{"id":6812,"date":"2026-04-20T09:00:00","date_gmt":"2026-04-20T07:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6812"},"modified":"2026-04-19T12:01:48","modified_gmt":"2026-04-19T10:01:48","slug":"esiste-ancora-liraq","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/04\/20\/esiste-ancora-liraq\/","title":{"rendered":"Esiste ancora l&#8217;Iraq?"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<h4>Una storia antichissima e una nazione disegnata con il righello<\/h4>\n\n\n\n<p><em>Il solito pasticcio post-coloniale\u00a0tra petrolio, sangue e potenze straniere<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>La civilt\u00e0 occidentale \u00e8 nata da quelle parti: tra il Tigri e l\u2019Eufrate, la Mezzaluna fertile, le prime citt\u00e0, l\u2019invenzione della scrittura, dove la nostra storia \u00e8 cominciata. Uruk, Ur, Babilonia, i Sumeri \u2014 nomi che suonano come un\u2019eco lontanissima, quasi mitologica, eppure concreti: erano agglomerati urbani, amministrazioni, archivi, codici di legge, mentre i nostri antenati europei vagavano ancora nelle foreste. Facciamo un balzo in avanti, alla fine dell\u2019Impero ottomano \u2014 e il salto \u00e8 gi\u00e0 abissale, perch\u00e9 quello che troviamo non \u00e8 una nazione, ma uno spazio che qualcuno, senza saperne un granch\u00e9, si mette dividere.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando l\u2019Impero ottomano collassa dopo la Prima guerra mondiale, le potenze vincitrici si siedono attorno a un tavolo \u2014 con la consueta modestia dei colonizzatori \u2014 e dividono il Medio Oriente come fosse una torta. L\u2019accordo Sykes-Picot del 1916 \u00e8 il documento-crimine per eccellenza della storia moderna: due burocrati, un britannico e un francese, tracciano linee su una mappa ignorando etnie, trib\u00f9, confessioni religiose, geografie umane sedimentate da secoli. Il risultato \u00e8 il Medio Oriente che conosciamo \u2014 e che brucia ancora.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Iraq nasce cos\u00ec, per decreto britannico, nel 1920, come mandato della Societ\u00e0 delle Nazioni affidato a Londra. Tre province ottomane vengono cucite insieme: Mosul al nord, Baghdad al centro, Bassora al sud. Sono mondi diversi, tenuti insieme da un filo sottilissimo \u2014 quello della convenienza imperiale. I britannici mettono sul trono Faysal I, figlio dello sceriffo della Mecca, un uomo che non aveva mai messo piede in Iraq prima di diventarne re. La monarchia hashemita \u00e8, nei suoi fondamenti, un\u2019importazione.<\/p>\n\n\n\n<p>La composizione del nuovo Stato \u00e8 una polveriera che nessuno vuole vedere. Gli arabi sciiti sono la maggioranza \u2014 circa il sessanta per cento della popolazione \u2014 concentrati nel centro-sud, nella terra santa di Najaf e Karbala, luoghi cardine della teologia e della memoria sciita. Gli arabi sunniti, minoranza demografica ma \u00e9lite storica e amministrativa, controllano l\u2019apparato statale e l\u2019esercito. I curdi \u2014 dieci, forse quindici per cento \u2014 sono un popolo senza Stato che abitava queste montagne molto prima che qualcuno inventasse l\u2019Iraq: monoteisti, con una lingua propria (il kurmanji e il sorani), una cultura distinta, e un sogno nazionale sistematicamente tradito da tutti \u2014 turchi, iraniani, iracheni, e in ultima analisi anche dagli americani che li useranno come pedine e poi li abbandoneranno due volte in cinquant\u2019anni. Ci sono poi le minoranze: cristiani caldei e assiri (discendenti diretti delle prime comunit\u00e0 cristiane, oggi quasi scomparsi), turkmeni, yazidi. Un mosaico che richiede diplomazia, pazienza, istituzioni solide. Quello che si ottiene, invece, \u00e8 una successione di dittature.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019indipendenza formale arriva nel 1932, quando l\u2019Iraq entra nella Societ\u00e0 delle Nazioni. La monarchia sopravvive fino al 1958. Poi inizia la stagione dei colpi di stato \u2014 e qui bisogna essere precisi, perch\u00e9 in Iraq non ci sono stati semplici avvicendamenti al potere: ci sono stati colpi di stato dentro i colpi di stato, tradimenti dentro i tradimenti, con una velocit\u00e0 che lascia storditi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quando l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>esercito era l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>unico partito che contava<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 14 luglio 1958 \u00e8 una data che in Iraq nessuno dimentica: il generale Abd al-Karim Qasim guida un colpo di stato che abbatte la monarchia e proclama la repubblica. Il re Faysal II viene ucciso. Lo zio, il principe Abd al-Ilah, viene linciato per strada. \u00c8 una rivoluzione brutale, ma porta con s\u00e9 un\u2019energia genuinamente popolare: Qasim \u00e8 nazionalista, ha simpatie socialiste, distribuisce terre ai contadini, porta l\u2019Iraq fuori dal Patto di Baghdad, una alleanza politica e militare e antisovietica nata durante la Guerra Fredda tra Iraq, Turchia, Gran Bretagna, Iran e Pakistan. Dura fino al 1963, quando viene rovesciato \u2014 e ucciso \u2014 da un golpe promosso dagli ufficiali baathisti con il sostegno, neanche troppo nascosto, della CIA, che vedeva in lui un pericoloso simpatizzante comunista.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Partito Baath \u2014 acronimo di Ba\u2019ath, \u00abrinascita\u00bb in arabo \u2014 \u00e8 uno dei fenomeni politici pi\u00f9 interessanti e, al tempo stesso, pi\u00f9 devastanti del Novecento arabo. Fondato in Siria negli anni Quaranta da Michel Aflaq e Salah al-Din al-Bitar, \u00e8 un partito nazionalista arabo, laico, con forti coloriture socialiste: vuole l\u2019unit\u00e0 del mondo arabo, rifiuta l\u2019imperialismo occidentale e il sionismo, promuove una modernizzazione dall\u2019alto. Sulla carta, \u00e8 quasi progressista. Nella pratica, diventa lo strumento di regimi tra i pi\u00f9 feroci del secolo. Vale la pena fermarsi sulla differenza tra il Baath siriano e quello iracheno, perch\u00e9 \u00e8 sostanziale e viene spesso ignorata. In Siria, il partito \u00e8 dominato fin dagli anni Sessanta dalla minoranza alawita \u2014 una corrente dell\u2019islam sciita che rappresenta circa il dodici per cento della popolazione \u2014 con Hafez al-Assad che costruisce un sistema in cui la sua comunit\u00e0 controlla esercito e servizi segreti mentre governa su una maggioranza sunnita. Una minoranza che domina la maggioranza attraverso un apparato di terrore: questa \u00e8 la struttura del potere siriano. In Iraq, la dinamica si inverte: sono i sunniti, minoranza demografica, a utilizzare il Baath per controllare la maggioranza sciita e quella curda. Stesso partito, stessa retorica nazionalista panaraba, struttura del potere speculare. Aflaq stesso, dopo essere stato emarginato dai siriani, si trasferisce a Baghdad, dove muore nel 1989 venendo celebrato come padre fondatore da Saddam Hussein \u2014 che aveva appena sterminato buona parte del partito. Per andare al sodo, insomma, i due partiti, dallo stesso nome e&nbsp; ideologia si odiavano a morte perch\u00e9 perseguivano gli interessi propri degli Assad a Damasco e di Saddam Hussein a Baghdad.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Baath arriva dunque al potere in Iraq nel 1963, e lo perde nello stesso anno, per riprenderlo nel 1968 con un colpo di stato che questa volta si rivela definitivo. Tra i protagonisti del golpe c\u2019\u00e8 un giovane funzionario del partito, gi\u00e0 noto per la sua spietatezza nei servizi di sicurezza: Saddam Hussein. Formalmente vicesegretario del partito, sostanzialmente il vero centro del potere fin dall\u2019inizio. Nel 1979 diventa presidente \u2014 dopo aver fatto arrestare e uccidere buona parte del Consiglio del Comando della Rivoluzione in un\u2019assemblea che rimane uno dei momenti pi\u00f9 agghiaccianti della storia politica moderna. Saddam legge i nomi degli \u00abtraditori\u00bb, e mentre li chiama uno per uno, le guardie li trascinano fuori dall\u2019aula e i&nbsp; sopravvissuti applaudono.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il petrolio e la guerra<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Iraq \u00e8 seduto su una delle pi\u00f9 grandi riserve petrolifere del pianeta: secondo alcune stime, la terza o quarta al mondo, concentrate soprattutto nel sud sciita e nel nord curdo \u2014 una distribuzione geografica che non \u00e8 geograficamente neutra, perch\u00e9 lascia la regione sunnita centrale, il cuore del potere baathista, relativamente povera di questa ricchezza. La nazionalizzazione del petrolio nel 1972 \u00e8 una delle mosse che consolida il consenso popolare di Saddam: gli iracheni vedono finalmente i proventi del loro sottosuolo finire nelle casse dello Stato piuttosto che in quelle delle compagnie occidentali. Con i proventi del boom petrolifero degli anni Settanta, Saddam finanzia infrastrutture, istruzione, sanit\u00e0 \u2014 l\u2019Iraq di quel decennio ha uno dei sistemi sanitari e scolastici pi\u00f9 avanzati del Medio Oriente. I regimi totalitari sanno comprare il consenso, quando ne hanno i mezzi.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi arriva la rivoluzione iraniana del 1979. Khomeini torna a Teheran, proclama la Repubblica islamica, e per Saddam \u00e8 un incubo diventato reale: un regime sciita rivoluzionario al confine, che inizia a fomentare la maggioranza sciita irachena. La risposta di Saddam, nel settembre 1980, \u00e8 l\u2019invasione dell\u2019Iran. La logica \u00e8 quella del predatore che attacca il vicino mentre \u00e8 ancora debole: l\u2019Iran \u00e8 nel caos post-rivoluzionario, l\u2019esercito \u00e8 stato epurato, il paese \u00e8 isolato. Il calcolo si rivela catastrofico. La guerra dura otto anni \u2014 fino al 1988 \u2014 e si trasforma in una carneficina senza precedenti, per certi versi la prima guerra di trincea dell\u2019era moderna dopo la Prima guerra mondiale. Stime ragionevoli parlano di cinquecentomila morti iracheni e almeno altrettanti iraniani, forse molti di pi\u00f9. L\u2019Occidente, che non vuole che l\u2019Iran di Khomeini vinca, fornisce a Saddam intelligence, armi, copertura diplomatica. Gli Stati Uniti restituiscono le relazioni diplomatiche con Baghdad nel 1984. Quando Saddam usa armi chimiche \u2014 gas mostarda, agenti nervini \u2014 contro le truppe iraniane, Washington guarda dall\u2019altra parte. Quando le usa contro i curdi iracheni, nella campagna dell\u2019Anfal del 1986-1989 \u2014 che l\u2019accademico David McDowall nel suo <em>A Modern History of the Kurds<\/em> definisce senza ambiguit\u00e0 un genocidio &nbsp;\u2014 tutto l\u2019Occidente continua a guardare dall\u2019altra parte.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Anfal \u00e8 una parola araba che significa \u00abil bottino\u00bb \u2014 presa dalla sura coranica che benedice la guerra contro i miscredenti. Saddam la usa come nome in codice per la campagna di sterminio contro i curdi: villaggi rasi al suolo, popolazioni deportate, esecuzioni di massa. Il caso pi\u00f9 noto \u00e8 Halabja, marzo 1988: tra tremila e cinquemila civili curdi uccisi con armi chimiche in poche ore. \u00c8 il pi\u00f9 grande attacco chimico contro una popolazione civile nella storia moderna. La comunit\u00e0 internazionale protesta formalmente e poi passa ad altro.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il regime e le sue vittime<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Saddam \u00e8 un caso di studio per chiunque voglia capire come funziona un potere totalitario costruito sulla paura sistematica. Hannah Arendt aveva descritto l\u2019ideologia totalitaria come un sistema che non ha bisogno che tu creda: ha bisogno che tu reciti. L\u2019Iraq di Saddam \u00e8 questo: un paese in cui tutti recitano, tutti spiano, tutti denunciano, i servizi segreti sono sovrapposti e in competizione tra loro, ciascuno a sorvegliare gli altri. La famiglia allargata di Saddam \u2014 i clan di Tikrit, la sua citt\u00e0 natale \u2014 controlla le leve fondamentali del potere.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli sciiti sono tenuti sotto controllo attraverso una combinazione di repressione e cooptazione: i notabili collaborano, la maggioranza tace, gli ayatollah vengono controllati o eliminati. L\u2019insurrezione sciita del 1991 \u2014 dopo la Prima guerra del Golfo \u2014 viene schiacciata nel sangue con una brutalit\u00e0 che lascia senza parole: decine di migliaia di morti, le citt\u00e0 sacre di Najaf e Karbala assediate e bombardate. Gli americani, che avevano incoraggiato l\u2019insurrezione con le loro trasmissioni radio, si fermano alle proprie linee e guardano. George H. W. Bush aveva deciso di non rovesciare Saddam \u2014 per non destabilizzare la regione, per non aprire un vuoto di potere \u2014 e questa scelta ha il suo prezzo, pagato dagli sciiti con il sangue.<\/p>\n\n\n\n<p>I curdi ottengono, dopo la Prima guerra del Golfo, una zona di protezione aerea nel nord del paese \u2014 la no-fly zone \u2014 che diventa di fatto la prima esperienza di autonomia reale nella loro storia: il Kurdistan iracheno comincia a costruire istituzioni proprie, a eleggere un parlamento, a sviluppare un\u2019economia. \u00c8 un esperimento fragile e tormentato dai conflitti interni tra i due principali partiti curdi, il PDK di Barzani, pi\u00f9 conservatore e maggiormente presente nel nord del Kurdistan iracheno e l\u2019UPK di Talabani pi\u00f9 progressista e radicato a sud, che per un periodo si fanno la guerra tra loro, ma pur sempre \u00e8 un embrione di Stato.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>avventura del Kuwait e le sue conseguenze<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019invasione del Kuwait, agosto 1990, \u00e8 uno di quegli eventi che ancora oggi sembrano inverosimili. Saddam aveva appena concluso una guerra massacrante, il paese era dissanguato economicamente, il debito estero era enorme \u2014 buona parte contratto con il Kuwait stesso, che aveva finanziato la guerra contro l\u2019Iran. E tuttavia decide di invadere il piccolo emirato, annettendolo come \u00abdiciannovesima provincia\u00bb dell\u2019Iraq. Le motivazioni sono multiple: le dispute sul confine, le accuse di Kuwait di pompare petrolio dal giacimento condiviso di Rumaila, la necessit\u00e0 di cancellare i debiti e appropriarsi delle riserve kuwaitiane. E forse, semplicemente, il delirio di onnipotenza di un uomo che si credeva intoccabile. La risposta internazionale \u00e8 rapida e ampia: una coalizione di trentaquattro paesi, guidata dagli Stati Uniti di Bush padre, si riunisce sotto il mandato dell\u2019ONU. La Prima guerra del Golfo dura dal gennaio al febbraio 1991: quarantadue giorni di bombardamenti, poi cento ore di operazioni terrestri. L\u2019esercito iracheno, quarto al mondo per dimensioni secondo le enfatiche stime dell\u2019epoca, si dissolve. Il Kuwait viene liberato, ma gli americani si fermano e non puntano su Baghdad, cos\u00ec Saddam rimane al potere.<\/p>\n\n\n\n<p>Seguono dodici anni di sanzioni internazionali che, nella loro applicazione concreta, colpiscono soprattutto la popolazione civile: la mortalit\u00e0 infantile aumenta, il sistema sanitario crolla, la classe media irachena che aveva raggiunto un discreto benessere negli anni Settanta si impoverisce drammaticamente. Madeleine Albright, quando le viene chiesto nel 1996 se le sanzioni valgono la morte di mezzo milione di bambini iracheni, risponde che \u00abil prezzo ne vale la pena\u00bb. \u00c8 una frase che il mondo arabo non ha dimenticato \u2014 e non a torto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Come si distrugge uno Stato, la si chiama liberazione e si produce il caos<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La Seconda guerra del Golfo, marzo 2003, \u00e8 il momento in cui la storia dell\u2019Iraq viene spezzata in due e non si ricompone. Le premesse sono false \u2014 le armi di distruzione di massa non esistono, come i servizi segreti di mezzo mondo sospettavano e come Hans Blix e gli ispettori dell\u2019ONU stavano cominciando a dimostrare \u2014 ma l\u2019amministrazione Bush le usa lo stesso, con una determinazione che retrospettivamente sembra quasi patetica nella sua ostinazione. Colin Powell porta all\u2019ONU prove che si riveleranno fabbricate. Tony Blair agita il dossier delle \u00ab45 minuti\u00bb. Sono tutte un\u2019imbroglio, una forzatura affinch\u00e9 Bush junior potesse fare quello che al padre era stato impedito dai generali: arrivare fino a Baghdad e cacciare Saddam Hussein. Gli americani arrivano nella capitale in tre settimane e tutti ricorderanno la memorabile scena, degna di una commedia dell\u2019assurdo, con il ministro delle propaganda Muhammad Sa&#8217;id al-Sahhaf che annuncia ai giornalisti la cacciata degli invasori, mentre i carri armati americani sferragliano all\u2019orizzonte: \u201cguardi, guardi, dietro\u201d &#8211; gli urlavano i giornalisti &#8211; e lui sal\u00ec in macchina, fuggendo. La statua di Saddam viene abbattuta in piazza Firdos \u2014 in un\u2019operazione pi\u00f9 scenografica che spontanea, come le fotografie successive riveleranno. L\u2019esercito americano entra nella citt\u00e0 e non sa cosa fare. L\u2019ambasciatore Paul Bremer, capo dell\u2019Autorit\u00e0 Provvisoria della Coalizione, prende due decisioni che si rivelano tra le pi\u00f9 catastrofiche della storia recente: dissolve l\u2019esercito iracheno e bandisce dalla pubblica amministrazione chiunque abbia avuto un ruolo nel partito Baath. Da un giorno all\u2019altro, quattrocentomila soldati armati si trovano senza lavoro e senza prospettive. Decine di migliaia di medici, ingegneri, insegnanti, funzionari vengono epurati perch\u00e9 avevano dovuto iscriversi al partito per fare il loro lavoro \u2014 come in qualunque sistema monopartitico. Lo Stato iracheno non viene riformato: viene distrutto.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre Bush festeggia sulla portaerei Missouri, sotto uno striscione con scritto: \u201cmissione compiuta\u201d, in Iraq si scatena una guerra civile infernale. Le milizie sciite combattono contro gli insorti sunniti, in gran parte ufficiali dell\u2019esercito e quadri del partito Baath. Al-Qaeda in Mesopotamia \u2014 un\u2019organizzazione che prima del 2003 non esisteva in Iraq \u2014 affonda radici nel vuoto di potere. Abu Musab al-Zarqawi diventa il nome pi\u00f9 temuto del paese. Le bombe esplodono nei mercati, nelle moschee, nelle code per il carburante. Tra il 2004 e il 2008, secondo le stime pi\u00f9 prudenti, almeno centocinquantamila civili iracheni muoiono in violenze settarie. Altre stime parlano di molto di pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>Il processo politico americano prevede elezioni, costituzione, governo di unit\u00e0 nazionale; tutto bello sulla carta ma impraticabile nella realt\u00e0. Tutto si inceppa sulla divisione settaria: i partiti non sono programmi politici, sono etichette identitarie. Si mostra, ancora una volta, che la democrazia non \u00e8 solo una costituzione ed elezioni, ma istituzioni radicate, un sentimento nazionale comune, media liberi e una societ\u00e0 civile, niente di tutto questo esisteva in Iraq. Nouri al-Maliki, il primo ministro sciita che governa dal 2006 al 2014, usa le istituzioni per consolidare il potere sciita e marginalizzare i sunniti in modo sistematico \u2014 alimentando esattamente quella radicalizzazione che produce un mostro che ancora oggi facciamo fatica a spiegare.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Come <\/strong><strong>l\u2019ISIS nasce dal nulla e scompare nel nulla<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 2014 \u00e8 l\u2019anno in cui l\u2019Iraq torna sulle prime pagine del mondo con un\u2019urgenza nuova. L\u2019ISIS \u2014 Stato Islamico dell\u2019Iraq e della Siria, poi semplicemente Stato Islamico \u2014 conquista Mosul in tre giorni. Tre giorni. La seconda citt\u00e0 dell\u2019Iraq, con un milione e mezzo di abitanti, viene presa da alcune migliaia di combattenti contro un esercito iracheno che si squaglia, abbandona le armi e scappa. \u00c8 uno dei collassi militari pi\u00f9 rapidi della storia moderna, e dice tutto sulla qualit\u00e0 dello Stato che gli americani avevano tentato di costruire: un esercito i cui ufficiali vendevano le posizioni ai propri soldati, dove la corruzione era cos\u00ec endemica che intere brigate esistevano solo sulla carta e sui registri paga. Ricordate il mazzo di carte da poker dove gli americani avevano messo i volti dei gerarchi di Saddam? Bene, a ogni carta che i Marines prendevano, il mazzo dell\u2019ISIS si arricchiva di qualche colonnello o sergente iracheno in cerca di lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ISIS non \u00e8 solo un gruppo terroristico: \u00e8 un progetto statuale, fondato su un\u2019ideologia coerentemente medievale che Patrick Cockburn \u2014 il cui <em>The Rise of Islamic <\/em><em>State <\/em>rimane il resoconto pi\u00f9 lucido del fenomeno \u2014 descrive come una fusione di wahabismo radicale e nostalgia del califfato. Gestisce territori, tasse, tribunali, polizia religiosa, curriculum scolastici. \u00c8, a modo suo, un\u2019amministrazione \u2014 feroce, apocalittica, ma un\u2019amministrazione. Obbliga le donne a coprirsi completamente, lapida gli adulteri, decapita gli apostati, vende le donne yazide come schiave, distrugge musei e reperti dell\u2019antichit\u00e0 per islamica. L\u2019arcaismo \u00e8 esibito come virt\u00f9 nel nome dell\u2019instaurazione del nuovo Califfato che raccolga la Umma (la comunit\u00e0 dei fedeli musulmani che supera le diverse nazionalit\u00e0) sotto l\u2019Islam pi\u00f9 brutale e arcaico. Non esistono pi\u00f9 iracheni, siriani, egiziani, palestinesi, arabi o altri, solo musulmani sudditi di uno Stato feroce e totalitario. L\u2019ISIS dilaga: l\u2019Iraq, la Siria, spunta in Libia e in Africa, realizza ci\u00f2 che nessun gruppo fondamentalista prima d\u2019ora era riuscito a ottenere: una entit\u00e0 statale.<\/p>\n\n\n\n<p>La sconfitta dell\u2019ISIS tra il 2017 e il 2019 \u00e8 opera di una coalizione eterogenea: l\u2019esercito iracheno ricostruito con il supporto americano, le milizie sciite finanziate dall\u2019Iran riunite nella sigla PMF (Popular Mobilization Forces), i peshmerga curdi. Mosul viene riconquistata dopo nove mesi di battaglia urbana che lascia la citt\u00e0 in larga parte distrutta. Raqqa, dall\u2019altra parte del confine siriano, cade poco dopo. Ma la sconfitta militare non risolve le condizioni politiche che avevano reso possibile l\u2019ISIS: l\u2019emarginazione sunnita, la corruzione endemica, la frammentazione dello Stato.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un federalismo che \u00e8 gi\u00e0 secessione<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Iraq costituzionale del post-2003 \u00e8 formalmente una repubblica federale parlamentare. Nella pratica, \u00e8 tre paesi che condividono un passaporto. Il Kurdistan iracheno \u2014 le province di Erbil, Sulaymaniyah e Duhok \u2014 ha un governo regionale autonomo (KRG), un parlamento, un esercito (i peshmerga), una polizia, relazioni economiche internazionali proprie, persino un sistema di visti separato. Nel 2017, il presidente curdo Masoud Barzani organizza un referendum sull\u2019indipendenza: il novantadue per cento vota s\u00ec. Baghdad risponde occupando militarmente Kirkuk, la citt\u00e0-simbolo ricca di petrolio che i curdi rivendicavano. L\u2019indipendenza non si fa. Il sogno curdo rimane sospeso, come sempre, tra la determinazione di un popolo e la fermissima opposizione di tutti i suoi vicini.<\/p>\n\n\n\n<p>Al centro e al sud, le milizie sciite delle PMF \u2014 create durante la guerra contro l\u2019ISIS sulla base di una fatwa dell\u2019ayatollah Sistani \u2014 non si sono disciolte. Sono diventate uno Stato nello Stato: armato, finanziato dall\u2019Iran, con rappresentanza parlamentare propria attraverso la coalizione politica di Fatah (da non confondersi con il Fatah dei palestinesi). Alcune di queste milizie hanno ucciso manifestanti iracheni durante le grandi proteste del 2019 \u2014 quelle in cui giovani iracheni sciiti scendevano in piazza non contro l\u2019America o Israele, ma contro la corruzione del loro stesso governo e contro l\u2019interferenza iraniana. Un dettaglio che vale la pena sottolineare: erano ragazzi sciiti che protestavano contro le milizie sciite filo-iraniane. La realt\u00e0 irachena non si lascia mai ridurre a categorie semplici.<\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto con l\u2019Iran \u00e8 proprio il nervo scoperto dell\u2019Iraq contemporaneo. Tehran ha un\u2019influenza profonda: finanzia le milizie, sostiene i partiti sciiti, controlla buona parte del commercio transfrontaliero. Il generale Qasem Soleimani, capo della forza Quds dei Pasdaran iraniani, era de facto il principale decisore politico dell\u2019Iraq negli anni \u201810 di questo millennio \u2014 pi\u00f9 influente di qualsiasi primo ministro iracheno. La sua uccisione in un drone strike americano all\u2019aeroporto di Baghdad nel gennaio 2020, insieme al comandante delle PMF Abu Mahdi al-Muhandis, \u00e8 stato uno di quegli eventi che nessuno aveva previsto nelle sue conseguenze: il parlamento iracheno ha votato per espellere le truppe americane, Baghdad si \u00e8 trovata nel mezzo di uno scontro tra superpotenze che si combattevano sul suo territorio.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Tra Teheran e Washington, tra Riad e Tel Aviv<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La guerra di Israele a Gaza, iniziata nell\u2019ottobre 2023, e la campagna militare americana e israeliana contro l\u2019Iran \u2014 con i bombardamenti alle installazioni nucleari iraniane e l\u2019uccisione di comandanti delle Guardie della Rivoluzione \u2014 hanno trasformato l\u2019Iraq in qualcosa di ancora pi\u00f9 complicato: un territorio in cui le milizie filo-iraniane lanciano droni contro le basi americane, gli americani rispondono con attacchi alle milizie, e il governo iracheno protesta formalmente per entrambe le cose cercando disperatamente di non scegliere.<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo ministro Mohammed Shia\u2019 al-Sudani \u2014 in carica dal 2022 \u2014 rappresenta forse il tentativo pi\u00f9 credibile degli ultimi anni di costruire qualcosa di simile a uno Stato funzionante: ha mediato tra le fazioni, ha provato a ridurre l\u2019influenza delle PMF, ha intrattenuto relazioni con l\u2019Arabia Saudita (storica rivale dell\u2019Iran) pur senza rompere con Tehran. \u00c8 un equilibrismo che richiede una destrezza acrobatica e che pu\u00f2 crollare in qualsiasi momento. Nel 2023, con la mediazione cinese, l\u2019Arabia Saudita e l\u2019Iran hanno normalizzato le relazioni diplomatiche: questo ha ridotto, almeno temporaneamente, la pressione che il conflitto saudita-iraniano esercitava sull\u2019Iraq. La nuova ondata di guerra, rimette l\u2019Iraq in mezzo ai contendenti. Sopra Baghdad sfrecciano i caccia americani e i bombardieri israeliani che vanno a colpire il Paese degli ayatollah, e poi passano veloci i missili e i droni che Teheran lancia per vendetta. Le milizie sciite irachene colpiscono l\u2019Arabia Saudita e il governo di Baghdad si finge morto. La notte tra l\u201911 e il 12 marzo viene colpita la base militare italiana \u201cCamp Sinagra\u201da Erbil. Negli ultimi giorni gli Iraq e i sono scesi in piazza per festeggiare la qualificazione ai prossimi Mondiali di calcio e la tregua tra USA e Iran, i mondiali ci saranno a giugno, tutti sperano che per quella data la tregua si sia trasformata in pace. La tregua \u00e8 gi\u00e0 saltata dopo un giorno.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo caos \u00e8 il petrolio a offrire una base economica che pochi si possono permettere: l\u2019Iraq produce oggi tra quattro e cinque milioni di barili al giorno, ed \u00e8 il secondo produttore dell\u2019OPEC dopo l\u2019Arabia Saudita. Questa rendita finanzia uno Stato clientelare e corrotto, ma anche infrastrutture, salari pubblici, servizi minimi. Senza il petrolio, l\u2019Iraq si sarebbe gi\u00e0 frantumato del tutto. Con il petrolio, si frammenta pi\u00f9 lentamente.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Esiste ancora, dunque, l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>Iraq?<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La domanda del titolo non \u00e8 retorica, anche se potrebbe sembrarlo. Esiste uno Stato iracheno con un governo, un parlamento, un esercito, una banca centrale, una squadra di calcio e un seggio all\u2019ONU. Esiste una citt\u00e0 di Baghdad che ha quasi otto milioni di abitanti, caff\u00e8 aperti, universit\u00e0, una vita culturale che cercava di ripartire gi\u00e0 negli anni Duemiladieci. Esiste una popolazione \u2014 trenta, quaranta milioni di persone, a seconda di come si contano \u2014 che si identifica come irachena pur sapendo benissimo di essere anche sciita, sunnita, curda, turkmena, cristiana.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Parlamento iracheno ha eletto il 12 aprile Nizar Amedi nuovo Presidente, un curdo che, secondo il meccanismo della muhasasa &#8211; il sistema di spartizione del potere tra sciiti, sunniti e curdi -, dovr\u00e0 nominare un premier sciita. Ma su questo passaggio siamo ancora in una fase di stallo: Trump ha minacciato fuoco e fiamme se dovesse essere nominato l\u2019uomo forte degli sciiti, Nouri al Maliki, gi\u00e0 primo ministro dal 2006 al 2014, quando le sue sciagurate politiche di emarginazione dei sunniti contribuirono all\u2019ascesa dell\u2019ISIS. E cos\u00ec Baghdad \u00e8 di nuovo il terreno di scontro tra Washington e Teheran.<\/p>\n\n\n\n<p>Torniamo al punto fondamentale: la Stato iracheno esiste come il soggetto che ha il monopolio della forza legittima sul territorio? Solo in modo parziale e conteso. Le PMF hanno armi proprie. I curdi hanno un esercito proprio. Le milizie controllano valichi di frontiera, traffici, istituzioni locali. La corruzione non \u00e8 un\u2019anomalia, \u00e8 il sistema. Eppure, leggendo i reportage dei pochi giornalisti che ancora frequentano Baghdad \u00e8 la vitalit\u00e0 ostinata di una societ\u00e0 che ha attraversato invasioni, dittature, sanzioni, guerre civili, genocidi, e continua a produrre cultura, economia e proteste. La rivolta del 2019 \u00e8 stata soffocata nel sangue, ma ha espresso qualcosa di genuino: una generazione di iracheni che non voleva essere n\u00e9 americana n\u00e9 iraniana n\u00e9 settaria, che chiedeva semplicemente uno Stato che funzionasse. Erano guidati da una bandiera irachena, non da una bandiera sciita. Questo non \u00e8 niente, \u00e8 soprattutto speranza.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra il Tigri e l\u2019Eufrate, la civilt\u00e0 ha resistito alle invasioni dei persiani, degli arabi, dei mongoli, degli ottomani, degli inglesi, degli americani. Probabilmente resister\u00e0 anche a questa stagione. La domanda \u00e8 a quale costo, e con quale forma. L\u2019Iraq che emerge \u2014 se emerge \u2014 sar\u00e0 qualcosa che non ha ancora un nome preciso: non uno Stato unitario come lo sognavano i nazionalisti arabi, non una confederazione come vorrebbero i curdi, non un protettorato iraniano come vogliono le milizie. Forse qualcosa di intermedio, instabile, vivace e violento insieme, come tutto ci\u00f2 che nasce da una contraddizione che non si riesce a risolvere. Oppure no. Oppure la prossima crisi \u2014 un crollo del prezzo del petrolio, un\u2019escalation regionale, una siccit\u00e0 che il cambiamento climatico sta rendendo sempre pi\u00f9 probabile in una terra gi\u00e0 arida \u2014 spezzer\u00e0 quello che \u00e8 rimasto intatto. I profeti di sventura non mancano mai in Medio Oriente e spesso hanno ragione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. Una storia antichissima e una nazione disegnata con il righello Il solito pasticcio post-coloniale\u00a0tra petrolio, sangue e potenze straniere La civilt\u00e0 occidentale \u00e8 nata da quelle parti: tra il Tigri e l\u2019Eufrate, la Mezzaluna fertile, le prime citt\u00e0, l\u2019invenzione della scrittura, dove la nostra storia \u00e8 cominciata. Uruk, Ur, Babilonia, i Sumeri \u2014 nomi che suonano come un\u2019eco lontanissima, quasi mitologica, eppure concreti: erano agglomerati urbani, amministrazioni, archivi, codici di legge, mentre i nostri antenati europei vagavano<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":6813,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[12],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6812"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6812"}],"version-history":[{"count":1,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6812\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6814,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6812\/revisions\/6814"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media\/6813"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6812"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6812"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6812"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}