{"id":3492,"date":"2021-04-18T23:23:58","date_gmt":"2021-04-18T21:23:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3492"},"modified":"2021-04-18T23:23:59","modified_gmt":"2021-04-18T21:23:59","slug":"non-una-memoria-condivisa-ma-memorie-riconosciute-a-proposito-di-occupazione-della-jugoslavia-e-di-foibe","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2021\/04\/18\/non-una-memoria-condivisa-ma-memorie-riconosciute-a-proposito-di-occupazione-della-jugoslavia-e-di-foibe\/","title":{"rendered":"Non una memoria condivisa, ma memorie riconosciute (a proposito di occupazione della Jugoslavia e di Foibe)"},"content":{"rendered":"\n<p>di Gianni Oliva del 18\/4\/2021<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cMemoria condivisa\u201d \u00e8 una formula suggestiva ma vuota: sarebbe sicuramente positivo se i popoli (o le comunit\u00e0, i gruppi, gli stessi singoli individui) approdassero ad una comune lettura del passato che li coinvolge. La realt\u00e0 \u00e8 diversa: le \u201cmemorie\u201d, proprio in quanto tali, non sono uniche ma plurali, ogni popolo ha la propria, radicata in un sentire sofferto e, insieme, geloso. Si pu\u00f2 per\u00f2 aspirare a memorie che si riconoscono l\u2019una con l\u2019altra e che si rispettano reciprocamente, \u201cmemorie\u201d che sappiano guardare a ci\u00f2 che \u00e8 stato cogliendo torti e ragioni. Le vicende del confine nordorientale ne sono esempio: la memoria di parte slava nasce dalle aggressioni del nazionalismo fascista, dai tentativi di italianizzazione forzata dell\u2019area, dalle violenze e dai crimini di guerra perpetrati durante l\u2019occupazione militare del 1941-43; la memoria di parte italiana nasce dalle foibe istriane del settembre 1943, dai \u201c40 giorni\u201d di Trieste occupata dalle truppe di Tito, dalle eliminazioni etnico-politiche, dalle centinaia di migliaia di profughi giuliano-dalmati. Si tratta di memorie diverse e, per un lungo periodo, contrapposte, con reciproche rimozioni: un lungo lavoro storiografico, incrociato e insieme alimentato da eventi epocali come la fine della Jugoslavia comunista e la nascita delle repubbliche di Slovenia e Croazia, ha tuttavia permesso di gettare le basi per un lavoro di ricomposizione.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo contesto stupisce l\u2019\u201dappello del 6 aprile\u201d alle nostre istituzioni perch\u00e9, in occasione dell\u201980^ anniversario dell\u2019invasione della Jugoslavia, riconoscano i crimini del Regio Esercito nei Balcani: stupisce il contenuto, stupisce la tempistica, stupiscono le firme di alcuni studiosi illustri che l\u2019hanno sottoscritto. Ho la presunzione di essere stato tra i primi (vent\u2019anni fa) a parlare di crimini di guerra italiani, in un saggio titolato con la frase truculenta, \u201cSi ammazza troppo poco\u201d, del generale Mario Robotti (che nel 1942 rampognava i suoi sottoposti perch\u00e9 non si dimostravano abbastanza spietati nella repressione antiguerriglia): nessun dubbio che la guerra fascista sia stata un\u2019aggressione sanguinosa e che il Regio Esercito, combattendo accanto alle armate naziste, abbia commesso vergogne contro i civili (fucilazioni sommarie, deportazioni, incendi di villaggi). Ma la \u201cpacificazione\u201d su questo tema, e su quello storicamente collegato delle foibe e dell\u2019esodo giuliano-dalmata, \u00e8 gi\u00e0 stata avviata con iniziative bilaterali ai massimi livelli istituzionali. Il 13 luglio 2013 ricorreva il 90^ anniversario dell\u2019incendio del \u201cNarodmi Dom\u201d o \u201cHotel Balkan\u201d di Trieste, l\u2019edificio che ospitava le associazioni culturali slovene distrutto dalla violenza nazionalista dello squadrismo fascista. In quell\u2019occasione i presidenti Giorgio Napolitano, Danilo Turk (Slovenia) e Ivo Josipovic (Croazia) resero omaggio prima all\u2019Hotel Balkan (simbolo della violenza italiana), poi al monumento che ricorda le vittime delle foibe (simbolo della violenza titina): alla sera, seduti uno accanto all\u2019altro, ascoltarono in Piazza Unit\u00e0 il \u201cconcerto della pace\u201d, eseguito da un\u2019orchestra giovanile di musicisti<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;italiani, sloveni e croati diretti da Riccardo Muti. Pochi giorni dopo fu invitato a Lubiana dal governo sloveno il senatore Lucio Toth, allora presidente dell\u2019Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, primo esponente dell\u2019associazionismo dei profughi ad essere accolto ufficialmente. La scorsa estate, in occasione del centenario dell\u2019incendio dell\u2019Hotel Balkan, Sergio Mattarella e il presidente sloveno Boris Pahor hanno deposto una corona d\u2019alloro alla foiba di Basovizza e un\u2019altra al monumento triestino che ricorda quattro militanti antifascisti sloveni condannati a morte nel 1930.<\/p>\n\n\n\n<p>La pacificazione ha bisogno di gesti \u201cforti\u201d bilaterali, in cui ognuno riconosce le colpe del proprio passato, non di appelli unilaterali destinati a generare confusione: perch\u00e9, allora, non raccogliere firme perch\u00e9 si chieda scusa all\u2019Etiopia, dove il Regio Esercito ha usato le armi chimiche e scaricato i gas asfissianti sui villaggi? O alla Libia, dove la riconquista fascista degli anni Venti ha significato stragi, deportazioni, sterminio sistematico del bestiame per sottomettere le trib\u00f9 nomadi? O alla Grecia, dove \u201cl\u2019armata s\u2019agap\u00f2\u201d non assomigliava per nulla alle indulgenze di \u201cMediterraneo\u201d?<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019iniziativa dell\u2019appello \u00e8 un rigurgito del \u201cpassato che non passa\u201d perch\u00e9 (al di l\u00e0 delle intenzioni dei promotori) \u00e8 sin troppo facile leggerla come contrapposizione strumentale alla giornata del ricordo del 10 febbraio. Il rischio (concreto) \u00e8 offrire argomenti a chi strilla lo slogan \u201ce le foibe allora?\u201d e radicalizzare uno scontro tra memorie contrapposte che negli ultimi anni sembrava superato. Sappiamo bene che non ci sarebbero state le foibe e l\u2019esodo giuliano-dalmata (e neppure la Jugoslavia di Tito) se il 10 giugno 1940 non ci fosse stata la sciagurata dichiarazione della guerra fascista; e sappiamo bene che le vicende storiche sono una concatenazione di concause per cui non si comprende ci\u00f2 che \u00e8 accaduto \u201cdopo\u201d se si ignora ci\u00f2 che \u00e8 accaduto \u201cprima\u201d: ma ci\u00f2 che \u00e8 accaduto \u201cprima\u201d serve a spiegare ci\u00f2 che \u00e8 accaduto dopo, non a giustificarlo, ridimensionarlo, o rimuoverlo. Trasformare la storia in segmenti significa non farla capire e offrire argomenti a chi vuole trasformarla in terreno di bandierine strumentali.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gianni Oliva del 18\/4\/2021 \u201cMemoria condivisa\u201d \u00e8 una formula suggestiva ma vuota: sarebbe sicuramente positivo se i popoli (o le comunit\u00e0, i gruppi, gli stessi singoli individui) approdassero ad una comune lettura del passato che li coinvolge. La realt\u00e0 \u00e8 diversa: le \u201cmemorie\u201d, proprio in quanto tali, non sono uniche ma plurali, ogni popolo ha la propria, radicata in un sentire sofferto e, insieme, geloso. 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