{"id":3475,"date":"2021-04-15T14:25:15","date_gmt":"2021-04-15T12:25:15","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3475"},"modified":"2021-04-16T16:30:23","modified_gmt":"2021-04-16T14:30:23","slug":"memoria-di-pietro-lamberti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2021\/04\/15\/memoria-di-pietro-lamberti\/","title":{"rendered":"Memoria di Pietro Lamberti"},"content":{"rendered":"\n<p>di Marzio Lamberti del 15\/4\/2021<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Premessa:<\/strong> &nbsp;&nbsp; nel 2000 mio padre ha inviato&nbsp; la seguente memoria alla societ\u00e0 OPEL-BENKZ a testimonianza della presenza quale lavoratore coatto dal settembre \u201943 al maggio \u201945 presso gli stabilimenti di Branderburgo<\/p>\n\n\n\n<p>inoltre ha inviato &nbsp;alla Societ\u00e0 una corposa documentazione contenete tra l\u2019altro una foto eseguita a Brandemburgo;&nbsp; la corrispondenza con la moglie dal campo di concentramento; la&nbsp; richiesta al Municipio di Brandemburgo del nominativo della fabbrica e relativa risposta.<\/p>\n\n\n\n<p>ha inviato anche gli scontrini\/ricevuta comprovante l\u2019invio di pacchi di generi di conforto da parte diella moglie. Pacchi che quasi mai arrivarono a destinazione perdendosi lungo la strada da Gorizia alla Germana.<\/p>\n\n\n\n<p>Le domande per gli indennizzi erano state sollecitate dal governo tedesco in accordo con le principali fabbriche tedesche che avevano utilizzato il lavoro coatto. Probabilmente spaventati dall\u2019enorme richiesta di&nbsp; indennizzi&nbsp; giunti da tutta Europa, governo e imprese fecero cadere l\u2019impegno.<\/p>\n\n\n\n<h1>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; MEMORIA DI PIETRO LAMBERTI<\/h1>\n\n\n\n<p><em>nato a Gorizia il 24 maggio 1913 , deceduto il 31 dicembre 2002<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&#8211; richiamato alle armi il 29 agosto \u201939 per esigenze di carattere eccezionale;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&#8211; dal 6 aprile \u201941 e fino all\u20198 settembre \u201843 Sergente del 23\u00b0 Reggimento di Fanteria operante in Jugoslavia (Metlika, Novo Mesto e altre localit\u00e0);<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&#8211; dal \u20189 settembre \u201843 ai primi giorni di maggio \u201845 prigioniero di guerra a Brandemburgo Havel;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>&#8211; dai primi giorni di maggio \u201945 al 3 luglio \u201945 viaggio di rientro a Gorizia.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019ARRESTO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno 8 settembre 1943 fui inviato dal Comando del 23\u00b0 Fanteria di stanza a Novo Mesto (Slovenia) a Gorizia per consegnare alcuni documenti al Comando deposito&nbsp; del Reggimento sito&nbsp; nella mia citt\u00e0 in via Duca D\u2019Aosta. Lungo il tragitto, alla stazione di Postumia (Slovenia), appresi dell\u2019armistizio dalla radio. Giunto a Gorizia mi recai al Comando cui consegnai i documenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno 10 settembre i Tedeschi occuparono la Caserma ordinando di consegnare tutte le armi in dotazione e quelle nei depositi, armi che furono ammassate nel cortile centrale. Poi ci radunarono e&nbsp; chiesero chi intendeva continuare a vestire la divisa. Chi avrebbe rifiutato sarebbe stato inviato nei campi di concentramento in Germania. Pochi aderirono. Tutti gli altri&nbsp; furono trasferiti e rinchiusi nel campo di calcio di via Baiamonti, poco distante, dove restammo all\u2019aperto fino al giorno dopo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno 11 settembre alle ore 10 ci ordinarono di metterci in fila e ci portarono incolonnati alla Stazione Transalpina dove ci fecero salire sui carri bestiame. Qui, in attesa della partenza, vidi mia moglie con in braccio mio figlio che proprio due giorni prima aveva compiuto due anni (credo il pi\u00f9 piccolo prigioniero di guerra). Poi un militare tedesco li allontan\u00f2 e chiuse la porta del vagone. C\u2019erano alla Stazione tante persone poich\u00e9 la voce della cattura dei militari italiani si era sparsa ovunque per la citt\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>LA DEPORTAZIONE<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il treno stipato all\u2019inverosimile part\u00ec lungo la nostra bellissima valle dell\u2019Isonzo passando per Canale, Caporetto, Tolmino e poi&nbsp; Jesenice (Slovenia), e su verso l\u2019Austria e la Germania. La prima notte fummo lasciati senza cibo e si cominci\u00f2 a rumoreggiare. Chiedevamo acqua e la possibilit\u00e0 di fare i bisogni . I soldati tedeschi ci gridarono che non era possibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno dopo , il 12 settembre, la nostra protesta aument\u00f2. Alcuni ufficiali italiani chiesero di parlare con il comandante di una&nbsp; stazione dove il convoglio si era fermato il quale, capendo la situazione, fece portare il treno su un binario morto e finalmente potemmo avere&nbsp; acqua, pane e un pezzetto di lardo con un po\u2019 di paprica dolce.<\/p>\n\n\n\n<p>Il viaggio dur\u00f2 quattro giorni&nbsp; con lunghe fermate in varie stazioni (ma anche in aperta campagna, su binari morti, per le necessit\u00e0 fisiologiche). Ci distribuirono acqua pi\u00f9 volte ma solo due volte ci diedero da mangiare. Lungo il tragitto fummo minacciati pi\u00f9 volte dalla popolazione che ci gridava <em>\u201citalien alles kaput\u201d<\/em> assieme al gesto della corda al collo. Tutto ci\u00f2 avveniva gi\u00e0 in territorio austriaco anche da parte degli operai italiani (civili volontari) che ci gridavano <em>\u201ctraditori\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Arrivammo il giorno 15 settembre a Lukenwald (nei pressi di Postdam) dove ci fecero scendere dividendo gli ufficiali dai sottufficiali e dalla truppa. Dopo una lunga marcia in aperta campagna, arrivammo in un campo di concentramento dove si trovavano Inglesi, Francesi e Indiani. Per noi Italiani, nuovi arrivati, fu aperto un varco nella rete di cinta del campo e fummo portati in aperta campagna dove fummo lasciati due giorni all\u2019addiaccio. Poi ci diedero le tende da campo, una per ogni quattro persone. Con il continuo arrivo di prigionieri italiani (oltre ventimila) ci\u00f2 non bast\u00f2 pi\u00f9. Furono allestiti grandi tendoni della capienza di duecento posti ma vi furono alloggiati fino a quattrocento prigionieri. Ci fecero la disinfestazione spogliandoci completamente, poi procedettero a rivestirci tutti. In questa operazione sparirono molte delle cose che avevamo con noi: a me sparirono le scarpe e la biancheria.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp; Nella grande piazza centrale del campo che divideva le baracche dei Francesi, degli Inglesi e degli Indiani, veniva fatto giornalmente l\u2019appello prima della distribuzione del rancio. Il rancio veniva distribuito una volta al giorno ed era mediamente composto da sette patate lesse e da duecento grammi di pane. Dopo alcuni giorni venne issato un palco e una torre sulla quale venne collocato il posto di guardia con i militari armati di mitragliatrice.<\/p>\n\n\n\n<p>Alcuni giorni dopo (probabilmente dopo la costituzione, il 23 settembre, della RSI) tutti noi Italiani&nbsp; fummo&nbsp; radunati nella piazza centrale dove, sul palco, c\u2019erano Ufficiali delle SS e Ufficiali italiani in divisa della RSI. Questi ultimi, con ripetuti appelli ci invitarono a rientrare in Patria ed intonarono pure <em>\u201cGiovinezza<\/em>\u201d. Invitarono poi a fare un passo avanti tutti coloro che decidevano di rientrare in Italia. Ma nessuno lo fece. Per noi&nbsp; si cre\u00f2 un momento di grande tensione perch\u00e8 eravamo circondati da militari tedeschi in pieno assetto di guerra. Gli Ufficiali italiani e tedeschi si riunirono nella baracca Comando parlando in modo molto concitato. C\u2019era paura. Dopo diversi minuti ci fecero entrare nelle nostre tende con comandi energici. I prigionieri inglesi, francesi e indiani, chiusi nelle loro baracche, al nostro passaggio ci applaudirono per il coraggio dimostrato a non accettare l\u2019invito a rientrare in Patria malgrado le pesanti minacce fatteci circa il nostro futuro.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>IL LAVORO COATTO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Dopo alcuni giorni arrivarono al campo diversi autocarri con del personale tedesco (capi reparto). Vi fecero salire circa trecento prigionieri italiani. Fummo portati a Brandemburgo dove fummo sistemati in&nbsp; baracche che formarono il campo di concentramento <em>\u201cStalag III A campo 771\/U\u201d di Brandemburgo-Havel <\/em>sito molto vicino allo stabilimento per la produzione di autocarri della \u201cOPEL \u2013 BENKZ\u201d. Accanto alle nostre c\u2019erano le baracche per i <em>\u201cliberi lavoratori<\/em>\u201d civili per\u00f2 le nostre baracche per prigionieri di guerra erano chiuse da reti e controllate dai militari tedeschi per cui non potevamo uscire dal lager.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno dopo ci portarono allo stabilimento dove i capi reparto ci distribuirono nei vari reparti di produzione assegnandoci compiti e mansioni. A quell\u2019epoca la produzione era di circa 120 autocarri al giorno. Il lavoro si svolgeva nell\u2019arco delle 24 ore in due turni: uno dalle ore 07 alle ore 19 con una pausa di 45 minuti per il pranzo e l\u2019altro dalle ore 19 alle 07 successive. Il doppio turno veniva per\u00f2 effettuato solo da alcuni reparti. Nella pausa per il pranzo dovevamo radunarci all\u2019uscita dello stabilimento per recarci alla baracca adibita a mensa, metterci in fila per ricevere il cibo, mangiare molto velocemente la minestra di rape e un pezzo di pane, rimetterci di nuovo in fila per ritornare allo stabilimento, raggiungere il posto di lavoro nel proprio reparto. Il tutto in 45 minuti: qualcuno non ce la faceva in tempo a mangiare e purtroppo ci ha rimesso la pelle.<\/p>\n\n\n\n<p>Con noi Italiani c\u2019erano, come <em>\u201cliberi lavoratori<\/em>\u201d, Cecoslovacchi, Polacchi, Olandesi, Francesi, Spagnoli che invece avevano la sala mensa all\u2019interno della fabbrica, il cibo era accettabile e godevano di alcuni privilegi per quanto riguardava i lavori pesanti e la durata dei turni di lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Il lavoro era massacrante ma non potevamo fermarci un attimo perch\u00e9 bisogna produrre il pi\u00f9 possibile per le esigenze dell\u2019esercito tedesco. Non tutti i reparti facevano i turni notturni. Io ho fatto i turni di notte per circa tre mesi assieme ad Olandesi e Polacchi.. Verso la fine di ottobre ci diedero una cartolina postale della Croce Rossa <em>\u201ccamp de prisonners de guerre<\/em>\u201d da inviare alla famiglia e che valeva anche per la risposta. Spedii le cartoline una volta al mese. Questo era l\u2019unico mezzo di contatto con mia moglie ed era anche l\u2019unica possibilit\u00e0 di avere qualche genere di conforto, soprattutto cibo. Ma il primo pacco, nonostante la prontissima riposta di mia moglie, lo ricevetti appena il mese di marzo e molti altri non mi sono mai arrivati.<\/p>\n\n\n\n<p>. Il lavoro era duro e richiedeva sforzi fisici notevoli tenuto conto dello scarso e insufficiente cibo che ricevevamo. Si trattava, per quanto mi riguarda, di immergere tavole di legno in vasche contenenti un liquido colorato molto tossico e pesante che serviva per preparare il pavimento e le bande degli autocarri. Questo lavoro dur\u00f2 tre mesi poi, perch\u00e9 altamente tossico, fui trasferito alla catena di montaggio dei camion. In questo reparto avevo il compito,&nbsp; assieme ad una altro compagno,&nbsp; di fornire alla catena quattro balestre per ogni camion. Le balestre si trovavano all\u2019aperto nel grande piazzale dello stabilimento. Dovevamo prepararle ed inserirle nei loro contenitori che poi venivano portati alla catena e montati sui camion. La fatica fisica era molto grande dovendo&nbsp; ogni giorno sollevare e trasportare centinaia di balestre che pesavano 24 kg l\u2019una. Durante l\u2019inverno lavoravamo con 15-20 gradi sottozero. Oltre al lavoro di 4 ore con le balestre dovevamo fare altri lavori, come il trasporto di casse di parabrezza pesanti 240 chilogrammi,&nbsp; per arrivare cos\u00ec alle 12 ore di lavoro stabilite.<\/p>\n\n\n\n<p>Il padiglione a pi\u00f9 piani dove lavoravo venne&nbsp; distrutto da un pesante bombardamento il giorno di Ferragosto del 1944 durante il quale il mio capo reparto Stilz venne ferito alla testa. Il giorno prima del bombardamento era giunto dall\u2019Italia un convoglio ferroviario con un carico di gomme Pirelli con le relative camere d\u2019aria da noi prigionieri sistemate nel magazzino del padiglione.<\/p>\n\n\n\n<p>Col bombardamento di Ferragosto tutto venne distrutto, comprese le migliaia di gomme che, incendiatesi, produssero una colonna di fumo altissima che dur\u00f2 alcuni giorni. Venne la TODT che, con potenti attrezzature, spense l\u2019incendio. Fu subito iniziata la ricostruzione del padiglione che era alto tre piani e che fu&nbsp;&nbsp; mimetizzato in modo da apparire agli aerei alleati come se fosse ancora distrutto. Riprese l\u2019attivit\u00e0 appena nel mese di marzo del\u201945 ma la produzione degli autocarri continu\u00f2 comunque fino a poche settimane prima della fine della guerra in quanto per tutto il periodo furono utilizzati impianti di altre imprese insediate in citt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>LA LIBERAZIONE<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Nei primi giorni di maggio \u201845 finalmente arriv\u00f2 il giorno della liberazione. Per accelerare la caduta di Brandemburgo i Sovietici con piccoli aerei mitragliarono con grande intensit\u00e0 la citt\u00e0 e tutto ci\u00f2 che si muoveva. I Tedeschi per ritardare l\u2019avanzata dei Sovietici fecero saltare gli alberi posti ai lati dei viali della citt\u00e0 e nei pressi dello stabilimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno prima dell\u2019arrivo dei Sovietici, era un mercoled\u00ec, i soldati tedeschi di guardia a noi prigionieri, ci distribuirono il cibo per tutta la settimana (distribuzione che di solito avveniva il&nbsp; mercoled\u00ec e il sabato) visto che ormai la fine era vicina e non c\u2019era pi\u00f9 alcuna speranza. Il Comandante ci disse che lasciava il campo perch\u00e9 era stato chiamato a Berlino per la difesa della capitale dall\u2019assalto finale russo. Ci salut\u00f2 augurandoci buona fortuna e ci disse di arrangiarci come meglio potevamo. Due giorni dopo, le avanguardie russe presero possesso del campo. Ci fecero uscire dalle baracche. Ci dissero che eravamo liberi ma per noi cominciarono i guai perch\u00e9 i Sovietici ci considerarono <em>\u201cliberi lavoratori<\/em>\u201d al servizio della Germania. Quando tutto fu chiarito fummo lasciati liberi mentre i <em>\u201cliberi lavoratori\u201d <\/em>civili volontari vennero fatti prigionieri.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>IL VIAGGIO DI RITORNO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Partimmo&nbsp; da Brandemburgo in dodici. In continuazione volteggiavano su tutta la zona piccoli aerei sovietici che mitragliavano i militari tedeschi che a gruppi tentavano di raggiungere la zona di occupazione alleata. Per cui, visto la difficolt\u00e0 di muoverci in un gruppo cos\u00ec numeroso, decidemmo di separarci: formammo cos\u00ec un gruppo di&nbsp; cinque persone tutte di Gorizia (il sottoscritto, Stabile Renato, Gregori Graziano, Rossi Giovanni e Comel Luigi che poi&nbsp; arrivarono a casa ognuno per strade e con tempi diversi).<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp; Dovemmo cominciare ad arrangiarci sia per dormire che per mangiare ma soprattutto dovevamo trovare da soli il modo per raggiungere l\u2019Italia. C\u2019era molta gente che vagava a destra e a sinistra senza una meta. Entrammo in una casa semidistrutta dai bombardamenti, chiedemmo una carta geografica e finalmente potemmo individuare un possibile percorso. Decidemmo di scendere verso la Cecoslovacchia e l\u2019Austria per arrivare in Italia. Partimmo utilizzando diversi mezzi dal carro con cavallo alle bici. Ma non era cos\u00ec semplice perch\u00e9 dopo quattro giorni di viaggio ci trovammo in un bosco nella Selva Boema dove si stavano svolgendo accaniti combattimenti contro una divisione di SS che non voleva arrendersi.<\/p>\n\n\n\n<p>Noi invece proseguimmo il cammino convinti che la guerra fosse finita. Una pattuglia di soldati russi ci grid\u00f2 <em>\u201cstoi\u201d<\/em> e ci arrestarono con l\u2019intenzione di portarci in un campo di concentramento ritenendoci militari anche perch\u00e9 uno di noi era ancora in divisa della Julia. Rischiammo di essere fucilati&nbsp; Insistemmo con tutta la nostra forza per avere un interprete e spiegare la nostra situazione. Ed \u00e8 stata la nostra salvezza perch\u00e9 ci portarono&nbsp; presso un Comando dove c\u2019era un Ufficiale italiano in divisa russa al quale spiegammo tutto. L\u2019Ufficiale (era toscano) ci fece dare un salvacondotto raccomandandoci di presentarci ad un Comando militare russo che stava organizzando il rimpatrio degli stranieri.<\/p>\n\n\n\n<p>Riprendemmo il nostro viaggio portandoci di nuovo a nord verso la citt\u00e0 di Riesa , tra Dresda e Lipsia, e dove il fiume Elba fa un grande ansa. Giunti in prossimit\u00e0 del fiume, trovammo una casa abitata da una coppia di coniugi cui chiedemmo qualcosa da mangiare. Ci diedero&nbsp; pane e salumi e anche un po\u2019 di caff\u00e8. Potemmo finalmente ascoltare la radio che trasmetteva, tra l\u2019altro, l\u2019invito agli stranieri di presentarsi ai centri di raccolta, a est dell\u2019Elba per&nbsp; Italiani, Russi, Polacchi, Jugoslavi e ad ovest del fiume per Americani, Inglesi, Francesi e altri. Decidemmo di andare al centro di raccolta posto ad&nbsp; ovest del fiume. Il proprietario della casa ci condusse con il nostro calesse trainato da un pony (entrambi da noi <em>\u201crequisiti<\/em>\u201d qualche giorno prima)&nbsp; presso un ponte sul fiume Elba a guardia del quale c\u2019erano a est i Russi e dall\u2019altra parte a ovest gli Alleati. Chiedemmo al nostro accompagnatore di farci attraversare il fiume in qualsiasi modo perch\u00e9 altrimenti saremmo rimasi bloccati nella&nbsp; zona occupata dai Russi chiss\u00e0 per quanto altro tempo. Gli offrimmo in cambio il calesse, il pony e del vestiario e lui ci condusse in un bosco di conifere dove erano nascosti in attesa di passare il fiume molte centinaia di soldati tedeschi. Finalmente con una barca fummo trasportati sulla riva ovest dell\u2019Elba&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Qui l\u2019organizzazione era nettamente migliore tanto che, appena sbarcati, fummo raccolti da una jeep della PM inglese o americana che ci port\u00f2 ad un centro di raccolta. Consegnammo i documenti personali richiestici e che furono trascritti su appositi registri, ci interrogarono e poi ci portarono alla mensa del centro di raccolta dove feci, dopo mesi e mesi, il primo pasto degno di questo nome. Il giorno dopo fummo sottoposti alla disinfestazione dal&nbsp; personale&nbsp; della Croce Rossa femminile. Ed \u00e8 stato per tutti noi un vero relax.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal centro partivano in continuazione camion militari americani che&nbsp; portavano viveri alla popolazione tedesca e che trasferivano gli ex prigionieri verso altri campi di raccolta e smistamento. Gli stessi camion ritornavano carichi di ex militari e di civili che rientravano nei loro paesi . Un via vai intensissimo. Il trasferimento degli ex militari verso casa avveniva affidando ad un graduato o sottufficiale o ufficiale un certo numero di militari. A me, per esempio, furono affidati due militari siciliani che avrei dovuto accompagnare al centro raccolta di Verona.<\/p>\n\n\n\n<p>A questo punto il nostro gruppo di Goriziani fu separato. Partii con i due Siciliani. Il viaggio dur\u00f2 venti giorni in quanto le tappe non superavano i 50 chilometri al giorno. Le localit\u00e0 attraversate e che ricordo ancora sono Ulm con la famosa cattedrale in mezzo ad una citt\u00e0 distrutta, una stazione ferroviaria con i binari completamente sconquassati dai bombardamenti, il Danubio presso i cui argini rimanemmo fermi per alcuni giorni. Qui incontrai il mio ex comandante, colonnello Lodi di Roma, che era stato fatto prigioniero a Cefalonia.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno 27 giugno arrivai finalmente in Italia al Brennero. Altra disinfestazione. Poi fummo trasferiti a Merano dove ricevetti nuovo vestiario.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno 28 giugno partimmo in una quarantina per Verona con un camion americano guidato da un autista nero. Al centro di raccolta fummo accolti da molte autorit\u00e0 e dalle Crocerossine. Fummo rifocillati. Ci sembrava di essere al settimo cielo. Fatti i relativi controlli e riempiti vari moduli fummo sistemati per la notte&nbsp; in attesa di un mezzo per Gorizia.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno 29 giugno, mio onomastico, consegnati i due militari siciliani,&nbsp; partimmo per Udine con un camion militare alla guida del quale c\u2019era un militare tedesco prigioniero. Ecco come si \u00e8 ridotto l\u2019esercito del Furher, mi venne da pensare. Arrivati a Udine, alla sera, fummo portati all\u2019Ospedale militare in via Gorizia per i soliti interrogatori e dove fummo sistemati per la notte. Ero a meno di 40 km da casa!<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno 30 giugno gli Inglesi oltre ai soliti interrogatori ci sottoposero a visite mediche per accertare le nostre condizioni fisiche che erano per tutti precarie (io pesavo appena 47 kg rispetto al mio peso normale di 70 kg). Gli Inglesi, dopo aver steso l\u2019ennesimo verbale, ci fecero&nbsp; salire su un camion e ci portarono in aperta campagna a 11 km dalla citt\u00e0 in un campo recintato dove c\u2019erano prigionieri tedeschi separati da noi da filo spinato. Protestammo vivacemente. I soldati inglesi che ci avevano in consegna ci dissero&nbsp; che avremmo potuto far valere le nostre ragioni il giorno dopo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno 1 luglio, non potemmo parlare con nessuna autorit\u00e0. Facemmo scappare attraverso un campo di grano un ragazzo di Trieste che si rec\u00f2 al Centro raccolta di Udine dove raccont\u00f2 la situazione del nostro gruppo&nbsp; deportato alla periferia della citt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno 2 luglio il Centro mand\u00f2 della Crocerossine e un prete che ci disse di avere pazienza perch\u00e8 il fatto si sarebbe presto chiarito.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno 3 luglio, dopo tre giorni all\u2019aperto, arriv\u00f2 un sottufficiale che ci controll\u00f2 nuovamente e poi ci disse&nbsp; candidamente <em>\u201cma come, siete ancora qui?\u201d.<\/em> Si era trattato di un errore causato dal cambio degli addetti al Centro!<\/p>\n\n\n\n<p><strong>FINALMENTE A CASA<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Finalmente fummo liberi. Fummo riportati a Udine. Ero senza un soldo in tasca. Andai alla Stazione delle autocorriere. Incontrai un vecchio amico, Scarel,&nbsp; anche lui reduce dalla Germania che cercava un mezzo per tornar a casa, a Gorizia. Fermammo alcuni passeggeri cui chiedemmo di portarci in qualche modo a Gorizia. Ci pagarono il biglietto. Arrivammo a Gorizia verso le 17, presi il Corso Italia e poi il Corso Verdi dirigendomi verso casa. Il caso volle che,&nbsp; proprio davanti ai Giardini pubblici, le prime persone che mi vennero incontro furono mia moglie e mio figlio.<\/p>\n\n\n\n<p>Ventidue mesi erano passati.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Gorizia, gennaio 2001&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <strong>PIETRO LAMBERTI<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Marzio Lamberti del 15\/4\/2021 Premessa: &nbsp;&nbsp; nel 2000 mio padre ha inviato&nbsp; la seguente memoria alla societ\u00e0 OPEL-BENKZ a testimonianza della presenza quale lavoratore coatto dal settembre \u201943 al maggio \u201945 presso gli stabilimenti di Branderburgo inoltre ha inviato &nbsp;alla Societ\u00e0 una corposa documentazione contenete tra l\u2019altro una foto eseguita a Brandemburgo;&nbsp; la corrispondenza con la moglie dal campo di concentramento; la&nbsp; richiesta al Municipio di Brandemburgo del nominativo della fabbrica e relativa risposta. ha inviato anche gli scontrini\/ricevuta<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":3476,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[10],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3475"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3475"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3475\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3487,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3475\/revisions\/3487"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media\/3476"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3475"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3475"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3475"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}