{"id":6820,"date":"2026-04-26T07:24:36","date_gmt":"2026-04-26T05:24:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6820"},"modified":"2026-04-26T07:24:37","modified_gmt":"2026-04-26T05:24:37","slug":"come-ammazzare-una-nazione-yemen-anatomia-di-uno-stato-fallito","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/04\/26\/come-ammazzare-una-nazione-yemen-anatomia-di-uno-stato-fallito\/","title":{"rendered":"Come ammazzare una nazione. Yemen: anatomia di uno Stato fallito"},"content":{"rendered":"\n<p><br>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quando lo Stato resta solo sulla cartina<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Esiste un genere letterario, nel giornalismo internazionale, che potremmo chiamare <em>il necrologio degli Stati<\/em>. Si tratta di quei pezzi che descrivono il collasso di un Paese con la stessa asettica scientificit\u00e0 con cui uno zoologo descrive l&#8217;estinzione di una specie. Lo Yemen \u00e8 diventato, negli ultimi anni, il caso-studio per eccellenza di questo genere: uno \u00abStato fallito\u00bb, secondo la definizione canonica, ovvero un&#8217;entit\u00e0 politica incapace di esercitare il monopolio legittimo della forza sul proprio territorio, di fornire servizi minimi alla popolazione, di riscuotere tasse, di avere una burocrazia che funzioni. Il Fragile States Index lo colloca sistematicamente tra i primi dieci paesi al mondo per instabilit\u00e0 strutturale e Nazioni Unite parlano della \u00abpeggior crisi umanitaria del pianeta\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Robert D. Kaplan, nel suo <em>The Revenge of Geography<\/em> (2012), scriveva che la geografia non mente: i paesi che occupano terreni impossibili tendono a produrre Stati impossibili. Lo Yemen \u00e8 un altopiano vulcanico circondato da deserti, con una costa meridionale affacciata sul Golfo di Aden e un entroterra che cambia morfologia ogni cinquanta chilometri. Non \u00e8 un Paese, nel senso moderno: \u00e8 una sovrapposizione di ecosistemi umani che parlano dialetti diversi, obbediscono a logiche tribali diverse, e che la storia del Novecento ha cercato \u2014 con scarso successo \u2014 di inscatolare in una forma-Stato.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L&#8217;Arabia Felix<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Prima di diventare sinonimo di catastrofe, lo Yemen era una leggenda. Gli antichi lo chiamavano <em>Arabia Felix<\/em> \u2014 l&#8217;Arabia felice \u2014 in contrasto con l&#8217;<em>Arabia Deserta<\/em> e l&#8217;<em>Arabia Petraea<\/em> dei territori settentrionali. Era la terra dell&#8217;incenso e della mirra, del caff\u00e8 (il <em>qahwa<\/em> yemenita \u00e8 tra i pi\u00f9 antichi al mondo), delle spezie che transitavano lungo le rotte carovaniere verso il Mediterraneo e verso l&#8217;India. Era, soprattutto, la terra del regno di Saba. La regina di Saba \u2014 Bilq\u012bs, nella tradizione islamica \u2014 \u00e8 una delle figure pi\u00f9 seducenti dell&#8217;immaginario abramitico. Il Corano le dedica una sura intera, la Bibbia la descrive nell&#8217;incontro con Salomone, la tradizione etiopica la fa madre di Menelik I, capostipite della dinastia salomonide. Storicamente, il regno sabeo ha dominato l&#8217;Arabia meridionale tra il X e il II secolo a.C., costruendo dighe monumentali \u2014 come la celebre diga di Marib, che irrigava decine di migliaia di ettari \u2014 e controllando le rotte commerciali che collegavano l&#8217;Africa orientale alla Mesopotamia. Sanaa, che oggi conosciamo come capitale di un Paese in guerra perenne, \u00e8 una delle citt\u00e0 abitate pi\u00f9 antiche del mondo. La sua medina \u00e8 un capolavoro di architettura: torri di pietra calcarea e alabastro, finestre con pannelli di gesso traforato, una verticalit\u00e0 improbabile che sembra voler sfidare l&#8217;aridit\u00e0 del suolo. L&#8217;Unesco l&#8217;ha dichiarata Patrimonio dell&#8217;Umanit\u00e0 nel 1986; nel 2015 l&#8217;aviazione saudita ne ha bombardato i quartieri storici.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa distanza tra il mito e la realt\u00e0 presente \u2014 tra l&#8217;<em>Arabia Felix<\/em> e il paese pi\u00f9 povero del Medio Oriente \u2014 \u00e8 il risultato di secoli di marginalizzazione, di risorse esaurite e mal distribuite, di una posizione geografica che ha smesso di essere un vantaggio commerciale nel momento in cui le rotte marittime hanno spostato i commerci altrove. Lo Yemen ha pagato il prezzo di essere stato troppo ricco di storia e troppo povero di petrolio rispetto ai vicini.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Trib<\/strong><strong>\u00f9, imam e colonialismo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Per capire lo Yemen contemporaneo bisogna capire la sua struttura sociale fondata sul tribalismo, rimasta sorprendentemente stabile attraverso i secoli. Le trib\u00f9 \u2014 organizzate in confederazioni, la pi\u00f9 importante delle quali \u00e8 la <em>Hashid<\/em> a nord, seguita dalla <em>Bakil<\/em> \u2014 non sono vestigia del passato: sono le unit\u00e0 politiche fondamentali, quelle che raccolgono le fedelt\u00e0 reali, che regolano i conflitti, che distribuiscono risorse. Qualunque Stato yemenita ha dovuto fare i conti con questo dato strutturale.<\/p>\n\n\n\n<p>Il nord dello Yemen ha conosciuto, per secoli, il dominio degli imam zayditi \u2014 una branca dello sciismo, minoritaria nel mondo islamico, che aveva trovato in queste montagne inaccessibili la sua roccaforte. Il regno zaydita \u00e8 durato, con interruzioni, dal IX secolo al 1962: un record di longevit\u00e0 istituzionale che nessun altro regime del Medio Oriente pu\u00f2 vantare. Il suo segreto era semplice: non cercava di governare troppo. Lasciava alle trib\u00f9 i loro affari interni, si accontentava di un&#8217;autorit\u00e0 simbolica e religiosa, e interveniva solo quando necessario. Era un Medioevo funzionale \u2014 una soluzione pragmatica a un problema insolubile. Il sud aveva una storia diversa. Aden, porto naturale straordinario all&#8217;imbocco del Mar Rosso, era diventata nel 1839 una colonia britannica. Gli inglesi avevano capito immediatamente il valore strategico di quella posizione: controllare Aden significava controllare la rotta verso l&#8217;India, poi verso il Canale di Suez, e avevano trasformato la citt\u00e0 in uno dei porti pi\u00f9 attivi del mondo, costruito una raffineria, importato manodopera indiana e somala, creato una citt\u00e0 cosmopolita e mercantile che aveva poco a che fare con l&#8217;entroterra tribale che la circondava. Questa doppia eredit\u00e0 \u2014 il regno religioso e montanaro del nord, il porto coloniale del sud \u2014 avrebbe pesato su tutto il resto. Le due met\u00e0 dello Yemen non solo avevano storie diverse: avevano identit\u00e0, economie, classi dirigenti diverse. Chiedere loro di costruire insieme uno Stato coerente era un rompicapo che ancora oggi non ha trovato soluzione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le due repubbliche<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 1962 \u00e8 l&#8217;anno in cui il Novecento arriva, con tutto il suo bagaglio ideologico, nello Yemen del nord. Un colpo di Stato militare rovescia l&#8217;imam Muhammad al-Badr e proclama la Repubblica Araba dello Yemen. I golpisti sono ufficiali nasseriani, ispirati dal modello egiziano, convinti che la modernizzazione passi attraverso lo Stato forte, l&#8217;esercito, il socialismo arabista. L&#8217;imam si rifugia sulle montagne e chiama le trib\u00f9 alla resistenza. Nasser manda truppe e bombardieri. L&#8217;Arabia Saudita finanzia i lealisti. Quello che comincia come un colpo di Stato diventa sia una guerra civile che una guerra tra Paesi stranieri (Egitto e Arabia Saudita) che usarono lo Yemen come campo di battaglia. Durer\u00e0 otto anni, far\u00e0 decine di migliaia di morti e sar\u00e0 solo il primo capitolo di una storia che si ripete con stanca regolarit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel frattempo, nel 1967, gli inglesi abbandonano Aden e il sud proclama l&#8217;indipendenza. Il regime che prende il potere \u00e8 di sinistra radicale: la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (PDRY) diventa, nel 1970, l&#8217;unico stato marxista-leninista della storia araba. Nazionalizza le imprese, collettivizza le terre, lancia programmi di alfabetizzazione, emancipa (parzialmente) le donne, importa consiglieri sovietici e cubani. Aden ospita le sedi di decine di movimenti rivoluzionari \u2014 i palestinesi dell&#8217;OLP, i nazionalisti eritrei, i marxisti omaniti del Dhofar, i militanti della Baader-Meinhof che vengono ad addestrarsi. Lo Yemen \u00e8 il classico Stato comunista con un tocco di esotico: polizia segreta, scontri tra fazioni del partito, pochi beni di consumo, ma anche un po&#8217; di scuole e ospedali sgangherati ma per tutti, un Paese arabo che guarda a Mosca pi\u00f9 che alla Mecca.<\/p>\n\n\n\n<p>I due Yemen si combattono, si odiano, si guardano dall&#8217;altra parte del confine con diffidenza reciproca. Ci sono brevi guerre (1972, 1979), tentativi di unificazione falliti, attentati incrociati. La guerra fredda li usa come pedine: il nord finanziato dagli americani e dai sauditi, il sud finanziato dai sovietici e dai cubani. Quando la guerra fredda finisce, le pedine si trovano improvvisamente senza giocatori.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 1989-1991 \u00e8 uno spartiacque globale, ma per lo Yemen lo \u00e8 in modo peculiare. Il crollo del campo socialista priva il sud del suo principale sostegno esterno. L&#8217;Unione Sovietica aveva tenuto in piedi l&#8217;economia della PDRY con sussidi massicci; senza quei sussidi, il regime sudista implode in pochi mesi, prima economicamente, poi politicamente. Ali Salim al-Beidh, il segretario generale del partito yemenita del sud, capisce che la sopravvivenza passa per l&#8217;unificazione con il nord. Il presidente del nord, Ali Abdullah Saleh, \u00e8 d&#8217;accordo \u2014 per ragioni diverse, che includono il controllo delle modeste riserve petrolifere scoperte nel sud.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L&#8217;unificazione che era un&#8217;annessione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 22 maggio 1990, i due Yemen si unificano. Sulla carta, \u00e8 un processo di fusione tra pari: due stati sovrani che decidono di diventare uno. Nella realt\u00e0, \u00e8 una storia diversa. Ali Abdullah Saleh, che governa il nord dal 1978, non \u00e8 un uomo abituato a condividere il potere. Ha costruito il suo regime su una rete di clientelismo tribale, corruzione istituzionalizzata e equilibri sapientemente mantenuti tra esercito, trib\u00f9 e partiti. Una volta descrisse la sua arte di governo come \u00abdanzare sulle teste dei serpenti\u00bb \u2014 una metafora che dice tutto sulla natura del sistema che aveva costruito. L&#8217;unificazione fu, nei fatti, l&#8217;assorbimento del sud da parte del nord. Gli ufficiali dell&#8217;esercito sudista vennero degradati o messi in pensione. Le propriet\u00e0 nazionalizzate dalla PDRY vennero restituite \u2014 ma non ai precedenti proprietari, a funzionari nordisti. Le \u00e9lite sudiste si trovarono progressivamente escluse dai centri di potere della nuova repubblica. Le promesse di una fusione paritaria si dissolsero nell&#8217;arco di pochi anni.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1994, le tensioni esplosero in guerra aperta. Al-Beidh e i leader sudisti proclamarono l&#8217;indipendenza della \u00abRepubblica Democratica dello Yemen\u00bb. La guerra dur\u00f2 due mesi: l&#8217;esercito del nord, con l&#8217;appoggio di milizie islamiste che Saleh aveva coltivato come contrappeso ai socialisti del sud, schiacci\u00f2 la secessione. Aden fu presa d&#8217;assalto. I leader sudisti fuggirono all&#8217;estero, ma la sconfitta del 1994 non risolse nulla: semplicemente seppell\u00ec le contraddizioni sotto uno strato di autoritarismo e il sud continu\u00f2 a covare un risentimento profondo, che si sarebbe manifestato, vent&#8217;anni dopo, in una nuova forma di separatismo \u2014 questa volta con sponde regionali molto pi\u00f9 potenti.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Saleh, il danzatore sulle teste dei serpenti<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ali Abdullah Saleh governa lo Yemen unificato dal 1990 al 2012 (era al potere nel nord dal 1978). \u00c8 uno dei personaggi pi\u00f9 affascinanti e ripugnanti della storia mediorientale recente: un politico di straordinaria abilit\u00e0 tattica, ma completamente privo di visione strategica, capace di sopravvivere a colpi di Stato, guerre, attentati e pressioni internazionali con la flessibilit\u00e0 di un giocatore di scacchi che non si fa mai mettere in scacco perch\u00e9 sposta continuamente i pezzi \u2014 spregiudicato fino al midollo, senza ideologia, solo potere per il potere.<\/p>\n\n\n\n<p>Il suo Yemen \u00e8 un Paese armato fino al midollo. Le stime collocano lo Yemen tra le nazioni con il pi\u00f9 alto tasso di armi per abitante \u2014 si parla di circa sessanta milioni di armi per una popolazione di venticinque milioni di persone. Le armi sono parte integrante della cultura yemenita, specialmente nel nord. Le trib\u00f9 armano i propri uomini come forma di assicurazione contro uno Stato che non offre protezione credibile. Le famiglie conservano i Kalashnikov come altri conservano i mobili di famiglia. Si va armati a fare la spesa, si festeggiano i compleanni e i matrimoni con una bella raffica di mitra. L&#8217;esercito stesso \u00e8 uno strumento di arricchimento personale, non di sicurezza nazionale. Saleh usa questa militarizzazione in modo consapevole. Distribuisce armi alle trib\u00f9 alleate, fa circolare il denaro delle rendite petrolifere attraverso reti clientelari, gioca le fazioni le une contro le altre. Negli anni &#8217;90 tornano nel Paese centinaia di \u00abarabi afghani\u00bb, yemeniti che avevano combattuto in Afghanistan contro i sovietici, e con loro si insedia al-Qaeda. Saleh non la combatte: la controlla, o almeno finge di farlo. Dopo l&#8217;11 settembre, vende la cooperazione antiterrorismo agli americani in cambio di finanziamenti militari e copertura diplomatica: un ricattatore di Stato e pure molto bravo.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;economia, intanto, collassa. Le riserve petrolifere si esauriscono rapidamente \u2014 lo Yemen non ha mai avuto le risorse dell&#8217;Arabia Saudita o degli Emirati, e quelle che ha vengono saccheggiate dalla classe dirigente. La crescita demografica \u00e8 tra le pi\u00f9 alte del mondo arabo: la popolazione raddoppia tra il 1990 e il 2010. L&#8217;acqua scarseggia \u2014 Sanaa rischia di diventare la prima capitale mondiale a esaurire le falde acquifere. La disoccupazione giovanile supera il quaranta per cento. Il qat \u2014 le foglie di una pianta usate come un narcotico mite e legale che gli yemeniti masticano in quantit\u00e0 industriali \u2014 assorbe il trenta per cento del reddito familiare medio. \u00c8 un Paese che si droga per sopportare se stesso. Non c&#8217;\u00e8 industria, l&#8217;agricoltura \u00e8 quasi di sussistenza, il turismo \u00e8 appannaggio di pochi appassionati di esperienze estreme che raggiungono l&#8217;isola di Socotra; insomma non c&#8217;\u00e8 quasi niente, tranne la miseria.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Demografia e religione in un intricato guazzabuglio<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Vale la pena fermarsi un momento sulla composizione demografica e religiosa dello Yemen, perch\u00e9 \u00e8 uno degli elementi pi\u00f9 complicati della crisi attuale. Lo Yemen non \u00e8 un paese sciita che combatte contro sunniti, n\u00e9 viceversa \u2014 anche se questa \u00e8 la narrazione che Arabia Saudita e Iran hanno interesse a diffondere. La maggioranza della popolazione \u00e8 sunnita di rito sciafeita \u2014 circa il sessantacinque per cento. Gli zayditi, che sono la base sociale degli Houthi, rappresentano circa il trenta per cento e sono concentrati nel nord-ovest, nelle province di Saada e dintorni. La distinzione tra sunniti sciafeiti e zayditi \u00e8 storicamente meno radicale di quanto le analisi geopolitiche suggeriscano e le due comunit\u00e0 hanno convissuto per secoli senza conflitti sistematici. L&#8217;acuirsi della frattura religiosa \u00e8 un prodotto recente, alimentato deliberatamente dall&#8217;influenza saudita a sud (che ha portato il wahabismo nelle madrasse yemenite) e dall&#8217;influenza iraniana a nord (che ha radicalizzato parti del movimento zaydita).<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;\u00e8 poi il problema dell&#8217;identit\u00e0 sudista \u2014 che non \u00e8 religiosa ma geografica, storica, politica. I sudisti (spesso chiamati \u00abhirakis\u00bb, dal nome del movimento di protesta <em>al-Hirak al-Janoubi<\/em>) non si definiscono in termini religiosi ma in termini di oppressione postcoloniale interna: sono quelli che hanno subito l&#8217;unificazione e perso la guerra del 1994, che hanno visto le loro terre espropriate, i loro ufficiali degradati, le loro citt\u00e0 trattate come territorio occupato. Il loro separatismo assomiglia pi\u00f9 al nazionalismo corso o basco che al settarismo religioso.<\/p>\n\n\n\n<p>E poi ci sono le trib\u00f9 \u2014 che tagliano trasversalmente tutte le altre identit\u00e0, si alleano con chiunque offra di pi\u00f9, cambiano schieramento quando conviene, e rappresentano la variabile pi\u00f9 imprevedibile di un sistema gi\u00e0 caotico.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La primavera araba e il grande equivoco<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nel 2011, la primavera araba arriva anche nello Yemen \u2014 e qui, come altrove, si rivela un&#8217;illusione tragica. Le piazze di Sanaa si riempiono di giovani, donne, intellettuali, attivisti: chiedono la fine del regime di Saleh, riforme democratiche, un futuro diverso. \u00c8 un momento di autentica energia popolare \u2014 uno di quelli in cui si crede, per qualche mese, che la storia possa davvero cambiare direzione. Il problema \u00e8 che le rivoluzioni non si vincono con l&#8217;entusiasmo, si vincono con l&#8217;organizzazione, e lo Yemen del 2011 non aveva una struttura politica capace di trasformare la protesta in governo alternativo. I partiti di opposizione \u2014 dal nasserista Partito Socialista yemenita (sopravvissuto come forza sudista) al partito islamista al-Islah, costola yemenita della Fratellanza Musulmana \u2014 erano frammentati, divisi, incapaci di coordinarsi su un programma comune e Saleh, ancora una volta, gioc\u00f2 bene le sue carte. Sopravvisse per mesi alle pressioni interne e internazionali, cedette solo quando ci fu la garanzia di immunit\u00e0 offerta dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (un accordo mediato dai sauditi che garantiva a Saleh e ai suoi collaboratori di non essere processati); lasci\u00f2 il potere formalmente al suo vice, Abd Rabbuh Mansur Hadi \u2014 un generale anonimo e mediocre, yemenita del sud, che i sauditi consideravano abbastanza malleabile da essere il loro uomo a Sanaa.<\/p>\n\n\n\n<p>Il processo di transizione che segu\u00ec \u2014 una conferenza nazionale del dialogo, durata anni, che cerc\u00f2 di riscrivere la costituzione e riorganizzare lo Stato \u2014 era nel contempo l&#8217;esperimento politico pi\u00f9 ambizioso mai tentato in Yemen e, a posteriori, un esercizio di costruzione di cattedrali nel deserto. Mentre gli intellettuali discutevano di federalismo e diritti civili, Saleh tramava il suo ritorno alleandosi con i suoi ex nemici giurati \u2014 gli Houthi \u2014 e le crisi strutturali del paese continuavano ad aggravarsi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gli Houthi<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Gli Houthi prendono il nome da Hussein Badr al-Din al-Houthi, predicatore zaydita di Saada che negli anni Novanta fond\u00f2 un movimento di rinascita religiosa e culturale chiamato <em>Ansar Allah<\/em> (\u00abSostenitori di Dio\u00bb). Le origini del movimento non erano jihadiste n\u00e9 particolarmente aggressive: era una risposta alla penetrazione del wahabismo, un tentativo di riaffermare un&#8217;identit\u00e0 religiosa che si sentiva minacciata. Quando Hussein al-Houthi fu ucciso dall&#8217;esercito di Saleh nel 2004, il movimento assunse una dimensione insurrezionale che non aveva avuto in precedenza. Tra il 2004 e il 2010, ci furono sei \u00abguerre di Saada\u00bb \u2014 sei cicli di scontri tra l&#8217;esercito yemenita e i guerriglieri houthi nelle montagne del nord-ovest. Ogni ciclo finiva in una tregua che nessuno rispettava, ogni tregua lasciava il movimento pi\u00f9 radicato nel territorio e pi\u00f9 esperto militarmente. I sauditi intervennero direttamente nel 2009, con un&#8217;operazione militare che si concluse in modo per loro umiliante: i soldati sauditi si fecero respingere da guerriglieri mal armati e ancora peggio finanziati.<\/p>\n\n\n\n<p>La svolta arriv\u00f2 nel 2014-2015, con una rapidit\u00e0 che colse tutti di sorpresa. Approfittando del caos post-primavera araba, della debolezza del governo Hadi, e dell&#8217;alleanza tattica con Saleh (che controllava ancora ampie parti dell&#8217;esercito), gli Houthi avanzarono dal nord verso Sanaa. Nel settembre 2014 presero la capitale. Nel gennaio 2015 misero agli arresti domiciliari il presidente Hadi che riusc\u00ec a fuggire ad Aden e poi in Arabia Saudita. Saleh, che aveva consegnato lo Yemen agli Houthi pensando di usarli per tornare al potere, pag\u00f2 il suo errore di calcolo nel 2017, quando i suoi alleati lo uccisero e smise di ballare sulle teste dei serpenti. Il motto degli Houthi era diventato: \u00abDio \u00e8 grande, morte all&#8217;America, morte a Israele, maledizione sugli ebrei, vittoria per l&#8217;Islam\u00bb; uno dei manifesti retorici pi\u00f9 kitsch della geopolitica contemporanea: una compilation di slogan khomeinisti che segnala l&#8217;influenza iraniana senza riflettere l&#8217;identit\u00e0 di un movimento che ha radici molto pi\u00f9 locali e molto pi\u00f9 complesse di quanto la propaganda saudita (e quella houthi stessa) suggerisca.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La guerra saudita<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 26 marzo 2015, l&#8217;Arabia Saudita lanci\u00f2 l&#8217;Operazione Tempesta Decisiva \u2014 un nome che, come spesso accade con i nomi delle operazioni militari, era ironicamente lontano dalla realt\u00e0. Una coalizione di Paesi arabi guidata da Riyadh, con l&#8217;appoggio logistico e di intelligence degli Stati Uniti e del Regno Unito, inizi\u00f2 a bombardare lo Yemen con l&#8217;obiettivo dichiarato di \u00abripristinare il governo legittimo\u00bb di Hadi e di sconfiggere gli Houthi. Quasi dieci anni dopo, il governo Hadi non \u00e8 stato riportato al potere, gli Houthi controllano ancora il nord e ovest del paese inclusa la capitale, e lo Yemen \u00e8 ridotto a un cimitero. I bombardamenti sauditi hanno colpito ospedali, mercati, matrimoni, funerali, scuole, infrastrutture idriche, in una combinazione di intelligence scarsa, armi imprecise acquistate dagli americani e usate senza un addestramento adeguato e una cultura militare che confonde la potenza di fuoco con l&#8217;efficacia strategica. Il bilancio delle vittime, secondo le stime dell&#8217;ONU, supera le trecentocinquantamila persone \u2014 tra morti diretti dei combattimenti e indiretti per malattie, fame, collasso sanitario. L&#8217;Arabia Saudita ha anche imposto un blocco navale e aereo che ha aggravato la crisi umanitaria in modo sistematico. Lo Yemen importa il novanta per cento del suo cibo: bloccare le importazioni significa usare la fame come arma. Human Rights Watch e Amnesty International hanno documentato crimini di guerra in abbondanza \u2014 da entrambe le parti \u2014 perch\u00e9 gli Houthi non sono vittime innocenti: hanno usato mine antiuomo, bombardato citt\u00e0, reclutato bambini soldato, torturato prigionieri.<\/p>\n\n\n\n<p>Il punto \u00e8 che la guerra saudita non ha mai avuto una strategia coerente oltre alla distruzione. Il principe Mohammed bin Salman, che aveva trentaquattro anni quando la lanci\u00f2, la us\u00f2 per consolidare il proprio potere interno come uomo forte capace di \u00abdifendere\u00bb l&#8217;Arabia dalle minacce iraniane. Bin Salman ha trasformato lo Yemen nel suo Afghanistan personale \u2014 una guerra che non pu\u00f2 vincere e che non pu\u00f2 permettersi di perdere, che si trascina in un equilibrio di impotenza reciproca. L&#8217;Iran, dal canto suo, ha giocato con diabolica intelligenza tattica: ha fornito agli Houthi missili balistici e droni, ha offerto formazione e consiglieri, ha usato il Paese come fronte di logoramento saudita a basso costo ma non ha mai investito abbastanza da vincere la guerra: a Teheran preferiscono gestire una guerra permanente invece che cercare la pace. La prima permette a pasdaran e ayatollah di mantenere il potere, la seconda darebbe troppo spazio a chi chiede libert\u00e0 e giustizia.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gli Emirati e il ritorno del sud<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Mentre i sauditi bombardavano il nord, gli Emirati Arabi Uniti \u2014 formalmente parte della stessa coalizione \u2014 perseguivano obiettivi completamente diversi nel sud. Abu Dhabi non \u00e8 interessata a ripristinare il governo di Hadi, \u00e8 interessata a controllare i porti yemeniti e a creare una presenza militare duratura nel Golfo di Aden; per fare ci\u00f2 ha favorito la rinascita del movimento separatista sudista.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Consiglio di Transizione del Sud (STC) \u2014 fondato nel 2017, finanziato e armato dagli Emirati \u2014 \u00e8 la rinascita del separatismo sudista in forma aggiornata. Non \u00e8 pi\u00f9 il marxismo della PDRY: \u00e8 un nazionalismo pragmatico che guarda ad Abu Dhabi come protettore e che chiede l&#8217;indipendenza non in nome di un&#8217;ideologia ma in nome di un risentimento storico che, come si \u00e8 visto, ha radici profonde.<\/p>\n\n\n\n<p>Ed ecco la situazione: l&#8217;Arabia Saudita e gli Emirati sono formalmente alleati nella stessa coalizione contro gli Houthi, ma de facto perseguono strategie incompatibili. I sauditi vogliono uno Yemen unificato e debole, governato da un governo compiacente. Gli emiratini vogliono un sud indipendente o autonomo che controlli i porti strategici. Ci sono stati scontri armati diretti tra forze fedeli a Hadi (saudita) e forze dell&#8217;STC (emiratino). Nel frattempo gli Houthi rafforzavano le loro roccaforti e Aden \u2014 la capitale nominale del governo riconosciuto internazionalmente \u2014 \u00e8 divisa tra fazioni che si combattono per il controllo dei quartieri. Non \u00e8 uno Stato: \u00e8 una mappa di milizie, il campo di battaglia di Arabia Saudita, Iran ed Emirati, intenti a farsi la guerra sulla pelle degli yemeniti.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il futuro senza futuro<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Oggi lo Yemen \u00e8 diviso de facto in almeno tre entit\u00e0: il nord-ovest controllato dagli Houthi (con Sanaa), il sud controllato dall&#8217;STC con il sostegno emiratino, e alcune aree orientali dove il governo Hadi \u2014 ora tecnicamente rimpiazzato da un Consiglio di Leadership Presidenziale formato nel 2022 sotto pressione saudita \u2014 mantiene una presenza nominale. C&#8217;\u00e8 anche Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), che ha usato il caos per consolidare il proprio controllo di alcune province rurali, e una cellula dell&#8217;ISIS che compete con AQAP per la leadership dell&#8217;islamismo pi\u00f9 fanatico e violento.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 2023 \u00e8 stato firmato un accordo di normalizzazione saudita-iraniana mediato dalla Cina, che ha portato a negoziati di pace in Yemen e a un fragile cessate il fuoco. Gli Houthi hanno accettato pause nei combattimenti e per alcuni mesi si \u00e8 parlato di una possibile soluzione politica. Poi gli Houthi hanno iniziato ad attaccare le navi nel Mar Rosso in risposta alla guerra di Gaza \u2014 una mossa che ha riportato la crisi yemenita sotto i riflettori internazionali con una nuova dimensione geopolitica, quella degli attacchi alle rotte commerciali globali e che ha provocato raid americani e britannici sul territorio yemenita. La pace era stata, come quasi sempre nello Yemen, un&#8217;illusione provvisoria. Nel maggio 2025, un accordo informale tra gli Houthi e l&#8217;amministrazione Trump aveva messo fine agli attacchi nel Mar Rosso contro le navi commerciali \u2014 una tregua funzionale, pragmatica, che nessuna delle due parti aveva interesse a pubblicizzare troppo. Per qualche mese lo Yemen era tornato nell&#8217;ombra. La quiete, per\u00f2, era solo la superficie di un sistema che continuava a deteriorarsi in profondit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 28 febbraio 2026, tutto cambia di nuovo. Israele e gli Stati Uniti lanciano un attacco congiunto contro l&#8217;Iran, colpendo siti nucleari e complessi militari mentre erano in corso nuovi round di negoziati sul programma nucleare iraniano. \u00c8 la seconda guerra aperta tra Israele e Iran in meno di un anno \u2014 la prima, la cosiddetta \u00abGuerra dei 12 giorni\u00bb, si era consumata nel giugno 2025. L&#8217;Iran risponde con missili e droni contro Israele, le basi americane nella regione, e \u2014 in un&#8217;escalation che nessuno aveva previsto nelle sue dimensioni \u2014 contro i paesi del Golfo, compresi Emirati, Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. Lo Stretto di Hormuz viene dichiarato sotto \u00abcontrollo iraniano\u00bb per alcuni giorni, con effetti immediati sui prezzi globali dell&#8217;energia. Per gli Houthi, il momento \u00e8 delicato. L&#8217;Iran \u00e8 il loro protettore storico, il fornitore di missili e droni, il quadro ideologico entro cui si muovono, ma la loro popolazione \u00e8 allo stremo \u2014 carestia, collasso economico, anni di bombardamenti \u2014 e una guerra combattuta apertamente per Teheran non avrebbe lo stesso consenso popolare degli attacchi condotti \u00abin solidariet\u00e0 con Gaza\u00bb. Per settimane si muovono con inusuale cautela, poi, a fine marzo 2026, riprendono i lanci di missili balistici contro Israele; ma il Mar Rosso \u00e8 il loro vero strumento efficace di pressione. Al momento si limitano a minacciare di colpire le navi che lo attraversano, ma fino a quando le minacce resteranno tali senza trasformarsi in realt\u00e0? Oggi Hormuz \u00e8 bloccato da americani e iraniani: se gli Houthi si mettessero a bloccare il Mar Rosso, e quindi Suez, potrebbe ribaltarsi l&#8217;economia globale.<\/p>\n\n\n\n<p>Per lo Yemen, l&#8217;ingresso nella nuova guerra regionale non cambia la sostanza delle cose: le cambia solo la cornice. Il Paese che era gi\u00e0 un campo di battaglia diventa uno dei nodi di un conflitto che ora si estende dall&#8217;Iran a Israele, dal Golfo Persico al Mar Rosso, con la Casa Bianca di Trump che alterna minacce militari e aperture diplomatiche con la coerenza di chi non ha una strategia ma un&#8217;agenda psicotica. Gli Houthi bombardano Israele, gli americani bombardano gli Houthi, e nel mezzo ci sono diciotto milioni di yemeniti in condizione di insicurezza alimentare che non interessano a nessuno. C&#8217;\u00e8 assai poco ottimismo sul futuro del Paese, anzi, non lo si vede proprio un futuro: le condizioni per una pace duratura richiederebbero che la guerra tra Iran e Israele si concludesse con un assetto regionale stabile, che gli Houthi smettessero di essere una pedina di Teheran, che l&#8217;Arabia Saudita rinunciasse a voler colonizzare il Paese, che gli Emirati rinunciassero alle loro ambizioni nel sud, e che le \u00e9lite yemenite mettessero l&#8217;interesse del Paese davanti a quello delle proprie fazioni, tutte condizioni che oggi sono impossibili da realizzare.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse la cosa pi\u00f9 appropriata da dire \u00e8 questa: lo Yemen insegna che la categoria di \u00abStato fallito\u00bb non descrive un&#8217;anomalia, ma un esito. Se per Kaplan la geografia non mente, essa per\u00f2 non bombarda gli ospedali, non blocca le importazioni di grano, non firma accordi di immunit\u00e0 per dittatori; quella \u00e8 roba fatta dagli uomini e la disintegrazione dello Stato non \u00e8 l&#8217;esito determinato da una posizione geografica ma il risultato di scelte precise \u2014 interne ed esterne, antiche e contemporanee \u2014 che si sono accumulate fino al collasso del sistema. Non \u00e8 un caso fortuito, non \u00e8 una maledizione geografica, \u00e8 il risultato di politiche sbagliate, di avidit\u00e0 sistematica, di interventi esterni irresponsabili e di una comunit\u00e0 internazionale che ha scelto, con lucida coerenza, di non fare nulla di efficace.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel frattempo, i bambini di Sanaa crescono tra le rovine di una medina che era patrimonio dell&#8217;umanit\u00e0 e continuano a masticare qat come hanno sempre fatto i loro padri, ed \u00e8 l&#8217;unico modo che conoscono per tollerare il loro presente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. Quando lo Stato resta solo sulla cartina Esiste un genere letterario, nel giornalismo internazionale, che potremmo chiamare il necrologio degli Stati. Si tratta di quei pezzi che descrivono il collasso di un Paese con la stessa asettica scientificit\u00e0 con cui uno zoologo descrive l&#8217;estinzione di una specie. Lo Yemen \u00e8 diventato, negli ultimi anni, il caso-studio per eccellenza di questo genere: uno \u00abStato fallito\u00bb, secondo la definizione canonica, ovvero un&#8217;entit\u00e0 politica incapace di esercitare il monopolio legittimo<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":6821,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[12],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6820"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6820"}],"version-history":[{"count":1,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6820\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6822,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6820\/revisions\/6822"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media\/6821"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6820"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6820"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6820"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}