{"id":5290,"date":"2024-08-12T21:13:52","date_gmt":"2024-08-12T19:13:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=5290"},"modified":"2024-08-12T21:13:54","modified_gmt":"2024-08-12T19:13:54","slug":"leuropa-vista-dai-balcani-fra-aspettative-e-disincanto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2024\/08\/12\/leuropa-vista-dai-balcani-fra-aspettative-e-disincanto\/","title":{"rendered":"L&#8217;Europa vista dai Balcani, fra aspettative e disincanto"},"content":{"rendered":"\n<p><em>&#8220;Un viaggio di ritorno, un libro scritto a met\u00e0, una comunit\u00e0 di pensiero&#8221; (26 giugno &#8211; 3 luglio 2024). Il racconto<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>12\/08\/2024&nbsp;&#8211;&nbsp;&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/Autori\/(author)\/Domenico%20Sartori\">Domenico Sartori<\/a> Obct<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;<strong>Emozioni e paure<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Partiamo dalla fine. \u201cLa mia follia \u00e8 rimanere qui\u201d. Incontriamo Darko Cvijeti\u0107 al motel Le Pont. Insieme al \u201ccondominio rosso\u201d dove ancora abita \u00e8 il suo rifugio quando ritorna a Prijedor, in quella parte di Bosnia Erzegovina chiamata Republika Srpska. Poeta, scrittore, drammaturgo, attore, Cvijeti\u0107 ha appena pubblicato l\u2019ultimo romanzo della trilogia aperta con L\u2019ascensore di Prijedor (uscito in Italia con Bottega Errante Edizioni). Il protagonista \u00e8 un criminale di guerra, che ritorna dopo venticinque anni di galera. \u201cIl criminale \u00e8 cambiato, tutto il resto \u00e8 rimasto come prima\u201d. E la comunit\u00e0 non pu\u00f2 accettarlo: \u00e8 uno specchio che ne riflette l\u2019immagine. \u201cPerch\u00e9\u201d dice il romanziere \u201cil criminale di guerra \u00e8 un potenziale che ognuno di noi ha dentro\u201d. Michele sorride, ne parla spesso nelle sue riflessioni sulla guerra.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 il tema, enorme, dell&#8217;elaborazione del conflitto. Senza, le guerre non finiscono mai. Elaborare. Conoscere. Guardarsi dentro. \u00c8 fatica, dolore. Qui sta la tragedia. Il passato che non passa. Lo scontro solo \u201ccongelato\u201d dagli accordi di Dayton (fine 1995) che hanno fermato le granate e la guerra in Bosnia Erzegovina. Un equilibrio precario dentro la geopolitica globale, l&#8217;altra guerra mai risolta fra Serbia e Kosovo, quelle in Ucraina e in Palestina, l\u2019Europa dove risorgono sovranismi, fascismi e nazionalismi, gli Usa a rischio guerra civile. Un \u201cequilibrio\u201d che pare stare bene a tutti i principali attori. Se non altro perch\u00e9, dentro la tregua, il grande business nei Balcani continua: quello delle privatizzazioni e delle delocalizzazioni, dell\u2019energia e delle materie prime, dei traffici e del real estate. Ne \u00e8 emblema la cementificazione del lungofiume di Savamala a Belgrado, voluta dall\u2019attuale presidente della Repubblica, Aleksandar Vu\u010di\u0107. Dalla fortezza di Kalemegdan, l\u2019imponenza del gigantesco affare immobiliare, il progetto Belgrade Waterfront, taglia l\u2019orizzonte: hotel di lusso, il pi\u00f9 grande centro commerciale dei Balcani, 10 mila appartamenti riservati alle \u00e9lite, 4 miliardi di euro di investimento, la Eagle Hills Company di Abu Dhabi protagonista.<\/p>\n\n\n\n<p>Il passato che non passa, tra rassegnazione e fatalismo. E l\u2019andarsene, la defezione, come unica via d\u2019uscita. \u201cIl sistema educativo \u00e8 tale\u201d ci spiega Cvijeti\u0107 \u201cche ogni nuova generazione \u00e8 preparata per una nuova guerra\u201d. Occorre allora chiedere al poeta quale futuro riesca ad immaginare per i Balcani occidentali, traditi nel loro progetto di adesione all\u2019Unione Europa, coltivato e alimentato nel dopoguerra. \u201cSe io sono rimasto qui \u00e8 per cantare e scrivere poesie\u201d ci risponde Cvijeti\u0107 \u201cla nostra, dal Triglav (la montagna simbolo della Slovenia,&nbsp;<em>ndr<\/em>) alla Macedonia, \u00e8 una societ\u00e0 proto-fascista. La gente \u00e8 infelice, non sorride. Slovenia e Croazia, con l\u2019ingresso in Europa, hanno una qualche prospettiva di futuro, il resto dei Balcani vacilla, oscilla tra essere pro Russia e pro Europa. E\u2019 terribile la mancanza di volont\u00e0 di uscire da questa situazione\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>I poeti vedono lontano, pi\u00f9 degli economisti. \u201cNon sono n\u00e9 ottimista, n\u00e9 pessimista: semmai sono lunatico\u201d dice sorridendo il nostro romanziere di Prijedor. \u201cIo penso che tra 30-50 anni qui non ci saranno n\u00e9 serbi, n\u00e9 croati, ma algerini o tunisini. Diventeremo un corridoio tra il Mediterraneo e l\u2019Unione Europea. Anche la lingua sparir\u00e0, la useranno solo gli scrittori, tutti gli altri parleranno inglese\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Il disincanto verso l\u2019Unione Europea ti viene sbattuto in faccia anche nella sede del Kvart, l&#8217;associazione che ha contribuito a dar vita al Movimento delle Fasce bianche, qui rappresentata da Edin Ramuli\u0107, Fikret Ba\u010di\u0107 e Branko \u0106ulibrk. \u201cLa gente non ci crede pi\u00f9, spera solo che non ci sia di nuovo guerra. Ma noi non ci sentiamo sicuri\u201d dice Edin ricordando i \u201cnumeri\u201d di Prijedor: 3.176 vittime civili, 265 donne e ragazzi uccisi, 102 bambini vittime della pulizia etnica, 53 mila profughi, 32 mila nei diversi campi di concentramento. \u00c8 per fare memoria di quei 102 bambini che le Fasce bianche chiedono da tempo di erigere un monumento a Prijedor. Basterebbe poco. Ma il sindaco non degna il movimento neanche di un incontro. Porte chiuse, altro che riconciliazione.<\/p>\n\n\n\n<p>A Prijedor, in centro, ci accoglie l\u2019enorme murale realizzato sull\u2019edificio della scuola dalla compianta Paola de Manincor nel 1998. Poco distante, la Galleria d\u2019arte moderna: una scommessa culturale che ha visto il coinvolgimento dello Studio Andromeda di Trento. E, vicino, la bottega di prodotti enogastronomici locali dove si pu\u00f2 acquistare un buon formaggio i cui produttori hanno potuto beneficiare del contributo formativo della Fondazione Mach di San Michele all\u2019Adige. Solo alcuni esempi della miriade di iniziative, rapporti, collaborazioni attivate a partire dalla met\u00e0 degli anni Novanta con l\u2019Associazione Progetto Prijedor e con la costituzione dell\u2019ADL, l\u2019Agenzia della democrazia locale coordinata nei primi anni da Annalisa Tomasi.<\/p>\n\n\n\n<p>Michele Nardelli \u00e8 stato il primo promotore, all\u2019epoca, delle relazioni tra Trento, il Trentino e Prijedor dove, come ha concluso la Commissione d\u2019indagine sui crimini di guerra della Nazioni Unite, \u201cla distruzione sistematica della comunit\u00e0 bosniaca nell&#8217;area di Prijedor merita il nome di genocidio\u201d<a href=\"https:\/\/www.michelenardelli.it\/commenti.php?id=5120#sdfootnote1sym\">1<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019incontro con Jasna Dedi\u0107, Refika Aliskovi\u0107 e Adila Aliskovi\u0107,dell\u2019associazione delle donne della \u201cLijeva Obala\u201d \u2013 la riva sinistra del fiume Una \u2013 dove si contarono nel 1992 circa 1.500 vittime, lascia il segno. Emozione e paura, negli sguardi che si incrociano dopo molti anni, sono reciproche. L&#8217;emozione del reincontrarsi, la paura dell&#8217;aver tradito le aspettative. Eppure rimane, fortissimo, in queste donne di Prijedor \u2013 vedove, profughe, poi attive in progetti di ricostruzione e riconciliazione \u2013 un sentimento di gratitudine per le relazioni profonde che il tempo e la distanza non hanno scalfito. Emozioni, qualche lacrima, ma vivere qui non \u00e8 facile, quando pu\u00f2 capitare di incontrare per strada i tuoi aguzzini. Sentimenti che alimentano la paura che tutto possa ricominciare. \u201cC\u2019era, c\u2019\u00e8 ancora e rimarr\u00e0, io me la sento addosso; la nostra associazione non \u00e8 sciolta, ma molti sono migrati, la popolazione \u00e8 meno interessata a partecipare, e chi rientra a Prijedor investe le energie per sopravvivere\u201d racconta Jasna, che dopo aver cresciuto i figli per qualche mese all&#8217;anno fa la badante in Baviera. Non c\u2019\u00e8 altro modo di garantirsi un pezzo di futuro: accumulare un po\u2019 di risparmi in un paese dove il welfare \u00e8 collassato e ai licei si preferiscono gli istituti di formazione professionale per creare operatori socio-sanitari che poi migreranno in Italia, Austria, Germania, Svezia, a tenere in piedi sistemi di welfare sempre pi\u00f9 in affanno.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo trent\u2019anni, tra gli edifici ricostruiti di Prijedor, la riconciliazione \u00e8 ancora tutta da costruire. \u201cLa nostra associazione non ha avuto il successo che speravamo. Siamo deluse per la situazione che qui non cambia. Forse la paura \u00e8 dovuta al fatto che il tempo scorre inesorabile, forse alla delusione raccolta\u201d dice Jasna. \u201cDa una parte\u201d aggiunge Refika \u201cc\u2019era il progetto per la cura degli anziani, che ci ha dato competenze utili; dall\u2019altra, la ricerca delle persone scomparse. Io, a questo progetto, ho contribuito gratuitamente: il mio compenso sarebbe trovare quel che rimane del corpo di mio marito, ucciso nel primo mese di guerra, per poterlo seppellire\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il vento di destra che spazza l&#8217;Europa<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>In realt\u00e0 il primo appuntamento di questo tour balcanico lo abbiamo a Zagabria, con Snje\u017eana \u0110uri\u010di\u0107, che ci accompagner\u00e0, come persona interessata prima ancora che come interprete, in tutto questo nostro viaggio. Una persona squisita, attenta e di rara competenza linguistica che verr\u00e0 messa alla prova anche nelle traduzioni letterarie.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando la incontriamo lei \u00e8 gi\u00e0 con Paul Stubbs, che ha avuto in passato come docente. Professore di origine britannica ma che da molti anni ha messo radici profonde a Zagabria, ci parla del clima pesante che si respira oggi in Croazia, di revisionismo, di falsificazione della storia, del silenzio rispetto ai crimini del regime degli Usta\u0161a, della crescita della destra radicale, simile all\u2019AfD in Germania. A Zagabria, ogni primo sabato del mese una piazza si riempie per pregare in favore dei diritti degli uomini sulle donne. La chiesa cattolica, qui, non \u00e8 quella di Francesco. \u201cRispetto a quindici anni fa\u201d riconosce Stubbs \u201c\u00e8 stato fatto un grande passo indietro. Dopo l\u2019ingresso nella Unione Europea e alcune sentenze assolutorie di criminali di guerra, le barriere rispetto al nazionalismo radicale sono cadute\u201d. Dell\u2019Europa interessano i fondi che possono arrivare, non il progetto politico. Tuttavia, Stubbs si dice ottimista: \u201cLa destra croata collabora con Fratelli d\u2019Italia, che pensa ancora alla Dalmazia italiana, e con gli ungheresi di Orban che hanno in mente una cartina geografica dove l\u2019Ungheria si mangia mezza Croazia. Tra loro, questi sovranismi non possono collaborare a lungo. L\u2019Europa \u00e8 un\u2019idea cos\u00ec forte, come la democrazia, che potr\u00e0 risorgere. La dimensione etica sopravviver\u00e0\u201d. Ne viene un confronto molto interessante. Paul scriver\u00e0 sulla sua pagina fb: \u201cUna splendida, seppur pessimista, discussione\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci spostiamo a casa di Zoran Pusi\u0107, figura storica dell&#8217;antifascismo in questo paese. Ottant&#8217;anni portati bene gli permettono di essere fra i protagonisti della Lega antifascista fondata in diverse citt\u00e0 croate proprio per frenare la deriva di estrema destra. \u201cMi sorprende\u201d ci dice Zoran \u201cche quel che abbiamo vissuto nel corso del Novecento non abbia sedimentato sufficienti anticorpi per evitare tutto questo. Ma il peso del revisionismo e della falsificazione della storia svolgono un ruolo importante. E l&#8217;idea che hanno i nazionalisti oggi non \u00e8 pi\u00f9 quella di starsene fuori dall&#8217;Europa, bens\u00ec di far venir meno l&#8217;Europa come progetto politico, attraverso uno svuotamento dall&#8217;interno a favore degli Stati nazionali. La balcanizzazione dell&#8217;Europa? \u201cL&#8217;Europa a destra potrebbe accadere\u201d. Eppure malgrado tutto Zoran Pusi\u0107 si dice ottimista: \u201cl&#8217;inchiostro della storia non si \u00e8 ancora seccato\u201d afferma. Ritornano le parole di Paul Stubbs, l&#8217;Europa come attrazione di tipo etico.<\/p>\n\n\n\n<p>In Croazia, il partito di destra estrema, il Movimento Patriottico, dopo le elezioni di aprile \u00e8 parte della coalizione di governo, mette al primo posto l\u2019euroscetticismo. \u201cLa Croazia non ha bisogno di altri capi\u201d \u00e8 il suo slogan, ci spiega il Drago Hedl, vicepresidente dell&#8217;Ordine dei giornalisti della Croazia, \u201ced \u00e8 contro le tre B: Budapest, Belgrado, Bruxelles\u201d. Lo incontriamo ad Osijek in un caff\u00e8 lungo la Drava.<\/p>\n\n\n\n<p>Hedl \u00e8 un testimone privilegiato per capire l\u2019aria che tira nel Paese e nella sua parte pi\u00f9 ad est, nella Slavonia. La crisi demografica batte in larga parte dei Balcani, qui pi\u00f9 che altrove. \u201cVi sono villaggi semi abbandonati, e non si lavora pi\u00f9 la terra: importiamo prodotti agroalimentari da Spagna, Italia, Germania, persino piselli dal Canada\u201d. In questo assaggio di Balcani, da Osijek Held tratteggia uno scenario che altri interlocutori, tra Serbia e Bosnia Erzegovina, confermeranno. L\u2019Europa che non c\u2019\u00e8, al pi\u00f9 buona per fare cassa: \u201cUna volta entrati nel club, \u00e8 il liberi tutti\u201d. Il paradosso dei giovani: \u201cNon sono coscienti dei valori europei, ma quando possono se ne vanno all\u2019estero, in Irlanda o altrove. In Croazia i loro talenti sembrano non valere nulla se non sono del partito di governo\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Chi lascia e chi arriva: \u201cCresce l\u2019immigrazione, 300 mila persone da India, Bangladesh, Pakistan\u2026 Saranno 500 mila entro due anni\u201d<a href=\"https:\/\/www.michelenardelli.it\/commenti.php?id=5120#sdfootnote2sym\">2<\/a>. E con l\u2019immigrazione cresce il populismo: \u201cLa destra offre soluzioni facili e veloci, il sentimento di rivincita del dopoguerra verso i serbi ha un nuovo obiettivo: ora gli stranieri, che ci rubano il lavoro e riducono il valore degli stipendi, sono i nuovi nemici\u201d. E poi la corruzione: \u201cIn Croazia la corruzione \u00e8 molto diffusa, fino al governo. In otto anni, due mandati, sono stati \u2018licenziati\u2019 trenta ministri, coinvolti in appalti di opere pubbliche. Va avanti chi \u00e8 legato al partito. Il sistema giudiziario \u00e8 il punto delicato. La struttura mafiosa si \u00e8 formata durante la guerra. I clan non sono strutturati come in Serbia, qui sono ancora principianti. Ma vale la regola del non chiedermi come ho guadagnato il primo milione\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Al contrario di Stubbs, Hedl non \u00e8 affatto ottimista sul futuro: \u201cLa Croazia non ha una strategia di sviluppo, una produzione strategica su cui puntare. Non basta il turismo a breve termine. L\u2019agricoltura \u00e8 arretrata. L\u2019industria, dopo il crollo dei giganti del passato, \u00e8 il punto debole\u201d. Anche questo spiega la nostalgia della Jugoslavia: \u201cCi si sentiva pi\u00f9 sicuri. Allora, una donna con due figli non veniva licenziata. Oggi \u00e8 una cosa normale\u201d. E nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo in Croazia ha votato il 21,35% degli aventi diritto.<\/p>\n\n\n\n<h3>Defezione<\/h3>\n\n\n\n<p>A Belgrado sono i giorni del \u201cMir\u00ebdita, dobar dan\u201d, il festival culturale che dal 2014 riunisce artisti e attivisti per i diritti umani provenienti da Kosovo e Serbia, simbolo di pezzi di societ\u00e0 civile ancora vitali. Momenti di confronto e dibattito. Ma per la prima volta il festival viene stoppato dal Ministro degli Interni, ufficialmente per evitare gli scontri con i tifosi della Stella Rossa e gli estremisti di destra che contestano l\u2019evento e, alla fine, brinderanno alla mano dura del governo. \u201cQuesto \u00e8 lo scenario. Questa \u00e8 la Serbia di Vu\u010di\u0107, che comanda su tutto: una dittatura, pi\u00f9 della Turchia, che l\u2019Europa non vuole vedere\u201d analizza Jovan Teokarevi\u0107, gi\u00e0 docente alla facolt\u00e0 di Scienze politiche di Belgrado \u201cUn regime clientelare, con un padrone. E non c\u2019\u00e8 libert\u00e0 dei media\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Il fenomeno nuovo, a Belgrado, sono i 50-100 mila russi scappati da Putin dopo i bombardamenti dell\u2019Ucraina. \u201cPer i serbi nazionalisti e tradizionalisti, questi nuovi russi, educati e competenti, molto esperti di informatica, che non vogliono pi\u00f9 vivere in uno stato fascista, sono una sorpresa, perch\u00e9 non sanno comprendere come si possa lasciare un \u2018paradiso\u2019 come la Russia\u201d dice ironicamente Teokarevi\u0107, per il quale oggi nella societ\u00e0 serba c\u2019\u00e8 una spaccatura che non si \u00e8 mai vista: \u201cNessuna meraviglia, se scoppiasse una guerra civile\u201d azzarda. Disincanto. Rassegnazione. O, semplicemente, realismo. \u201cNon \u00e8 possibile, in questo contesto, una transizione pacifica con le elezioni\u201d ne \u00e8 convinto Teokarevi\u0107. Per non perdere le comunali di Belgrado, i nazionalisti di Vui\u0107 hanno fatto arrivare elettori anche dalla Republika Srpska. Pullman carichi, per un pugno di dinari e un panino: pagati per votare. L\u2019opposizione, che si \u00e8 divisa, ha denunciato brogli e irregolarit\u00e0. Si capisce la defezione.<\/p>\n\n\n\n<p>Il passato che non passa, anche qui. Massimo Moratti, corrispondente dell\u2019Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, riconosce che la societ\u00e0 civile serba \u00e8 molto polarizzata. Ma non crede che \u201cla Belgrado ruspante, da bere, degli ultras e dei traffici strani sia a rischio guerra civile\u201d. Piuttosto coglie un accresciuto sentimento, misto di arroganza e vittimismo. Il clima, nella Serbia di Vu\u010di\u0107 che, disinvolto, strizza l\u2019occhio contemporaneamente alla UE, alla Russia e alla Cina, \u00e8 cambiato. \u201cOra, il generale Mladi\u0107, da prigioniero in Finlandia, si collega on-line e tiene lezioni a scuola sui valori in battaglia. Una tale glorificazione dei criminali di guerra non si vedeva da quindici anni\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Belgrado, dove vive il 25 per cento della popolazione del Paese, \u00e8 caotica, trafficata, rumorosa. Ad un tiro di schioppo dalla centralissima Piazza della Repubblica, l\u2019aria che tira \u00e8 nella gigantesca scritta che avvolge l\u2019angolo di un vecchio edificio: \u201cThe only genocide in the Balkans, was against the Serbs\u201d<a href=\"https:\/\/www.michelenardelli.it\/commenti.php?id=5120#sdfootnote3sym\">3<\/a>. Non \u00e8 stata cancellata. Ed \u00e8 in inglese, perch\u00e9 tutti capiscano che siamo ancora l\u00ec, ai maledetti anni Novanta. Vittimismo e risentimento, propellenti per altri conflitti e future tragedie. Un incubo. Solo la musica soave di una giovane arpista di strada attenua lo sconforto ed il pensiero che i medesimi sentimenti albergano nelle contrade di tutta Europa, dalla Francia alla Germania, dall\u2019Italia alla Svezia, alimentando nuovi fascismi.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cLa Jugoslavia \u00e8 stata una anticipazione di quanto poi \u00e8 successo nel mondo\u201d racconta Sonja Biserko. S\u00ec, come sostiene Michele Nardelli, i Balcani sono un caleidoscopio privilegiato per leggere il presente e il nostro futuro. Sonja Biserko lavorava al Ministero degli Esteri della Jugoslavia. Nel 1991, aveva annusato l\u2019aria che stava tirando. Si dimise dall\u2019incarico e inizi\u00f2 a lavorare per il movimento contro la guerra. Oggi presiede il Consiglio di Helsinki per diritti umani in Serbia. Ad accompagnarla, nel nostro incontro a Belgrado, \u00e8 Lenka Rabasovi\u0107, impegnata in progetti di integrazione culturale tra serbi e albanesi in Kosovo. \u201cLa Serbia sostiene la Grande Albania per poter fare la Grande Serbia\u201d dice Biserko. E Vu\u010di\u0107 non \u00e8 interessato al dialogo con il Kosovo, come chiede la UE.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ottimismo che ad inizio anni Duemila ha accompagnato l\u2019avvio del processo di adesione alla Unione Europea \u00e8 venuto meno. \u201cOggi\u201d spiega Biserko \u201cla Russia riempie il vuoto strategico degli Stati Uniti e della UE, qui e in Montenegro. E, tra Russia e Unione Europea, il partito nazionalista di Vui\u0107 sceglie Putin\u201d. \u201cMeloni, in Italia, non parla di Stato ma di Nazione. \u00c8 il rovesciamento del Manifesto di Ventotene\u201d osserva Nardelli. \u201cLe stesse basi del diritto internazionale non funzionano pi\u00f9. Se il Kosovo \u00e8 nel limbo \u00e8 anche perch\u00e9 due princ\u00ecpi sovraordinati del diritto internazionale, la sovranit\u00e0 e l\u2019autodeterminazione nazionale, si dimostrano contraddittori. La stessa Carta nell\u2019Onu andrebbe ripensata. Occorre cambiare paradigma e immaginare una Costituzione della Terra fondata sugli ecosistemi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cPurtroppo\u201d interviene Biserko \u201cla maggior parte della gente la pensa diversamente. Con la crisi demografica nei Balcani, sono gli immigrati a diventare un problema, e non c\u2019\u00e8 una strategia di integrazione. Belgrado ha una potenzialit\u00e0 enorme, potrebbe essere il centro culturale della regione, ma i politici si curano solo degli aspetti economico-finanziari\u201d. La discussione con Sonja si allarga al Mediterraneo e ai suoi attraversamenti lungo la storia. Sintonie profonde. Oltre agli sguardi s&#8217;intrecciano riferimenti letterari fra persone che s&#8217;incontrano per la prima volta. Tanto che il confronto potrebbe proseguire ben oltre il tempo che abbiamo a disposizione.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 forse la questione ambientale il campo di gioco che nei Balcani occidentali apre pi\u00f9 spazi di azione civica, mobilitazione politica, scenari di cambiamento. A Ni\u0161, nel sud della Serbia, ce ne parla Rastislav Dini\u0107. \u00c8 attivista del partito sinistra-verde che fa parte della coalizione che si \u00e8 raccolta attorno al candidato sindaco Dragan Mili\u0107, un cardiologo molto popolare. \u201cLa priorit\u00e0, oggi in Serbia, \u00e8 far crollare l&#8217;attuale regime. Si parla di autoritarismo competitivo, perch\u00e9 la Serbia \u00e8 un paese semi-totalitario. L\u2019obiettivo \u00e8 evitare che diventi totalitario del tutto\u201d dice Dini\u0107. Uno dei cinque municipi della citt\u00e0 \u00e8 conquistato, per gli altri \u2013 causa denuncia di brogli \u2013 si attende la decisione del tribunale. Ni\u0161 \u00e8 la punta pi\u00f9 avanzata dell\u2019opposizione al regime nazionalista di Vu\u010di\u0107 . Da una parte, c\u2019\u00e8 il contratto con il colosso francese Vinci per la gestione dell\u2019aeroporto di Belgrado: una clausola prevede di limitare i voli di quello di Ni\u0161 per ridurre la concorrenza della terza citt\u00e0 del Paese. \u201cMa qui c\u2019\u00e8 un forte sentimento anticentralistico nei confronti di Belgrado\u201d spiega Dini\u0107. L\u2019opposizione, che non si \u00e8 sfarinata come nella capitale, lo ha intercettato; dall\u2019altra c\u2019\u00e8 la questione del litio. Due anni fa, il governo era stato costretto dalle proteste popolari a sospendere il progetto della multinazionale anglo-austrialiana Rio Tinto di sfruttamento a Jadar, nell\u2019ovest della Serbia. Ora, il governo intende far ripartire il progetto da 2 miliardi di euro: le 58 mila tonnellate di litio all\u2019anno prodotto sarebbero in grado di alimentare 1,1 milioni di auto in Europa, il 17% del fabbisogno. La mobilitazione contro il progetto di devastazione ambientale \u00e8 ripartita. Anche a Ni\u0161.<\/p>\n\n\n\n<p>Riprendiamo la strada per Kraljevo, citt\u00e0 in cui la comunit\u00e0 trentina avvi\u00f2 a partire dall&#8217;estate 1999 un progetto di cooperazione comunitaria. Erano trascorse solo poche settimane dai bombardamenti \u201cumanitari\u201d della Nato, per stabilire che il Kosovo doveva essere indipendente. Sono trascorsi 25 anni e stando al diritto internazionale, il Kosovo \u00e8 ancora una regione meridionale della Serbia. Da quel tempo Michele e gli altri volontari del Tavolo trentino con la Serbia hanno percorso questa strada fino a farla diventare abituale. Eppure siamo nella regione della \u0160umadija, nella Serbia centromeridionale, a pi\u00f9 di millecento chilometri di distanza dal Trentino. Con ogni tempo e Michele ci dice che ogni volta che \u00e8 venuto a Kraljevo ha trovato pioggia. Neanche il tempo di dirlo e si scatena una bomba d&#8217;acqua che ci costringe a fermarci. A quel punto andiamo direttamente a Bogutovac, un piccolo villaggio lungo il fiume Ibar dove, alla Kafana za Mira, ci aspettano Lazar Nisavi\u0107, Slobodan Camagi\u0107 e Predrag Matovi\u0107. Gli abbracci e le loro parole ci raccontano di quanto le relazioni possano lasciare tracce profonde, nella comunit\u00e0 come nelle persone. Qui poi le parole s&#8217;intrecceranno con i sapori del migliore kaymak (un formaggio \u201cintero\u201d di origine turca) e della proja (la focaccia che in quest&#8217;area viene fatta con il mais bianco). Nemmeno Snje\u017eana \u00e8 mai stata da queste parti e lei \u00e8 la prima ad essere stupita dalla qualit\u00e0 della cucina di Predrag.<\/p>\n\n\n\n<h3>La BiH entrer\u00e0 nell&#8217;Unione Europea quando la UE non ci sar\u00e0 pi\u00f9&#8230;<\/h3>\n\n\n\n<p>L&#8217;ironia bosniaca \u00e8 proverbiale. Ma la realt\u00e0 ne \u00e8 la conferma. E poi, il passato che non passa, ancora. A Mostar, il boulevard trafficato \u00e8 un muro etnico: croati cattolici da una parte, bosgnacchi musulmani dall\u2019altra. Nelle parole di Dario Terzi\u0107, giornalista e animatore culturale, c\u2019\u00e8 tutto lo sconforto di chi non coltiva pi\u00f9 illusioni: \u201cCi parlavano della Bosnia Erzegovina in Unione Europea nel 2000. Siamo nel 2024! La gente si \u00e8 stancata, non ci crede pi\u00f9, e ci si paragona alla Turchia che attende da 27 anni\u2026 Da qui i giovani se ne vanno, restano i vecchi. E gli investimenti culturali pubblici sono nella \u2018tradizione\u2019, che poi \u00e8 quel pezzo di passato voluto dal potere, nel mentre vengono eliminati i luoghi di incontro. All&#8217;opposizione sono quattro gatti. Chi fa politica, la fa per sistemare il proprio figlio\u201d. Nel corso della guerra e anche nel dopoguerra (tranne qualche breve periodo) Dario \u00e8 sempre stato qui a Mostar, amando la sua citt\u00e0 e, anche per questo, tradendo ogni appartenenza fino a rischiare la vita. E malgrado tutto senza mai perdere la sua proverbiale ironia. Ma oggi, tale \u00e8 lo sconforto, che sembra pi\u00f9 affidarsi alla congiunzione astrale che alla possibilit\u00e0 reale di cambiare le cose.<\/p>\n\n\n\n<p>A Sarajevo ci aspetta l&#8217;incontro con uno dei pi\u00f9 grandi giornalisti contemporanei. E l\u2019analisi di Zlatko Dizdarevi\u0107, nella sua severit\u00e0, lo conferma. Il giornalista che ha diretto e fatto uscire il quotidiano&nbsp;<em>Oslobo\u0111enje<\/em>&nbsp;durante i quattro anni di assedio della citt\u00e0, il diplomatico che ha rappresentato il suo paese in varie parti del mondo, nelle parole che raccogliamo sotto il grande tiglio di Morica Han, non lasciano scampo: \u201cI giovani se ne vanno, i vecchi tacciono, la comunit\u00e0 internazionale \u00e8 per lo status quo. Trent\u2019anni di nazionalismo e corruzione ed il terreno \u00e8 pronto ad ogni manipolazione\u201d. L\u00ec si torna: a Dayton: \u201cUna catastrofe per la Bosnia Erzegovina\u201d dice il giornalista-diplomatico. Perch\u00e9 ha ratificato quello che con la guerra i nazionalisti \u2013 profittatori di guerra volevano ottenere, ovvero la divisione \u201cetnica\u201d del paese, come condizione perfetta per il grande imbroglio che scarica sugli \u201caltri\u201d il proprio malaffare.<\/p>\n\n\n\n<p>Non crede che una nuova guerra sia realisticamente possibile, per due ragioni: \u201cperch\u00e9 non c\u2019\u00e8 interesse nella comunit\u00e0 internazionale; e perch\u00e9 l\u2019indicazione che viene dai potenti \u00e8 fare tutto il necessario per difendere lo status quo. L&#8217;esito di tutto questo \u00e8 che allo stato civile, non puoi dichiararti bosniaco, ma devi scegliere tra bosgnacco, croato o serbo. Cos\u00ec, la gente non crede pi\u00f9 all\u2019ingresso in Europa. L\u2019Unione Europea era molto pi\u00f9 popolare vent\u2019anni fa. Oggi la UE parla di transizione verde, ma qui andiamo per l\u201980% a carbone ed i cinesi sono pronti a dare credito per ricostruire le centrali termoelettriche\u201d. C&#8217;\u00e8 rammarico nella parole di Zlatko. Perch\u00e9 il suo \u00e8 il racconto di una citt\u00e0, della sua tragedia, delle sue speranze, del suo disincanto. E del prevalere della mediocrit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIl nostro problema\u201d dice Faruk \u0160ehi\u0107, poeta, scrittore e giornalista bosniaco \u201c\u00e8 che da noi, di solito, chi pensa in modo diverso, \u00e8 un nemico. Manca una cultura del dialogo. La guerra non \u00e8 scoppiata all\u2019improvviso, \u00e8 stata preparata con la de-umanizzazione dell\u2019altro attraverso i mass media. Ed \u00e8 la fine della societ\u00e0 civile quando si arriva al \u2018nulla \u00e8 proibito, tutto \u00e8 lecito\u2019. Ora, non vedo speranza attorno. Tanti giovani se ne vanno. Avessi vent\u2019anni, me ne andrei pure io. Ma sono legato al mio Paese, alla natura, al fiume\u201d. Faruk \u00e8 conosciuto in Italia per il suo libro \u201cIl mio fiume\u201d (Mimesis, 2017), una forma intima di elaborazione del conflitto che diviene collettiva nel suo racconto perch\u00e9 \u201cscrivere significa parlare davanti ad un pubblico invisibile, e questa \u00e8 la mia piccola cattedra\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Nerzuk \u0106urak, originario di Prijedor, \u00e8 un politologo che insegna alla facolt\u00e0 di scienze politiche di Sarajevo. Riconosce che Dayton ha congelato la situazione (\u201cDopo gli accordi non ci sono stati cambiamenti\u201d) ma \u00e8 proprio questa immobilit\u00e0 di pensiero oltre che istituzionale a rendere tutto pi\u00f9 difficile. Altre sintonie, come a Belgrado. Nerzuk e Michele s&#8217;incontrano per la prima volta, ma \u00e8 come si fossero parlati da sempre. Nerzuk una chance la vede nell\u2019agire comunitario. \u201cC\u2019\u00e8 un proverbio che dice: non ci possiamo salvare, ma non possiamo sparire\u201d. Lo cita, \u0106urak, per spiegarci che \u201cla gente di Bosnia sa cooperare a livello comunitario, ragione per cui anche nelle peggiori condizioni il Paese ha continuato ad esistere. La Bosnia \u201ccivile\u201d \u00e8 pi\u00f9 forte della Bosnia \u201cstato\u201d. Il problema \u00e8 che ad occuparsi di politica sono i peggiori, come Dodik (premier della Repubblica Serba della Bosnia, ndr) che ancora oggi parla di secessione e di de-umanizzare i bosgnacchi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche Rada \u017darkovi\u0107, femminista e pacifista delle Donne in nero di Sarajevo, concorda: \u201cS\u00ec, credo che la Bosnia potr\u00e0 sopravvivere oltre lo Stato. Ma la situazione dalle proteste che scoppiarono nel 2014 a partire dalla citt\u00e0 di Tuzla \u00e8 peggiorata. Qui, oggi, si parla pi\u00f9 di armi e secessione della Republika Srpska che del lavoro che manca, delle fabbriche sparite, del welfare che non c&#8217;\u00e8, dei giovani che se ne vanno\u201d. La situazione \u00e8 tale che Rada non nasconde la propria \u201cjugonostalgia\u201d, un totem facile cui aggrapparsi. \u201cAnche durante la guerra, c\u2019era la speranza che prima o poi sarebbe finita, ma ora di speranza non ce n\u2019\u00e8 pi\u00f9. Noi un po\u2019 di energia ancora la conserviamo, ma siamo in pochi\u201d. Forse ci si dovrebbe interrogare collettivamente, ma i luoghi non ci sono o sono logorati e le persone sempre pi\u00f9 sole.<\/p>\n\n\n\n<p>Andiamo a cena con Kanita Fo\u010dak, quasi un simbolo della resistenza civica nella Sarajevo assediata. Nei suoi occhi sembra esserci oggi pi\u00f9 malinconia che fierezza, che pure non l&#8217;ha mai abbandonata. Michele ci racconter\u00e0 della sua storia, ad un tempo incredibile, dolorosa e affascinante.<\/p>\n\n\n\n<p>E&#8217; proprio nel centro delle proteste di dieci anni fa che incontriamo Damir Arsenijevi\u0107, intellettuale, docente all\u2019Universit\u00e0 di Tuzla. Nel 2014 fu uno degli animatori dei Forum dei cittadini che raccolsero le proteste della popolazione per la chiusura delle fabbriche: \u201cIn Bosnia Erzegovina perdiamo ogni anno 60.500 vite a causa dell\u2019inquinamento dell\u2019aria. Rifiuti tossici sono nascosti in tutto il paese. I capitali si sono presi la terra, l\u2019aria, l\u2019acqua. Per cambiare il paradigma di pensiero, nelle condizioni socio-ecologiche date, occorre per\u00f2 partire dalla dimensione micro, dalla prossimit\u00e0 e dalla cura, dai beni comuni\u201d. Le mobilitazioni per fermare le esplorazioni minerarie per riattivare le miniere di carbone si sono diffuse anche in altri centri. Arsenijevi\u0107 ricorda anche l\u2019azione delle Donne di Kru\u0161ica, villaggio nei pressi di Vitez, che hanno guidato la mobilitazione per fermare la costruzione di due centrali idroelettriche, ad un tempo minaccia alle condizioni di vita degli abitanti e compromissione del possibile sviluppo turistico del territorio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il colloquio con Damir \u00e8 molto intenso come lo sono le sintonie. Michele ha portato con s\u00e9 qualche copia dell&#8217;Angelus Novus, l&#8217;acquerello realizzato nel 1920 da Paul Klee, e dello \u201cscritto filosofico\u201d che ne fece Walter Benjamin. Un riferimento sufficiente ad aprire le porte al pensiero che per quasi tre ore si svilupper\u00e0 fra di noi, un reciproco racconto sulle nostre isole di ricerca culturale e politica che vorremmo sapessero incontrarsi. Qualcosa di pi\u00f9 che un auspicio.<\/p>\n\n\n\n<p>A sera, nella piazza centrale di Tuzla, il cielo non promette nulla di buono. Non si tratta solo della pioggia torrenziale che sferzer\u00e0 la citt\u00e0 nella notte. Prima della pioggia assistiamo alle ultime battute di una manifestazione culturale di inizio estate. Tamburi, antiche divise da combattimento, grida di battaglia, scimitarre. Scopriamo trattarsi di un evento finanziato dal Ministero della Difesa della Turchia, non esattamente quello che ci saremmo aspettati da una citt\u00e0 che durante la guerra \u2013 con la sua interetnicit\u00e0 \u2013 cerc\u00f2 in tutti i modi di tenersi fuori dalla guerra.<\/p>\n\n\n\n<h3>Mondi connessi<\/h3>\n\n\n\n<p>Una pioggia intensa ci accompagna al mattino seguente fino a Banja Luka, l&#8217;altra capitale di questo paese diviso. \u201cNoi parliamo di quarta transizione. Dopo la privatizzazione delle aziende pubbliche, privatizzano anche la natura\u201d ci dice Tihomir Daki\u0107, ricercatore e attivista del Centro per l\u2019ambiente di Banja Luka. Il Centro Czzs opera in tutta la Bosnia Erzegovina sui temi della biodiversit\u00e0 e delle aree protette, dell\u2019energia e del cambiamento climatico, della protezione dei fiumi, della mobilit\u00e0 urbana e degli spazi pubblici. \u201cSupportiamo le persone su come influire nelle decisioni, garantendo anche sostegno giuridico. Il tema pi\u00f9 impegnativo e grave degli ultimi due anni\u201d spiega Daki\u0107 \u201c\u00e8 quello delle materie prime critiche, come il litio, il cadmio, il boro, dopo che l\u2019Unione Europea ha deciso di rendersi autonoma da Russia e Cina. Vu\u010di\u0107 ha rinnovato il contratto con Rio Tinto. Ma sono coinvolti anche quattro siti nella Repubblica Srpska di BiH, dove \u00e8 all\u2019opera la Adriatics Metals PLC, capitali inglesi, statunitensi e norvegesi\u201d. La multinazionale sta portando avanti il Progetto Zinko-Argento a Raska in Serbia e l\u2019Operazione Vare\u0161 in Bosnia Erzegovina. \u201cE\u2019 un \u201cneocolonialismo democratico\u201d che ha il supporto di Vu\u010di\u0107 e Dodik\u201d, commenta il ricercatore del Centro per l\u2019ambiente.<\/p>\n\n\n\n<p>Michele omaggia Tihomir con una copia di \u201cInverno liquido\u201d e accenna della necessit\u00e0 di comprendere come si stia assistendo al rovesciamento del rapporto fra tempi storici e tempi biologici, quale esito di \u201cAntropocene\u201d, ovvero di un modello di sviluppo insostenibile. Qui, in questo limes, dove tutto appare pi\u00f9 complesso per la triste eredit\u00e0 degli anni &#8217;90, l&#8217;ambiente sembra aver poca cittadinanza. E quanto la questione ambientale ed il cambiamento climatico costituiscano un concreto effetto leva per disegnare nuovi, possibili e auspicabili scenari politici nei Balcani occidentali, \u00e8 difficile dire. Ma il fatto che entrino nell\u2019agenda dei cittadini e inneschino processi di partecipazione e mobilitazione \u00e8 una piccola luce nel buio dell&#8217;inganno nazionalistico.<\/p>\n\n\n\n<p>Lasciamo Banja Luka per Prijedor, di cui abbiamo parlato. Forse per Michele e Snjezana la tappa emotivamente pi\u00f9 intensa. In serata raggiungeremo Dubica, a pochi passi dal confine fra la Bosnia Erzegovina e la Croazia. Il confine \u00e8 segnato dai fiumi (Una e Sava) ma soprattutto dal Campo di Jasenovac che gli Usta\u0161a croati, alleati dei Nazisti, utilizzarono per il massacro di serbi, rom, ebrei, omosessuali, oppositori politici, intellettuali nel corso della seconda guerra mondiale. Il fatto \u00e8 che senza elaborazione non c&#8217;\u00e8 memoria e senza memoria la storia \u00e8 destinata a ripetersi all&#8217;infinito.<\/p>\n\n\n\n<p>A questo dovrebbe servire la cooperazione fra comunit\u00e0. Per gli altri e per noi.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8212;-<em>(Originariamente pubblicato da&nbsp;<a href=\"http:\/\/www.michelenardelli.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">www.michelenardelli.it&nbsp;&nbsp;<\/a>)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.michelenardelli.it\/commenti.php?id=5120#sdfootnote1anc\">1<\/a>Luca Rastello, La guerra in casa. Einaudi, 1998<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.michelenardelli.it\/commenti.php?id=5120#sdfootnote2anc\">2<\/a>Gli abitanti della Croazia sono sulla carta meno di 4 milioni.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.michelenardelli.it\/commenti.php?id=5120#sdfootnote3anc\">3<\/a>\u201cL\u2019unico genocidio nei Balcani \u00e8 stato contro i serbi\u201d<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Un viaggio di ritorno, un libro scritto a met\u00e0, una comunit\u00e0 di pensiero&#8221; (26 giugno &#8211; 3 luglio 2024). Il racconto 12\/08\/2024&nbsp;&#8211;&nbsp;&nbsp;Domenico Sartori Obct &nbsp;Emozioni e paure Partiamo dalla fine. \u201cLa mia follia \u00e8 rimanere qui\u201d. Incontriamo Darko Cvijeti\u0107 al motel Le Pont. Insieme al \u201ccondominio rosso\u201d dove ancora abita \u00e8 il suo rifugio quando ritorna a Prijedor, in quella parte di Bosnia Erzegovina chiamata Republika Srpska. 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