{"id":6983,"date":"2026-06-10T15:48:10","date_gmt":"2026-06-10T13:48:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6983"},"modified":"2026-06-10T15:48:43","modified_gmt":"2026-06-10T13:48:43","slug":"sarajevo-le-librerie-che-chiudono-e-le-crepe-della-memoria","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/06\/10\/sarajevo-le-librerie-che-chiudono-e-le-crepe-della-memoria\/","title":{"rendered":"Sarajevo, le librerie che chiudono e le crepe della memoria"},"content":{"rendered":"\n<p>Un racconto&nbsp;di&nbsp;Loredana Panariti.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono di nuovo qui. Cammino in fretta per le strade di Sarajevo, con la pioggia che punge la faccia e il vento che solleva le falde del cappotto. \u00c8 maggio, primavera inoltrata, eppure il freddo entra nelle ossa e mi fa rabbrividire.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho vagabondato lungo la Miljacka sperando di ritrovare il profumo di lill\u00e0 della mia infanzia, ma non c\u2019\u00e8 traccia di fiori: solo gelo e l\u2019odore di carne grigliata che si fa denso man mano che mi avvicino alla Ba\u0161\u010dar\u0161ija.<br>Amo i caff\u00e8 piccoli, quelli con pochi posti all\u2019interno e i tavolini fuori che oggi la pioggia tiene deserti. Entro, e la sensazione di calore mi investe come un abbraccio. Poco lontano, resiste ancora la bottega di Adnan: vende i suoi mattarelli affusolati per tirare la pasta fillo, fusi e manufatti che conservano un\u2019abilit\u00e0 antica, quasi d\u2019altri tempi. Tanto vale che ci vada adesso, penso, mi scuso con il cameriere gi\u00e0 pronto a servirmi e lascio l\u2019intimit\u00e0 del caff\u00e8 per ritrovarmi nella strada fredda.<br>\u00abSei tu?\u00bb.<br>Adnan mi abbraccia, mi bacia. Mi indica una sedia traballante e appoggia subito la d\u017eezva sul fuoco. Tira fuori i fild\u017eani e una scatola di latta piena di rahat lokum all\u2019arancia. Niente roba industriale: li fa lui, seguendo la ricetta di quella zia che si era trasferita a Istanbul tra le due guerre.<br>\u00abDimmi, Emir, quanti palazzi hai progettato?\u00bb, mi chiede. \u00abMi ricordo tua madre, buonanima&#8230; era cos\u00ec orgogliosa dei tuoi successi\u00bb.<br>Non rispondo. Da noi, non tutte le domande hanno bisogno di una risposta. Sorrido e basta, sentendomi finalmente al posto giusto su quella sedia instabile, con un vecchio cuscino che ha visto tempi migliori.<br>Beviamo il caff\u00e8 in silenzio. \u00c8 un silenzio leggero, un modo per accordare di nuovo i nostri pensieri dopo tanto tempo. Solo quando sto per andarmene, Adnan trova le parole.<br>\u00abLa libreria \u00e8 chiusa\u00bb, dice. \u00abDal 2016\u00bb.<br>Lo dice senza guardarmi, rovesciando i fild\u017eani sul vassoio per leggere nei fondi di caff\u00e8 una storia a cui lui stesso stenta a credere.<br>Mi fermo sulla soglia, col cappotto gi\u00e0 abbottonato fin sotto il mento. Fuori, il cielo grigio di Sarajevo \u00e8 squarciato da sprazzi di luce pomeridiana, finestre luminose tra le nuvole.<br>\u00abLo so\u00bb, rispondo finalmente. \u00abMa i libri sono come semi, Adnan. Il mondo sembra averlo dimenticato, ma non muoiono solo perch\u00e9 chiudi una porta. Restano nelle case, passano di mano in mano nelle borse dei ragazzi, finiscono sulle bancarelle dell\u2019usato&#8230;\u00bb.<br>\u00abO al macero\u00bb, sentenzia lui, cercandomi stavolta negli occhi. \u00abQuella libreria era un porto. Se il porto chiude, le barche vagano senza meta finch\u00e9 non dimenticano come si naviga. \u00c8 quello che \u00e8 successo a noi, Emir. Galleggiamo, ma non andiamo da nessuna parte\u00bb.<br>Esco in strada. La pioggia \u00e8 diventata un velo pungente. Passo davanti alla vecchia libreria: le tre vetrine sono ancora al loro posto. In quella centrale restano in bella mostra i libri di preghiere e di storia dell\u2019Islam e della Bosnia; nelle due laterali, piccoli souvenir sbiaditi raccontano la storia di una citt\u00e0 scomparsa o forse, penso, di un me diverso.<br>Mi accorgo che l&#8217;anta della vetrina centrale \u00e8 rotta e sbatte a ogni alito di vento; eppure i libri, gonfi di umidit\u00e0, resistono a testimoniare un sincero interesse per le parole, i pensieri e le storie degli altri. Sbircio dentro: il tempo sembra essersi fermato tra scope, pattumiere ed espositori di cartoline \u2014 chi ne scrive pi\u00f9? \u2014 e carte geografiche ormai scolorite. \u00c8 come se il posto fosse stato abbandonato all&#8217;improvviso, da un giorno all&#8217;altro.<br>Appoggio la mano sul metallo freddo della maniglia. Mi chiedo se i fantasmi della mia storia e gli echi delle discussioni che facevamo nel salottino sul retro siano rimasti chiusi l\u00ec dentro, prigionieri di quello spazio senza tempo.<br>Mi allontano. Non ho progettato palazzi, Adnan, avrei voluto dirtelo. Ho passato gli ultimi dieci anni a riparare le crepe di quelli che esistevano gi\u00e0, cercando di tenere insieme i pezzi di storie che si sgretolano ogni volta che un luogo come questo chiude i battenti.<br>Mentre i miei passi si allontanano sul selciato bagnato, il cigolio di quella vetrina rotta diventa un richiamo. Chiudo gli occhi e, per un istante, quel rumore si trasforma in suono di risate soffocate e felici. Vedo noi. Due ombre magre che si rincorrevano tra gli scaffali alti fino al soffitto. Io ero il figlio dell\u2019architetto, quello con i quaderni pieni di schizzi di archi e minareti; lei era Lana, la figlia che il libraio non aveva generato ma aveva trovato sulla sua strada una sera di novembre, sulle spalle una coperta troppo leggera per il freddo che faceva.<br>Lana era una ragazzina rom dai capelli ricci e scuri, sempre spettinati nonostante il buon Izmet e sua sorella cercassero di tenerglieli in ordine. Nessuno sapeva bene per quale motivo l\u2019avesse presa e lui non ne parlava volentieri. Una volta, dopo numerose rakje bevute di nascosto a casa nostra, perch\u00e9 un buon mussulmano non beve, mormor\u00f2 qualcosa sul destino e l\u2019amore, ma mio padre non seppe e non volle dirmi di pi\u00f9. A Lana Izmet aveva offerto una casa e, soprattutto, un vocabolario. \u00abLe parole costruiscono mondi, attraversano confini e sono l\u2019unico passaporto che non possono annullarti\u00bb, le diceva sempre, mentre lei imparava a leggere i versi di Mak Dizdar con la stessa intensit\u00e0 con cui un tempo guardava il cielo e contava le nuvole per sapere se sarebbe arrivata la pioggia.<br>Eravamo amici, io e lei. Non ho mai creduto alla favola degli opposti che si attraggono ma, mentre io cercavo di capire come dare stabilit\u00e0 e leggerezza agli edifici e riempivo quadernetti con disegni e calcoli, lei viveva in un tempo che sentiva transitorio, sempre in bilico tra la tenerezza per Izmet e Suada che l\u2019avevano accolta e la sua vita in movimento di prima. Ogni tanto fissava, silenziosa, un punto davanti a s\u00e9 e mi pareva di capire che pensasse alla sua vita di prima. Una sola volta avevo provato a chiederle, come per caso, se ricordava qualcosa \u2013 in fin dei conti aveva 8 anni quando arriv\u00f2 \u2013 del prima. Non rispose, non mi guard\u00f2 neppure e continu\u00f2 a fissare davanti a s\u00e9. Io rosso e vergognoso rimasi in silenzio e mai pi\u00f9 affrontai l\u2019argomento.<br>Passavamo i pomeriggi nel salottino sul retro, quello che ora intravedo oltre il vetro sporco. Lei sedeva a gambe incrociate sul tappeto logoro, parlandomi dei libri che leggeva, delle vite che raccontavano. Nel suo presente che, anche se io non me ne rendevo conto, era molto precario, la cultura dava stabilit\u00e0 e sicurezza. Erano uno spazio tutto suo in cui decideva se potevi entrare o no. E niente la inorgogliva come lo sguardo soddisfatto di Izmet quando la sentiva leggere o raccontare. Poi, un pomeriggio di sole e nuvole, in quelle dolci giornate pre estive in cui sai che l\u2019estate arriver\u00e0 da un momento all\u2019altro, il passato di Lana torn\u00f2 per reclamare il suo credito. Un uomo dal volto scavato apparve sulla porta della libreria. Fumava in silenzio. Non disse nulla, ma il suo sguardo parlava chiaro: certe faccende di famiglia non si cancellano con la gentilezza. Lana lo guard\u00f2, non era spaventata, aveva solo l&#8217;aria di chi sa che da certi legami non si scappa.<br>\u00abDevo andare, Emir\u00bb, mi aveva sussurrato quella sera stessa, mentre l\u2019odore dei libri che mi era sempre piaciuto sembrava improvvisamente soffocante. \u00ab Certi patti vanno rispettati. Non li ho scelti io, ma esistono lo stesso\u00bb.<br>Se n\u2019era andata con una piccola valigia con pi\u00f9 libri che vestiti, portando con s\u00e9 un piccolo fild\u017ean antico ricevuto in regalo da Adnan. Ha pi\u00f9 di 200 anni, \u00e8 un oggetto di valore. Vendilo se ti serviranno soldi.<br>Izmet, da quel giorno, aveva iniziato a tossire e a perdere interesse per i libri. Continuava a vendere le nuove pubblicazioni, ma i volumi del salottino, antichi, rari, con illustrazioni bellissime, non li guardava pi\u00f9.<br>Io partii poco dopo per la Slovenia. Avevo vinto una borsa di studio per l\u2019Universit\u00e0 di Architettura di Lubiana e a Lana non pensai pi\u00f9. Cancellai dai ricordi la mia adolescenza.<br>Ora fisso la maniglia fredda e capisco che la mia ossessione per le crepe, per il restauro di palazzi che cadono, \u00e8 nata l\u00ec. Cerco di riparare muri perch\u00e9 non sono stato capace di riparare quel destino. Cerco di tenere insieme le pietre perch\u00e9 non ho saputo tenere lei.<br>Mi volto un\u2019ultima volta. La pioggia continua a cadere, sottile e fastidiosa. Le cose non cambiano. Dobbiamo farcene carico.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"287\" height=\"633\" src=\"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Screenshot-2026-06-10-154617-1.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-6986\" srcset=\"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Screenshot-2026-06-10-154617-1.png 287w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Screenshot-2026-06-10-154617-1-136x300.png 136w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Screenshot-2026-06-10-154617-1-66x146.png 66w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Screenshot-2026-06-10-154617-1-23x50.png 23w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Screenshot-2026-06-10-154617-1-34x75.png 34w\" sizes=\"(max-width: 287px) 100vw, 287px\" \/><\/figure><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un racconto&nbsp;di&nbsp;Loredana Panariti. 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