{"id":7257,"date":"2026-09-28T09:00:08","date_gmt":"2026-09-28T07:00:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=7257"},"modified":"2026-09-27T21:25:08","modified_gmt":"2026-09-27T19:25:08","slug":"la-serbia-e-i-suoi-eterni-fantasmi","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/09\/28\/la-serbia-e-i-suoi-eterni-fantasmi\/","title":{"rendered":"La Serbia e i suoi eterni fantasmi"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Ancora una volta i serbi si trovano davanti alla scelta tra la realt<\/em><em>\u00e0 e l<\/em><em>\u2019<\/em><em>illusione tossica del nazionalismo<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Belgrado, un pomeriggio di settembre, sotto la pensilina della stazione ferroviaria, una struttura anonima, come tante, cemento e acciaio senza nulla di rimarchevole, un capannello di studenti distribuisce volantini a passanti. \u00c8 un&#8217;immagine che si ripete da quasi due anni: da quando, un centinaio di chilometri pi\u00f9 a nord, nella stazione di Novi Sad, nella regione autonoma della Vojvodina, un&#8217;altra pensilina \u00e8 crollata uccidendo sedici persone e portandosi via, insieme alle macerie, l&#8217;ultimo barlume di normalit\u00e0 del Paese che fatica, ancora oggi, a digerire le scorie dei secoli passati. Da allora istituzioni e societ\u00e0 hanno iniziato a muoversi a due velocit\u00e0 opposte: quella della giustizia, le cui indagini sul crollo avanzano con la lentezza esasperante di un carro impantanato nel fango e quella febbrile della piazza che vuole giustizia e un nuovo governo.<\/p>\n\n\n\n<p>Per capire come un tetto caduto a Novi Sad sia bastato a incrinare un potere che sembrava di granito, per\u00f2, occorre risalire pi\u00f9 indietro. Occorre tornare alla fine della Jugoslavia, quando la Serbia, erede riluttante e insieme rivendicativa di un progetto multinazionale naufragato nel sangue, ha imparato che il nazionalismo, somministrato in dosi crescenti per rammendare un&#8217;identit\u00e0 smarrita, d\u00e0 euforia e dipendenza. Slobodan Milo\u0161evi\u0107 ne \u00e8 stato lo spacciatore principale per tutti gli anni Novanta, e quando Belgrado si liber\u00f2 di lui, nell&#8217;ottobre del 2000, sull&#8217;onda delle proteste guidate dal movimento giovanile Otpor, si pens\u00f2, molto ingenuamente, che la febbre nazionalista si fosse finalmente placata. L&#8217;assassinio del premier riformista Zoran \u0110in\u0111i\u0107, tre anni dopo, per mano di reti criminali intrecciate con i vecchi apparati di sicurezza, ha mostrato che la malattia era rimasta in circolo nella politica e nella societ\u00e0, pronta a mangiarsi il corpo di una nazione gi\u00e0 debilitata.<\/p>\n\n\n\n<p>La ricaduta ha un nome e un volto, ed \u00e8 quello di Aleksandar Vu\u010di\u0107: ministro dell&#8217;Informazione durante le guerre balcaniche al fianco dell&#8217;ultranazionalista Vojislav \u0160e\u0161elj, riconvertitosi poi, con notevole disinvoltura, in moderno europeista. Dal 2012, Vu\u010di\u0107 ha costruito un potere personale che ha attraversato tutte le caselle istituzionali: vicepremier, premier, presidente, senza mai perdere la presa, complice un sistema mediatico addomesticato e una macchina clientelare capillare, soprattutto nelle campagne e nelle piccole citt\u00e0 dove l&#8217;opposizione fatica a farsi sentire. La sua presidenza \u00e8 stata per oltre un decennio un esercizio di equilibrismo: da un lato la retorica dell&#8217;adesione all&#8217;Unione europea, obiettivo dichiarato fin dallo status di Paese candidato ottenuto nel 2012, dall&#8217;altro pulsioni autoritarie sempre meno mascherate e un&#8217;amicizia con Mosca che Bruxelles ha tollerato con la pazienza di chi spera che il tempo risolva da s\u00e9 i problemi che non vuole affrontare. Vu\u010di\u0107 non ha mai allineato Belgrado alle sanzioni contro la Russia dopo l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina, ha continuato a comprare gas e armamenti dal Cremlino, oltre ad aver coltivato con Pechino un rapporto che Xi Jinping, in visita a Belgrado nel 2024, ha definito di \u201cacciaio\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Sopra tutto questo, come una ferita che si riapre ogni volta che qualcuno la tocca, resta il Kosovo: indipendente dal 2008 ma non riconosciuto da Belgrado, e nemmeno da cinque Stati membri dell&#8217;Unione, il che permette a entrambe le capitali di scaricare sull&#8217;altra la colpa dell&#8217;impasse, mentre il dialogo mediato da Bruxelles procede a singhiozzo da oltre un decennio senza un accordo definitivo. Per Vu\u010di\u0107 il Kosovo \u00e8 utile due volte: come piaga da esibire ai nazionalisti interni ogni volta che serviva ricompattare la base elettorale, e come merce di scambio con Bruxelles. Una gestione cinica, dove tutto, europeismo, nazionalismo, progressismo (il partito di Vu\u010di\u0107 si chiama, con ironia involontaria \u201cprogressista\u201d) \u00e8 finalizzato al mantenimento del potere del presidente e del suo clan.<\/p>\n\n\n\n<p>A complicare gli equilibri di Vu\u010di\u0107 \u00e8 arrivata, in aprile, la caduta di Viktor Orb\u00e1n in Ungheria, sconfitto dopo sedici anni di potere dal partito centrista di P\u00e9ter Magyar. Orb\u00e1n era per Vu\u010di\u0107 l&#8217;alleato pi\u00f9 prezioso nel cuore dell&#8217;Unione, lo scudo che a Bruxelles rallentava ogni tentativo di mettere sotto pressione Belgrado sui diritti civili o sullo stato di diritto. Con Budapest ora ritornata europeista, il presidente serbo \u00e8 rimasto pi\u00f9 solo di quanto non fosse da tempo, e la solitudine, in politica, ha la pessima abitudine di fare commettere qualche sciocchezza, come quella puntualmente arrivata poche settimane fa con i funerali di Stato per il boia di Srebrenica, Ratko Mladi\u0107. Vu\u010di\u0107 non si \u00e8 esposto, ha lasciato fare, per calcolo e perch\u00e9 i voti dei nazionalisti contano pi\u00f9 di quello che hanno visto le opinioni pubbliche europee: una Serbia che non riesce a liberarsi della sua storia peggiore.<\/p>\n\n\n\n<p>Torniamo allora al primo novembre 2024: nella stazione ferroviaria di Novi Sad crolla una pensilina in cemento, costruita, ristrutturata e certificata attraverso una filiera di appalti che gli inquirenti indipendenti definiscono opaca, il governo regolare e i cittadini marcia; nel crollo muoiono sedici persone, in gran parte giovani. Da l\u00ec parte una mobilitazione difficile da inquadrare nelle categorie consuete: non \u00e8 la classica protesta di piazza con leader riconoscibili e rivendicazioni negoziabili, ma un movimento orizzontale, organizzato per plenum studenteschi nelle universit\u00e0 occupate, che chiede innanzitutto verit\u00e0 sul disastro e, da l\u00ec, allarga il bersaglio alla corruzione sistemica che quella pensilina crollata rappresenta plasticamente. Il 15 marzo 2025 Belgrado vede in piazza qualcosa come trecentomila persone, la manifestazione pi\u00f9 grande della storia recente del paese e un anno dopo i numeri sono ancora imponenti. Al fianco della battaglia anticorruzione cresce, saldandosi ad essa, la questione ambientale: il progetto di miniera di litio nella valle dello Jadar, con la multinazionale Rio Tinto, che dopo anni di pressioni e proteste locali ha messo in pausa gli investimenti a fine 2025, ma non ha abbandonato l&#8217;interesse per una delle zone agricole pi\u00f9 fertili del paese, diventa il secondo fronte di un&#8217;unica insofferenza verso un potere che i giovani serbi accusano di vendere il futuro del Paese al miglior offerente. E che sia Mosca, Pechino o Bruxelles, alla fine, poco importa.<\/p>\n\n\n\n<p>Messo alle strette da quasi due anni di piazze che non si stancano, Vu\u010di\u0107 ha scelto una mossa spericolata: ha sciolto il Parlamento e convocato elezioni anticipate per il 25 ottobre 2026, annunciando l&#8217;intenzione di lasciare la presidenza, la cui scadenza naturale sarebbe arrivata solo nel 2027 e alla quale non avrebbe potuto pi\u00f9 ricandidarsi, per guidare personalmente la lista di coalizione battezzata, ancora una volta con una scelta del nome di impareggiabile comicit\u00e0: &#8220;Serbia Unita&#8221;. Al momento in cui scrivo le dimissioni non sono ancora formalmente avvenute, ma dovrebbero avvenire in questi giorni. Una mossa che \u00e8 insieme resa e scommessa: resa perch\u00e9 ammette implicitamente che la presidenza, ridotta a bersaglio quotidiano delle proteste, non \u00e8 pi\u00f9 la casella giusta da cui governare; scommessa perch\u00e9 punta a rivincere lo stesso duello sotto mentite spoglie istituzionali, sperando che l&#8217;apparato di Stato, media e sussidi elettorali erogati con tempismo sospetto, bastino ancora a compensare l&#8217;erosione del consenso nelle citt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Di fronte a lui, per la prima volta, il movimento studentesco si presenta come soggetto elettorale autonomo, con la lista &#8220;Gli studenti vincono&#8221;: duecentocinquanta candidati, nessuna coalizione formale con i partiti tradizionali, e la pretesa di rappresentare non una parte ma l&#8217;intero corpo civile del paese, &#8220;studenti, professori, lavoratori, contadini, pensionati&#8221;, per usare le parole con cui viene riassunto lo spirito della lista. \u00c8 qui, per\u00f2, che la storia si complica e perde la comodit\u00e0 della favola dei buoni contro i cattivi, per tornare al solito contraddittorio grumo di storia tipico dei Balcani. Il fronte anti-Vu\u010di\u0107 che si va formando attorno alla lista studentesca \u00e8 tutt&#8217;altro che omogeneo: da una parte liberali, sinistra, ed europeisti che sperano di intercettare, assieme agli studenti, un elettorato urbano e filo-occidentale, dall&#8217;altra formazioni conservatrici, persino monarchiche, e schegge di destra nazionalista che di Vu\u010di\u0107 contestano non l&#8217;autoritarismo ma, semmai, l&#8217;insufficiente durezza sulle questioni identitarie o sul Kosovo. Dentro la galassia studentesca stessa convivono anime europeiste e sensibilit\u00e0 pi\u00f9 prudenti sulla sovranit\u00e0 nazionale, sinistra ambientalista e destra libertaria, in un&#8217;alleanza tenuta insieme pi\u00f9 dall&#8217;avversario comune che da un progetto condiviso per il dopo. \u00c8 la vecchia maledizione di ogni &#8220;fronte largo&#8221;: si vince, se si vince, unendo tutto ci\u00f2 che si pu\u00f2, ma poi si scopre che per governare non basta soltanto avere lo stesso nemico.<\/p>\n\n\n\n<p>Resta da capire, allora, cosa significherebbe davvero una vittoria degli studenti il 25 ottobre o, pi\u00f9 realisticamente, anche solo un risultato che costringa Vu\u010di\u0107 e il suo partito a governare senza una maggioranza blindata. Significherebbe, nella migliore delle ipotesi, l&#8217;apertura di una stagione in cui la Serbia puotrebbe finalmente scegliere, con una classe dirigente meno impantanata nei favori reciproci, se stare davvero dentro il processo di adesione europea e prendere atto che l&#8217;ambiguit\u00e0 perenne tra Bruxelles, Mosca e Pechino non \u00e8 pi\u00f9 sostenibile. Ma significherebbe anche affrontare il rischio che la coalizione vincitrice si sfaldi alla prima prova di governo, lasciando il campo, un\u2019altra volta, a un populismo nazionalista che si ripresenterebbe, magari con qualche volto nuovo, sempre uguale a se stesso.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 il punto, alla fine, \u00e8 proprio questo, ed \u00e8 la ragione per cui la vicenda serba meriterebbe pi\u00f9 attenzione di quella riservata ai Balcani nell&#8217;immaginario europeo, di solito ridotti a nostalgia da cineclub, come se Emir Kusturica con il suo circo tragicomico di &#8220;Underground&#8221; avesse gi\u00e0 detto tutto il necessario. La Serbia contemporanea non \u00e8 minacciata da un nemico esterno, da un impero che complotta ai suoi confini, non ci sono i turchi, i russi, i tedeschi alle porte, tanto per richiamare tutte le minacce storiche che si evocano da quelle parti. La minaccia pi\u00f9 seria abita dentro il corpo stesso della nazione: \u00e8 quel tarlo nazionalista che Danilo Ki\u0161 descriveva come una forma di paranoia collettiva capace di travestirsi da orgoglio identitario; un virus che la Serbia post-jugoslava ha imparato a produrre in dosi variabili secondo la convenienza del momento, e che ogni classe dirigente, da Milo\u0161evi\u0107 a Vu\u010di\u0107, ha finito per usare come malattia e terapia allo stesso tempo. Gli studenti di Belgrado e di Novi Sad, con tutte le loro contraddizioni, sono forse la prima generazione che ha capito che l&#8217;antidoto non pu\u00f2 essere un nazionalismo pi\u00f9 gentile o pi\u00f9 europeo, ma la fine della dipendenza stessa. Resta da vedere se la Serbia, il 25 ottobre e negli anni a venire, avr\u00e0 la forza di disintossicarsi o se, come troppe volte nella sua storia recente, preferir\u00e0 ancora la comoda illusione della dose successiva e dell\u2019ineluttabile fallimento.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. 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