{"id":6891,"date":"2026-05-12T09:00:00","date_gmt":"2026-05-12T07:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6891"},"modified":"2026-05-11T18:46:38","modified_gmt":"2026-05-11T16:46:38","slug":"di-mali-in-peggio","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/05\/12\/di-mali-in-peggio\/","title":{"rendered":"Di Mali in peggio"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<h4>Come il Mali si avvia a diventare il nuovo tassello del disordine mondiale<\/h4>\n\n\n\n<p>Sabato mattina, 25 aprile 2026. A Bamako, colonne di fumo nero si alzano nei pressi della Torre Africa, un monumento anacronistico che celebra l&#8217;indipendenza con la stessa convinzione con cui i souvenir da aeroporto celebrano l&#8217;autenticit\u00e0 locale. Esplosioni vicino all&#8217;aeroporto internazionale, spari attorno alla base militare di Kati, dove si trova anche la residenza del generale Assimi Go\u00efta, l&#8217;uomo che ha governato il Paese dal doppio golpe del 2020-21. Qualcuno ha colpito la casa del ministro della Difesa Sadio Camara con un&#8217;autobomba ed \u00e8 stato ucciso. Uccisi anche il capo di Stato maggiore \u00e8 quello dei servizi. Per tre giorni, Go\u00efta scompare dalla scena pubblica, riappare solo il 28 aprile, fotografato con l&#8217;ambasciatore russo, a dimostrare che \u00e8 ancora vivo e che Mosca \u00e8 ancora l\u00ec. I ribelli Tuareg del Fronte di Liberazione dell&#8217;Azawad (FLA) e i jihadisti del JNIM \u2014 <em>Jama&#8217;at Nusrat al-Islam wal-Muslimin<\/em>, costola africana di Al Qaeda \u2014 hanno lanciato l&#8217;offensiva coordinata pi\u00f9 imponente dai tempi della ribellione del 2012. Hanno colpito Kidal, Gao, Mopti, S\u00e9var\u00e9, e i sobborghi della capitale. L&#8217;Africa Corps, il corpo paramilitare russo erede della Wagner (s\u00ec, lo stesso nome delle truppe di Rommel, a ribadire quanto il putinismo sia pieno di estimatori del nazismo), \u00e8 stato costretto a ritirarsi da Kidal, Aguelhok e Tessalit. L&#8217;esercito maliano ha parlato di \u00absituazione sotto controllo\u00bb, insomma, quello che si racconta quando sei con l\u2019acqua alla gola.<\/p>\n\n\n\n<p>Come si \u00e8 arrivati a questo punto? La solita storia africana di colonialismo mal digerito, Stati fragili tenuti insieme con lo spago, potenze straniere che si passano il testimone senza mai chiedersi cosa vogliano davvero i maliani, classi dirigenti locali di bassissimo livello. Proviamo a raccontarla.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un Paese enorme, uno Stato piccolo<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il Mali \u00e8 grande quasi tre volte l&#8217;Italia e conta poco pi\u00f9 di 22 milioni di abitanti; sembrerebbe tanto spazio per vivere, ma buona parte del territorio \u00e8 il deserto del Sahara. \u00c8 un Paese senza sbocco al mare, circondato da sette Stati confinanti e con una capitale nel sud che ha sempre faticato a controllare il nord. La composizione etnica spiega molto: i Bambara, nel sud, sono il gruppo dominante: agricoltori stanziali, i rappresentanti principali dell&#8217;identit\u00e0 maliana meridionale, accanto a loro, i Mandinka, i Soninke, i Dogon, i Bobo. Nel centro e nel nord \u00e8 un&#8217;altra storia: i Fula (o Peul), allevatori seminomadi islamizzati che negli ultimi anni sono diventati il bacino di reclutamento privilegiato del JNIM, i Songhai lungo il Niger, e i Tuareg, berberi nomadi del deserto, divisi in trib\u00f9 e federazioni, che da secoli guardano a Bamako come a una capitale straniera.<\/p>\n\n\n\n<p>I Tuareg non sono un gruppo monolitico: sono divisi tra fazioni laiche e jihadiste, tra \u00e9lite alfabetizzate in francese e guerriglieri dell&#8217;entroterra, tra chi vuole uno Stato indipendente e chi si accontenta di una vaga autonomia. Questa divisione interna \u00e8 la ragione per cui certi accordi di pace reggono assai poco. La novit\u00e0 storica di questi giorni \u00e8 l\u2019alleanza tra la componente laica del separatismo tuareg \u2014 il FLA \u2014 con gli islamisti del JNIM . Un\u2019alleanza che ora funziona, ma cos\u00ec stravagante che fa pensare solo a una cosa: un\u2019altra guerra civile se mai dovessero vincere questa.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Mali \u00e8 tra i trenta paesi pi\u00f9 poveri del mondo, con un PIL pro capite che si aggira attorno ai 900 dollari. Il sottosuolo, come spesso accade a questi disgraziati Paesi, \u00e8 ricco: oro \u2014 il Mali \u00e8 il terzo produttore africano \u2014 fosfati, bauxite, sale. La classica maledizione delle risorse: il paese esporta materie prime ed importa instabilit\u00e0. L&#8217;agricoltura occupa la grande maggioranza della popolazione attiva, ma la siccit\u00e0, l&#8217;avanzamento del deserto e la violenza nelle zone rurali hanno moltiplicato gli sfollati interni. Il blocco jihadista sulle vie di rifornimento di carburante verso Bamako, gi\u00e0 nel 2025, aveva portato il Paese a un passo dal collasso logistico. Insomma, non si produce quasi niente, l\u2019agricoltura sfama a fatica e male gran parte della popolazione, il deserto e i guerriglieri avanzano, e i russi (gli stessi che hanno abbandonato Assad e Maduro in pochi minuti) dovrebbero garantire la tenuta del governo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Sessant\u2019anni di indipendenza, cinque colpi di Stato<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il Mali ottiene l&#8217;indipendenza dalla Francia nel 1960. Il primo presidente, Modibo Ke\u00efta, prova a costruire uno Stato socialista con vocazione panafricana; non funziona e nel 1968, un colpo di Stato militare guidato dal generale Moussa Traor\u00e9, mette fine all&#8217;esperimento. Traor\u00e9 governa per ventidue anni con i classici metodi del dittatore del Terzo Mondo, finch\u00e9 nel 1991 un altro golpe, stavolta sostenuto da un&#8217;ondata di protesta popolare, lo rovescia. La stagione democratica che seguir\u00e0 sar\u00e0 troppo debole e fragile per ricostruire il Paese su basi nuove.<\/p>\n\n\n\n<p>La tempesta riparte con violenza nel 2012: i Tuareg del nord, molti dei quali avevano combattuto nelle file di Gheddafi, sono tornati armati dopo la caduta del rais libico, si alleano con i gruppi jihadisti e in pochi mesi conquistano met\u00e0 del Paese. Ad aprile il nord proclama l&#8217;indipendenza dello Stato dell&#8217;Azawad. Intanto, un gruppo di ufficiali insoddisfatti rovescia il presidente Amadou Toumani Tour\u00e9, accusandolo di incompetenza davanti all&#8217;avanzata ribelle. \u00c8 il terzo golpe nella storia della nazione e la democrazia \u00e8 pi\u00f9 irreale di un miraggio in pieno deserto.<\/p>\n\n\n\n<p>All&#8217;inizio del 2013, i jihadisti \u2014 che nel frattempo hanno estromesso i laici tuareg dall&#8217;alleanza e preso il controllo del nord \u2014 avanzano verso il centro. Bamako rischia di cadere e la Francia interviene con <em>l&#8217;Operazione Serval<\/em>: in poche settimane ricaccia i gruppi armati sulle montagne dell&#8217;Adrar, riconquista Kidal, Gao, Timbuktu. Fran\u00e7ois Hollande \u00e8 accolto trionfalmente a Bamako. I francesi pensano di aver vinto, ma in realt\u00e0 hanno solo vinto una battaglia confondendola con la guerra. <em>Serval<\/em> si trasforma nel 2014 in <em>Operazione Barkhane<\/em>, una missione di lungo periodo che impegner\u00e0 fino a 5.000 soldati in cinque paesi del Sahel (<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Mali\">Mali<\/a>, Mauritania, <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Burkina_Faso\">Burkina Faso<\/a>, <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Niger\">Niger<\/a> e <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Ciad\">Ciad<\/a>); i risultati, se vogliamo usare un eufemismo, sono stati piuttosto deludenti, ma non perch\u00e9 i militari francesi fossero incompetenti ma perch\u00e9 il problema di fondo era politico e aveva bisogno di una soluzione politica e non militare: uno Stato che non eroga servizi, che non paga gli stipendi ai funzionari, che usa l&#8217;esercito per arricchire le \u00e9lite invece di proteggere i cittadini, non si salva con i paracadutisti della Legione straniera. Parallelamente, l&#8217;ONU schiera dal 2013 la missione MINUSMA \u2014 Missione Multidimensionale Integrata di Stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali \u2014 che diventa rapidamente una delle pi\u00f9 costose e pericolose della storia con oltre 170 caschi blu morti in dieci anni.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Accordi e promesse di carta<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nel 2015, con gli Accordi di Algeri, il governo maliano e le coalizioni armate del nord firmano una tregua. L&#8217;accordo prevede autonomia per il nord e l\u2019integrazione dei combattenti nell&#8217;esercito regolare. L\u2019entusiasmo dei contraenti \u00e8 quello di chi si appresta ad andare dal dentista, e cos\u00ec, tanto per non perdere il ritmo, nel 2020, dopo mesi di proteste di massa, arriva il quarto golpe dell\u2019esercito contro il presidente Ibrahim Boubacar Ke\u00efta, detto IBK, un politico di lungo corso che si \u00e8 rivelato incapace di riformare un sistema profondamente corrotto e inefficiente. Il governo transitorio guidato da un generale di facciata dura meno di un anno, fino a maggio 2021, quando il colonnello Assimi Go\u00efta, il vero regista del golpe precedente, si impadronisce formalmente del potere: quinto golpe. Go\u00efta ha quarant&#8217;anni, una formazione militare americana e francese, e una visione del potere che non include elezioni nel breve periodo. Nel 2025, il Consiglio di Transizione approva la sua permanenza al potere almeno fino al 2030.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Fuori i francesi, dentro i russi, e non migliora nulla<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Go\u00efta arriva al potere cavalcando un sentimento genuino: la rabbia verso la Francia. Non \u00e8 una costruzione propagandistica, \u00e8 sentimento reale, sedimentato in decenni di relazione post-coloniale nei quali Parigi ha sostenuto governi corrotti, estratto risorse e dettato le politiche monetarie attraverso il franco CFA. \u00c8 la <em>Fran\u00e7<\/em><em>afrique<\/em>: un sistema che politologi come Fran\u00e7ois-Xavier Verschave, nel suo omonimo libro del 1998, hanno&nbsp; documentato come una rete di interessi tra \u00e9lite politico-finanziarie francesi e africane, colpi di Stato fomentati e repressi secondo convenienza, contratti per le materie prime firmati nell&#8217;oscurit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Detto questo, bisogna dire che la cacciata dei francesi non ha migliorato la vita di un solo maliano. Nel 2022, Go\u00efta espelle le truppe di <em>Barkhane<\/em> e poi, l\u2019anno dopo, la MINUSMA. Al loro posto arrivano i mercenari russi della Wagner, poi rinominati Africa Corps dopo la morte di Prigozhin. La logica \u00e8 semplice, i russi combattono i jihadisti senza render conto a nessuno, non fanno domande sui diritti umani, non pretendono elezioni, non finanziano la societ\u00e0 civile, e in cambio vogliono oro, uranio, basi. Un affare commerciale. I risultati dell&#8217;Africa Corps sono stati contraddittori: a novembre 2023, l&#8217;esercito maliano e i mercenari russi riconquistano Kidal, la citt\u00e0-simbolo del separatismo tuareg, persa nel 2012; nei mesi successivi, per\u00f2, il JNIM intensifica gli attacchi nel centro e nel sud e le perdite militari si moltiplicano, fino a luglio 2024, nella battaglia di Tinzaouatene, dove governo e russi subiscono una pesante sconfitta e la propaganda di Go\u00efta sulla riconquista si sbriciola.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L&#8217;asse del Sahel ribelle<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>In questa vicenda il Mali non \u00e8 solo ma si inserisce in un contesto regionale inedito. Burkina Faso e Niger, entrambe protagoniste di golpe militari rispettivamente nel 2022 e nel 2023, si sono allineate a Bamako in un blocco informale ostile alla Francia e all&#8217;ECOWAS \u2014 la Comunit\u00e0 Economica degli Stati dell&#8217;Africa Occidentale. Nel gennaio 2025, i tre Paesi escono formalmente dall&#8217;ECOWAS e fondano l&#8217;Alleanza degli Stati del Sahel(AES). Sulla carta \u00e8 un asse di sovranit\u00e0 contro l&#8217;ingerenza occidentale, nella pratica, \u00e8 un club di giunte militari con problemi di sicurezza ed economie al collasso. Nessuno dei tre Paesi ha migliorato la situazione della sicurezza dall&#8217;insediamento delle rispettive giunte militari: il Burkina Faso ha perso il controllo di gran parte del territorio settentrionale, il Niger \u00e8 nel caos e il Mali, come stiamo vedendo, ci \u00e8 vicino. L&#8217;AES non \u00e8 altro che un patetico progetto, mascherato da anticolonialismo, ma utile solo ai militari che detengono il potere e i russi con cui fanno affari, finch\u00e9 dura.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L&#8217;offensiva del 25 aprile<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Quello che \u00e8 accaduto la mattina del 25 aprile 2026 era prevedibile e i segnali erano evidenti da tempo. Il FLA, la coalizione separatista tuareg nata nel novembre 2024 dalla fusione di diversi movimenti, aveva gi\u00e0 dichiarato di voler tornare all&#8217;obiettivo dell&#8217;indipendenza dell&#8217;Azawad e gli islamisti del JNIM avevano intensificato gli attacchi da mesi. La novit\u00e0&nbsp; \u00e8 che i due hanno deciso di coordinarsi per la prima volta in modo esplicito nella storia del conflitto maliano. Il coordinamento \u00e8 stato militarmente efficace e con una precisione che fa pensare a una pianificazione durata mesi. Droni kamikaze, autobombe, attacchi simultanei su un fronte lungo migliaia di chilometri: Bamako, Kati, Gao, Mopti, S\u00e9var\u00e9, Kidal. I jihadisti hanno operato autonomamente nel centro e nel sud, mentre i tuareg si sono concentrati sul nord con una divisione del lavoro quasi aziendale.<\/p>\n\n\n\n<p>I risultati, al 4 maggio: Kidal \u00e8 saldamente nelle mani del FLA, con l&#8217;Africa Corps ritirata dichiaratamente dalla citt\u00e0. Gao \u00e8 contesa, con le forze governative asserragliate nelle ex basi ONU. Il JNIM rivendica il controllo totale di Mopti. A Kati, il ministro della difesa Camara \u00e8 stato fatto saltare in aria da un\u2019autobomba. Il capo dei servizi segreti Modibo Kon\u00e9 \u00e8 stato ucciso come il capo di Stato maggiore e Go\u00efta non \u00e8 riuscito a fare di meglio che una foto l&#8217;ambasciatore russo per dimostrare di avere ancora qualche amico. L&#8217;esercito maliano ha dichiarato di aver \u00abneutralizzato centinaia di terroristi\u00bb ma non \u00e8 verificabile. Quel che \u00e8 verificabile \u00e8 che ha perso Kidal, che le gi\u00e0 scarse vite di comunicazione sono quasi del tutto saltate e nella capitale la gente sta chiusa in casa.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>\u00c8 adesso?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Pu\u00f2 cadere il governo di Bamako? S\u00ec, \u00e8 possibile. Non nell&#8217;immediato \u2014 le forze governative controllano ancora la capitale e alcune arterie del sud \u2014 ma la traiettoria \u00e8 quella. Il JNIM non ha l&#8217;obiettivo dichiarato di prendere Bamako: vuole applicare pressione, espandere il territorio sotto la sua influenza, erodere la legittimit\u00e0 della giunta fino a strangolarla. Il FLA ha obiettivi diversi \u2014 vuole l&#8217;Azawad, non il Mali intero. I due possono procedere in parallelo abbastanza a lungo da rendere il governo centrale una realt\u00e0 geograficamente ridotta a una striscia di territorio meridionale. Dopo? Non si sa, ma \u00e8 immaginabile che non sar\u00e0 niente di buono. Lo scenario della secessione del nord \u00e8 gi\u00e0 una realt\u00e0 de facto e lo era anche prima del 25 aprile. La questione \u00e8 se diventer\u00e0 de jure, e chi la riconoscer\u00e0. Uno Stato di Azawad riconosciuto da qualcuno sarebbe un precedente pericolosissimo per la stabilit\u00e0 di tutta l&#8217;Africa sahelo-sahariana: i Tuareg sono presenti anche in Niger, Algeria, Libia. Algeri lo sa benissimo, ed \u00e8 per questo che segue con attenzione spasmodica ogni sviluppo della vicenda maliana. E poi, ancora: cosa succederebbe se il JNIM prendesse il controllo di porzioni significative del Mali? Come si svilupper\u00e0 la presenza dello Stato islamico (ci sono anche loro, tanto per non farsi mancare nulla) Saremmo davanti a qualcosa di paragonabile all&#8217;Afghanistan talebano, ma in Africa occidentale, con confini porosi verso il Senegal, la Costa d&#8217;Avorio, il Ghana. Il Sahel come un nuovo Cliffato? Mah, bisogna dire che dopo l\u2019esperienza radicale di una decina di anni fa, gli islamisti del JNIM si sono resi conto che non possono governare a colpi di mani tagliate, lapidazioni e sharia, e oggi sfoggiano un c\u00f4t\u00e9 pi\u00f9 moderato, oltre a essersi trovati a combattere i guerriglieri dello Stato Islamico provenienti del Burkina Faso. Tra i possibili mediatori, gli analisti segnalano la figura di Mahmoud Dicko, una figura religiosa e politica di spicco nel Mali, attualmente in esilio in Algeria.&nbsp;Dicko \u00e8 un islamista salafita ma non \u00e8 organico ai gruppi del JNIM; inizialmente aveva appoggiato il golpe di Go\u00efta per poi entrare in rotta di collisione. Ultimamente, forse per smorzare l\u2019aria austera da integralista, lo si \u00e8 visto sfoggiare un Patek Philippe da seimila euro, un po\u2019 pi\u00f9 di sei volte il reddito medio annuale di un maliano.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse il vero scenario \u00e8 che gli scontri di questi giorni servono ai ribelli per sedersi al tavolo negoziali su posizioni di forza. In fondo, nessuno \u00e8 in grado, n\u00e9 il governo n\u00e9 l\u2019opposizione di governare un Paese enorme con poche truppe, precarie comunicazioni, e un sentimento nazionale comune quasi inesistente. Tra i vari scenari del caos di questi tempi, stavolta ci troviamo di fronte a una guerra civile che nessuno vuole veramente vincere perch\u00e9 nessuno sarebbe in grado di gestire il Paese.<\/p>\n\n\n\n<p>Intanto Parigi guarda la situazione da lontano. Macron ha definito l&#8217;espulsione delle truppe francesi un errore dei governi africani che pagheranno un caro prezzo. Non ha torto nei fatti, ma ha torto nel tono, perch\u00e9 la Francia non \u00e8 una vittima della propria generosit\u00e0 incompresa: \u00e8 un attore con interessi propri, e il risentimento che ha accumulato in decenni di <em>Fran\u00e7<\/em><em>afrique<\/em> \u00e8 reale quanto il vuoto che lascia, ma ora, con il governo Go\u00efta in difficolt\u00e0, si riapre il dibattito su un possibile ritorno, non militare, non ci sono le condizioni,&nbsp; ma diplomatico, economico e di intelligence. La Francia ha ancora rapporti con alcune fazioni tuareg e ha ancora una rete di relazioni nel Sahel che i russi non possono sostituire facilmente. Se Bamako cadesse, o se la giunta cercasse una via d&#8217;uscita negoziata, Parigi potrebbe rientrare dalla finestra dopo essere uscita dalla porta. Con meno pretese, pi\u00f9 pragmatismo, e probabilmente meno illusioni sulla propria capacit\u00e0 di trasformare lo Stato maliano in qualcosa di funzionante. Quanto ai russi: l&#8217;Africa Corps ha una funzione militare reale, ma limitata. Non possono sostituire la MINUSMA, non hanno la capillarit\u00e0 territoriale n\u00e9 il mandato politico per negoziare con le comunit\u00e0 locali. Sono, nella migliore delle ipotesi, una forza di protezione della giunta \u2014 e la giunta, in questo momento, ha bisogno di molto di pi\u00f9 che di guardie del corpo ben armate. La ritirata da Kidal \u00e8 un segnale: anche i russi hanno i loro calcoli, e rischiare perdite eccessive per una citt\u00e0 simbolo che non controlla risorse minerarie fondamentali non \u00e8 nell&#8217;interesse di Mosca. Come nota acutamente Nathaniel Powell nel suo studio sulle operazioni Wagner in Africa centrale, i mercenari russi seguono la logica del profitto estrattivo, non quella della stabilizzazione statale. Putin negli ultimi anni, ossessionato dalla follia che ha messo in piedi in Ucraina, sta perdendo, pezzo per pezzo, i nuovi alleanti che si era guadagnato nel tempo e la giunta del Mali \u00e8 candidata a essere il prossimo alleato perduto. Da un po\u2019 di tempo, intanto, nello scenario gi\u00e0 pieno di attori si sono fatti vedere i turchi come addestratori dei militari governativi e, pare, come guardie del corpo di Go\u00efto che evidentemente si fida pi\u00f9 di loro che dei russi.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;Unione Europea, nel frattempo, ha espresso solidariet\u00e0 al popolo maliano \u2014 il che, tradotto, significa che non ha nessuna idea di cosa fare. L&#8217;Unione Africana ha condannato il terrorismo. L&#8217;ONU si preoccupa, tutti si preoccupano, ma nessuno ha un piano che superi la fase della preoccupazione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Post scriptum<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Torno alla foto di Go\u00efta con l&#8217;ambasciatore russo del 28 aprile. C&#8217;\u00e8 qualcosa di tetro in quell&#8217;immagine: un generale che governa un Paese sull&#8217;orlo del collasso, fotografato con il rappresentante dell&#8217;unica potenza che ha ancora qualcosa da guadagnare dal suo mantenimento al potere. Una potenza che non fa nemmeno la finzione ipocrita delle vecchie potenze coloniali che portavano una lingua importante e offrivano un biglietto per l\u2019espatrio a un po\u2019 di giovani.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Mali \u00e8 un caso emblematico di questi tempi sgangherati: mostra l\u2019impossibilit\u00e0 di costruire uno Stato moderno sopra fratture etniche mai risolte, la perversione di una globalizzazione che porta le armi ovunque e lo sviluppo solo da qualche parte. Thomas Sankara, il presidente del Burkina Faso assassinato nel 1987 \u2014 un paese confinante con il Mali che ha seguito traiettorie simili \u2014 diceva che chi ti nutre controlla la tua fame. Valeva per la dipendenza dagli aiuti, vale ancora di pi\u00f9 per la dipendenza dalle armi e dai mercenari. Quello che sta accadendo in Mali non \u00e8 solo una crisi di sicurezza: \u00e8 una crisi di <em>senso<\/em> dello Stato, di un&#8217;idea nata a Parigi e chiamata \u00abR\u00e9publique du Mali\u00bb che pare non abbia niente da dire alla gente che vive a Kidal o nelle piane di M\u00e9naka. Se tra Nairobi e Antananarivo, tra Rabat e Addis Abeba, \u00e8 apparsa una generazione di giovani che protesta in nome delle proprie condizioni sociali e del proprio futuro, in Mali siamo ancora fermi alla vecchia Africa ostaggio di antichi e moderni colonizzatori, di \u00e9lite incompetenti e rapaci, della arretrata cultura tribale. Intanto si corre verso il baratro e ne sapremo qualcosa, forse, solo a fatti avvenuti, sempre che gli esiti siano talmente grandi da apparire nei telegiornali occidentali.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. Come il Mali si avvia a diventare il nuovo tassello del disordine mondiale Sabato mattina, 25 aprile 2026. 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