{"id":6880,"date":"2026-05-04T21:31:11","date_gmt":"2026-05-04T19:31:11","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6880"},"modified":"2026-05-04T21:31:25","modified_gmt":"2026-05-04T19:31:25","slug":"friuli-76-la-resilienza-e-la-resistenza","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/05\/04\/friuli-76-la-resilienza-e-la-resistenza\/","title":{"rendered":"Friuli \u201976: la resilienza e la Resistenza"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Andrea Zannini.<\/p>\n\n\n\n<p>Voglio condividere con gli amici di Apertamente una riflessione su un tema che, in questo cinquantesimo anniversario dei due terremoti del 1976, ho l\u2019impressione che (chiss\u00e0 perch\u00e9) sar\u00e0 poco frequentato, e cio\u00e8 la relazione tra l\u2019eredit\u00e0 della Resistenza al nazifascismo e la capacit\u00e0 che i friulani, e in generale tutti gli abitanti del Friuli Venezia Giulia, seppero dimostrare nel rialzarsi dal sisma.<\/p>\n\n\n\n<p>Vanno per la maggiore in questi giorni due altri tipi di <em>discorsi<\/em>. Il primo, ossessivamente ricorrente, centrato sulla <em>memoria<\/em>, dunque su una concezione del passato che transita quasi esclusivamente attraverso il \u2018s\u00e9\u2019: non \u00e8 pi\u00f9 una dimensione generale o collettiva ma prevalentemente individuale e soggettiva. E\u2019 un\u2019idea di come guardare ci\u00f2 che ci sta alle spalle che si sta imponendo sempre di pi\u00f9, eliminando le vecchie categorie analitiche della Storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Il secondo discorso pubblico che va per la maggiore \u00e8 quello centrato sull\u2019<em>identit\u00e0<\/em>, secondo cui la reazione eccezionale che le donne e gli uomini del Friuli hanno dimostrato in quei terribili frangenti sarebbe stata il frutto di un carattere congenito, quasi biologico del \u2018popolo friulano\u2019 (questa la locuzione normalmente usata). Siccome crediamo che le identit\u00e0 collettive siano costruzioni politiche, e alla fin fine non esistano se non come atto di esclusione (F. Julien, <em>L\u2019identit\u00e0 culturale non esiste<\/em>, Einaudi), anche questa prospettiva ci sembra una forzatura.<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019affrontare il dramma di 990 morti e portare a termine in tempi ragionevoli e senza grandi sprechi di denaro pubblico la ricostruzione, i friulani diedero prova di una capacit\u00e0 di <em>resilienza<\/em> che \u00e8 tuttora studiata in tutto il mondo come esempio (S. Grimaz, <em>La resilienza<\/em>, Forum).<\/p>\n\n\n\n<p>Cosa si intende con il termine \u2018resilienza\u2019? Molte cose: fra le altre, due particolarmente importanti. In primo luogo, reagire attivamente ad una catastrofe \u2013 di qualsiasi tipo, anche epidemica \u2013 significa porre le basi per un futuro diverso e che permetta di affrontare meglio ulteriori difficolt\u00e0. Quando, nei mesi dopo la seconda scossa del settembre 1976, si pianific\u00f2 la ricostruzione, si misero in atto una serie di accorgimenti tecnici antisismici nel riparare le abitazioni o nel costruirle <em>ex novo<\/em> che avrebbero fatto scuola. Poi, si cap\u00ec subito che i finanziamenti che sarebbero arrivati (e ne arrivarono molti) dovevano non solo soccorrere chi aveva perso tutto, la casa e il lavoro, ma dovevano anche essere utili a promuovere e sostenere uno sviluppo economico che era gi\u00e0, nel 1976, in piena corsa, ma che correva il rischio di essere bruscamente interrotto.<\/p>\n\n\n\n<p>In secondo luogo, una resilienza efficace deve essere <em>adattiva<\/em>, non deve cio\u00e8 proporsi direttrici rigide, ma adattarsi, plasmarsi all\u2019evolvere della situazione. Cos\u00ec, i progetti ottimistici che andavano per la maggiore nell\u2019estate del 1976 (<em>\u2018dalle tende alle case<\/em>\u2019) vennero presto abbandonati dopo le scosse del 15 settembre, quando si cap\u00ec che la ricostruzione doveva procedere magari pi\u00f9 lentamente ma pi\u00f9 solidamente, su basi progettuali e costruttive pi\u00f9 meditate e salde.<\/p>\n\n\n\n<p>Cosa c\u2019entra la Resistenza in tutto questo? C\u2019entra, secondo me, eccome. La popolazione friulana aveva allora alle spalle due guerre mondiali, combattute sul proprio suolo. Distruzioni e tragedie terribili dalle quali si era sempre saputa rialzare: ognuno impegnandosi in prima persona, assumendosi rischi e responsabilit\u00e0. Cos\u00ec era avvenuto anche, e soprattutto, durante la Resistenza al nazifascismo, il cui ricordo, nel 1976 era ben vivo; non pochi, tra i protagonisti della ricostruzione, avevano infatti conosciuto in prima persona proprio quell\u2019esperienza. Se il Friuli, se tutta la regione dopo le scosse del 1976 ha dato dimostrazione esemplare di \u2018resilienza\u2019, lo seppe fare anche perch\u00e9 l\u2019aveva gi\u00e0 fatto trent\u2019anni prima, con la lotta di Liberazione, sacrificando migliaia di giovani uomini e di giovani donne non solo per scacciare il nemico ma per mettere le basi per costruire un\u2019Italia nuova, finalmente libera dal nazifascismo e repubblicana.<\/p>\n\n\n\n<p>La straordinaria forza d\u2019animo che fu messa in campo nel 1976 aveva molto dell\u2019esperienza dei 20 mesi della guerra civile del 1943-45. La classe dirigente politica, amministrativa, imprenditoriale e culturale che guid\u00f2 la ricostruzione con una moralit\u00e0 della cosa pubblica che \u00e8 rimasta esemplare, e che costituisce uno dei momenti pi\u00f9 alti della vita repubblicana del nostro Paese, aveva ben presente l\u2019esempio di trent\u2019anni prima, come la Zona Libera della Carnia e dell\u2019Alto Friuli, la repubblica partigiana dove, anche per solo due settimane, fu ridata voce alla democrazia dei comuni e dei sindaci eletti per voto popolare. &nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nelle tendopoli, nei villaggi di baracche e prima ancora, nelle localit\u00e0 di villeggiatura dove si ritrovarono nell\u2019inverno 1976, gli sfollati seppero tenersi uniti, stare vicini a chi aveva perso qualcuno. Fu una straordinaria esperienza umana, alla quale contribuirono elementi diversi: la tradizione delle comunit\u00e0 di paese, l\u2019esperienza cos\u00ec diffusa della solidariet\u00e0 tra gli emigranti all\u2019estero, l\u2019energia dei giovani degli anni Settanta e la loro voglia di cambiare il mondo &#8211; fossero essi \u201cextraparlamentari\u201d, come si diceva allora, scout, o di Comunione e Liberazione -, la memoria indelebile della solidariet\u00e0 della guerra.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutte le componenti della societ\u00e0 friulana concorsero allo straordinario colpo di reni che consent\u00ec di reagire alla catastrofe. Ogni componente secondo le proprie idee e la propria visione del mondo: <em>Glesie furlane<\/em>, i preti friulani che seppero in modo insostituibile stare \u2018tra\u2019 la gente, e l\u2019arcivescovo Battisti; i sindaci e gli amministratori che si assunsero responsabilit\u00e0 oggi impensabili e che dimostrarono al livello pi\u00f9 alto cosa significa la parola \u2018politica\u2019; imprenditori, lavoratrici e lavoratori, sindacalisti i quali seppero, ognuno per la sua parte, portare il contributo alla rinascita del lavoro e dello sviluppo. Una diversit\u00e0 di idee e di posizioni anche politiche che per\u00f2 seppero concorrere unite ad un obiettivo comune: rimboccarsi le maniche, pensare alle prossime generazioni, costruire il futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra le tante letture del \u2018mito\u2019 del terremoto, non \u00e8 forse un caso che in questi tempi l\u2019esempio costituito dalla lotta di Liberazione tenda ad essere dimenticato. Cos\u00ec non deve essere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Andrea Zannini. Voglio condividere con gli amici di Apertamente una riflessione su un tema che, in questo cinquantesimo anniversario dei due terremoti del 1976, ho l\u2019impressione che (chiss\u00e0 perch\u00e9) sar\u00e0 poco frequentato, e cio\u00e8 la relazione tra l\u2019eredit\u00e0 della Resistenza al nazifascismo e la capacit\u00e0 che i friulani, e in generale tutti gli abitanti del Friuli Venezia Giulia, seppero dimostrare nel rialzarsi dal sisma. Vanno per la maggiore in questi giorni due altri tipi di discorsi. 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