{"id":3509,"date":"2021-05-01T11:13:23","date_gmt":"2021-05-01T09:13:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3509"},"modified":"2021-05-01T12:54:54","modified_gmt":"2021-05-01T10:54:54","slug":"la-piazza-del-biscotto-littorio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2021\/05\/01\/la-piazza-del-biscotto-littorio\/","title":{"rendered":"La Piazza del biscotto littorio"},"content":{"rendered":"\n<p>di Stefano Pizzin del 1\/5\/2021<\/p>\n\n\n\n<p>Cinque milioni e oltre di euro per rifare una piazza di appena quindici anni. Cinque milioni e passa di euro per disegnarci sopra la forma di un biscotto e piantarci un palo della luce dell\u2019ottocento. Cinque milioni e passa di euro per sradicare gli alberi che ci sono e togliere le panchine. Cinque milioni e passa di euro buttati via, senza alcuna utilit\u00e0, in un momento difficilissimo per le persone provate dalla pandemia e per i danni economici e lavorativi. Cinque milioni e passa di euro solo per soddisfare la volont\u00e0 di chi governa Monfalcone di piantare una bandierina e dire, a spese di tutti, che quella piazza \u00e8 loro.<\/p>\n\n\n\n<p>La piazza per la destra monfalconese era un feticcio gi\u00e0 al tempo delle elezioni: la occuparono con un baraccone di tende e tavolini per tutto il tempo della campagna elettorale, mostrando cos\u00ec, simbolicamente e fisicamente, che si riprendevano quel luogo che la sinistra, secondo loro, aveva deturpato e consegnato agli stranieri. Accanto alla presa del luogo fisico c\u2019\u00e8 sempre stato sotteso il desiderio di tornare a un passato inventato, a una Monfalcone mitologica dove gli indigeni vivevano in allegria il centro cittadino, praticando le loro antiche tradizioni, qualunque esse siano.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma com\u2019era quella piazza prima che l\u2019amministrazione Pizzolitto la rifacesse completamente nel 2006? Semplicemente non era una piazza. Quello spazio urbano, infatti, era storicamente l\u2019area del mercato, esterno alle mura che cingevano la citt\u00e0 antica. Inglobata nel corso dei secoli al tessuto urbano che si espandeva, essa non ha mai assunto una funzione civica, non \u00e8 mai stato un luogo fruito quotidianamente dalle persone. Se ci si prende la briga di guardare le foto di Monfalcone degli ultimi cent\u2019anni vedrete che quella piazza \u00e8 quasi sempre irrimediabilmente vuota. Solo qualche manifestazione sportiva o culturale o qualche comizio politico e sindacale, quando ancora si facevano, la riempiva. Per&nbsp; anni, poi, essa era circumnavigata dalle automobili e, in diverse occasioni, fungeva perfino da parcheggio. Troppo grande per un piccolo centro, troppo artificiale, mai sentita da una popolazione che, anche per ragioni climatiche, ha sempre preferito svolgere la vita pubblica negli spazi chiusi, l\u2019idea di ristrutturala profondamente nei primi anni duemila, nasce dall\u2019esigenza di realizzare un collegamento tra le nuove aree pedonali che erano poste ai suoi lati. Qui sarebbe necessario un ulteriore approfondimento: i nostri governanti non solo rivogliono una specie di piazza littoria, ma per il resto della citt\u00e0 si preoccupano assai pi\u00f9 delle automobili che delle persone, detestano le aree pedonali ma amano riempire la citt\u00e0 di parcheggi sempre pi\u00f9 inutili, rendono sempre meno praticabile l\u2019utilizzo dei mezzi pubblici ma adorano farci respirare gli scarichi dei motori rombanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Al di l\u00e0 di alcuni problemi con il materiale usato che ne ha provocato un precoce logoramento, poi rimediato da alcuni interventi, la nuova piazza ha svolto bene la funzione di regalare alla citt\u00e0 un\u2019area pedonale ma ha continuato a essere snobbata dai monfalconesi che, per indole e storia, tendono a stare alla larga da qualunque spiazzo aperto. Chi inizia a usarla, invece, sono gli immigrati. Anche per questo ci sono ragioni sociali e culturali a spiegarcene il motivo: gli immigrati, provenienti in gran parte dal Bangladesh, sono abituati a vivere maggiormente all\u2019aperto, e cos\u00ec fruiscono di quello spazio, delle sue panchine e dell\u2019ombra degli alberi, come mai avevano fatto i locali. Tutto ci\u00f2 appare, agli occhi di un buon pezzo di cittadinanza che ancora fatica a digerire culturalmente l\u2019imponente flusso migratorio arrivato in seguito al rilancio produttivo di Fincantieri, come una sorta di \u201cinvasione\u201d, uno scippo di luoghi che sentono propri senza, tuttavia, averli mai usati.<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco allora che per la destra quel luogo assume una funzione simbolica, una Gerusalemme da liberare e riconsegnare ai cittadini autoctoni, e poco importa se di autoctono a Monfalcone c\u2019\u00e8 ben poco a partire dalla fine della I Guerra mondiale, l\u2019importante \u00e8 trovare un nemico, un barbaro da scacciare, aizzando&nbsp; la rabbia di chi, molto spesso, in citt\u00e0 \u00e8 arrivato da pochi anni e pensa di salire un gradino nella scala sociale prendendosela con quelli arrivati da pi\u00f9 lontano. Ci sarebbe cos\u00ec da spiegare come negli ultimi decenni l\u2019immigrazione in citt\u00e0 sia cambiata, ma non tanto per i lavoratori che arrivano (in fondo tutti alla ricerca di una vita migliore, che arrivino da Gallipoli o da Dacca), ma per il lavoro, passato da un traguardo sicuro a qualcosa di precario e immiserito, ma non \u00e8 questo il momento. Quello che accade \u00e8 che la piazza diventa il trofeo di una \u201cguerra civile\u201d a bassa intensit\u00e0, che nessuno vuole o riesce a fermare, tranne, forse, negli oratori.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019amministrazione di centrosinistra non riesce a cogliere il bandolo della matassa, tra l\u2019appello ai buoni sentimenti e l\u2019incapacit\u00e0 di avere le tante risorse che servirebbero per una adeguata integrazione di chi viene da molto lontano. Invece di aprire veramente a tutti quello spiazzo, esso diventa il luogo in cui ogni giorno vi vivono gli \u201cstranieri\u201d mentre, di tanto i tanto, i locali svolgono le loro manifestazioni. Anche la cultura locale ci mette del suo, facendo regredire le manifestazioni tradizionali a un continuo lamento contro la nuova citt\u00e0 e il rimpianto di una bellissima citt\u00e0 \u201cdei nostri veci\u201d che in realt\u00e0 era molto brutta e nella quale molto \u201cveci\u201d se la passavano male. Pi\u00f9 che una questione urbanistica quei metri quadri di parcheggio a forma di biscotto sono diventati una questione culturale e politica e la destra se ne era accorta per prima. Giunti cos\u00ec al governo della citt\u00e0, i nuovi amministratori avevano la necessit\u00e0 di segnare in modo indelebile il marchio della \u201cnuova-vecchia Monfalcone\u201d che avevano in testa e, quindi, l\u2019imperativo categorico \u00e8: rifare la piazza.<\/p>\n\n\n\n<p>Il rifacimento della piazza viene spacciato per una sorta di operazione identitaria. Si deve rifare la piazza perch\u00e9 i monfalconesi, quelli veri, secondo l\u2019insindacabile giudizio del tribunale etnico assiso in municipio, possano sentirsi di nuovo a casa. E che casa! Perch\u00e9 la nuova piazza avr\u00e0 una travolgente innovazione: la pavimentazione sar\u00e0 colorata per ricordare l\u2019antica forma a biscotto della struttura cos\u00ec com\u2019era prima che gli odiati \u201ccomunisti\u201d la trasformassero in un bivacco per il nuovo proletariato. Ci vorrebbe uno psicologo, di quelli bravi, per capire l\u2019importanza per l\u2019animo dei nostri amministratori della forma a biscotto. Quali recondite esigenze rappresenti, quali loro bisogni elementari soddisfi. A me, pi\u00f9 semplicemente, appare un grottesco tentativo di riavere i propri vent\u2019anni, quando gli allora giovanotti dell\u2019et\u00e0 della nostra sindaca si dilettavano nelle \u201cvasche\u201d su e gi\u00f9 per il centro, come in ogni luogo della provincia italiana. Una specie di copertina di Linus anche se un po\u2019 cara.<\/p>\n\n\n\n<p>La nuova-vecchia piazza per venire incontro allo spirito guerresco di questa amministrazione sar\u00e0 priva di orpelli utili solo per immigrati e pigroni: niente alberi n\u00e9 panchine, solo un gigantesco piazzale gelido d\u2019inverno e bollente d\u2019estate, buono per qualche adunata militare e non per il vivere civile.<\/p>\n\n\n\n<p>A completare il demenziale mosaico una roggia, presente molto tempo fa, e oggi rinnovata insieme a immaginari giochi d\u2019acqua, senza per\u00f2 tenere conto di quanta manutenzione abbia bisogno; dulcis in fundo il pilo: una sorta di grande lampione che dovrebbe richiamare un po\u2019 Vienna e po\u2019 Venezia. Insomma, un frullato terrificante dove metterci dentro il leone di San Marco, Francesco Giuseppe, il Ventennio che \u201cin fondo aveva fatto anche cose buone\u201d e gli anni ottanta cos\u00ec cari agli amministratori perch\u00e9 ricorda gli anni della loro spensierata giovent\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>Un\u2019operazione identitaria e una dispendiosissima campagna elettorale che meriterebbe una risposta meno moscia di quella sta dando l\u2019opposizione o, meglio, una risposta che arrivi ai cittadini e che ricordi loro quanto soldi vengono buttati via e quante altre cose, veramente utili per la citt\u00e0, di potrebbero fare. Servirebbe, anche i questo caso, una squadra, un programma, dei candidati e un dialogo fitto con i cittadini, ma l\u2019opposizione, ahim\u00e8, oggi si \u00e8 trasformata in un inconcludente circolo culturale che pare abbia perfino dimenticato che dovrebbe candidare qualcuno a sindaco.<\/p>\n\n\n\n<p>Si spera che, almeno, ci sia un po\u2019 di reazione civile contro uno spreco folle di risorse che terr\u00e0 bloccato il centro cittadino per almeno i prossimi tre anni per qualcosa che non serve alla citt\u00e0 ma solo a placare le ossessioni di chi la governa.<\/p>\n\n\n\n<p>In ogni caso, di sicuro passeremo alla storia e al Guinness dei primati per avere il biscotto pi\u00f9 caro del mondo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Stefano Pizzin del 1\/5\/2021 Cinque milioni e oltre di euro per rifare una piazza di appena quindici anni. Cinque milioni e passa di euro per disegnarci sopra la forma di un biscotto e piantarci un palo della luce dell\u2019ottocento. 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