{"id":3734,"date":"2021-09-07T21:26:20","date_gmt":"2021-09-07T19:26:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3734"},"modified":"2021-09-07T21:26:20","modified_gmt":"2021-09-07T19:26:20","slug":"riflessioni-a-partire-dall8-settembre","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2021\/09\/07\/riflessioni-a-partire-dall8-settembre\/","title":{"rendered":"Riflessioni a partire dall&#8217;8 settembre"},"content":{"rendered":"\n<p>di Gianni Oliva del 7\/9\/2021<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per chi appartiene alla generazione di mezzo o a quella che si avvia verso la vecchiaia, \u201c8 settembre\u201d e\u2019 una data familiare, profondamente radicata nell\u2019immaginario collettivo: anche se non eravamo ancora nati o eravamo troppo piccoli per ascoltare l\u2019annuncio radiofonico dell\u2019armistizio, la voce rauca del maresciallo Badoglio \u00e8 penetrata nelle nostre coscienze, veicolata dai racconti sentiti in casa, a scuola, nei mercati, sulle corriere. Chi aveva vissuto la guerra e i suoi momenti epocali, trasmetteva le proprie emozioni a quelli che crescevano senza ricorrere a mediazioni ideologiche, solo con la semplicit\u00e0 e la forza della narrazione: per questo le testimonianze si sono trasformate in educazione.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ma per la generazione pi\u00f9 giovane, quella che del 1943 e del rovesciamento delle alleanze ha forse sentito parlare nelle lezioni di storia dell\u2019ultimo anno di liceo, l\u20198 settembre \u00e8 un riferimento freddo e quasi sconosciuto: non si pu\u00f2 trovare coinvolgimento in un avvenimento cos\u00ec lontano dalla propria formazione culturale e dalla propria realt\u00e0, di cui si legge qualche cenno una volta l\u2019anno nelle pagine commemorative dei quotidiani. Se c\u2019\u00e8 un giorno di settembre che oggi parla a tutti \u00e8 il ben pi\u00f9 prossimo l\u201911 settembre 2001, con la vampata di fumo delle Twins che crollano colpite dal terrorismo fondamentalista islamico.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Considerazioni analoghe valgono per l\u2019esperienza immediatamente successiva all\u20198 settembre, la Resistenza partigiana. Se si guardano le piazze del 25 aprile \u00e8 facile accorgersi che la \u201cfesta\u201d della liberazione&nbsp; propone i contorni del rito civico piuttosto che quelli della partecipazione consapevole; di fronte ai vessilli dei comuni decorati con medaglie al valore e agli stendardi delle associazioni partigiane, ci sono gli amministratori locali che depongono le corone d\u2019alloro, la banda musicale che suona \u201cBella ciao\u201d, talvolta la classe di qualche generoso maestro elementare che legge poesie e pensieri, ma le presenze sono sempre pi\u00f9 rade e anagraficamente datate. Parole chiave, che hanno caratterizzato a lungo il nostro linguaggio, sfumano nell\u2019indeterminatezza. Quanti sanno ancora che cosa significano \u201csbandato\u201d, oppure \u201cfuga di Pescara\u201d, oppure \u201cbadogliano\u201d, \u201cgaribaldino\u201d, \u201cgielle\u201d? E ancora: quanti sanno collocare storicamente Vittorio Ambrosio, o Raffaele Cadorna, o lo stesso Pietro Badoglio?<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Pu\u00f2 piacere o non piacere: ma la \u201cmemoria\u201d del 1943-45, che continuiamo a dichiarare il periodo fondante della nostra democrazia repubblicana, appare sempre pi\u00f9 debole e sfumata. E\u2019 il destino che accomuna tutti i simboli identitari legati all\u2019autorappresentazione di una generazione: quando un avvenimento viene interpretato non in ragione della sua reale incidenza sulla storia ma della sua funzionalit\u00e0 ad una rilettura predeterminata del passato, si indebolisce mano a mano che vengono meno le ragioni di quella rilettura.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per decenni abbiamo guardato al periodo 8 settembre 1943-25 aprile 1945 come al retroterra ideale, etico e storico della cultura antifascista della Nazione: l\u00ec erano nati (o erano stati rifondati) i partiti della cosiddetta Prima Repubblica, l\u00ec\u2019 erano cresciuti i leader che si contendevano la guida del Paese, l\u00ec si era formata una nuova classe dirigente politica.&nbsp; In quanto incunabolo dell\u2019Italia democratica, i venti mesi del \u201943-\u201945 dovevano essere rappresentati nel loro tratto eroico e corale, dimenticando che le scelte erano state di pochi e che la loro nobilt\u00e0 morale riluceva proprio nel confronto con la zona grigia dei tanti; l\u20198 settembre, giorno in cui \u201cmoriva la patria\u201d del Risorgimento (secondo un\u2019ormai classica definizione di Ernesto Galli della Loggia), veniva reinterpretato come il giorno in cui nasceva una patria nuova; attraverso un\u2019ardita sovrapposizione del particolare (gli scontri di Porta San Paolo, Cefalonia, gli azionisti cuneesi a Madonna del Colletto) al generale (un milione di soldati fatti prigionieri, due terzi della penisola occupati dalla Wehrmacht, un Paese di fatto costretto ad arrendersi sia agli anglo-americani sia ai tedeschi), si contrabbandava la disfatta collettiva per premessa del riscatto.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mescolando celebrazione e rimozione, questa memoria ha alimentato una \u201cvulgata\u201d storica funzionale alla creazione di un\u2019identit\u00e0 generazionale che per decenni ha resistito sia alle crepe del tempo, sia alle domande scomode che gli studiosi hanno cominciato a porsi. Le vulgate sono semplificazioni che si radicano nell\u2019immaginario e sfuggono alla revisione della ricerca scientifica. A volte corrono il rischio di essere sostituite da vulgate di segno opposto, come \u00e8 accaduto in questi ultimi anni, quando il tema della \u201cresa dei conti\u201d della primavera 1945 \u00e8 degenerato in una polemica ideologica fuori tempo. Altre volte, pi\u00f9 semplicemente, invecchiano e si esauriscono. E\u2019 il nostro caso: caduto il muro di Berlino e la contrapposizione politico- ideologica&nbsp; di cui era espressione, travolta la Prima Repubblica nel clamore degli scandali, usciti di scena gli uomini che si erano formati nelle temperie del 1943-45, la \u201cmemoria\u201d del periodo ha perso le sue ragioni fondanti e le date sono sopravvissute solo in una dimensione ritualizzata, prive ormai di pathos e di capacit\u00e0 comunicativa.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dunque? La nostra democrazia repubblicana \u00e8 abbastanza solida per non avere pi\u00f9 bisogno di legittimazioni storiche? Oppure \u00e8 cos\u00ec disorientata e confusa perch\u00e9 si \u00e8 fondata su legittimazioni fragili? In altre parole: l\u2019anniversario dell\u20198 settembre deve essere un\u2019occasione per rinvigorire un\u2019identit\u00e0 fiacca o deve cadere nell\u2019indifferenza delle istituzioni e dei media?<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Tra le due ipotesi, ce n\u2019\u00e8 una terza, verso la quale devono indirizzarsi gli studi. Il venire meno della \u201cmemoria\u201d non fa venire meno la storia: se sta scomparendo una generazione di testimoni con la propria autorappresentazione, non cessano di esistere i nodi dell\u20198 settembre, o del 25 aprile, o prima ancora del 1922 e del Ventennio. Come ha insegnato Marc Bloch, la storia nasce dalle domande che il presente pone al passato: oggi \u00e8 tempo di rinnovare le domande in termini problematici, di indagare lo sviluppo degli eventi e le reazioni della popolazione senza il velo della volont\u00e0 celebrativa; ed \u00e8 tempo, soprattutto, di domandarsi il perch\u00e9 di una vulgata sopravvissuta cos\u00ec a lungo, le ragioni della sua impostazione, gli effetti delle sue assoluzioni e delle sue rimozioni. La richiesta di semplificazione (da cui nascono tutte le vulgate) e\u2019 sempre giustificata e legittima: ma non sempre lo sono le semplificazioni. Ripercorrere il passato e la rappresentazione che ha prodotto sgombri da pregiudizi e\u2019 un modo per conoscere meglio il presente e il percorso che lo ha determinato.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Spostiamoci verso uno scenario che non \u00e8 storia italiana, ma che ha drammaticamente interagito con essa: il sistema concentrazionario nazista, gli oltre quattromila campi e sottocampi di deportazione in cui sono passati milioni di prigionieri (e da cui un numero infinito non \u00e8 pi\u00f9 uscito). La vulgata ci ha giustamente insegnato ad esecrare il lager e ad indignarci di fronte all\u2019immagine dei forni crematori, delle camere a gas, dei corpi sfibrati ammassati tra il filo spinato. Tutto quanto accaduto ad Auschwitz o a Mauthausen appare tuttavia lontano dalla realt\u00e0 presente, figlio di una violenza tanto incredibile quanto irripetibile: sono efferatezze estranee alla nostra sensibili\u00e0\u2019 culturale, sepolte in una stagione di fuoco, che suscitano sdegno morale, ma non attrezzano a prevenire.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Allora, da storici, proviamo a porci una serie di domande spesso eluse o trascurate. In primo luogo, \u201cquando\u201d sono avvenute le vergogne del nazismo? Meno di ottant\u2019anni fa, il tempo di una generazione; sono ancora vivi alcuni che le hanno subite e alcuni che le hanno inflitte; ogni famiglia tedesca ha ancora qualche ricordo, trasmesso con voce sommessa o rimosso per disagio.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; In secondo luogo: \u201cdove\u201d sono avvenute? Non in una regione priva di civilt\u00e0 e di cultura, ma nella Germania degli anni Trenta-Quaranta, dove c\u2019era il pi\u00f9 alto tasso di alfabetizzazione al mondo, dove si erano formati intellettuali come Bertolt Brecht, scrittori come Thomas Mann, scienziati come Albert Einstein; sono avvenute nella Germania che da almeno due secoli insegnava all\u2019Europa i valori dell\u2019uomo, nella quale erano cresciuti&nbsp; i pi\u00f9 grandi filosofi, storici, filologi, musicisti.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E infine: \u201cin che modo\u201d sono avvenute? Non con la ferocia dell\u2019irrazionalit\u00e0, non con la brutalit\u00e0 sconsiderata ed illogica&nbsp; dei momenti estremi. Tutto \u00e8 avvenuto con la forza lucida della ragione, con la scienza applicata al genocidio: i chimici hanno individuato il veleno pi\u00f9 letale e meno costoso da impiegare nello sterminio di massa delle camere a gas, gli ingegneri hanno progettato i forni crematori multipli per eliminare i corpi e le tracce dei crimini, gli psicanalisti hanno perfezionato i metodi di spersonalizzazione dei deportati per trasformarli in docile manodopera schiavizzata, gli urbanisti hanno disegnato l\u2019ossessione geometrica di Birkenau o Dachau, gli intellettuali hanno sostenuto il fondamento della razza e giustificato l\u2019eugenetica. Nulla \u00e8 stato lasciato al caso: anche gli aspetti apparentemente pi\u00f9 illogici del sistema concentrazionario rispondevano ad una propria logica scellerata.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ma allora, come \u00e8 potuto accadere tutto questo? Come \u00e8 stato possibile che milioni di persone istruite, civili, progredite, cresciute del clima democratico della Germania di Weimar, siano in poco tempo diventate complici di un personaggio che oggi suscita orrore come il caporale Hitler? Come \u00e8 avvenuto che un popolo intero abbia taciuto, condiviso la vergogna, combattuto in nome di valori perversi sino alla sconfitta finale?<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dobbiamo porci queste domande perch\u00e9\u2019 la condanna morale ci ha fatto spesso ricondurre la responsabilit\u00e0 delle efferatezze naziste a Hitler e alle \u201cSS\u201d, dimenticando una verit\u00e0 tanto ovvia quanto ingombrante:&nbsp; il coinvolgimento della popolazione tedesca, la corresponsabilit\u00e0 dei cittadini della Germania che \u201csapevano\u201d. I tedeschi potevano ignorare le camere a gas e i forni crematori (interni al recinto dei lager), ma non potevano ignorare i milioni di deportati smunti, con le teste rasate e gli zoccoli ai piedi, le divise logore a strisce, il numero tatuato sul braccio o cucito sulla giacca, che ogni giorno uscivano dai campi e andavano a sostituire i maschi ariani mobilitati al fronte. I deportati lavoravano nelle fabbriche, nelle miniere, nelle campagne; sgomberavano i detriti nelle citt\u00e0 bombardate, spostavano traversine e binari; attraversavano paesi abitati, camminavano tra le case; a volte cadevano stremati e morivano sui marciapiedi. Specialmente negli ultimi due anni di guerra, i lager costituivano un sistema esteso, complesso, profondamente compenetrato con la vita quotidiana del Paese: societ\u00e0 industriali grandi e piccole, aziende agricole, fabbriche di armamenti traevano profitto dalla manodopera pressoch\u00e9 gratuita fornita dai campi.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dunque, la Germania sapeva: ma ha taciuto e ha collaborato (per vigliaccheria, per indifferenza, per convinzione, per paura, per interesse, per stupidit\u00e0, per chiss\u00e0 quali altre motivazioni ancora). Come ha scritto Primo Levi ne\u2019 \u201cI sommersi e i salvati\u201d, \u201cpoich\u00e9 non si pu\u00f2 supporre che la maggioranza dei tedeschi accettasse a cuor leggero la strage, \u00e8 certo che la mancata diffusione della verit\u00e0 sui lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, la dimostrazione di una vilt\u00e0 entrata nel costume, cos\u00ec profonda dal trattenere i mariti dal raccontare alle mogli, i genitori ai figli\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dal punto di vista del presente, sono queste le piste che dobbiamo percorrere per ricostruire il dramma del nazismo e del Terzo Reich. Se vogliamo sottrarre l\u2019orrore dei lager al senso di lontananza nel tempo e di irripetibilit\u00e0 che oggi suggerisce, non \u00e8 pi\u00f9 sufficiente leggere \u201cSe questo \u00e8 un uomo\u201d e raccontare \u201cci\u00f2\u201d che \u00e8 avvenuto: bisogna andare oltre, cercare di capire \u201ccome\u201d \u00e8 stato possibile che un\u2019esperienza tanto aberrante sia stata condivisa in silenzio da milioni di persone, decodificare i meccanismi attraverso cui il totalitarismo hitleriano ha saputo costruire il consenso attorno al crimine. Perch\u00e9 se\u2019 e vero (per nostra fortuna) che le camere a gas e i forni crematori non sono all\u2019orizzonte, \u00e8 altrettanto vero che restano attuali i processi che li hanno resi possibili e che hanno trasformato un popolo di tedeschi in un popolo di nazisti. Come ha insegnato Hannah Arendt, il male \u00e8 banale e per commetterlo non \u00e8 necessario essere cattivi: basta che qualcuno ci abbia educato a sovvertire i valori, a scambiare il giusto con l\u2019ingiusto, la ragione con il torto.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Torniamo allo scenario italiano. La storia del nostro passato \u00e8 diversa da quella tedesca e i meccanismi da decodificare non presentano la stessa complessit\u00e0 morale. Nondimeno, le semplificazioni della memoria hanno prodotto distorsioni e omissioni che hanno finito per indebolire la memoria stessa e annullare il valore educativo del passato. Dopo il 1945 ci siamo autorappresentati come un popolo di vincitori, mentre eravamo un popolo di sconfitti, e per rimuovere le colpe abbiamo immaginato l\u20198 settembre come il momento di rottura tra due Italie, quella della colpa e quella del riscatto. E\u2019 certamente vero che l\u2019armistizio ha determinato una cesura rispetto alla tradizione nazionale iniziata con l\u2019unificazione del 1861, ma \u00e8 altrettanto vero che esso non ha prodotto l\u2019immediata rigenerazione del Paese e non ha avviato di per se\u2019 una nuova stagione.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La memoria del 1943-45 \u00e8 stata costruita su un\u2019abile duplice astrazione, temporale e geografica: da un lato, la storia precedente l\u2019armistizio \u00e8 stata rimossa come parentesi negativa e interruzione di un percorso virtuoso (la crociana \u201cmalattia che colpisce il corpo sano\u201d); dall\u2019altro, il territorio della penisola cui guardare \u00e8 stato circoscritto al centro-nord resistenziale.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Le conseguenze dell\u2019astrazione temporale sono abbastanza evidenti: nessuna domanda sulle corresponsabilit\u00e0 della classe dirigente con il fascismo, sul ruolo degli intellettuali nel Ventennio, sulla guerra d\u2019aggressione 1940-43, sui crimini contro i civili nei Balcani e in Grecia, sui sistemi occupazionali, sulla cooperazione militare con la Wehrmacht. Le conseguenze dell\u2019astrazione territoriale sono pi\u00f9 sottili: in primo luogo, essa ha marginalizzato la campagna d\u2019Italia, dimenticando che l\u2019esito della guerra \u00e8 stato determinato dallo scontro tra Alleati e Tedeschi sulla linea Gustav prima e sulla linea Gotica poi, e non dalla guerriglia nelle vallate alpine o nelle citt\u00e0 del Nord; in secondo luogo, ha sovradimensionato il fenomeno resistenziale, sia attribuendogli un\u2019importanza militare impropria, sia dilatandone i numeri sino a trasformare la scelta di una minoranza nella redenzione di tutti; in terzo luogo, ha celebrato come simboli virtuosi della lotta di liberazione esperienze discutibili sul piano strategico e ha visto nella pluralit\u00e0 delle \u201cbande\u201d solo la ricchezza dell\u2019articolazione progettuale e non anche un grave limite di frammentazione organizzativa. La conseguenza pi\u00f9 infida riguarda tuttavia la rappresentazione del \u201cfascista\u201d: la presenza della Repubblica Sociale e le sue complicit\u00e0 con l\u2019occupazione tedesca, hanno fatto del militante di Sal\u00f2 (il nemico della guerra civile) l\u2019incarnazione stessa del fascista. Nell\u2019immaginario dell\u2019Italia repubblicana , \u201cfascista\u201d \u00e8 sempre stato il \u201crepubblichino\u201d,&nbsp; non il gerarca del Ventennio: l\u2019astrazione del periodo 8 settembre-25 aprile dal contesto di ci\u00f2 che l\u2019ha preceduto e dalla complessit\u00e0 geopolitica del Paese, ha finito cos\u00ec per demonizzare la scelta (sbagliata) dei giovanissimi volontari di Pavolini e&nbsp; lasciare invece sullo sfondo (di fatto assolvendo) le colpe dei tanti adulti che durante la dittatura hanno ricoperto con spregiudicatezza ruoli di responsabilit\u00e0 istituzionale e intellettuale.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Le contraddizioni di questa ricostruzione complessiva della memoria sono evidenti nelle rappresentazioni monumentali della guerra, dove la \u201cpietas\u201d popolare porta spesso a ricordare insieme i caduti del 1940-43 con quelli del 1943-45, senza distinguere i progetti per cui sono caduti. Nella maggior parte dei casi si tratta di lapidi unitarie genericamente dedicate \u201calle vittime del 1940-45\u201d, nelle quali in ordine alfabetico vengono ricordati i soldati che non sono tornati dalla Russia o da El Alamein, i partigiani morti in combattimento, i civili uccisi per rappresaglia, i deportati sfiniti di stenti in qualche lager, i cittadini vittime dei bombardamenti. Questa rappresentazione sottare la storia ad una domanda sostanziale: che cosa facevano in Russia o nell\u2019Africa Settentrionale i giovani mobilitati nei battaglioni del Regio Esercito? in nome di quale patria sacrificavano la propria vita? di chi erano alleati? E ancora: quale ordine sarebbe stato imposto all\u2019Europa se avessero vinto? La guerra fascista combattuta \u201caccanto\u201d a Hitler coesiste con la guerra antifascista combattuta \u201ccontro\u201d Hitler, chi \u00e8 caduto per la libert\u00e0 democratica con chi \u00e8 caduto per l\u2019espansione nazionalista: la dimensione cronologica di lungo periodo trasmette l\u2019immagine di un\u2019unica guerra, confondendo le opposte ragioni in campo.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; In altri casi memorie distinte coesistono sullo stesso muro o a distanza di poche decine di metri, senza elementi per poterle interpretare. A Catania, nel cortile interno del municipio, la citt\u00e0 commemora i nomi dei \u201ctrentacinque suoi figli che offrirono con sereno coraggio la vita per restituire alla patria libert\u00e0 e giustizia\u201d; sul muro accanto, un\u2019altra lapide ricorda invece \u201cil nefasto bombardamento dell\u20198 luglio 1943, che oscur\u00f2 il cielo seminando morte e distruzione\u201d. Nessun riferimento aiuta a ricordare che il bombardamento su Catania fu operato dalle forze anglo-americane, quelle stesse che, sbarcando nella Sicilia meridionale la notte successiva, avrebbero dato inizio alla campagna d\u2019Italia e accanto ai quali avrebbero combattuto i trentacinque etnei morti per \u201crestituire alla patria giustizia e libert\u00e0\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; In altri casi ancora, la memoria si allarga ben oltre i limiti della seconda guerra mondiale e celebra l\u2019idea di patria proponendola nella sua astratta continuit\u00e0 temporale. E\u2019 il caso del Sacrario delle bandiere a Roma, un\u2019esposizione poco nota e visitata solo da sparuti gruppi di reduci, ma ospitata nella sede pi\u00f9 aulica del culto patriottico, l\u2019Altare della Patria, il luogo per eccellenza di consacrazione simbolico-monumentale della storia nazionale. In un ampio salone dedicato alla Marina militare, si incontrano le bandiere della Regia marina liberale (con la nave \u201cEttore Fieramosca\u201d varata nel 1888 o l\u2019incrociatore corazzato \u201cGiuseppe Garibaldi\u201d, attivo dal 1899),&nbsp; i mezzi d\u2019assalto della prima guerra mondiale (come il \u201cMas 15\u201d che nel dicembre 1917 affond\u00f2 la corazzata austro-ungarica \u201cWien\u201d), le unit\u00e0 che furono orgoglio dell\u2019Italia imperiale fascista (come la corazzata \u201cDuilio\u201d), quelle che combatterono contro la flotta britannica nel Mediterraneo nel 1940-43, quelle pi\u00f9 recenti dell\u2019Italia repubblicana. La rappresentazione continua con una grande targa in marmo bianco che commemora in ordine cronologico le imprese degli \u201carditi del mare\u201d, gli uomini dei mezzi d\u2019assalto che hanno legato il loro nome agli episodi pi\u00f9 celebrati dalla retorica patriottica. Dopo le dodici imprese riferite alla Grande Guerra (dall\u2019attacco al porto di Durazzo del 1916 alla beffa di Buccari del 1918), la targa ricorda venti imprese del periodo 1940-45: si comincia con Gibilterra (30 ottobre 1940), si continua con Malta (25 luglio 1941), Algeri (11 dicembre 1942), Bona (6 aprile 1943) e si conclude con La Spezia (22 giugno 1944) e Genova (19 aprile 1945). Nulla aiuta a contestualizzare gli episodi, a individuare i nemici contro cui hanno combattuto gli arditi del mare. La localit\u00e0 di Suda \u00e8 ricordata due volte, per i fatti del 27 marzo 1941 e per quelli del 9 gennaio 1944: due azioni nello stesso luogo e nella stessa guerra, ma di segno storico opposto, la prima realizzata nello schieramento dell\u2019Asse, la seconda in quello anglo-americano.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Gli unici morti non compresi nella rappresentazione collettiva sono i militi di Sal\u00f2, perch\u00e9 la memoria di un periodo drammatico come una guerra o una rivoluzione deve comunque rinviare ad una contrapposizione tra il bene vincitore e il male sconfitto. La figura demonizzata del repubblichino assolve a questa funzione e permette di circoscrivere il perimetro del male, garantendo assoluzione a quanti possono chiamarsene fuori (anche se spesso arbitrariamente).<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dal punto di vista dei soggetti coinvolti, questa memoria \u00e8 coerente, perch\u00e9 i soldati morti nella neve gelata della Russia o nel deserto infuocato dell\u2019Egitto sono il prezzo estremo pagato alla guerra fascista e alla deriva nazionalista del Ventennio: se fossero sopravvissuti alle campagne del 1940-43, forse alcuni di loro avrebbero fatto la scelta partigiana. La ragion d\u2019essere di una rappresentazione monumentale \u00e8 tuttavia quella di proporre una chiave di lettura generale capace di compendiare la biografia di una nazione, e non quella di offrire un\u2019immagine particolare frammentata nelle biografie di tanti singoli. In questa prospettiva, la rappresentazione monumentale del 1940-45 appare quantomeno discutibile. La definizione della Seconda Guerra mondiale come \u201cguerra di civilt\u00e0\u201d, ormai entrata a pieno titolo nel linguaggio storiografico, rinvia ad una radicale contrapposizione di valori e di concezioni del mondo, prima ancora che ad uno scontro tra opposte alleanze politico-diplomatiche. La specificit\u00e0 dell\u2019esperienza italiana sta nell\u2019aver partecipato ad entrambi gli schieramenti; nell\u2019aver combattuto per pochi mesi (estate-inverno 1940) una guerra \u201cparallela\u201d a quella tedesca e per i quasi tre anni successivi una guerra \u201csubalterna\u201d alle scelte politico-militari di Berlino; nell\u2019aver attraversato nell\u2019estate 1943 prima una crisi istituzionale (il 25 luglio), poi una devastante crisi militare, politica e morale (l\u20198 settembre); nell\u2019essere stata divisa geograficamente e politicamente dalla linea del fronte ed avere di conseguenza vissuto due esperienze storiche del tutto diverse.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Questa complessit\u00e0 non trova spazio nella rappresentazione monumentale perch\u00e9 non ha trovato spazio nella memoria. La coscienza collettiva ha rielaborato il passato con troppa fretta, proiettando assoluzioni e glorificazioni che scaturivano dalle urgenze politiche contingenti: quando il passato recente costituiva terreno privilegiato di legittimazione o, al contrario, di esclusione, non c\u2019era spazio per considerare il tempo lungo 1922-1945 e per domandarsi \u201cche cosa\u201d e \u201cperch\u00e9\u201d era accaduto. Il risultato dell\u2019operazione \u00e8 sotto gli occhi di tutti: esaurita la stagione che ha prodotto l\u2019autorappresentazione, ha iniziato ad esaurirsi anche la memoria e siamo rimasti senza passato.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; \u201cTempo di nuove domande\u201d significa riprendere in mano il filo della storia e proporsi una narrazione che non parta dalla pregiudiziale della condanna morale, ma che alla condanna approdi come esito della riflessione critica. Se rispetto alla Germania questo significa interrogarsi sul modo in cui il nazismo \u00e8 riuscito a manipolare e coinvolgere milioni di tedeschi per arrivare sino ad Auschwitz, rispetto all\u2019Italia significa ripercorrere il periodo lungo 1919-1945, individuare gli ammiccamenti interessati e le adesioni convinte, spiegare le omologazioni: in altre parole, significa fare i conti con il nostro passato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gianni Oliva del 7\/9\/2021 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per chi appartiene alla generazione di mezzo o a quella che si avvia verso la vecchiaia, \u201c8 settembre\u201d e\u2019 una data familiare, profondamente radicata nell\u2019immaginario collettivo: anche se non eravamo ancora nati o eravamo troppo piccoli per ascoltare l\u2019annuncio radiofonico dell\u2019armistizio, la voce rauca del maresciallo Badoglio \u00e8 penetrata nelle nostre coscienze, veicolata dai racconti sentiti in casa, a scuola, nei mercati, sulle corriere. Chi aveva vissuto la guerra e i suoi momenti epocali,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":3735,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[10],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3734"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3734"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3734\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3736,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3734\/revisions\/3736"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media\/3735"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3734"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3734"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3734"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}