{"id":6884,"date":"2026-05-08T09:11:00","date_gmt":"2026-05-08T07:11:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6884"},"modified":"2026-05-06T21:12:30","modified_gmt":"2026-05-06T19:12:30","slug":"il-liberale-socialista-piero-gobetti-cento-anni-dopo","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/05\/08\/il-liberale-socialista-piero-gobetti-cento-anni-dopo\/","title":{"rendered":"Il liberale socialista: Piero Gobetti cento anni dopo"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Nel febbraio 1926 moriva a Parigi, a ventitr<\/em><em>\u00e9 <\/em><em>anni, uno degli intellettuali pi\u00f9 originali del Novecento italiano. Gobetti non era n<\/em><em>\u00e9 <\/em><em>liberale nel senso classico n<\/em><em>\u00e9 <\/em><em>socialista: era qualcosa di pi\u00f9 difficile da classificare, e per questo pi\u00f9 scomodo e necessario.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Una vita breve, una mente frenetica<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 16 febbraio di cento anni fa moriva a Parigi Piero Gobetti per una crisi cardiaca causata dai ripetuti pestaggi subiti dai fascisti. In un Paese che ama accalorarsi sulla sua storia senza mai approfondirla, questo anniversario \u00e8 passato sottotono, forse perch\u00e9 il pensiero di Gobetti male si adatta a chi ama stare fermo sulle barricate ideologiche, ma costringe a muoversi, pensare, uscire dalla banalit\u00e0 del confronto culturale da esibizione e senza sostanza.<\/p>\n\n\n\n<p>Piero Gobetti nasce a Torino il 19 giugno 1901. Torino agli inizi del Novecento \u00e8 una citt\u00e0 in grande fermento, con la Fiat che cresce, le leghe operaie che si organizzano, una borghesia colta e positivista che guarda con fiducia al progresso ma anche un&#8217;allarmata dai cambiamenti e reazionaria, ed \u00e8 anche la citt\u00e0 dei Savoia, della casa reale che ha unificato il Paese dimenticandosi di renderlo moderno. Gobetti cresce in questo ambiente e lo assorbe facendone un motore del suo pensiero cos\u00ec originale. A sedici anni fonda una rivista, si chiama \u00abEnergie Nove\u00bb; dura poco, com&#8217;\u00e8 giusto per una rivista giovanile, ma gi\u00e0 rivela i tratti che caratterizzeranno tutta la sua opera: un&#8217;attenzione al concreto, alla storia viva, all&#8217;azione politica come fatto culturale prima ancora che organizzativo. Gobetti non \u00e8 mai stato un teorico puro, \u00e8 stato un militante della cultura.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1922, l&#8217;anno della marcia su Roma, ha ventun anni e fonda La Rivoluzione Liberale, la rivista che lo render\u00e0 famoso e che diventer\u00e0 uno degli spazi intellettuali pi\u00f9 significativi dell&#8217;Italia prefascista. Il titolo \u00e8 gi\u00e0 un programma, anzi una provocazione: rivoluzione e liberalismo sono due parole che la tradizione politica italiana, e non solo, considera tendenzialmente incompatibili, e Gobetti le mette insieme di proposito. Il regime fascista lo tormenta: la sua abitazione viene perquisita, la redazione della rivista devastata dalle squadre fasciste, lui stesso picchiato nel 1925 con una violenza tale da compromettergli la salute in modo irreversibile. Alla fine si convince, a malincuore e troppo tardi, a lasciare l&#8217;Italia, raggiungendo Parigi nel febbraio del 1926 con la moglie Ada Prospero, incinta del figlio Paolo. Morir\u00e0 il 16 dello stesso mese ad appena ventitr\u00e9 anni.<\/p>\n\n\n\n<p>Per ricordarlo mi soffermer\u00f2 su due punti del suo ricchissimo pensiero, su ci\u00f2 che lo rende ancora attuale, profondo, e difficilmente collocabile nello scenario della cultura politica italiana: i tratti originali del suo liberalismo e la sua lettura del fascismo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il liberalismo come rivoluzione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Per capire Gobetti bisogna liberarsi di alcune categorie mentali consolidate. Il liberalismo che conosciamo \u2014 quello di derivazione anglosassone, quello di Adam Smith e di John Stuart Mill, quello del mercato libero e dello Stato minimo \u2014 non \u00e8 il liberalismo di Gobetti: pur partendo dal pensiero di Benedetto Croce, di cui \u00e8 stato allievo e interlocutore, se ne distacca su un punto cruciale: per Croce il liberalismo \u00e8 essenzialmente una categoria dello spirito, una concezione della vita fondata sull&#8217;autonomia dell&#8217;individuo e sulla fiducia nel progresso della storia, ma per il giovane torinese questo non basta: il liberalismo deve misurarsi con la realt\u00e0 concreta del capitalismo industriale, con il conflitto di classe, con le masse che entrano nella storia. Un liberalismo che ignora la questione sociale \u00e8, ai suoi occhi, semplicemente aristocratico, stanco, e per questo storicamente finito. Un po&#8217; come sono intellettualmente stanchi i tanti autoproclamati liberali del nostro odierno scenario politico-culturale.<\/p>\n\n\n\n<p>Viene da qui la sua apertura al socialismo, non come conversione ideologica ma tentativo di sintesi. Gobetti guarda al movimento operaio come alla pi\u00f9 importante forza di rinnovamento della societ\u00e0 italiana. Gli operai della Fiat in sciopero non sono per lui un problema di ordine pubblico, sono, scrive: \u00abi protagonisti di un&#8217;esperienza morale\u00bb, uomini che attraverso la lotta per i propri diritti stanno costruendo una coscienza autonoma, una soggettivit\u00e0 politica nuova. C&#8217;\u00e8 un tratto etico in questo giudizio che lo porta in una traiettoria lontana sia dal liberalismo classico che dal marxismo ortodosso. Per i liberali classici, Gobetti confondeva libert\u00e0 e uguaglianza, commettendo l&#8217;errore di trasformare una categoria politica in una categoria sociale. Per i marxisti ortodossi, invece, il suo era un modo elegante per difendere la borghesia avanzata contro quella retriva. Ma per Gobetti nessuna delle due tradizioni, da sola, era sufficiente a capire l&#8217;Italia e a cambiarla.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il dialogo con Gramsci<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Tra i tanti rapporti intellettuali di Gobetti, quello con Antonio Gramsci \u00e8 probabilmente il pi\u00f9 significativo e paradossale. I due si conoscono a Torino all&#8217;inizio degli anni Venti, frequentano gli stessi ambienti, si leggono, si citano, e si confutano. Vengono da mondi opposti: Gramsci \u00e8 un dirigente del Partito Comunista d&#8217;Italia, un marxista che studia Lenin e pensa in termini di lotta di classe e di partito rivoluzionario, Gobetti \u00e8 un liberale anomalo che diffida di ogni organizzazione rigida e crede nell&#8217;autonomia dell&#8217;individuo come valore irrinunciabile, e tuttavia si capiscono. Entrambi si pongono la stessa domanda: perch\u00e9 l&#8217;Italia non riesce a fare la sua rivoluzione borghese? Perch\u00e9 la modernizzazione si ferma sempre a met\u00e0, e la borghesia italiana \u00e8 sempre stata, come si trover\u00e0 scritto nei Quaderni del carcere di Gramsci, una classe incapace di egemonia e di costruire un blocco storico che includesse le classi subalterne?<\/p>\n\n\n\n<p>Gobetti pubblica sul L&#8217;Ordine Nuovo, il giornale diretto da Gramsci e, parimenti, accoglie contributi di Gramsci sulla sua Rivoluzione Liberale. Nelle lettere e negli scritti del periodo, il rispetto reciproco \u00e8 evidente, anche quando il disaccordo \u00e8 netto. Gramsci scriver\u00e0 di Gobetti, dopo la sua morte, parole di ammirazione, descrivendolo come \u00abil pi\u00f9 significativo giovane dell&#8217;Italia contemporanea\u00bb, un intellettuale che aveva saputo unire il rigore del pensiero all&#8217;impegno civile senza cadere nei compromessi che affliggevano la cultura italiana. Per entrambi la cultura \u00e8 il terreno della battaglia politica. Non nel senso che le idee sostituissero l&#8217;azione \u2014 n\u00e9 Gramsci n\u00e9 Gobetti erano idealisti in quel senso \u2014 ma nel senso che senza una trasformazione profonda della cultura nazionale, senza la formazione di una coscienza critica diffusa, nessuna rivoluzione politica sarebbe stata possibile o duratura. Una lezione che la politica degli ultimi decenni ha dimenticato, con evidenti, e assai tristi, risultati.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>\u00ab<\/strong><strong>Autobiografia della nazione\u00bb: il fascismo come specchio degli italiani<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Arriviamo al punto pi\u00f9 controverso, e forse pi\u00f9 attuale, del pensiero di Gobetti: la sua interpretazione del fascismo. \u00c8 una tesi radicale che il pensiero politico italiano ha fatto fatica ad accettare, come non lo ha accettato il sentire comune del Paese, dove in tanti restano avvinghiati al magico imbroglio autoassolutorio degli \u00abitaliani brava gente\u00bb. La tesi \u00e8 questa: il fascismo non \u00e8 una parentesi, non \u00e8 un&#8217;anomalia, non \u00e8 il prodotto di una cospirazione o di una crisi economica contingente, non \u00e8 \u00abl&#8217;invasione degli Hyksos\u00bb di cui scriveva Croce per segnalarne una netta alterit\u00e0 alla nostra storia. Il fascismo \u00e8, scrive Gobetti in un articolo del 1922, \u00abl&#8217;autobiografia della nazione\u00bb. \u00c8 il modo in cui l&#8217;Italia si racconta a s\u00e9 stessa, il riflesso di vizi strutturali che non vengono da fuori ma appartengono alla storia profonda del Paese.<\/p>\n\n\n\n<p>Quali sono questi vizi? Gobetti ne identifica almeno tre. Il primo \u00e8 la mancanza di una vera riforma protestante: l&#8217;Italia \u00e8 rimasta cattolica, e il cattolicesimo, inteso non come fede religiosa ma come cultura politica e modus vivendi di una societ\u00e0, ha prodotto una disposizione al compromesso, all&#8217;obbedienza all&#8217;autorit\u00e0, alla delega del giudizio morale a istituzioni esterne. Non l&#8217;individuo responsabile di fronte a Dio e alla propria coscienza, come nel protestantesimo, ma il fedele che si affida alla mediazione ecclesiastica. Questa struttura culturale, sostiene Gobetti, si riproduce in politica sotto forma di trasformismo, clientelismo e assenza di partiti ideologicamente solidi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il secondo vizio \u00e8 la mancanza di una rivoluzione borghese compiuta. Il Risorgimento, che Gobetti ha giudicato con una severit\u00e0 che ha scandalizzato i suoi contemporanei, \u00e8 stato una rivoluzione dall&#8217;alto, condotta da una \u00e9lite che ha escluso le masse dalla costruzione dello Stato nazionale. Il risultato \u00e8 uno Stato senza cittadini, o meglio, con sudditi che si sono abituati a subire il potere piuttosto che a esercitarlo. La mancanza di una tradizione di autogoverno locale (recuper\u00f2 il pensiero di Cattaneo e il federalismo molto prima che il leghismo lo trasformasse in una barzelletta), di responsabilit\u00e0 civica, di partecipazione politica attiva sono le radici profonde della fragilit\u00e0 della nostra democrazia.<\/p>\n\n\n\n<p>Il terzo vizio, conseguenza dei primi due, \u00e8 il giolittismo: quella pratica politica inaugurata da Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio per lunghi anni nel primo Novecento, che consisteva nel comprare il consenso, nell&#8217;integrare le opposizioni attraverso la cooptazione, nel rendere il sistema politico impermeabile a qualsiasi cambiamento reale e capace di digerire, neutralizzando, qualsiasi novit\u00e0. Gobetti vede nel giolittismo la quintessenza della corruzione italiana: la capacit\u00e0 di sterilizzare le forze vive della societ\u00e0 trasformandole in complici del sistema, ed esso non sar\u00e0 solo la peculiare pratica del Presidente del Consiglio di allora ma qualcosa di pi\u00f9 profondo e cronico nella politica italiana.<\/p>\n\n\n\n<p>Il fascismo, in questo quadro, non \u00e8 una rottura con la tradizione italiana, \u00e8 la sua continuazione con altri mezzi. Gobetti anticip\u00f2, in questo senso, ci\u00f2 che Umberto Eco avrebbe poi chiamato il \u00abfascismo eterno\u00bb. Mussolini non ha vinto nonostante gli italiani, ma attraverso di loro, attraverso la loro abitudine alla rassegnazione, al disprezzo per le regole, alla disponibilit\u00e0 a barattare la libert\u00e0 con l&#8217;ordine, allo spirito corporativo messo davanti all&#8217;interesse generale. Scrive Gobetti: \u00abIl fascismo \u00e8 stato dunque la rivelazione di una crisi di coscienza, la concretizzazione di un vizio che era gi\u00e0 nell&#8217;aria\u00bb. Con questa tesi non accusava soltanto i fascisti, ma gli italiani. Diceva che il problema non era Mussolini ma l&#8217;Italia e che per uscirne non bastava sconfiggere il fascismo sul piano militare o politico ma bisognava fare i conti con s\u00e9 stessi, con la propria storia, con i propri vizi collettivi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Fuori dagli schemi<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Cosa resta di Gobetti cent&#8217;anni dopo? Resta innanzitutto la sua irriducibilit\u00e0: in un panorama intellettuale che \u00e8 stato dominato da grandi partiti e grandi tradizioni \u2014 il marxismo, il cattolicesimo politico, il liberalismo crociano \u2014 Gobetti \u00e8 rimasto ostinatamente fedele a una posizione che non aveva un nome riconoscibile e non cercava di averne uno. I liberali lo trovavano troppo vicino al movimento operaio, i socialisti troppo attaccato alle libert\u00e0 individuali e per i cattolici era un critico radicale dell&#8217;influenza della Chiesa sulla vita civile italiana.<\/p>\n\n\n\n<p>La sua idea di liberalismo era, in fondo, un \u00abliberalismo delle capacit\u00e0\u00bb, per usare una categoria che sarebbe stata elaborata decenni dopo da Amartya Sen. Non basta garantire le libert\u00e0 formali: bisogna creare le condizioni affinch\u00e9 gli individui possano effettivamente esercitarle. Un operaio che lavora quattordici ore al giorno e non ha accesso all&#8217;istruzione \u00e8 formalmente libero ma sostanzialmente servo. Il liberalismo, per essere coerente con s\u00e9 stesso, deve volere anche l&#8217;emancipazione sociale. Questa posizione lo avvicina, retrospettivamente, a tradizioni che si sono sviluppate dopo la sua morte: il liberal-socialismo di Carlo Rosselli, la democrazia sociale nordeuropea, un certo pensiero cattolico progressista del dopoguerra, il pensiero di Bobbio e di Rorty. Gobetti non ha fondato nessuna scuola, non ha lasciato nessun partito, ha lasciato riviste, articoli, qualche libro, tra cui La Rivoluzione Liberale, pubblicato nel 1924, e Risorgimento senza eroi pubblicato postumo \u2014 e soprattutto un pensiero, ancora abbozzato, e non poteva essere diversamente vista la giovane et\u00e0, ma che ha influenzato la cultura italiana in modo spesso carsico e non pienamente riconosciuto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Cento anni dopo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Celebrare un centenario \u00e8 sempre un&#8217;operazione ambigua. C&#8217;\u00e8 il rischio di trasformare un pensiero vivo e scomodo in un&#8217;icona da museo, di citare Gobetti per conferire patina intellettuale a posizioni che lui avrebbe probabilmente detestato. La storia italiana del Novecento \u00e8 piena di appropriazioni indebite: Gobetti \u00e8 stato rivendicato dalla sinistra, dai liberali, dai radicali, dai cattolici democratici e spesso con interpretazioni parziali e strumentali. C&#8217;\u00e8 anche il rischio opposto: quello di ignorarlo, di relegarlo agli specialisti, di trattare il suo pensiero come un documento d&#8217;archivio anzich\u00e9 come un interlocutore ancora capace di disturbare; e Gobetti disturba. Disturba perch\u00e9 la sua analisi del fascismo come \u00abautobiografia della nazione\u00bb non riguarda soltanto il 1922: ci riguarda ogni volta che una democrazia cede alla tentazione dell&#8217;uomo forte, ogni volta che la libert\u00e0 viene barattata con la sicurezza, ogni volta che la cultura politica di un Paese si dimostra incapace di reggere la pressione della crisi. Disturba perch\u00e9 il suo liberalismo solidale, o socialismo liberale, \u00e8 ancora oggi una delle sfide irrisolte della democrazia moderna. Una sfida che segna la compiuta realizzazione della democrazia, checch\u00e9 ne dicano i liberali che distolgono lo sguardo dalle ingiustizie sociali e gli analfabeti che distinguono e contrappongono diritti civili e diritti sociali.<\/p>\n\n\n\n<p>Gobetti, ed \u00e8 forse l&#8217;insegnamento pi\u00f9 importante, ha pensato che la cultura sia la vera arena della politica, che l&#8217;onest\u00e0 intellettuale sia una forma di coraggio civile e il compito dell&#8217;intellettuale non sia dare conforto ma disturbare il sonno dei compiacenti, ma non per esercizio retorico o sfoggio di sapienza, ma per costruire una societ\u00e0 migliore. Forse \u00e8 per questa inattualit\u00e0 che il centenario della sua morte \u00e8 passato colpevolmente in sordina.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. Nel febbraio 1926 moriva a Parigi, a ventitr\u00e9 anni, uno degli intellettuali pi\u00f9 originali del Novecento italiano. 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