sua storia. Le sue stupefacenti bellezze naturali potrebbero attirare turisti a frotte, malgrado le devastazioni arrecate dalla guerra civile degli anni Novanta. Comprende zone climatiche e stili di vita orientali e occidentali. Nel Livanjsko polje, una vallata dal fondo quasi completamente pianeggiante in cui pascolano i cavalli, scorre un sorprendente fiume carsico chiamato Jaruga, che a un certo punto viene inghiottito dal sottosuolo. A Vrelo Bune, un fiume dalle acque gelide e cristalline scaturisce da un enorme lago sotterraneo in cui vivono molte specie di pesci. A Visoko c’è una rara piramide naturale, un tipo di collina che i geologi chiamano flatiron (“ferro da stiro”). Sembra un monumento funerario egiziano ricoperto dalla macchia e dagli alberi e richiama turisti da tutto il mondo. La serie di laghi salati al centro della città di Tuzla costituisce una rarità per l’Europa e rappresenta il piccolo residuo rimanente di quello che era un tempo il mare pannonico. Il monte Maglić, la vetta più alta della Bosnia, nel Parco nazionale di Sutjeska, si erge a 2.386 m sul livello del mare. Al di là di esso si estende la foresta di Perućica, una delle regioni più selvagge e impervie d’Europa, dove orsi e lupi vivono quasi indisturbati dall’uomo. Nel Medioevo i remoti borghi di Vratar e Vratac erano accessibili solo in fila indiana ed erano città di rifugio durante le crisi politiche. La Bosnia pittoresca come quella delle cascate di Jajce è stata raffigurata da numerosi scrittori e artisti, sia locali sia stranieri. Le scene di vita quotidiana, i costumi tradizionali indossati dai locali, gli strumenti musicali e il cibo sono stati attentamente preservati per la posterità. La Bosnia ha una ricca tradizione culturale ma nell’ultimo millennio ha subìto quasi tutti i più importanti movimenti sociali o ideologici. Questa instabilità a lungo temine ha avuto il suo impatto ineludibile sulle persone e sul loro destino. In effetti, dal Medioevo in poi e fino al referendum nel 1992, la Bosnia non ha mai conosciuto in qualsiasi forma un’esistenza da Stato indipendente. In questa sintetica trattazione storica, la disamina delle tendenze strutturali di lunga durata è inframmezzata dalle micronarrazioni delle vicende di città, borghi e villaggi. Gli avvenimenti che hanno interessato Sarajevo, Međugorje, Jajce e Srebrenica hanno avuto conseguenze di una rilevanza che si è protratta per lungo tempo e hanno richiamato l’attenzione internazionale sulla Bosnia. In questa trattazione emergono numerosi temi che hanno assunto importanza cruciale per l’evoluzione della Bosnia odierna. Il più importante di questi temi è quello dei confini, di natura linguistica, etnica, geografica e politica, della Bosnia con gli Stati e i popoli limitrofi. La Bosnia moderna vanta un patrimonio culturale squisitamente suo, tuttavia condivide anche molte caratteristiche con i suoi immediati vicini. Per gran parte della sua storia, la Bosnia è stata governata dall’esterno del paese e il lascito degli imperi e delle guerre e dei regimi imposti da Istanbul, Vienna o Belgrado costituisce un tema costante. La Bosnia è un paese in cui il passato è importante e rappresenta un’esperienza vissuta per la maggior parte delle persone. Svariati scrittori, da Veselin Čajkanović a Vera Stein Erlich, hanno messo in rilievo quanto la popolazione della regione si sia vista come parte di una concatenazione insita nello sviluppo storico. Questo senso di coinvolgimento emerge con grande evidenza nelle memorie e autobiografie scritte dai bosniaci. L’osteologa Nadžija Gajić-Sikirić, cresciuta a Oglavak negli anni Venti e Trenta, sapeva che era stato il suo trisnonno (praprađed) a costruire la tekija (il convento dei dervisci) di Fojnica. Altri temi ricorrenti della narrazione del passato sono l’impatto della religione, soprattutto dell’Islam sunnita, dell’Ordine francescano e della Chiesa ortodossa, oltre che le disuguaglianze di ricchezza, opportunità e privilegi che comportavano queste divisioni. Molti studiosi della Bosnia si sono concentrati sulle sovrapposizioni e i confini sfumati tra le fedi religiose dei bosniaci musulmani che mettevano da parte bottiglie di alcolici per i loro amici cattolici, dei cristiani che evitavano di mangiare in pubblico durante il Ramadan oppure degli ortodossi che ritenevano l’ospitalità uno dei precetti del Cristianesimo (piuttosto che uno dei pilastri dell’Islam) ed erano convinti che il tocco delle campane delle chiese fosse una chiamata alla preghiera. Sebbene la Bosnia abbia generato numerosissimi radicali religiosi, ha prodotto anche molte persone che si sono assunte in prima persona rischi gravissimi per proteggere i propri vicini. Tra i prigionieri del lager di Omarska nel 1992 c’erano due donne serbe che erano state arrestate per aver protestato contro il comportamento tenuto dai soldati e dai riservisti serbi nei confronti dei loro vicini. Forse il tema più notevole di tutti è l’entusiasmo, il coraggio e la creatività ma a volte anche la distruttività di molti dei bosniaci. Per il romanziere Ivo Andrić, ci sono “pochi paesi con una fede così salda, una così sublime forza di carattere e con tanta tenerezza e amorevole passione, di tale profondità di sentimenti, di lealtà e incrollabile devozione ovvero con una tale sete di giustizia. Tuttavia nelle segrete profondità che vi sono al di sotto di tutto ciò si celano odi brucianti, veri propri uragani di odio raffrenato e compresso che maturano in attesa del momento adatto per esplodere”. I dati scientifici indicano che la moderna popolazione della Bosnia ed Erzegovina discende per la maggior parte dalle stesse popolazioni del Paleolitico e del Mesolitico. Un articolo scritto da Damir Marjanović e vari altri coautori, pubblicato nel 2005 dalla rivista «Annals of Human genetics» mirava dimostrare che “i tre principali gruppi della Bosnia Erzegovina hanno in comune una considerevole quota dello stesso bacino genetico caratteristico dell’area balcanica”. In altre pa-

role, la maggior parte dei bosniaci attuali discende da persone che vivevano nella regione molto tempo prima dell’arrivo degli slavi, prima del Cristianesimo e prima dell’Islam. La popolazione fu accresciuta nel corso dei secoli dall’insediamento di genti che parlavano le lingue slave meridionali, quella valacca, quella ladina e quella turca. Vi furono anche migrazioni dall’Europa Centrale all’epoca degli Asburgo e da vari parti dell’ex Jugoslavia. Tutti gli spostamenti di popolazione contribuirono in modo significativo alla composizione della Bosnia moderna e nessun gruppo può rivendicare di essere in alcuna misura più autoctono o autentico di qualunque altro. Le persone della regione montuosa dinarica sono spesso molto alte e sicuramente sono tra i più alti in Europa in questo secolo. Con i suoi 2,20 m di statura, il cestista Bojan Dodik di Sarajevo è uno degli uomini più alti del mondo. All’inizio del XX secolo, i sostenitori delle teorie della razza erano convinti che le popolazioni dinariche facessero parte della “razza eletta” e anche nella cultura popolare di oggi permangono residui di queste credenze. L’elevata statura della popolazione può essere stata favorita dall’elevato apporto proteico della dieta in cui storicamente predominano agnello, capra, uova e formaggio. La carne rossa è spesso il piatto forte di ogni pasto. Ćevapi o ćevapčići vengono preparati con una miscela di carne, cipolle macinate e spezie e di solito in Bosnia non contengono carne di maiale. La carne viene spesso servita con verdure in conserva come l’ajvar, una purea di peperoni rossi. I tipici formaggi bosniaci sono stagionati e duri, mentre le varietà morbide furono introdotte dagli Ottomani. Il vlašićki è un formaggio di pecora che assomiglia al feta mentre il kajmak è panna cotta rappresa. L’archeologo britannico Arthur Evans, che si era conquistato fama mondiale per i suoi studi sulla civiltà minoica, passò qualche tempo a studiare le antichità bosniache e ci lasciò delle vivaci e dettagliate descrizioni della vita nella regione negli anni Settanta dell’Ottocento. “Presso i francescani del monastero di Guča Gora poco a est di Travnik” ricorda “ci fu imbandito il più sontuoso rinfresco che ci saremmo aspettati di poter ricevere in quell’occasione, composto da alcuni pezzi di carne di montone, buon pane nero, uova cucinate in camicia nel latte rappreso, vermicelli e melone dolce”. Sia i fedeli ortodossi sia quelli cattolici sono tradizionalmente tenuti a digiunare e a non mangiare carne in alcuni giorni e comunque prima della messa. I musulmani digiunano nel periodo di Ramadan, che significa che durante quel periodo non si consumerà alcun cibo nelle ore diurne. Questa usanza si accordava particolarmente bene con la cucina ottomana che è ricca di pietanze elaborate con una particolare attenzione per le verdure. Gli stufati di verdure potevano essere preparati in anticipo per i giorni di magro oppure per la sera in vista dell’interruzione del digiuno. Le sarme sono involtini generalmente fatti di carne macinata di manzo, cipolle tritate e riso, confezionati con foglie di verza e serviti con pavlaka (panna acida). Una pietanza analoga viene chiamata japrak in Bosnia e viene confezionata con foglie di vite. Quando il piatto veniva preparato, alcuni degli involtini di vite contenevano solo riso e verdure per i giorni di magro. Le usanze locali potevano a volte portare a fraintendimenti. Lo scrittore inglese George Arbuthnot, che in seguito sarebbe diventato deputato alla Camera dei Comuni per lo Herefordshire, visitò Vidoši (Vidosa) all’inizio degli anni Sessanta dell’Ottocento e riferì che il prete si profondeva in scuse per la mancanza di carne, spiegando che i cattolici non ne mangiano il venerdì: “Scusa che non si reggeva in piedi perché quando sono arrivato era sabato. Uova e verdure, comunque, non mancavano”. La Bosnia Erzegovina aveva frontiere in certo qual modo “elastiche” con i suoi vicini quanto a religione, lingua e a quei vincoli famigliari che spesso mettono in imbarazzo il nazionalismo. C’era una continua transumanza dinarica e ulteriori spostamenti permanenti di popolazioni tra l’Erzegovina, il vecchio Montenegro e la Serbia. Il padre dello scienziato gesuita raguseo Ruđer Bošković era originario di Orahov Do in Erzegovina. Di conseguenza il fisico, a cui sarebbe stato dedicato un cratere lunare (ora chiamato Boscovich) venne in seguito definito in diverse occasioni di origine serba, croata, italiana o anche montenegrina. In tempi di crisi, la permeabilità dei confini era comoda per le persone. I bosniaci potevano fuggire dallo Stato e prendere dimora nelle regioni adiacenti. Durante la rivolta del 1875

il porto adriatico di Dubrovnik (Ragusa) divenne un rifugio per gli abitanti dell’entroterra così come lo era stato nei secoli precedenti durante le invasioni ottomane. Nel 1992, i bosniaci che lasciarono il loro Stato martoriato dalla guerra si rifugiavano per lo più in altre Repubbliche della ex Jugoslavia. L’attuale Bosnia ed Erzegovina confina con tre paesi: Montenegro, Croazia e Serbia. Tutti i vicini della Bosnia parlano la stessa lingua con varianti di minor rilievo, il che crea un potenziale problema se la lingua viene vista come uno dei principali fattori determinanti della nazionalità. I croati e i serbi bosniaci furono particolarmente influenzati dalle correnti nazionaliste che promanavano dai loro vicini. La dissoluzione dello Stato ottomano aveva messo in luce la potenziale vulnerabilità geopolitica della Bosnia proprio come l’avrebbe dimostrata, in seguito, il crollo dei due Stati jugoslavi nel XX secolo. I moderni bosniaci si trovano ad appena una generazione di distanza dall’appartenere a uno Stato unificato con i suoi vicini e da una guerra devastante che ha visto i suoi vicini nel ruolo di aggressori. I confini della Bosnia sono relativamente permeabili perché sono facili da valicare. La Drina si può attraversare a nuoto, lo stesso dicasi per il braccio di Adriatico antistante Neum; del resto anche lungo la Sava si vede la Croazia sulla sponda opposta e quanto al Montenegro, un pastore o un escursionista potrebbero facilmente sconfinarvi senza rischio di incontrare alcuna guardia di frontiera. La Bosnia comprende regioni geografiche contrastanti in cui si riscontrano diverse aree culturali. Heinrich Renner ha descritto la transizione dal relativamente lussureggiante litorale adriatico alle brulle pietraie dell’Erzegovina: “La vegetazione scomparve del tutto e ci ritrovammo circondati dal più magnifico e selvaggio ambiente di montagna. Tutt’intorno non vedevamo altro che picchi montuosi, spogli e grigi, che stanno a guardia di garitte (Karaulen) sparse un po’ ovunque. La strada saliva ripida a traversare la frontiera fra l’Erzegovina e la Dalmazia. Nella profondità delle singole valli (doline) ci sono fattorie isolate, a stento distinguibili sullo sfondo delle rocce grigie”. Già altri viaggiatori avevano paragonato il paesaggio erzegovese alla Luna. L’interazione tra queste regioni è uno dei motivi più interessanti della storia bosniaca. La regione adriatica e le sue piccole città costiere sono soggette ai terremoti. Sebbene le montagne separino la Bosnia dalla regione con la peggiore instabilità sismica, ciò nondimeno il paese resta vulnerabile. Il terribile terremoto che distrusse il centro storico di Dubrovnik nel 1667 fu avvertito anche a Trebinje, situata circa 27 chilometri all’interno. Le Alpi Dinariche formano la spina dorsale della regione occidentale della Bosnia. Spazzate da un vento secco (la bora) che arriva dall’Adriatico, la loro pietra è il calcare, spesso difficile da percorrere. Arrivando a Mostar nel 1893, Guillaume Capus ricordava che “la bora soffiava furiosa, il cielo era buio e annuvolato. Gli infissi sbattevano in modo così violento da provocare crepe nei muri delle case e da seminare una tremenda confusione”. La regione, chiamata Carso, dal termine locale kras, è diventata materia di studio e i suoi rilievi sono stati accuratamente mappati dai geologi. L’area intorno a Livno è una delle valli carsiche (polje) più grandi che si conoscano al mondo ed era sommersa ancora nel Neolitico. Le espressioni locali e i termini furono adattati nel XIX secolo, quando la regione venne esplorata dagli scienziati. Così il termine geologico standard per un inghiottitoio in cui confluiscono le acque superficiali è diventato dolina, che deriva dal termine impiegato dalle popolazioni delle Alpi Dinariche e il termine uvala, anch’esso usato dai geologi, indica un raggruppamento di più inghiottitoi. Quando si trovò a descrivere questo paesaggio, Émile de Laveleye riferì che: “il suolo è coperto da grandi blocchi di calcare bianco che sembra vi sia stato gettato per caso, come se fossero rovine di monumenti ciclopici. Quasi dappertutto l’acqua è molto scarsa; non ci sono sorgenti e i fiumi scaturiscono già formati da grotte, alimentando d’inverno interi laghi nelle valli occluse; poi vengono nuovamente inghiottiti dal sottosuolo”. In alcune località gli edifici degli abitati sono stati scavati direttamente nella roccia, come nella fortezza medioevale a Blagaj, ora chiamata Stjepangrad. Storicamente, molti bosniaci vivevano in fattorie di pietra con le loro famiglie allargate a quelle formazioni sociali che oggi vengono chiamate zadruge. Vivere in un gruppo numeroso dava alle persone un forte senso della loro identità e dei loro obblighi reciproci. Il concetto di moba (aiuto reciproco in momenti di necessità come il raccolto) rafforzava gli obblighi della vita tradizionale. Al fatalismo delle genti dinariche, che è stato frequentemente rilevato, potrebbero aver contribuito il fatto che tutti i campi sono disseminati di pietre e che per chi vive di pastorizia è difficile diventare ricco o cambiare in modo sostanziale la propria vita. La parola bosniaca per riferirsi al destino è sudbina, ma, secondo il geografo Jovan Cvijić, a volte veniva usata anche la voce turca ksmet. È raro che il suolo sedimenti a sufficienza per permettere un’agricoltura redditizia, sicché in Erzegovina i campi

fertili sono rari e, in generale, molto più adatti al pascolo dei ruminanti che alla coltivazione. Lo scrittore britannico Gerald Brenan, che in seguito si sarebbe segnalato per le sue vivide descrizioni della vita quoti diana in Andalusia, visitò l’Erzegovina in gioventù: “Dovunque andassi trovavo la stessa desolazione: la campagna era troppo arida o troppo pietrosa per poterla coltivare, gli insediamenti rari, le fattorie poche e il suolo era bianco grigiastro oppure solcato da filoni di pietra e striato di neve”. In alcuni luoghi gli stili di vita tradizionali si sono tramandati fino a oggi. Nel villaggio nomadico di Lukomir, che ogni anno resta inaccessibile per mesi a causa dell’inclemente tempo atmosferico, i musulmani vivono ancora di pastorizia. I più anziani abitano in antiquate case di pietra con il tetti ricoperti da scandole di ciliegio, vestigia di un’altra epoca. Continuano a filare e a indossare gli indumenti che confezionano da sé , tra cui un giubbotto chiamato zobun e un berretto chiamato krmez. I lavori a maglia costituiscono un’importante parte dei preparativi per il matrimonio e gli uomini indossano tradizionalmente lunghe calze pesanti confezionate per loro dalle parenti femmine. Nel 2010 una troupe di documentaristi olandesi ha realizzato il film Winterslaaap in Lukomir che raccontava la desolazione del villaggio durante la sua “ibernazione, le bufere di neve e l’ululare del vento”. Accanto agli aspri paesaggi delle montagne c’è anche la Bosnia delle piccole città nei pressi delle quali si coltivano frutta, tabacco e cereali. Gli alberi si caricano di frutta, le vacche pascolano nelle radure verdeggianti e il terreno viene irrigato con l’acqua di innumerevoli fiumi. Le case tradizionali (bosanske kuće), spesso intonacate e dipinte di bianco, erano tendenzialmente provviste di balconi e tipicamente erano più strette al piano terra. A volte le pareti interne erano ricoperte di pannelli di legno e decorate con tappeti. Passando dalle montagne alle più fertili vallate, Brenan scoprì l’altra Bosnia: “Via via che procedevo a sud e a est, il paesaggio cominciava a cambiare. Arrivai su catene di rilievi scuri di foreste, in vallate percorse da limpidi corsi d’acqua, in piccoli centri abitati e villaggi che in luogo di chiese avevano minareti e moschee17”. Nel 1909 Maude Holbach visitò l’ex capitale bosniaca di Travnik: “una città giardino con le sue moschee e minareti poste sotto la protezione delle mura e di un’antica fortezza”. Si trovò a vagare negli angusti vicoli della città vecchia, dove le pittoresche case turche hanno i piani superiori aggettanti, sono ombreggiate da ampie cimase e le finestre dei ginecei sono protette da gelosie di legno traforato (mashrabiyya).” Il ro- manzo Cronache di Travnik (1945) intitolato alla città in cui Ivo Andrić era andato a scuola ma ambientato oltre un secolo prima, evoca l’immaginario profumo di sego, i suoni e i modi di sentire di una città d’epoca ottomana. Storicamente la Bosnia ha sempre avuto un piccolo sbocco sull’Adriatico sin dal 1718, quando venne conquistato dagli Ottomani. Il mare e il ricordo di averlo visto per la prima volta divennero così un importante lieu de memoire per i bosniaci19. Sebbene i bosniaci andassero più spesso a Dubrovnik piuttosto che a Neum, la maggior parte della Bosnia è culturalmente molto lontana dal mare. Quando Heinrich Renner visitò questa piccola area della costa bosniaca nel 1890, la descrisse come un “cuneo turco tra Ragusa e Venezia che viene ancora designato come ‘Turchia’ dai contadini dalmati”. La città di Neum e i suoi dintorni, che comprendono le isole di Veliki i Mali Školj, nell’economia restano molto simili al resto del litorale. Al pari delle città vicine, anche Neum è prevalentemente cattolica, ha una chiesetta sbalorditivamente piccola, Sveta Ana, e i costumi folkloristici indossati dai locali sono di stile dalmata ma chiaramente influenzati da tradizioni ottomane. La cintura (tkanica) è fatta di materiale intessuto e conforme alla tradizione turca sia per stili sia per colori. Gli uomini indossano il piccolo copricapo o bareta e le donne si coprono il capo con fazzoletti bianchi. I mocassini di cuoio con le punte all’insù (opanci) sono indossate in tutti i Balcani e superavano lo spartiacque dinarico della Dalmazia. Altre tradizioni hanno conservato le danze folkloristiche del linđo accompagnate da una lira (lijerica). Anche la tradizione del canto di gruppi a cappella denominati klapa (di solito maschile) comprendenti un tenore, un baritono e un basso che cantano formando un semicerchio, collega Neum al resto del litorale dalmata. Il rapporto di lunga durata tra il mondo adriatico e l’entroterra è un tema storico costante in questa regione. I mercanti ragusei di Dubrovnik commerciavano con le antiche città ottomane come Srebrenica, portando con sé il sapere di una più vasta cultura mediterranea del pesce, del vino e dell’olio d’oliva oltre all’alfabetizzazione del mondo cattolico. Gran parte della storia della Bosnia ed Erzegovina prima dell’epoca moderna è scolpita nella pietra. Nel 1976 sono state scoperte nelle grotte di Badanj presso Stolac incisioni d’epoca paleolitica. L’immagine scoperta rappresenta probabilmente la figura di un cavallo e in quanto tale non è insolita nell’arte di quest’epoca nella regione mediterranea. Sono state rinvenute terraglie d’epoca neolitica a Butmir e Obre con disegni geometrici quali spirali e rhyton (coppe per bere). Fino all’inizio del XX secolo le donne del contado si tatuavano con pigmenti vegetali con motivi simili a quelli rinvenuti sulle lapidi sepolcrali e perfino sulle statuette del Neolitico. Per gli storici, le fonti scritte del periodo tra la caduta dell’Impero Romano e il regno bosniaco medioevale sono relativamente rare. L’Illiria (comprendente l’odierna Bosnia) fu conquistata dai Romani nel 68 a.C. Varie città bosniache hanno un’eredità illirica, tra cui Daelminium (che oggi viene chiamata Tomislavgrad e un tempo era nota come Duvno) e Vran-

duk, che potrebbe esser l’antica città di Arduba. Gli studiosi hanno dibattuto se l’antica città di Bistue Nova potesse essere identificata con Vitez, Zenica oppure fosse vicina alla moderna Bugojno se non addirittura a Rogatica. Dopo il 395 d.C. l’Illiria fu governata da Co-stantinopoli anziché da Roma. Nei secoli seguenti la Bosnia continuò a rappresentare una cruciale linea di faglia tra Bisanzio e Roma. Il Cristianesimo aveva raggiunto la Bosnia nel IX secolo grazie all’opera missionaria di Cirillo e Metodio, due frati nati a Salonicco che avevano evangelizzato i popoli balcanici avvalendosi del loro dialetto paleoslavo, e si diffuse ulteriormente nel corso del secolo. Così la maggior parte dei bosniaci diventarono cristiani di nome e rimasero tali fino al XVI secolo e alla loro conversione in massa all’Islam. Lo Stato bosniaco e il precursore dell’Erzegovina chiamato Hum (o a volte Zahumlje) annidato tra l’autorità di Roma e quella di Costantinopoli aveva confini che si sovrapponevano con i moderni Stati del Montenegro, della Croazia e della Serbia, che cambiarono spesso a seconda delle fortune dinastiche. La Bosnia (o almeno quella che viene chiamata Bósna o Boʹsona) appare menzionata per la prima volta come entità geografica a sé stante nel trattato greco del x secolo dell’imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito (PròV ton iʹdion uiòn Rwmanoʹn (“Per mio figlio Romanos”22). Fu lui a dare il nome alla regione di Travunia (Terbounia) che corrisponde all’area circostante la città di Trebinje. La regione della foce della Neretva era popolata da una tribù di non battezzati che venivano definiti pagani. Il trattato è noto generalmente con il suo titolo latino, De administrando imperio. Mihajlo Višević è attestato come capo in Erzegovina (che all’inizio del X secolo comprendeva anche la costa). Il Porfirogenito

credeva che Mihajlo fosse uno slavo i cui antenati erano immigrati dalla regione del fiume Vistola. Mihajlo viene descritto anche da un cronista quasi suo contemporaneo chiamato Giovanni Diacono nel Chronicon Sagornini. Il banato di Bosnia, che inizialmente era uno Stato vassallo dell’Ungheria creato nel XII secolo, emerse come entità politica a se stante nel XIV secolo. Dopo la battaglia di Zemun nel 1167 gli ungheresi sconfitti persero gran parte del loro controllo sulla regione e chiesero la pace, riconoscendo il controllo bizantino sulla Bosnia. Il governatore della Bosnia, il bano (titolo che si può tradurre come “signore”) Kulin, era un vassallo dell’Imperatore bizantino Manuele I Comneno e giunse al potere nel 1180. Il trattato del bano Kulin (Kulinova povelja), era un accordo commerciale tra la Bosnia e la Repubblica di Ragusa (oggi Dubrovnik) scritto nel 1189, che regolamentava la prassi dei diritti commerciali di Ragusa in Bosnia. Kulin viene generalmente considerato uno dei più importanti signori medioevali ed esercitava la sua autorità su un banato che suo figlio Stjepan Kulinić rilevò nel 1204. Stjepan Kulinić fu deposto da Matej Ninoslav che, in qualità di bano continuò a mantenere saldi rapporti con Ragusa. Nel 1250 la dinastia cattolica dei Kotromanić assunse il controllo del banato e regnò sulla Bosnia fino a quando fu spazzata via dai turchi Ottomani. Il potere dei Kotromanić si basava sul loro rango di vassalli dei sovrani d’Ungheria e nel XIV secolo un certo numero di signori tentò di formare uno Stato bosniaco indipendente. Nel 1329 Stjepan Kotromanić aveva conquistato gran parte di Hum nel corso di una guerra con il re serbo Stefan Dečanski. Stjepan Tvrtko riuscì a ottenere l’indipendenza dall’Ungheria, istituendo nel 1353 una signoria su un paese che aveva confini simili a quelli dell’odierna Bosnia. Nel 1377, sotto Tvrtko, la Bosnia divenne un regno con capitale Jajce. Tvrtko, per via di sua nonna Elisabetta, pretendeva di essere un successore di Nemanjić alla corona serba. Il suo importante regno è ricordato da una statua nell’odierna Tuzla. Si ritiene che la sua incoronazione avvenisse nel monastero ortodosso di Mileševa che attualmente si trova in Serbia. Le truppe di Tvrtko combatterono a fianco del principe serbo Lazar nella battaglia di Kosovo Polje nel 1389 ed egli sopravvisse alla sconfitta (a differenza di Lazar che fu catturato e decapitato). La battaglia riunì molti principi cristiani, nonostante le loro divergenze e rivendicazioni reciproche, facendoli schierare contro le armate del sultano ottomano Murad I, che giunsero al campo di battaglia da

molte miglia più a sud. Come Lazar, anche Murad rimase ucciso nel corso dello scontro e forse anzi fu assassinato da un cavaliere serbo, Miloš Obilić; gli succedette il figlio Bayezid. Nel suo romanzo del 1998 Tre canti funebri per il Kosovo (tit. orig. Tri këngë zie për Kosovën) il narratore albanese Ismail Kadare riconobbe in questa battaglia un punto di svolta catastrofico e un funesto presagio per tutti i regnanti cristiani dei Balcani: “Tutti correvano. Uomini sconosciuti, con una corta daga in pugno, si guardavano intorno con uno sguardo selvaggio negli occhi […] In tutta quella baraonda, giunsero frammenti di notizie sulle violenze compiute. Re Tvrtko, dopo aver perduto la corona, stava affrettandosi a tornare in Bosnia”.Sebbene il regno bosniaco continuasse a esistere per svariati decenni, alla fine fu sopraffatto dalle armate del sultano Bayezid. Il successore di Tvrtko, Stjepan Dabiša, che morì nel 1395, non fu in grado di difendere la Bosnia né dai turchi né dagli ungheresi. Gli succedette la moglie Jelena Gruba, l’unica sovrana nella storia della Bosnia medioevale, che regnò per tre anni. Non è chiaro perché si fosse guadagnata il soprannome di Gruba (“rozza” o “brutta”) ed è possibile che fosse ortodossa piuttosto che cattolica. Nel 1398 fu deposta dal trono ma rimase a corte in qualità di vedova del re. Il principe che l’aveva detronizzata, Stjepan Ostoja, fu a sua volta temporaneamente estromesso dopo che ebbe tentato di allearsi con gli ungheresi a nord, riuscendo a trionfare sul suo rivale Stjepan Tvrtko II appena nel 1408. L’ultimo re medioevale della Bosnia, Stjepan Tomašević, che aveva ucciso suo padre Stjepan Ostoja, fu sconfitto e successivamente decapitato dal sultano Maometto II nel 1463. La Bosnia medioevale era famosa per la sua complessità e individualità e, come osserva Ivan Lovrenović, per un elevato grado di laicismo. La cittàdella di Visoki, che sovrasta l’attuale Visoko, disponeva di un’università e ospitò la corte di diversi sovrani medioevali. Fu durante il Medioevo che vennero realizzati i sepolcri caratteristici di questa regione, gli stećak (plurale stećci). Nella lingua del popolo bosniaco queste pietre vengono chiamate talvolta mramorovi (pietre di marmo). Alcuni stećci recano delle iscrizioni in una scrittura particolare, la bosančica, che è simile all’antico cirillico, mentre su altri sono scolpite scene di danza e simboli che possono ricollegare questi manufatti a un passato più antico. Su questi sarcofagi si rinviene talora la figura araldica del giglio (fleur-de-lys), simbolo dello Stato bosniaco. A volte c’è scritto semplicemente a se leži (“qui giace”): “qui giace Ljuben Dragota, sul suo nobile paese. Passa in pace, viandante, e non rovesciare la mia lapide perché non ho nessuno qui che possa raddrizzarla”. Dal 1268 “giace qui Kulduk Krilić… ho seguito il cammino della ragione non quello del cuore. E ora me ne rammarico.” A vedersi, gli stećci appaiono spesso molto grandi e imponenti e sono dello stesso color grigio biancastro del calcare circostante. Sebbene si rinvengano anche oltre il confine bosniaco in Montenegro e Croazia, sono stati eretti soprattutto come lascito culturale bosniaco e oggi spesso costituiscono un richiamo per il turismo. Gran parte della ricerca erudita sugli stećci è stata intrapresa dalla storica dell’arte americana Marian Wenzel che era stata soprannominata affettuosamente “Marija Stećkova”. Secondo una famosa definizione del poeta Mak Dizdar, questi sepolcri sono “pietra ma anche parola, terra ma anche cielo, solidità ma anche spirito, morte ma anche vita, passato ma anche futuro.” Egli era convinto che i misteri della regione attendessero di essere rivelati. L’arte dello stećak era dominata dal simbolismo cristiano, che si rifaceva all’estetica essenziale del calcare. L’artista Maude Holbach descrisse una curiosa tomba scolpita nella roccia in quello che sull’altro lato sembrava solo un enorme macigno che si era staccato dal versante della montagna28. Per alcuni aspetti le pietre tombali d’epoca islamica o türbe continuarono questa tradizione, utilizzando il candore della pietra per ottenere un potente effetto estetico. La natura della Chiesa bosniaca all’inizio del Medioevo è uno dei temi più controversi nella storia di questa regione e, nell’era moder-

na, si è intrecciata con le questioni sull’identità nazionale. Il cristianesimo medioevale era afflitto da eresie e scismi, forse in rapporto alle tradizioni ancora esistenti, alle conseguenze dell’analfabetismo, alla malnutrizione e alle allucinazioni provocate dall’ergotismo. I membri della Chiesa bosniaca medioevale si autodefinivano kristjani (cristiani) e afferivano a congregazioni religiose (hiže) simili ai monasteri cattolici. L’evidente radicalismo di questa Chiesa indusse il sacerdote cattolico croato Franjo Rački a dedurre che essi erano manichei (e in ciò simili ai Catari dell’Europa Occidentale). I manichei credevano che l’Universo fosse stato creato dal diavolo anziché da Dio e ripudiavano il mondo materiale nonché la venerazione del crocifisso ligneo in quanto idolatria. Nel suo saggio Bogomili i paterini, scritto nel 1869, Rački asseriva che il dualismo (ovvero la credenza in una lotta fra le forze del bene e del male) costituiva una minaccia esistenziale alla Chiesa cattolica e ai suoi principi di fede in molte parti d’Europa. Comunque molti storici dopo Rački hanno messo in discussione se la Chiesa bosniaca fosse o meno eretica. Lovrenović ci ricorda che nella cultura materiale della Bosnia medioevale non vi sono elementi bogomili né pertinenti ad altre eresie documentate. I testi chiave, dall’Abjura di Bilino Polje del 1203 fino al Testamento di Gost Radin del 1466, impiegano esplicitamente formule e termini dell’ortodossia cristiana. All’inizio del XIII secolo la Bosnia evitò di stretta misura la sorte che colpì la Linguadoca che tra il 1209 e il 1229 era stata oggetto di una violenta campagna, denominata con un eufemismo Crociata degli Albigesi, finalizzata all’eradicazione dell’eresia catara. Nel 1233 il vescovo Vladimiro, presule della diocesi bosniaca, fu costretto da papa Gregorio IX a rassegnare le dimissioni per non essere stato capace di reprimere l’eresia. Il nuovo vescovo, Johannes

von Wildeshausen, non era della zona, bensì era un erudito tedesco famoso per la sua acribia e devozione. Un altro punto della contro- versia è la nozione secondo cui gli aderenti medioevali alla Chiesa bosniaca, forse già inclini all’eresia e fuori dalla tradizione cattolica, si sarebbero convertiti in massa all’Islam dopo l’arrivo degli Ottomani. Stando a quest’ipotesi, il Manicheismo era più vicino all’Islam del Cristianesimo, il che rendeva meno complicato il processo di apostasia. Come ha osservato Bojan Baskar, “varianti leggermente modificate di questo argomento predominano tuttora nei resoconti sulla conversione forniti dai manuali di storia bosniaci”. Sotto il profilo linguistico, la Bosnia è una delle regioni più unificate nei Balcani, con la stragrande maggioranza della gente che parla o comprende la variante del bosniaco (bosanski) chiamata neoštokavsko-ijekavski, che può essere scritta in alfabeto cirillico o latino (e viene anche chiamata srpski, bošnjački, hrvatski o sprsko-hrvatski) a seconda delle preferenze personali. Nel V secolo i parlanti del paleoslavo meridionale provenienti dall’Europa orientale cominciarono ad affluire in questa regione e la loro lingua e la loro cultura si diffusero rapidamente perfino nelle zone montuose più isolate. A un certo punto, fra la tarda epoca medioevale e l’inizio dell’età moderna, la maggioranza della popolazione cominciò parlare la lingua paleoslava bosniaca. Il medievista Florin Curta ha avanzato l’ipotesi che la lingua protoslava si sia diffusa tanto con il commercio, le migrazioni e l’agricoltura quanto con la conquista. Prima del XVII secolo, i valacchi che vivevano nelle più remote zone della Bosnia parlavano una lingua strettamente imparentata con il moderno romeno, che costituisce un vestigio dell’occupazione da parte dell’Impero romano. Nella regione sopravvivono alcune parole valacche, come tornjak, il termine per designare un cane di montagna, che è probabilmente di origine valacca. Anche il termine zarica, che designa un formaggio secco e acido della Bosnia nord-occidentale che può essere servito grattugiato, è etimologicamente di origini valacche. Le genti rom, che parlano una lingua lontanamente imparentata con il sanscrito arrivarono in questa regione tra il XII e il XIV secolo e la maggior parte di loro in Bosnia si convertirono all’Islam. Il turco, l’ungherese e il tedesco (lingue delle metropoli imperiali) non hanno mai rimpiazzato completamente il bosanski. Nel XVII secolo il lessicografo e gesuita Giacomo Micaglia scrisse che c’erano molte forme e variazioni della lingua “illirica” ma che la lingua bosniaca era la “più bella”36. Il processo di slavizzazione in cui le varianti paleoslave avevano gradualmente rimpiazzato idiomi più antichi come il valacco era in gran parte compiuto all’epoca in cui scriveva Micaglia. Ciò nondimeno, in Bosnia la dottrina degli eruditi musulmani rimase turca o araba fino alla metà del XIX secolo, in un’epoca in cui gran parte della letteratura sulla regione veniva scritta anche in tedesco o italiano dai cittadini asburgici e da altri abitanti dell’Europa Centrale. Nel bosniaco contemporaneo ci sono anche molte voci desunte dal turco (o, più alla lontana, dall’arabo) tra cui i termini che designano il cotone (pamuk), il bottone (dugme) e le calze (čarape). Secondo Srđan Vucetić, esiste anche un genere di motti di spirito che prendono in giro presunte parole turche in bosniaco, con l’intento di sottolinearne il provincialismo: “un ufficiale di polizia viene chiamato pendrek-efendija) (“signore-del-bastone”) e, se di grado elevato, maksuz pendrek-efendija (“signore-del-bastone per le grandi occasioni”). Il carro armato dell’esercito viene chiamato belaj-bager (“ara-guai”) e la pattinatrice viene chiamata zvrk-hanuma (“donna-piroetta”). Fran Markowitz ha avanzato l’ipotesi che “le voci e le espressioni turche e arabe possano servire da minaccioso memento ai serbi bosniaci e ai croati bosniaci che i loro progenitori un tempo sudavano sotto il giogo ottomano e che essi potrebbero nuovamente ricadere preda del dominio dei musulmani”. Vuk Karadžić, quando compilò il suo influente dizionario Srpski rječnik istolkovan njemačkim i latinskim rječima, pubblicato per la prima volta a Vienna nel 1818, intendeva specificamente espungere dalla lingua serba tutti i prestiti turchi. Tanto i nomi di persona quanto i cognomi sono intimamente radicati nella ricca storia della regione. Goran significa “l’uomo della montagna” ed è abbastanza adeguato al territorio, mentre Davor è un antico nome slavo che risale al nome del dio che i romani chiamavano Marte. Vlahović fa pensare a una derivazione valacca e molti nomi sono di origine araba o turca come Begović, Damir, Adil o Esma. Ljubomir e Branimir (rispettivamente “amante della pace” e “difensore della pace”) sono di origine slava. I santi cristiani sono ben rappresentati con nomi come Filipović (figlio di Filippo) e Pavlović (figlio di Paolo). Le variazioni di Vuk (p. es. Vukić, Vuković, Vučić, Vujić) hanno incorporato la lotta con il lupo (vuk). La leggenda, forse ispirata dalla duplice dose di ferocia presente nel suo nome di battesimo e nel patronimico, vuole che un eroico cavaliere, Vuk Vukoslavić abbia salvato Stjepan Kotromanić in una battaglia del XIV secolo. I nomi di persona spesso hanno delle varianti maschili e femminili: Zoran/Zora (da alba), Zlata/Zlatan (da oro) e Vjera/Vjeran (da fede). È persino possibile indovinare la religione di un bosniaco (o di una bosniaca) a partire dal loro nome, tuttavia alcuni nomi sono condivisi da tutte le comunità di fede. La lingua bosniaca è particolarmente ricca di metafore e arcaismi che spesso si perdono nelle traduzioni. Una lingua flessiva, i cui sostantivi sono dotati di genere e gli aggettivi devono essere concordati con i sostantivi si adatta bene alla composizione in

versi. Per esempio nelle prime due frasi del poema Islamu (1902) di Musa Ćazim Ćatić

O Islamu, vjero moja sveta

Spasu duše griješničke moje

(Oh Islam, mia sacra fede

Oh salvezza della mia anima peccatrice)

tutte le parole terminano con suoni vocalici. Per la sua bellezza, questo poema è stato appreso a memoria da musulmani di tutto il mondo.

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