{"id":7225,"date":"2026-09-15T09:00:00","date_gmt":"2026-09-15T07:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=7225"},"modified":"2026-09-14T16:43:14","modified_gmt":"2026-09-14T14:43:14","slug":"il-pendolo-del-sudamerica","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/09\/15\/il-pendolo-del-sudamerica\/","title":{"rendered":"Il pendolo del Sudamerica"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<p><em>L\u2019inarrestabile oscillazione tra destra e sinistra tra il Canale di Panama e la Terra del Fuoco.<\/em><em><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>A Buenos Aires, negli ultimi mesi, \u00e8 tornata di moda una vecchia battuta: \u00abL&#8217;Argentina \u00e8 un paese ricco che aspetta solo la buona occasione per diventare povero\u00bb. Funzionava gi\u00e0 ai tempi di Per\u00f3n, e funziona ancora oggi, con la differenza che stavolta la povert\u00e0 l&#8217;hanno vista arrivare con motosega in mano. \u00c8 solo il capitolo pi\u00f9 chiassoso di una storia che si sta scrivendo, con accenti diversi, in tutto il Sudamerica: Cile, Per\u00f9, Colombia hanno virato a destra in meno di un anno e il Brasile, forse, ci arriva il prossimo 4 ottobre.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Argentina di Javier Milei, la capofila di questa stagione, comincia gi\u00e0 a somigliare pi\u00f9 a un monito che a un modello. Chi in Europa aveva salutato la \u00abrivoluzione libertaria\u00bb come l&#8217;alba di un nuovo ciclo ideologico farebbe bene a guardare i sondaggi prima di stappare champagne. Ma andiamo con ordine, perch\u00e9 la tentazione di liquidare tutto come \u00abonda nera\u00bb \u00e8 comoda, rassicurante, di gran moda tra i nostri giornali, ma un po&#8217; pigra e rischia di far perdere di vista quello che sta davvero succedendo. Il primo dato \u00e8 banale e per questo va detto chiaramente: il pendolo politico sudamericano oscilla, e lo fa da sempre.<\/p>\n\n\n\n<p>In Cile, negli ultimi vent&#8217;anni, ogni governo uscente \u00e8 stato punito a ogni tornata elettorale, senza eccezioni e con una regolarit\u00e0 quasi svizzera. \u00c8 la stessa logica che attraversato l&#8217;Europa post-pandemica, solo applicata con pi\u00f9 costanza e determinazione. Dietro l&#8217;etichetta comoda di \u00abondata di destra\u00bb, si nascondono almeno quattro motori diversi, e vale la pena separarli prima di rimetterli insieme.<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo \u00e8 la sicurezza, che in gran parte del continente ha smesso di essere un tema e ha iniziato a essere un&#8217;ossessione. Il Cile, uno dei paesi storicamente pi\u00f9 sicuri dell&#8217;America Latina, ha eletto Jos\u00e9 Antonio Kast anche, e soprattutto, perch\u00e9 una \u00abpsicosi securitaria\u00bb (la definizione \u00e8 di chi ha seguito la campagna da vicino) si \u00e8 imposta sul dibattito pubblico, nonostante i dati oggettivi. In Per\u00f9 il crimine organizzato, tra estorsioni e omicidi mirati, ha scavalcato corruzione ed economia nella classifica delle preoccupazioni popolari. In Colombia gli accordi di pace con le FARC, che dovevano chiudere un capitolo tragico della storia di quella nazione, ne ha aperto altri: gruppi paramilitari rafforzati, pi\u00f9 di venticinque attentati nei mesi prima del voto, e l&#8217;assassinio nell&#8217;agosto 2025 del senatore conservatore Miguel Uribe Turbay, ucciso mentre si preparava a candidarsi. Non \u00e8 un dettaglio: \u00e8 la prova plastica che la \u00abpaz total\u00bb dell\u2019ex presidente di sinistra Petro, nelle intenzioni un capolavoro di pacificazione, nei fatti ha lasciato campo libero a chi ha usato l\u2019insicurezza come argomento elettorale.<\/p>\n\n\n\n<p>Il secondo motore \u00e8 la migrazione, che nel continente ha una particolarit\u00e0 rispetto all&#8217;Europa: qui i flussi sono quasi sempre interni al Sudamerica stesso (venezuelani in fuga dal collasso di Caracas, haitiani, colombiani) ma la retorica \u00e8 la stessa: muro contro muro e dagli all\u2019immigrato (che, per essere pignoli, da quelle parti ha quasi sempre la stessa lingua e religione degli autoctoni). Kast ha promesso ai cileni di chiudere le frontiere ed espellere gli irregolari in novantadue giorni, con una polizia ispirata all&#8217;ICE statunitense; la minaccia, va detto, ha prodotto in poche ore una crisi umanitaria al confine con il Per\u00f9, con centinaia di migranti in fuga verso nord. \u00c8 il classico caso in cui la promessa elettorale genera il problema che dice di voler risolvere ma questo, si sa, \u00e8 un dettaglio che nei comizi non trova spazio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il terzo motore \u00e8 l&#8217;economia, e qui la storia \u00e8 pi\u00f9 sfumata di come la si racconta di solito. In Argentina l&#8217;inflazione \u00e8 crollata da oltre il 200% a percentuali fisiologiche (anche se nell\u2019ultimo mese ha risollevato la testa verso il 30%), un risultato che pochi anni fa sarebbe sembrato fantascientifico ma il prezzo lo hanno pagato salari e consumi interni, e oggi sono proprio salari bassi e disoccupazione la prima preoccupazione degli argentini, e non pi\u00f9 l&#8217;inflazione. In Colombia il candidato vincitore ha promesso una crescita al 7% e la liberalizzazione dell\u2019estrazione petrolifera, ricetta vecchia quanto il continente: pi\u00f9 mercato, meno Stato, e la scommessa, sempre la stessa, che la crescita arrivi prima della giustizia sociale e spremendo l\u2019ambiente naturale pi\u00f9 che si pu\u00f2.<\/p>\n\n\n\n<p>Il quarto motore, infine, \u00e8 la corruzione, che in America Latina non \u00e8 mai un tema astratto: \u00e8 la benzina con cui si accendono le rivoluzioni elettorali. E qui arriviamo dritti al paradosso pi\u00f9 interessante di tutti, quello argentino. Perch\u00e9 Javier Milei, l&#8217;uomo che ha vinto promettendo di \u00abfar esplodere\u00bb la casta, motosega alzata sui palchi, rivoluzionario conservatore come un novello Ch\u00e1vez capovolto, oggi \u00e8 lui stesso travolto dagli scandali che diceva di voler spazzare via, e la sua popolarit\u00e0 \u00e8 crollata di quasi trenta punti percentuali dall&#8217;inizio del mandato, arrivando ai minimi storici. \u00abSapete chi \u00e8 stato colpito pi\u00f9 duramente dalla crisi economica? Io\u00bb, ha detto di recente in un comizio, lamentando di essere \u00abil presidente meno pagato delle Americhe\u00bb, frase che definire totalmente stonata, di fronte a un paese con met\u00e0 dei salari congelati, \u00e8 quasi un eufemismo. Eppure a ottobre 2025 il suo partito, La Libertad Avanza, aveva vinto a sorpresa le elezioni legislative di met\u00e0 mandato, ribaltando sondaggi che lo davano perdente: un exploit che gli aveva permesso di rilanciare in Congresso tagli e liberalizzazioni. Da allora, per\u00f2, la parabola si \u00e8 invertita: gli scandali che coinvolgono direttamente il governo, la disoccupazione legata all&#8217;apertura selvaggia delle importazioni, il crollo dei consumi interni hanno eroso in pochi mesi quel capitale politico. A poco pi\u00f9 di un anno dalle presidenziali del 2027, i sondaggi danno il candidato unitario del blocco kirchnerista (i peronisti di sinistra), Axel Kicillof, il governatore della regione di Buenos Aires, avanti su Milei, e con la candidata ancora pi\u00f9 a sinistra, Myriam Bregman, al terzo posto. Il presidente Milei nel frattempo continua a volare a Washington: la sua diciassettesima visita da quando \u00e8 in carica, per rassicurarsi l&#8217;appoggio di Trump sul sostegno al peso argentino (la moneta locale) che l&#8217;amministrazione americana ha minacciato pi\u00f9 volte di sospendere. C&#8217;\u00e8 un vecchio motto peronista, coniato nel 1945 quando l&#8217;ambasciatore USA &nbsp;Spruille Braden tent\u00f2 di boicottare Per\u00f3n: \u00abBraden o Per\u00f3n\u00bb, che oggi \u00e8 stato riadattato in \u00abTrump o Argentina\u00bb. Intanto Trump, per dare una mano all\u2019amico argentino ha fatto comprare tonnellate su tonnellate di carne con l\u2019unico risultato di far infuriare gli allevatori del Midwest che potrebbero essere decisivi nelle elezioni di met\u00e0 mandato a novembre.<\/p>\n\n\n\n<p>In Cile la destra ha un volto diverso, e pi\u00f9 inquietante nella sua genealogia storica. Jos\u00e9 Antonio Kast, avvocato cinquantanovenne, non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per Augusto Pinochet, e la sua vittoria, un netto 58% dei voti e tutte e sedici le regioni conquistate, lo rende il presidente pi\u00f9 conservatore dal ritorno della democrazia nel 1990. \u00c8 significativo, e per nulla casuale, che il ballottaggio si sia svolto proprio mentre in tutto il continente circolava di nuovo \u00abNo\u00bb, il film di Pablo Larra\u00edn sul referendum del 1988 che chiuse (allora) l&#8217;epoca di Pinochet: la storia cilena ha il vizio di tornare sui propri passi, e stavolta lo fa nella direzione opposta. Di fronte a lui, la comunista Jeannette Jara ha pagato lo scotto di un governo, quello di Gabriel Boric, arrivato al potere nel 2022 con l&#8217;entusiasmo di una generazione e uscito quattro anni dopo logorato da una criminalit\u00e0 organizzata in forte crescita e da una crescita economica troppo lenta per tenere il passo delle aspettative che aveva acceso, oltre ad avere perso un sacco di tempo nel riformare la costituzione inzuppandola di estremismi del pi\u00f9 ridicolo politicamente corretto. Va detto, a onor del vero, che anche la destra, maggioritaria in parlamento, ha poi proposto la sua costituzione, con il risultato che i cileni, probabilmente alle prese con altre preoccupazioni, hanno bocciato ogni testo di riforma, tenendosi quello pinochettista poi emendato negli anni di democrazia. La ricetta di Kast: pugno duro e liberismo (un classico della destra), ma al momento la sua popolarit\u00e0 \u00e8 in picchiata, anche se a guadagnarne non \u00e8 l\u2019opposizione di sinistra ma il Partido de la Gente dell\u2019economista Franco Parisi che si presenta con lo slogan, non proprio nuovissimo: \u00abn\u00e9 di destra n\u00e9 di sinistra\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Il Per\u00f9, come sempre, fa storia a s\u00e9, nel senso che \u00e8 l&#8217;unico paese della lista dove l&#8217;instabilit\u00e0 istituzionale \u00e8 ormai la norma e non l&#8217;eccezione: nove presidenti in dieci anni, la maggior parte destituiti dal Congresso. Keiko Fujimori, alla sua quarta candidatura consecutiva dopo tre sconfitte al ballottaggio, ce l&#8217;ha fatta con un margine talmente risicato (49.641 voti su oltre diciotto milioni, lo 0,27%) da rendere la parola \u00abmandato\u00bb quasi un eufemismo. \u00c8 la terza elezione presidenziale consecutiva decisa da meno di cinquantamila voti: la democrazia peruviana, verrebbe da dire parafrasando il premio Nobel Vargas Llosa (che di elezioni peruviane, e non solo come romanziere, se ne intendeva), sembra scritta apposta perch\u00e9 nessuno vinca mai per davvero. Figlia ed erede politica dell&#8217;ex presidente-dittatore Alberto Fujimori, Keiko ha costruito la sua campagna su promesse quasi domestiche \u00abpollo pi\u00f9 economico, bombole di gas a prezzi abbordabili\u00bb mentre il suo partito, Fuerza Popular, controllava gi\u00e0 i due rami del futuro Parlamento. Il dato pi\u00f9 significativo, per\u00f2, \u00e8 un altro: la quota di peruviani che si dichiara di destra \u00e8 passata dal 29% nel 2021 al 41% nel 2026. Non \u00e8 pi\u00f9 solo un voto di protesta: \u00e8 un riallineamento ideologico vero, alimentato da un decennio di caos che ha reso l&#8217;ordine, qualsiasi ordine, un bene di lusso. Non va dimenticato come in Per\u00f9 (e in Bolivia) le sinistre locali siano tormentate da una divisione che oppone la loro parte urbana a quella rurale, spesso di discendenza indigena, la prima pi\u00f9 attente alle libert\u00e0 individuali, la seconda ai temi sociali.<\/p>\n\n\n\n<p>In Colombia, infine, la destra che ha vinto il 21 giugno non \u00e8 quella elegante e patrizia del Centro Democr\u00e1tico dell\u2019ex presidente Uribe (la cui candidata, Paloma Valencia, nipote di un altro ex presidente, \u00e8 arrivata terza), ma quella pi\u00f9 rozza e televisiva di Abelardo de la Espriella, \u00abEl Tigre\u00bb, come lo chiamano tutti, avvocato penalista con un programma che promette bombardamenti sulle coltivazioni illegali, megacarceri sul modello salvadoregno e la fine della \u00abpaz total\u00bb di Petro. Contro Iv\u00e1n Cepeda, erede designato del primo presidente di sinistra colombiano dopo quasi settant&#8217;anni di governi liberali e conservatori, De la Espriella ha vinto con un margine di appena lo 0,96%: praticamente un pareggio, che per\u00f2 in un sistema presidenziale consegna tutto il potere al vincitore. Il richiamo esplicito al presidente del Salvador Bukele con le megacarceri e la retorica militarista non \u00e8 casuale: \u00e8 la conferma che un modello contestatissimo dalle organizzazioni per i diritti umani ma popolarissimo nei sondaggi, \u00e8 diventato il vero laboratorio ideologico della nuova destra sudamericana, pi\u00f9 che il liberismo argentino o le nostalgie cilene.<\/p>\n\n\n\n<p>Qui arriviamo al convitato di pietra, che poi tanto pietra non \u00e8: Donald Trump. Non c&#8217;\u00e8 governo di destra in Sudamerica, da Milei a Kast, da Fujimori a De la Espriella, che non abbia in Washington un riferimento esplicito, ideologico prima ancora che economico. Trump ha minacciato di sospendere il sostegno al peso argentino per fare pressione su Milei, ha appoggiato senza pudore la campagna di Fl\u00e1vio Bolsonaro in Brasile (bandiere a stelle e strisce e con la stella di Davide sventolate a Copacabana al lancio della sua candidatura non sono un caso), ed \u00e8 considerato, dalla stampa pi\u00f9 critica, ma non solo, il vero regista di questa stagione elettorale, pi\u00f9 che un semplice spettatore interessato. Dietro c&#8217;\u00e8, ovviamente, la competizione con Pechino: la Cina \u00e8 da anni il primo partner commerciale di quasi tutto il Sudamerica, dal rame cileno alla soia brasiliana, e Washington la sua influenza economica non riesce a ricomprarla e cos\u00ec pu\u00f2 solo provare a imporsi per via ideologica, sostenendo governi affini. \u00c8 una guerra fredda 2.0 giocata non pi\u00f9 sui missili ma sui porti, sulle miniere di litio e sulle terre rare, con Trump nel ruolo che fu di Nixon e Kissinger in America Latina negli anni Settanta, con la differenza, non trascurabile, che allora si mandavano i golpe militari e oggi (per ora) ci si limita a minacciare le linee di credito e usare i social, come fece anni fa Elon Musk, padrone tra le tante cose di X, che minacci\u00f2 di favorire un golpe in Bolivia se non avessero smesso di nazionalizzare le miniere di litio.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli errori della sinistra, in questo racconto, meritano una parentesi onesta, perch\u00e9 il progressismo latinoamericano ha spesso preferito l&#8217;autoassoluzione all&#8217;autocritica. Boric in Cile ha promesso una rifondazione costituzionale che \u00e8 naufragata due volte nei referendum, lasciando solo macerie identitarie. Petro in Colombia ha scommesso tutto su una pacificazione che i gruppi armati non avevano alcuna intenzione di onorare, e il risultato, al netto delle buone intenzioni, \u00e8 stato pi\u00f9 violenza, non meno. Ovunque, la sinistra sudamericana ha continuato a inseguire un&#8217;agenda di diritti e identit\u00e0 che parla soprattutto alle classi urbane istruite, mentre smarriva il contatto con chi vive la sicurezza e il carrello della spesa come le uniche vere urgenze quotidiane, lo stesso smarrimento, detto per inciso, che affligge buona parte della sinistra europea, con la differenza che qui le conseguenze elettorali arrivano pi\u00f9 in fretta e sono pi\u00f9 brutali. Gi\u00e0, perch\u00e9 se c\u2019\u00e8 un posto dove, in qualche modo, la lotta di classe esiste davvero \u00e8 il Sudamerica, dove le classi agiate, i ricchi, spesso non sanno nemmeno cosa sia il problema sociale e quando possono pi\u00f9 che affrontarlo preferiscono comunicare con i poveri a manganellate.<\/p>\n\n\n\n<p>Resta il Brasile che il 4 ottobre chiuder\u00e0 (per ora) questo ciclo. Lula, ottant&#8217;anni compiuti, cerca un quarto mandato contro Fl\u00e1vio Bolsonaro, senatore e primogenito di Jair l\u2019ex presidente che sconta gli arresti domiciliari per il tentato golpe del 2022, e che dal carcere domestico continua comunque a pesare. I sondaggi pi\u00f9 recenti danno Lula in testa al primo turno: un vantaggio che resiste ma che si \u00e8 ristretto sensibilmente nelle ultime settimane e che, con ogni probabilit\u00e0, vedr\u00e0 il ballottaggio deciso da un pugno di voti. Certamente i meriti di Lula sono innegabili: milioni di persone strappate alla fame e alla miseria e una crescita economica a che n\u00e9 generali n\u00e9 liberali e conservatori erano mai riusciti a dare al Brasile, C\u2019\u00e8 da chiedersi, per\u00f2, come sia possibile che la sinistra del pi\u00f9 grande Paese del Sudamerica si debba aggrappare ancora una volta a un energico leader di ottant\u2019anni e non sia riuscita a costruire una nuova classe dirigente.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo quadro c\u2019\u00e8 una eccezione: l\u2019Uruguay, la cosiddetta Svizzera del Sudamerica per la tranquillit\u00e0 e il relativo benessere che lo hanno spesso distinto dai turbolenti vicini. Il Frente Amplio di Yamand\u00fa Orsi, erede politico di Jos\u00e9 \u00abPepe\u00bb Mujica, governa dal marzo 2025 con un margine risicato ma solido, e finora ha retto senza scossoni: nessuno scandalo travolgente, nessuna crisi economica acuta, nessuna \u00abpsicosi securitaria\u00bb degenerata in isteria collettiva. Forse pragmatismo e attenzione ai risultati concreti sono la chiave del successo della sinistra uruguaiana: un Paese piccolo, ordinato, con un tasso di corruzione percepita tra i pi\u00f9 bassi del continente e una buona situazione economica, resta la prova che si pu\u00f2 essere di sinistra e restare stabilmente al governo, cosa che per un paese sudamericano nel 2026, \u00e8 gi\u00e0 una notizia enorme.<\/p>\n\n\n\n<p>Resta da ricordare che i Paesi sudamericani hanno il peggior sistema elettorale e istituzionale del mondo: elezione diretta dei presidenti e parlamenti eletti con il sistema proporzionale, sistema che costringe il presidente a estenuanti trattative con parlamenti frammentati e composti di mille partiti e cacicchi locali, e dove, a turno, il parlamento tenta di mettere in stato d\u2019accusa il presidente e lui di chiudere l\u2019assemblea legislativa; una situazione che in un continente dove l\u2019uso della retorica e della&nbsp; demagogia sono strabordanti rende alla fine precaria la posizione di qualsiasi governo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci sarebbe qualcosa da dire sul Venezuela. Ma lo faremo un\u2019altra volta, anche perch\u00e9 pi\u00f9 che a una vicenda politica ci troviamo di fronte a un film di gangster con tradimenti, colpi di mano, menzogne e un popolo fregato per l\u2019ennesima volta.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine, viene da chiedersi se il vero protagonista di questa stagione sia, pi\u00f9 che la destra vincente e la sinistra in difficolt\u00e0, il pendolo stesso, quella meccanica elettorale spietata che in vent&#8217;anni ha punito quasi ogni governo uscente, di qualunque colore, non appena l&#8217;inflazione saliva o la criminalit\u00e0 si faceva sentire nei quartieri delle citt\u00e0. Mercedes Sosa cantava che \u00abcambia, todo cambia\u00bb, e in Sudamerica il cambiamento continuo \u00e8 il sintomo di Paesi che non riescono a trovare un punto di equilibrio, che faticano a raggiungere quella normalit\u00e0, forse noiosa, ma necessaria per avere istituzioni che funzionano e una societ\u00e0 che non sia tanto divisa tra chi ha molto e chi ha troppo poco.<\/p>\n\n\n\n<p>Vedremo, intanto a Bueno Aires qualcuno sta imparando che il pendolo \u00e8 pi\u00f9 micidiale della motosega.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. L\u2019inarrestabile oscillazione tra destra e sinistra tra il Canale di Panama e la Terra del Fuoco. A Buenos Aires, negli ultimi mesi, \u00e8 tornata di moda una vecchia battuta: \u00abL&#8217;Argentina \u00e8 un paese ricco che aspetta solo la buona occasione per diventare povero\u00bb. 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