{"id":3001,"date":"2020-05-16T09:00:00","date_gmt":"2020-05-16T07:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3001"},"modified":"2020-05-16T09:29:11","modified_gmt":"2020-05-16T07:29:11","slug":"capire-la-bosnia-ed-erzegovina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2020\/05\/16\/capire-la-bosnia-ed-erzegovina\/","title":{"rendered":"Capire la Bosnia ed Erzegovina"},"content":{"rendered":"\n<p>di Cathie Carmichael Bottega Errante del 16\/5\/2020 &#8211; La Bosnia Erzegovina \u00e8 un paese straordinario e bellissimo: un luogo degli estremi per i suoi paesaggi, le sue personalit\u00e0 e la sua storia. Le sue stupefacenti bellezze naturali potrebbero attirare turisti a frotte, malgrado le devastazioni arrecate dalla guerra civile degli anni Novanta. Comprende zone climatiche e stili di vita orientali e occidentali. Nel Livanjsko polje, una vallata dal fondo quasi completamente pianeggiante in cui pascolano i cavalli, scorre un sorprendente fiume carsico chiamato Jaruga, che a un certo punto viene inghiottito dal sottosuolo. A Vrelo Bune, un fiume dalle acque gelide e cristalline scaturisce da un enorme lago sotterraneo in cui vivono molte specie di pesci. A Visoko c\u2019\u00e8 una rara piramide naturale, un tipo di collina che i geologi chiamano flatiron (\u201cferro da stiro\u201d). Sembra un monumento funerario egiziano ricoperto dalla macchia e dagli alberi e richiama turisti da tutto il mondo. La serie di laghi salati al centro della citt\u00e0 di Tuzla costituisce una rarit\u00e0 per l\u2019Europa e rappresenta il piccolo residuo rimanente di quello che era un tempo il mare pannonico. Il monte Magli\u0107, la vetta pi\u00f9 alta della Bosnia, nel Parco nazionale di Sutjeska, si erge a 2.386 m sul livello del mare. Al di l\u00e0 di esso si estende la foresta di Peru\u0107ica, una delle regioni pi\u00f9 selvagge e impervie d\u2019Europa, dove orsi e lupi vivono quasi indisturbati dall\u2019uomo. Nel Medioevo i remoti borghi di Vratar e Vratac erano accessibili solo in fila indiana ed erano citt\u00e0 di rifugio durante le crisi politiche. La Bosnia pittoresca come quella delle cascate di Jajce \u00e8 stata raffigurata da numerosi scrittori e artisti, sia locali sia stranieri. Le scene di vita quotidiana, i costumi tradizionali indossati dai locali, gli strumenti musicali e il cibo sono stati attentamente preservati per la posterit\u00e0. La Bosnia ha una ricca tradizione culturale ma nell\u2019ultimo millennio ha sub\u00ecto quasi tutti i pi\u00f9 importanti movimenti sociali o ideologici. Questa instabilit\u00e0 a lungo temine ha avuto il suo impatto ineludibile sulle persone e sul loro destino. In effetti, dal Medioevo in poi e fino al referendum nel 1992, la Bosnia non ha mai conosciuto in qualsiasi forma un\u2019esistenza da Stato indipendente. In questa sintetica trattazione storica, la disamina delle tendenze strutturali di lunga durata \u00e8 inframmezzata dalle micronarrazioni delle vicende di citt\u00e0, borghi e villaggi. Gli avvenimenti che hanno interessato Sarajevo, Me\u0111ugorje, Jajce e Srebrenica hanno avuto conseguenze di una rilevanza che si \u00e8 protratta per lungo tempo e hanno richiamato l\u2019attenzione internazionale sulla Bosnia. In questa trattazione emergono numerosi temi che hanno assunto importanza cruciale per l\u2019evoluzione della Bosnia odierna. Il pi\u00f9 importante di questi temi \u00e8 quello dei confini, di natura linguistica, etnica, geografica e politica, della Bosnia con gli Stati e i popoli limitrofi. La Bosnia moderna vanta un patrimonio culturale squisitamente suo, tuttavia condivide anche molte caratteristiche con i suoi immediati vicini. Per gran parte della sua storia, la Bosnia \u00e8 stata governata dall\u2019esterno del paese e il lascito degli imperi e delle guerre e dei regimi imposti da Istanbul, Vienna o Belgrado costituisce un tema costante. La Bosnia \u00e8 un paese in cui il passato \u00e8 importante e rappresenta un\u2019esperienza vissuta per la maggior parte delle persone. Svariati scrittori, da Veselin \u010cajkanovi\u0107 a Vera Stein Erlich, hanno messo in rilievo quanto la popolazione della regione si sia vista come parte di una concatenazione insita nello sviluppo storico. Questo senso di coinvolgimento emerge con grande evidenza nelle memorie e autobiografie scritte dai bosniaci. L\u2019osteologa Nad\u017eija Gaji\u0107-Sikiri\u0107, cresciuta a Oglavak negli anni Venti e Trenta, sapeva che era stato il suo trisnonno (prapra\u0111ed) a costruire la tekija (il convento dei dervisci) di Fojnica. Altri temi ricorrenti della narrazione del passato sono l\u2019impatto della religione, soprattutto dell\u2019Islam sunnita, dell\u2019Ordine francescano e della Chiesa ortodossa, oltre che le disuguaglianze di ricchezza, opportunit\u00e0 e privilegi che comportavano queste divisioni. Molti studiosi della Bosnia si sono concentrati sulle sovrapposizioni e i confini sfumati tra le fedi religiose dei bosniaci musulmani che mettevano da parte bottiglie di alcolici per i loro amici cattolici, dei cristiani che evitavano di mangiare in pubblico durante il Ramadan oppure degli ortodossi che ritenevano l\u2019ospitalit\u00e0 uno dei precetti del Cristianesimo (piuttosto che uno dei pilastri dell\u2019Islam) ed erano convinti che il tocco delle campane delle chiese fosse una chiamata alla preghiera. Sebbene la Bosnia abbia generato numerosissimi radicali religiosi, ha prodotto anche molte persone che si sono assunte in prima persona rischi gravissimi per proteggere i propri vicini. Tra i prigionieri del lager di Omarska nel 1992 c\u2019erano due donne serbe che erano state arrestate per aver protestato contro il comportamento tenuto dai soldati e dai riservisti serbi nei confronti dei loro vicini. Forse il tema pi\u00f9 notevole di tutti \u00e8 l\u2019entusiasmo, il coraggio e la creativit\u00e0 ma a volte anche la distruttivit\u00e0 di molti dei bosniaci. Per il romanziere Ivo Andri\u0107, ci sono \u201cpochi paesi con una fede cos\u00ec salda, una cos\u00ec sublime forza di carattere e con tanta tenerezza e amorevole passione, di tale profondit\u00e0 di sentimenti, di lealt\u00e0 e incrollabile devozione ovvero con una tale sete di giustizia. Tuttavia nelle segrete profondit\u00e0 che vi sono al di sotto di tutto ci\u00f2 si celano odi brucianti, veri propri uragani di odio raffrenato e compresso che maturano in attesa del momento adatto per esplodere\u201d. I dati scientifici indicano che la moderna popolazione della Bosnia ed Erzegovina discende per la maggior parte dalle stesse popolazioni del Paleolitico e del Mesolitico. Un articolo scritto da Damir Marjanovi\u0107 e vari altri coautori, pubblicato nel 2005 dalla rivista \u00abAnnals of Human genetics\u00bb mirava dimostrare che \u201ci tre principali gruppi della Bosnia Erzegovina hanno in comune una considerevole quota dello stesso bacino genetico caratteristico dell\u2019area balcanica\u201d. In altre pa-<\/p>\n\n\n\n<p>role, la maggior parte dei bosniaci attuali discende da persone che vivevano nella regione molto tempo prima dell\u2019arrivo degli slavi, prima del Cristianesimo e prima dell\u2019Islam. La popolazione fu accresciuta nel corso dei secoli dall\u2019insediamento di genti che parlavano le lingue slave meridionali, quella valacca, quella ladina e quella turca. Vi furono anche migrazioni dall\u2019Europa Centrale all\u2019epoca degli Asburgo e da vari parti dell\u2019ex Jugoslavia. Tutti gli spostamenti di popolazione contribuirono in modo significativo alla composizione della Bosnia moderna e nessun gruppo pu\u00f2 rivendicare di essere in alcuna misura pi\u00f9 autoctono o autentico di qualunque altro. Le persone della regione montuosa dinarica sono spesso molto alte e sicuramente sono tra i pi\u00f9 alti in Europa in questo secolo. Con i suoi 2,20 m di statura, il cestista Bojan Dodik di Sarajevo \u00e8 uno degli uomini pi\u00f9 alti del mondo. All\u2019inizio del XX secolo, i sostenitori delle teorie della razza erano convinti che le popolazioni dinariche facessero parte della \u201crazza eletta\u201d e anche nella cultura popolare di oggi permangono residui di queste credenze. L\u2019elevata statura della popolazione pu\u00f2 essere stata favorita dall\u2019elevato apporto proteico della dieta in cui storicamente predominano agnello, capra, uova e formaggio. La carne rossa \u00e8 spesso il piatto forte di ogni pasto. \u0106evapi o \u0107evap\u010di\u0107i vengono preparati con una miscela di carne, cipolle macinate e spezie e di solito in Bosnia non contengono carne di maiale. La carne viene spesso servita con verdure in conserva come l\u2019ajvar, una purea di peperoni rossi. I tipici formaggi bosniaci sono stagionati e duri, mentre le variet\u00e0 morbide furono introdotte dagli Ottomani. Il vla\u0161i\u0107ki \u00e8 un formaggio di pecora che assomiglia al feta mentre il kajmak \u00e8 panna cotta rappresa. L\u2019archeologo britannico Arthur Evans, che si era conquistato fama mondiale per i suoi studi sulla civilt\u00e0 minoica, pass\u00f2 qualche tempo a studiare le antichit\u00e0 bosniache e ci lasci\u00f2 delle vivaci e dettagliate descrizioni della vita nella regione negli anni Settanta dell\u2019Ottocento. \u201cPresso i francescani del monastero di Gu\u010da Gora poco a est di Travnik\u201d ricorda \u201cci fu imbandito il pi\u00f9 sontuoso rinfresco che ci saremmo aspettati di poter ricevere in quell\u2019occasione, composto da alcuni pezzi di carne di montone, buon pane nero, uova cucinate in camicia nel latte rappreso, vermicelli e melone dolce\u201d. Sia i fedeli ortodossi sia quelli cattolici sono tradizionalmente tenuti a digiunare e a non mangiare carne in alcuni giorni e comunque prima della messa. I musulmani digiunano nel periodo di Ramadan, che significa che durante quel periodo non si consumer\u00e0 alcun cibo nelle ore diurne. Questa usanza si accordava particolarmente bene con la cucina ottomana che \u00e8 ricca di pietanze elaborate con una particolare attenzione per le verdure. Gli stufati di verdure potevano essere preparati in anticipo per i giorni di magro oppure per la sera in vista dell\u2019interruzione del digiuno. Le sarme sono involtini generalmente fatti di carne macinata di manzo, cipolle tritate e riso, confezionati con foglie di verza e serviti con pavlaka (panna acida). Una pietanza analoga viene chiamata japrak in Bosnia e viene confezionata con foglie di vite. Quando il piatto veniva preparato, alcuni degli involtini di vite contenevano solo riso e verdure per i giorni di magro. Le usanze locali potevano a volte portare a fraintendimenti. Lo scrittore inglese George Arbuthnot, che in seguito sarebbe diventato deputato alla Camera dei Comuni per lo Herefordshire, visit\u00f2 Vido\u0161i (Vidosa) all\u2019inizio degli anni Sessanta dell\u2019Ottocento e rifer\u00ec che il prete si profondeva in scuse per la mancanza di carne, spiegando che i cattolici non ne mangiano il venerd\u00ec: \u201cScusa che non si reggeva in piedi perch\u00e9 quando sono arrivato era sabato. Uova e verdure, comunque, non mancavano\u201d. La Bosnia Erzegovina aveva frontiere in certo qual modo \u201celastiche\u201d con i suoi vicini quanto a religione, lingua e a quei vincoli famigliari che spesso mettono in imbarazzo il nazionalismo. C\u2019era una continua transumanza dinarica e ulteriori spostamenti permanenti di popolazioni tra l\u2019Erzegovina, il vecchio Montenegro e la Serbia. Il padre dello scienziato gesuita raguseo Ru\u0111er Bo\u0161kovi\u0107 era originario di Orahov Do in Erzegovina. Di conseguenza il fisico, a cui sarebbe stato dedicato un cratere lunare (ora chiamato Boscovich) venne in seguito definito in diverse occasioni di origine serba, croata, italiana o anche montenegrina. In tempi di crisi, la permeabilit\u00e0 dei confini era comoda per le persone. I bosniaci potevano fuggire dallo Stato e prendere dimora nelle regioni adiacenti. Durante la rivolta del 1875<\/p>\n\n\n\n<p>il porto adriatico di Dubrovnik (Ragusa) divenne un rifugio per gli abitanti dell\u2019entroterra cos\u00ec come lo era stato nei secoli precedenti durante le invasioni ottomane. Nel 1992, i bosniaci che lasciarono il loro Stato martoriato dalla guerra si rifugiavano per lo pi\u00f9 in altre Repubbliche della ex Jugoslavia. L\u2019attuale Bosnia ed Erzegovina confina con tre paesi: Montenegro, Croazia e Serbia. Tutti i vicini della Bosnia parlano la stessa lingua con varianti di minor rilievo, il che crea un potenziale problema se la lingua viene vista come uno dei principali fattori determinanti della nazionalit\u00e0. I croati e i serbi bosniaci furono particolarmente influenzati dalle correnti nazionaliste che promanavano dai loro vicini. La dissoluzione dello Stato ottomano aveva messo in luce la potenziale vulnerabilit\u00e0 geopolitica della Bosnia proprio come l\u2019avrebbe dimostrata, in seguito, il crollo dei due Stati jugoslavi nel XX secolo. I moderni bosniaci si trovano ad appena una generazione di distanza dall\u2019appartenere a uno Stato unificato con i suoi vicini e da una guerra devastante che ha visto i suoi vicini nel ruolo di aggressori. I confini della Bosnia sono relativamente permeabili perch\u00e9 sono facili da valicare. La Drina si pu\u00f2 attraversare a nuoto, lo stesso dicasi per il braccio di Adriatico antistante Neum; del resto anche lungo la Sava si vede la Croazia sulla sponda opposta e quanto al Montenegro, un pastore o un escursionista potrebbero facilmente sconfinarvi senza rischio di incontrare alcuna guardia di frontiera. La Bosnia comprende regioni geografiche contrastanti in cui si riscontrano diverse aree culturali. Heinrich Renner ha descritto la transizione dal relativamente lussureggiante litorale adriatico alle brulle pietraie dell\u2019Erzegovina: \u201cLa vegetazione scomparve del tutto e ci ritrovammo circondati dal pi\u00f9 magnifico e selvaggio ambiente di montagna. Tutt\u2019intorno non vedevamo altro che picchi montuosi, spogli e grigi, che stanno a guardia di garitte (Karaulen) sparse un po\u2019 ovunque. La strada saliva ripida a traversare la frontiera fra l\u2019Erzegovina e la Dalmazia. Nella profondit\u00e0 delle singole valli (doline) ci sono fattorie isolate, a stento distinguibili sullo sfondo delle rocce grigie\u201d. Gi\u00e0 altri viaggiatori avevano paragonato il paesaggio erzegovese alla Luna. L\u2019interazione tra queste regioni \u00e8 uno dei motivi pi\u00f9 interessanti della storia bosniaca. La regione adriatica e le sue piccole citt\u00e0 costiere sono soggette ai terremoti. Sebbene le montagne separino la Bosnia dalla regione con la peggiore instabilit\u00e0 sismica, ci\u00f2 nondimeno il paese resta vulnerabile. Il terribile terremoto che distrusse il centro storico di Dubrovnik nel 1667 fu avvertito anche a Trebinje, situata circa 27 chilometri all\u2019interno. Le Alpi Dinariche formano la spina dorsale della regione occidentale della Bosnia. Spazzate da un vento secco (la bora) che arriva dall\u2019Adriatico, la loro pietra \u00e8 il calcare, spesso difficile da percorrere. Arrivando a Mostar nel 1893, Guillaume Capus ricordava che \u201cla bora soffiava furiosa, il cielo era buio e annuvolato. Gli infissi sbattevano in modo cos\u00ec violento da provocare crepe nei muri delle case e da seminare una tremenda confusione\u201d. La regione, chiamata Carso, dal termine locale kras, \u00e8 diventata materia di studio e i suoi rilievi sono stati accuratamente mappati dai geologi. L\u2019area intorno a Livno \u00e8 una delle valli carsiche (polje) pi\u00f9 grandi che si conoscano al mondo ed era sommersa ancora nel Neolitico. Le espressioni locali e i termini furono adattati nel XIX secolo, quando la regione venne esplorata dagli scienziati. Cos\u00ec il termine geologico standard per un inghiottitoio in cui confluiscono le acque superficiali \u00e8 diventato dolina, che deriva dal termine impiegato dalle popolazioni delle Alpi Dinariche e il termine uvala, anch\u2019esso usato dai geologi, indica un raggruppamento di pi\u00f9 inghiottitoi. Quando si trov\u00f2 a descrivere questo paesaggio, \u00c9mile de Laveleye rifer\u00ec che: \u201cil suolo \u00e8 coperto da grandi blocchi di calcare bianco che sembra vi sia stato gettato per caso, come se fossero rovine di monumenti ciclopici. Quasi dappertutto l\u2019acqua \u00e8 molto scarsa; non ci sono sorgenti e i fiumi scaturiscono gi\u00e0 formati da grotte, alimentando d\u2019inverno interi laghi nelle valli occluse; poi vengono nuovamente inghiottiti dal sottosuolo\u201d. In alcune localit\u00e0 gli edifici degli abitati sono stati scavati direttamente nella roccia, come nella fortezza medioevale a Blagaj, ora chiamata Stjepangrad. Storicamente, molti bosniaci vivevano in fattorie di pietra con le loro famiglie allargate a quelle formazioni sociali che oggi vengono chiamate zadruge. Vivere in un gruppo numeroso dava alle persone un forte senso della loro identit\u00e0 e dei loro obblighi reciproci. Il concetto di moba (aiuto reciproco in momenti di necessit\u00e0 come il raccolto) rafforzava gli obblighi della vita tradizionale. Al fatalismo delle genti dinariche, che \u00e8 stato frequentemente rilevato, potrebbero aver contribuito il fatto che tutti i campi sono disseminati di pietre e che per chi vive di pastorizia \u00e8 difficile diventare ricco o cambiare in modo sostanziale la propria vita. La parola bosniaca per riferirsi al destino \u00e8 sudbina, ma, secondo il geografo Jovan Cviji\u0107, a volte veniva usata anche la voce turca ksmet. \u00c8 raro che il suolo sedimenti a sufficienza per permettere un\u2019agricoltura redditizia, sicch\u00e9 in Erzegovina i campi<\/p>\n\n\n\n<p>fertili sono rari e, in generale, molto pi\u00f9 adatti al pascolo dei ruminanti che alla coltivazione. Lo scrittore britannico Gerald Brenan, che in seguito si sarebbe segnalato per le sue vivide descrizioni della vita quoti diana in Andalusia, visit\u00f2 l\u2019Erzegovina in giovent\u00f9: \u201cDovunque andassi trovavo la stessa desolazione: la campagna era troppo arida o troppo pietrosa per poterla coltivare, gli insediamenti rari, le fattorie poche e il suolo era bianco grigiastro oppure solcato da filoni di pietra e striato di neve\u201d. In alcuni luoghi gli stili di vita tradizionali si sono tramandati fino a oggi. Nel villaggio nomadico di Lukomir, che ogni anno resta inaccessibile per mesi a causa dell\u2019inclemente tempo atmosferico, i musulmani vivono ancora di pastorizia. I pi\u00f9 anziani abitano in antiquate case di pietra con il tetti ricoperti da scandole di ciliegio, vestigia di un\u2019altra epoca. Continuano a filare e a indossare gli indumenti che confezionano da s\u00e9 , tra cui un giubbotto chiamato zobun e un berretto chiamato krmez. I lavori a maglia costituiscono un\u2019importante parte dei preparativi per il matrimonio e gli uomini indossano tradizionalmente lunghe calze pesanti confezionate per loro dalle parenti femmine. Nel 2010 una troupe di documentaristi olandesi ha realizzato il film Winterslaaap in Lukomir che raccontava la desolazione del villaggio durante la sua \u201cibernazione, le bufere di neve e l\u2019ululare del vento\u201d. Accanto agli aspri paesaggi delle montagne c\u2019\u00e8 anche la Bosnia delle piccole citt\u00e0 nei pressi delle quali si coltivano frutta, tabacco e cereali. Gli alberi si caricano di frutta, le vacche pascolano nelle radure verdeggianti e il terreno viene irrigato con l\u2019acqua di innumerevoli fiumi. Le case tradizionali (bosanske ku\u0107e), spesso intonacate e dipinte di bianco, erano tendenzialmente provviste di balconi e tipicamente erano pi\u00f9 strette al piano terra. A volte le pareti interne erano ricoperte di pannelli di legno e decorate con tappeti. Passando dalle montagne alle pi\u00f9 fertili vallate, Brenan scopr\u00ec l\u2019altra Bosnia: \u201cVia via che procedevo a sud e a est, il paesaggio cominciava a cambiare. Arrivai su catene di rilievi scuri di foreste, in vallate percorse da limpidi corsi d\u2019acqua, in piccoli centri abitati e villaggi che in luogo di chiese avevano minareti e moschee17\u201d. Nel 1909 Maude Holbach visit\u00f2 l\u2019ex capitale bosniaca di Travnik: \u201cuna citt\u00e0 giardino con le sue moschee e minareti poste sotto la protezione delle mura e di un\u2019antica fortezza\u201d. Si trov\u00f2 a vagare negli angusti vicoli della citt\u00e0 vecchia, dove le pittoresche case turche hanno i piani superiori aggettanti, sono ombreggiate da ampie cimase e le finestre dei ginecei sono protette da gelosie di legno traforato (mashrabiyya).\u201d Il ro- manzo Cronache di Travnik (1945) intitolato alla citt\u00e0 in cui Ivo Andri\u0107 era andato a scuola ma ambientato oltre un secolo prima, evoca l\u2019immaginario profumo di sego, i suoni e i modi di sentire di una citt\u00e0 d\u2019epoca ottomana. Storicamente la Bosnia ha sempre avuto un piccolo sbocco sull\u2019Adriatico sin dal 1718, quando venne conquistato dagli Ottomani. Il mare e il ricordo di averlo visto per la prima volta divennero cos\u00ec un importante lieu de memoire per i bosniaci19. Sebbene i bosniaci andassero pi\u00f9 spesso a Dubrovnik piuttosto che a Neum, la maggior parte della Bosnia \u00e8 culturalmente molto lontana dal mare. Quando Heinrich Renner visit\u00f2 questa piccola area della costa bosniaca nel 1890, la descrisse come un \u201ccuneo turco tra Ragusa e Venezia che viene ancora designato come \u2018Turchia\u2019 dai contadini dalmati\u201d. La citt\u00e0 di Neum e i suoi dintorni, che comprendono le isole di Veliki i Mali \u0160kolj, nell\u2019economia restano molto simili al resto del litorale. Al pari delle citt\u00e0 vicine, anche Neum \u00e8 prevalentemente cattolica, ha una chiesetta sbalorditivamente piccola, Sveta Ana, e i costumi folkloristici indossati dai locali sono di stile dalmata ma chiaramente influenzati da tradizioni ottomane. La cintura (tkanica) \u00e8 fatta di materiale intessuto e conforme alla tradizione turca sia per stili sia per colori. Gli uomini indossano il piccolo copricapo o bareta e le donne si coprono il capo con fazzoletti bianchi. I mocassini di cuoio con le punte all\u2019ins\u00f9 (opanci) sono indossate in tutti i Balcani e superavano lo spartiacque dinarico della Dalmazia. Altre tradizioni hanno conservato le danze folkloristiche del lin\u0111o accompagnate da una lira (lijerica). Anche la tradizione del canto di gruppi a cappella denominati klapa (di solito maschile) comprendenti un tenore, un baritono e un basso che cantano formando un semicerchio, collega Neum al resto del litorale dalmata. Il rapporto di lunga durata tra il mondo adriatico e l\u2019entroterra \u00e8 un tema storico costante in questa regione. I mercanti ragusei di Dubrovnik commerciavano con le antiche citt\u00e0 ottomane come Srebrenica, portando con s\u00e9 il sapere di una pi\u00f9 vasta cultura mediterranea del pesce, del vino e dell\u2019olio d\u2019oliva oltre all\u2019alfabetizzazione del mondo cattolico. Gran parte della storia della Bosnia ed Erzegovina prima dell\u2019epoca moderna \u00e8 scolpita nella pietra. Nel 1976 sono state scoperte nelle grotte di Badanj presso Stolac incisioni d\u2019epoca paleolitica. L\u2019immagine scoperta rappresenta probabilmente la figura di un cavallo e in quanto tale non \u00e8 insolita nell\u2019arte di quest\u2019epoca nella regione mediterranea. Sono state rinvenute terraglie d\u2019epoca neolitica a Butmir e Obre con disegni geometrici quali spirali e rhyton (coppe per bere). Fino all\u2019inizio del XX secolo le donne del contado si tatuavano con pigmenti vegetali con motivi simili a quelli rinvenuti sulle lapidi sepolcrali e perfino sulle statuette del Neolitico. Per gli storici, le fonti scritte del periodo tra la caduta dell\u2019Impero Romano e il regno bosniaco medioevale sono relativamente rare. L\u2019Illiria (comprendente l\u2019odierna Bosnia) fu conquistata dai Romani nel 68 a.C. Varie citt\u00e0 bosniache hanno un\u2019eredit\u00e0 illirica, tra cui Daelminium (che oggi viene chiamata Tomislavgrad e un tempo era nota come Duvno) e Vran-<\/p>\n\n\n\n<p>duk, che potrebbe esser l\u2019antica citt\u00e0 di Arduba. Gli studiosi hanno dibattuto se l\u2019antica citt\u00e0 di Bistue Nova potesse essere identificata con Vitez, Zenica oppure fosse vicina alla moderna Bugojno se non addirittura a Rogatica. Dopo il 395 d.C. l\u2019Illiria fu governata da Co-stantinopoli anzich\u00e9 da Roma. Nei secoli seguenti la Bosnia continu\u00f2 a rappresentare una cruciale linea di faglia tra Bisanzio e Roma. Il Cristianesimo aveva raggiunto la Bosnia nel IX secolo grazie all\u2019opera missionaria di Cirillo e Metodio, due frati nati a Salonicco che avevano evangelizzato i popoli balcanici avvalendosi del loro dialetto paleoslavo, e si diffuse ulteriormente nel corso del secolo. Cos\u00ec la maggior parte dei bosniaci diventarono cristiani di nome e rimasero tali fino al XVI secolo e alla loro conversione in massa all\u2019Islam. Lo Stato bosniaco e il precursore dell\u2019Erzegovina chiamato Hum (o a volte Zahumlje) annidato tra l\u2019autorit\u00e0 di Roma e quella di Costantinopoli aveva confini che si sovrapponevano con i moderni Stati del Montenegro, della Croazia e della Serbia, che cambiarono spesso a seconda delle fortune dinastiche. La Bosnia (o almeno quella che viene chiamata B\u00f3sna o Bo\u02b9sona) appare menzionata per la prima volta come entit\u00e0 geografica a s\u00e9 stante nel trattato greco del x secolo dell\u2019imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito (Pr\u00f2V ton i\u02b9dion ui\u00f2n Rwmano\u02b9n (\u201cPer mio figlio Romanos\u201d22). Fu lui a dare il nome alla regione di Travunia (Terbounia) che corrisponde all\u2019area circostante la citt\u00e0 di Trebinje. La regione della foce della Neretva era popolata da una trib\u00f9 di non battezzati che venivano definiti pagani. Il trattato \u00e8 noto generalmente con il suo titolo latino, De administrando imperio. Mihajlo Vi\u0161evi\u0107 \u00e8 attestato come capo in Erzegovina (che all\u2019inizio del X secolo comprendeva anche la costa). Il Porfirogenito<\/p>\n\n\n\n<p>credeva che Mihajlo fosse uno slavo i cui antenati erano immigrati dalla regione del fiume Vistola. Mihajlo viene descritto anche da un cronista quasi suo contemporaneo chiamato Giovanni Diacono nel Chronicon Sagornini. Il banato di Bosnia, che inizialmente era uno Stato vassallo dell\u2019Ungheria creato nel XII secolo, emerse come entit\u00e0 politica a se stante nel XIV secolo. Dopo la battaglia di Zemun nel 1167 gli ungheresi sconfitti persero gran parte del loro controllo sulla regione e chiesero la pace, riconoscendo il controllo bizantino sulla Bosnia. Il governatore della Bosnia, il bano (titolo che si pu\u00f2 tradurre come \u201csignore\u201d) Kulin, era un vassallo dell\u2019Imperatore bizantino Manuele I Comneno e giunse al potere nel 1180. Il trattato del bano Kulin (Kulinova povelja), era un accordo commerciale tra la Bosnia e la Repubblica di Ragusa (oggi Dubrovnik) scritto nel 1189, che regolamentava la prassi dei diritti commerciali di Ragusa in Bosnia. Kulin viene generalmente considerato uno dei pi\u00f9 importanti signori medioevali ed esercitava la sua autorit\u00e0 su un banato che suo figlio Stjepan Kulini\u0107 rilev\u00f2 nel 1204. Stjepan Kulini\u0107 fu deposto da Matej Ninoslav che, in qualit\u00e0 di bano continu\u00f2 a mantenere saldi rapporti con Ragusa. Nel 1250 la dinastia cattolica dei Kotromani\u0107 assunse il controllo del banato e regn\u00f2 sulla Bosnia fino a quando fu spazzata via dai turchi Ottomani. Il potere dei Kotromani\u0107 si basava sul loro rango di vassalli dei sovrani d\u2019Ungheria e nel XIV secolo un certo numero di signori tent\u00f2 di formare uno Stato bosniaco indipendente. Nel 1329 Stjepan Kotromani\u0107 aveva conquistato gran parte di Hum nel corso di una guerra con il re serbo Stefan De\u010danski. Stjepan Tvrtko riusc\u00ec a ottenere l\u2019indipendenza dall\u2019Ungheria, istituendo nel 1353 una signoria su un paese che aveva confini simili a quelli dell\u2019odierna Bosnia. Nel 1377, sotto Tvrtko, la Bosnia divenne un regno con capitale Jajce. Tvrtko, per via di sua nonna Elisabetta, pretendeva di essere un successore di Nemanji\u0107 alla corona serba. Il suo importante regno \u00e8 ricordato da una statua nell\u2019odierna Tuzla. Si ritiene che la sua incoronazione avvenisse nel monastero ortodosso di Mile\u0161eva che attualmente si trova in Serbia. Le truppe di Tvrtko combatterono a fianco del principe serbo Lazar nella battaglia di Kosovo Polje nel 1389 ed egli sopravvisse alla sconfitta (a differenza di Lazar che fu catturato e decapitato). La battaglia riun\u00ec molti principi cristiani, nonostante le loro divergenze e rivendicazioni reciproche, facendoli schierare contro le armate del sultano ottomano Murad I, che giunsero al campo di battaglia da<\/p>\n\n\n\n<p>molte miglia pi\u00f9 a sud. Come Lazar, anche Murad rimase ucciso nel corso dello scontro e forse anzi fu assassinato da un cavaliere serbo, Milo\u0161 Obili\u0107; gli succedette il figlio Bayezid. Nel suo romanzo del 1998 Tre canti funebri per il Kosovo (tit. orig. Tri k\u00ebng\u00eb zie p\u00ebr Kosov\u00ebn) il narratore albanese Ismail Kadare riconobbe in questa battaglia un punto di svolta catastrofico e un funesto presagio per tutti i regnanti cristiani dei Balcani: \u201cTutti correvano. Uomini sconosciuti, con una corta daga in pugno, si guardavano intorno con uno sguardo selvaggio negli occhi [&#8230;] In tutta quella baraonda, giunsero frammenti di notizie sulle violenze compiute. Re Tvrtko, dopo aver perduto la corona, stava affrettandosi a tornare in Bosnia\u201d.Sebbene il regno bosniaco continuasse a esistere per svariati decenni, alla fine fu sopraffatto dalle armate del sultano Bayezid. Il successore di Tvrtko, Stjepan Dabi\u0161a, che mor\u00ec nel 1395, non fu in grado di difendere la Bosnia n\u00e9 dai turchi n\u00e9 dagli ungheresi. Gli succedette la moglie Jelena Gruba, l\u2019unica sovrana nella storia della Bosnia medioevale, che regn\u00f2 per tre anni. Non \u00e8 chiaro perch\u00e9 si fosse guadagnata il soprannome di Gruba (\u201crozza\u201d o \u201cbrutta\u201d) ed \u00e8 possibile che fosse ortodossa piuttosto che cattolica. Nel 1398 fu deposta dal trono ma rimase a corte in qualit\u00e0 di vedova del re. Il principe che l\u2019aveva detronizzata, Stjepan Ostoja, fu a sua volta temporaneamente estromesso dopo che ebbe tentato di allearsi con gli ungheresi a nord, riuscendo a trionfare sul suo rivale Stjepan Tvrtko II appena nel 1408. L\u2019ultimo re medioevale della Bosnia, Stjepan Toma\u0161evi\u0107, che aveva ucciso suo padre Stjepan Ostoja, fu sconfitto e successivamente decapitato dal sultano Maometto II nel 1463. La Bosnia medioevale era famosa per la sua complessit\u00e0 e individualit\u00e0 e, come osserva Ivan Lovrenovi\u0107, per un elevato grado di laicismo. La citt\u00e0della di Visoki, che sovrasta l\u2019attuale Visoko, disponeva di un\u2019universit\u00e0 e ospit\u00f2 la corte di diversi sovrani medioevali. Fu durante il Medioevo che vennero realizzati i sepolcri caratteristici di questa regione, gli ste\u0107ak (plurale ste\u0107ci). Nella lingua del popolo bosniaco queste pietre vengono chiamate talvolta mramorovi (pietre di marmo). Alcuni ste\u0107ci recano delle iscrizioni in una scrittura particolare, la bosan\u010dica, che \u00e8 simile all\u2019antico cirillico, mentre su altri sono scolpite scene di danza e simboli che possono ricollegare questi manufatti a un passato pi\u00f9 antico. Su questi sarcofagi si rinviene talora la figura araldica del giglio (fleur-de-lys), simbolo dello Stato bosniaco. A volte c\u2019\u00e8 scritto semplicemente a se le\u017ei (\u201cqui giace\u201d): \u201cqui giace Ljuben Dragota, sul suo nobile paese. Passa in pace, viandante, e non rovesciare la mia lapide perch\u00e9 non ho nessuno qui che possa raddrizzarla\u201d. Dal 1268 \u201cgiace qui Kulduk Krili\u0107&#8230; ho seguito il cammino della ragione non quello del cuore. E ora me ne rammarico.\u201d A vedersi, gli ste\u0107ci appaiono spesso molto grandi e imponenti e sono dello stesso color grigio biancastro del calcare circostante. Sebbene si rinvengano anche oltre il confine bosniaco in Montenegro e Croazia, sono stati eretti soprattutto come lascito culturale bosniaco e oggi spesso costituiscono un richiamo per il turismo. Gran parte della ricerca erudita sugli ste\u0107ci \u00e8 stata intrapresa dalla storica dell\u2019arte americana Marian Wenzel che era stata soprannominata affettuosamente \u201cMarija Ste\u0107kova\u201d. Secondo una famosa definizione del poeta Mak Dizdar, questi sepolcri sono \u201cpietra ma anche parola, terra ma anche cielo, solidit\u00e0 ma anche spirito, morte ma anche vita, passato ma anche futuro.\u201d Egli era convinto che i misteri della regione attendessero di essere rivelati. L\u2019arte dello ste\u0107ak era dominata dal simbolismo cristiano, che si rifaceva all\u2019estetica essenziale del calcare. L\u2019artista Maude Holbach descrisse una curiosa tomba scolpita nella roccia in quello che sull\u2019altro lato sembrava solo un enorme macigno che si era staccato dal versante della montagna28. Per alcuni aspetti le pietre tombali d\u2019epoca islamica o t\u00fcrbe continuarono questa tradizione, utilizzando il candore della pietra per ottenere un potente effetto estetico. La natura della Chiesa bosniaca all\u2019inizio del Medioevo \u00e8 uno dei temi pi\u00f9 controversi nella storia di questa regione e, nell\u2019era moder-<\/p>\n\n\n\n<p>na, si \u00e8 intrecciata con le questioni sull\u2019identit\u00e0 nazionale. Il cristianesimo medioevale era afflitto da eresie e scismi, forse in rapporto alle tradizioni ancora esistenti, alle conseguenze dell\u2019analfabetismo, alla malnutrizione e alle allucinazioni provocate dall\u2019ergotismo. I membri della Chiesa bosniaca medioevale si autodefinivano kristjani (cristiani) e afferivano a congregazioni religiose (hi\u017ee) simili ai monasteri cattolici. L\u2019evidente radicalismo di questa Chiesa indusse il sacerdote cattolico croato Franjo Ra\u010dki a dedurre che essi erano manichei (e in ci\u00f2 simili ai Catari dell\u2019Europa Occidentale). I manichei credevano che l\u2019Universo fosse stato creato dal diavolo anzich\u00e9 da Dio e ripudiavano il mondo materiale nonch\u00e9 la venerazione del crocifisso ligneo in quanto idolatria. Nel suo saggio Bogomili i paterini, scritto nel 1869, Ra\u010dki asseriva che il dualismo (ovvero la credenza in una lotta fra le forze del bene e del male) costituiva una minaccia esistenziale alla Chiesa cattolica e ai suoi principi di fede in molte parti d\u2019Europa. Comunque molti storici dopo Ra\u010dki hanno messo in discussione se la Chiesa bosniaca fosse o meno eretica. Lovrenovi\u0107 ci ricorda che nella cultura materiale della Bosnia medioevale non vi sono elementi bogomili n\u00e9 pertinenti ad altre eresie documentate. I testi chiave, dall\u2019Abjura di Bilino Polje del 1203 fino al Testamento di Gost Radin del 1466, impiegano esplicitamente formule e termini dell\u2019ortodossia cristiana. All\u2019inizio del XIII secolo la Bosnia evit\u00f2 di stretta misura la sorte che colp\u00ec la Linguadoca che tra il 1209 e il 1229 era stata oggetto di una violenta campagna, denominata con un eufemismo Crociata degli Albigesi, finalizzata all\u2019eradicazione dell\u2019eresia catara. Nel 1233 il vescovo Vladimiro, presule della diocesi bosniaca, fu costretto da papa Gregorio IX a rassegnare le dimissioni per non essere stato capace di reprimere l\u2019eresia. Il nuovo vescovo, Johannes<\/p>\n\n\n\n<p>von Wildeshausen, non era della zona, bens\u00ec era un erudito tedesco famoso per la sua acribia e devozione. Un altro punto della contro- versia \u00e8 la nozione secondo cui gli aderenti medioevali alla Chiesa bosniaca, forse gi\u00e0 inclini all\u2019eresia e fuori dalla tradizione cattolica, si sarebbero convertiti in massa all\u2019Islam dopo l\u2019arrivo degli Ottomani. Stando a quest\u2019ipotesi, il Manicheismo era pi\u00f9 vicino all\u2019Islam del Cristianesimo, il che rendeva meno complicato il processo di apostasia. Come ha osservato Bojan Baskar, \u201cvarianti leggermente modificate di questo argomento predominano tuttora nei resoconti sulla conversione forniti dai manuali di storia bosniaci\u201d. Sotto il profilo linguistico, la Bosnia \u00e8 una delle regioni pi\u00f9 unificate nei Balcani, con la stragrande maggioranza della gente che parla o comprende la variante del bosniaco (bosanski) chiamata neo\u0161tokavsko-ijekavski, che pu\u00f2 essere scritta in alfabeto cirillico o latino (e viene anche chiamata srpski, bo\u0161nja\u010dki, hrvatski o sprsko-hrvatski) a seconda delle preferenze personali. Nel V secolo i parlanti del paleoslavo meridionale provenienti dall\u2019Europa orientale cominciarono ad affluire in questa regione e la loro lingua e la loro cultura si diffusero rapidamente perfino nelle zone montuose pi\u00f9 isolate. A un certo punto, fra la tarda epoca medioevale e l\u2019inizio dell\u2019et\u00e0 moderna, la maggioranza della popolazione cominci\u00f2 parlare la lingua paleoslava bosniaca. Il medievista Florin Curta ha avanzato l\u2019ipotesi che la lingua protoslava si sia diffusa tanto con il commercio, le migrazioni e l\u2019agricoltura quanto con la conquista. Prima del XVII secolo, i valacchi che vivevano nelle pi\u00f9 remote zone della Bosnia parlavano una lingua strettamente imparentata con il moderno romeno, che costituisce un vestigio dell\u2019occupazione da parte dell\u2019Impero romano. Nella regione sopravvivono alcune parole valacche, come tornjak, il termine per designare un cane di montagna, che \u00e8 probabilmente di origine valacca. Anche il termine zarica, che designa un formaggio secco e acido della Bosnia nord-occidentale che pu\u00f2 essere servito grattugiato, \u00e8 etimologicamente di origini valacche. Le genti rom, che parlano una lingua lontanamente imparentata con il sanscrito arrivarono in questa regione tra il XII e il XIV secolo e la maggior parte di loro in Bosnia si convertirono all\u2019Islam. Il turco, l\u2019ungherese e il tedesco (lingue delle metropoli imperiali) non hanno mai rimpiazzato completamente il bosanski. Nel XVII secolo il lessicografo e gesuita Giacomo Micaglia scrisse che c\u2019erano molte forme e variazioni della lingua \u201cillirica\u201d ma che la lingua bosniaca era la \u201cpi\u00f9 bella\u201d36. Il processo di slavizzazione in cui le varianti paleoslave avevano gradualmente rimpiazzato idiomi pi\u00f9 antichi come il valacco era in gran parte compiuto all\u2019epoca in cui scriveva Micaglia. Ci\u00f2 nondimeno, in Bosnia la dottrina degli eruditi musulmani rimase turca o araba fino alla met\u00e0 del XIX secolo, in un\u2019epoca in cui gran parte della letteratura sulla regione veniva scritta anche in tedesco o italiano dai cittadini asburgici e da altri abitanti dell\u2019Europa Centrale. Nel bosniaco contemporaneo ci sono anche molte voci desunte dal turco (o, pi\u00f9 alla lontana, dall\u2019arabo) tra cui i termini che designano il cotone (pamuk), il bottone (dugme) e le calze (\u010darape). Secondo Sr\u0111an Vuceti\u0107, esiste anche un genere di motti di spirito che prendono in giro presunte parole turche in bosniaco, con l\u2019intento di sottolinearne il provincialismo: \u201cun ufficiale di polizia viene chiamato pendrek-efendija) (\u201csignore-del-bastone\u201d) e, se di grado elevato, maksuz pendrek-efendija (\u201csignore-del-bastone per le grandi occasioni\u201d). Il carro armato dell\u2019esercito viene chiamato belaj-bager (\u201cara-guai\u201d) e la pattinatrice viene chiamata zvrk-hanuma (\u201cdonna-piroetta\u201d). Fran Markowitz ha avanzato l\u2019ipotesi che \u201cle voci e le espressioni turche e arabe possano servire da minaccioso memento ai serbi bosniaci e ai croati bosniaci che i loro progenitori un tempo sudavano sotto il giogo ottomano e che essi potrebbero nuovamente ricadere preda del dominio dei musulmani\u201d. Vuk Karad\u017ei\u0107, quando compil\u00f2 il suo influente dizionario Srpski rje\u010dnik istolkovan njema\u010dkim i latinskim rje\u010dima, pubblicato per la prima volta a Vienna nel 1818, intendeva specificamente espungere dalla lingua serba tutti i prestiti turchi. Tanto i nomi di persona quanto i cognomi sono intimamente radicati nella ricca storia della regione. Goran significa \u201cl\u2019uomo della montagna\u201d ed \u00e8 abbastanza adeguato al territorio, mentre Davor \u00e8 un antico nome slavo che risale al nome del dio che i romani chiamavano Marte. Vlahovi\u0107 fa pensare a una derivazione valacca e molti nomi sono di origine araba o turca come Begovi\u0107, Damir, Adil o Esma. Ljubomir e Branimir (rispettivamente \u201camante della pace\u201d e \u201cdifensore della pace\u201d) sono di origine slava. I santi cristiani sono ben rappresentati con nomi come Filipovi\u0107 (figlio di Filippo) e Pavlovi\u0107 (figlio di Paolo). Le variazioni di Vuk (p. es. Vuki\u0107, Vukovi\u0107, Vu\u010di\u0107, Vuji\u0107) hanno incorporato la lotta con il lupo (vuk). La leggenda, forse ispirata dalla duplice dose di ferocia presente nel suo nome di battesimo e nel patronimico, vuole che un eroico cavaliere, Vuk Vukoslavi\u0107 abbia salvato Stjepan Kotromani\u0107 in una battaglia del XIV secolo. I nomi di persona spesso hanno delle varianti maschili e femminili: Zoran\/Zora (da alba), Zlata\/Zlatan (da oro) e Vjera\/Vjeran (da fede). \u00c8 persino possibile indovinare la religione di un bosniaco (o di una bosniaca) a partire dal loro nome, tuttavia alcuni nomi sono condivisi da tutte le comunit\u00e0 di fede. La lingua bosniaca \u00e8 particolarmente ricca di metafore e arcaismi che spesso si perdono nelle traduzioni. Una lingua flessiva, i cui sostantivi sono dotati di genere e gli aggettivi devono essere concordati con i sostantivi si adatta bene alla composizione in<\/p>\n\n\n\n<p>versi. Per esempio nelle prime due frasi del poema Islamu (1902) di Musa \u0106azim \u0106ati\u0107<\/p>\n\n\n\n<p>O Islamu, vjero moja sveta<\/p>\n\n\n\n<p>Spasu du\u0161e grije\u0161ni\u010dke moje<\/p>\n\n\n\n<p>(Oh Islam, mia sacra fede<\/p>\n\n\n\n<p>Oh salvezza della mia anima peccatrice)<\/p>\n\n\n\n<p>tutte le parole terminano con suoni vocalici. Per la sua bellezza, questo poema \u00e8 stato appreso a memoria da musulmani di tutto il mondo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Cathie Carmichael Bottega Errante del 16\/5\/2020 &#8211; La Bosnia Erzegovina \u00e8 un paese straordinario e bellissimo: un luogo degli estremi per i suoi paesaggi, le sue personalit\u00e0 e la sua storia. Le sue stupefacenti bellezze naturali potrebbero attirare turisti a frotte, malgrado le devastazioni arrecate dalla guerra civile degli anni Novanta. Comprende zone climatiche e stili di vita orientali e occidentali. 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