{"id":6765,"date":"2026-04-13T09:00:00","date_gmt":"2026-04-13T07:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6765"},"modified":"2026-04-12T20:47:42","modified_gmt":"2026-04-12T18:47:42","slug":"il-paese-che-vuole-comprarsi-il-futuro-il-qatar-tanto-petrolio-tanto-gas-una-televisione-globale-e-poca-acqua","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/04\/13\/il-paese-che-vuole-comprarsi-il-futuro-il-qatar-tanto-petrolio-tanto-gas-una-televisione-globale-e-poca-acqua\/","title":{"rendered":"Il Paese che vuole comprarsi il futuro Il Qatar: tanto petrolio, tanto gas, una televisione globale e poca acqua"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 il 2010, siamo a Zurigo, Sepp Blatter, presidente della FIFA \u2014 gi\u00e0 allora una figura che avrebbe fatto impallidire un venditore di tappeti \u2014 annuncia il nome del Paese che ospiter\u00e0 i Mondiali di calcio del 2022. Sul palco, gli emissari del Qatar non riescono a nascondere una gioia scomposta, quasi incredula. Hanno vinto. Un paese grande come l\u2019Abruzzo, senza uno straccio di tradizione calcistica, con temperature estive che rendono impossibile giocare a pallone da maggio a settembre, si \u00e8 aggiudicato l\u2019evento sportivo pi\u00f9 seguito del pianeta. Come? Con i soldi, naturalmente. Ma perch\u00e9 l\u2019ha fatto? Per comprarsi una storia, un\u2019identit\u00e0, un vestito buono per stare nel mondo globale. Poco importa che aveva gi\u00e0 il gas e un sacco di soldi, ogni Paese ha una ossessione, quella dei qatarioti \u00e8 farsi riconoscere come uno Stato moderno e al passo con i tempi e le manifestazioni sportive internazionali vanno benissimo; va un po\u2019 meno essere la solita monarchia dei petrodollari (in questo caso gas dollari) con tanti immigrati schiavi, troppa religione e pochissima democrazia.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La penisola dimenticata<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La penisola del Qatar \u00e8 un\u2019escrescenza geografica: un dito di sabbia che sporge nel Golfo Persico da quella che oggi si chiama Arabia Saudita. Per secoli il territorio \u00e8 stato ai margini di qualunque grande progetto imperiale. Gli Ottomani ci misero il piede, formalmente, nel 1871, ma senza convinzione: era terra povera, abitata da trib\u00f9 nomadi e pescatori di perle, lontana dagli interessi strategici di Istanbul. Quando l\u2019impero croll\u00f2, i britannici presero il controllo dell\u2019area quasi per inerzia, nell\u2019ambito di quella vasta rete di protettorati con cui Londra teneva sotto controllo le rotte verso l\u2019India.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Trattato del 1916 trasform\u00f2 il Qatar in un protettorato britannico. La famiglia Al Thani \u2014 che aveva gi\u00e0 consolidato il potere locale nel decennio precedente \u2014 ottenne il riconoscimento ufficiale della propria autorit\u00e0 in cambio della cessione della politica estera a Londra. Era un accordo che faceva comodo a entrambi: i britannici avevano uno scalo strategico nel Golfo, gli Al Thani una garanzia contro i vicini, e di vicini scomodi il Qatar ne aveva eccome. A ovest, l\u2019Arabia Saudita \u2014 allora in piena fase di consolidamento sotto Ibn Sa\u2019ud \u2014 guardava alla penisola come a un territorio che avrebbe potuto tranquillamente assorbire. A nord-est, il Bahrein rivendicava sovranit\u00e0 su parti del territorio qatariota e, in particolare, sull\u2019isola di Hawar, una disputa che sarebbe rimasta aperta fino al 2001, quando la Corte internazionale di giustizia dell\u2019Aia si pronunci\u00f2 a favore del Bahrein. In questo contesto, il protettorato britannico fu per gli Al Thani una polizza assicurativa. Londra non aveva particolari interessi economici nel Qatar prebellico \u2014 la pesca delle perle era un\u2019attivit\u00e0 modesta, soggetta alle fluttuazioni del mercato internazionale e destinata a crollare con l\u2019arrivo delle perle coltivate giapponesi negli anni Trenta. Quello che il protettorato garantiva era la sopravvivenza di uno Stato che, senza protezione esterna, avrebbe probabilmente cessato di esistere come entit\u00e0 autonoma nel giro di pochi decenni.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Come il miracolo di gas e petrolio trasform\u00f2 un paese di pescatori<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il petrolio fu scoperto nel 1939, a Dukhan, nella parte occidentale della penisola. La Seconda guerra mondiale ne ritard\u00f2 lo sfruttamento su larga scala, ma gi\u00e0 negli anni Cinquanta le esportazioni erano avviate e il paese cominciava a cambiare a una velocit\u00e0 che non aveva precedenti nella sua storia. In meno di trent\u2019anni, il Qatar pass\u00f2 da una societ\u00e0 semi-nomade, con un\u2019economia basata sulla pesca e sul commercio di perle, a uno Stato dotato di infrastrutture moderne, scuole, ospedali e una burocrazia statale finanziati dalla rendita energetica.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la vera svolta non fu il petrolio: fu il gas. Negli anni Settanta, le esplorazioni nel fondale marino del Golfo rivelarono l\u2019esistenza di un giacimento di gas naturale di proporzioni straordinarie \u2014 il North Dome, che i qatarioti chiamano North Field e gli iraniani South Pars, perch\u00e9 si estende senza interruzione sotto il confine marino tra i due paesi. \u00c8 il giacimento di gas naturale pi\u00f9 grande del mondo, e buona parte si trova sotto le acque territoriali qatariote. Il petrolio aveva reso il Qatar ricco; il gas lo avrebbe reso indispensabile. Lo sfruttamento del gas su scala industriale richiese decenni di investimenti e tecnologia \u2014 soprattutto per la liquefazione, che permette di trasportare il gas naturale via nave sotto forma di GNL (gas naturale liquefatto) verso mercati lontani come Giappone, Corea del Sud ed Europa. Negli anni Novanta e Duemila, il Qatar divenne il maggiore esportatore mondiale di GNL, trasformando quello che era un sottoprodotto dell\u2019estrazione petrolifera in un motore economico autonomo e molto pi\u00f9 potente. Come ha osservato Jill Crystal nel suo fondamentale <em>Oil and Politics in the Gulf<\/em> (1990), la rendita energetica nei piccoli emirati del Golfo ha prodotto uno specifico modello di Stato in cui la rendita sostituisce la tassazione, e la tassazione \u00e8 la premessa storica della rappresentanza politica. Niente tasse, niente parlamento: la formula \u00e8 brutale nella sua semplicit\u00e0, ma descrive con precisione ci\u00f2 che accadde nel Qatar del dopoguerra. La famiglia Al Thani distribuiva benessere \u2014 sussidi, terreni, impieghi pubblici \u2014 e in cambio riceveva obbedienza e legittimit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Il problema \u2014 e lo si capisce solo col senno di poi \u2014 era che questo modello creava una dipendenza strutturale dal prezzo delle materie prime energetiche che avrebbe reso il Paese vulnerabile a qualunque oscillazione del mercato internazionale. Negli anni Sessanta e Settanta, con il petrolio in ascesa, la questione sembrava irrilevante. Negli anni Novanta, con il gas che entrava a pieno regime, la rendita sembrava inesauribile. Diventer\u00e0 urgentissima negli anni a venire.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Uno Stato assoluto con sfumature tribali<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1971, con il ritiro britannico dal Golfo, il Qatar divenne indipendente. Era uno Stato piccolo, gi\u00e0 ricco di petrolio e con il gas all\u2019orizzonte, governato da una monarchia assoluta che non aveva alcuna intenzione di condividere il potere con chicchessia. La Costituzione del 2003 \u2014 approvata con referendum e formalmente in vigore \u2014 prevede un Consiglio consultivo (Majlis al-Shura) in parte elettivo, ma il potere reale resta saldamente nelle mani dell\u2019emiro e della famiglia Al Thani, che occupa posizioni chiave in ogni settore della vita pubblica: difesa, esteri, economia, sicurezza. La struttura tribale della societ\u00e0 qatariota non \u00e8 sparita con la modernizzazione: si \u00e8 adattata. Le principali trib\u00f9 \u2014 Al Murra, Al Manasir, Al Hajri \u2014 mantengono una rete di fedelt\u00e0 e clientelismo che si intreccia con le istituzioni formali dello Stato. L\u2019emiro governa attraverso un sistema di alleanze familiari e tribali che richiede una continua negoziazione, che per\u00f2 avviene lontano da qualunque sguardo pubblico e lontana da ogni procedura democratica.<\/p>\n\n\n\n<p>Un elemento cruciale di questa struttura \u00e8 la demografia. I cittadini qatarioti \u2014 con passaporto e diritti \u2014 sono circa 380.000 in un paese che ne conta oltre 2,7 milioni. Il resto \u00e8 composto da lavoratori stranieri: indiani, nepalesi, pakistani, filippini, bangladesi, che costituiscono oltre l\u2019ottanta per cento della popolazione residente. Questa proporzione non ha paralleli nel mondo, e le sue implicazioni \u2014 politiche, economiche, etiche \u2014 sono enormi. Ma ci torneremo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>islam qatariota<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Se ho qualche attento lettore, si sar\u00e0 accorto che il Qatar assomiglia molto agli Emirati: combustibili fossili con cui produrre ricchezza, garantire una vita senza tasse ai cittadini facendo loro dimenticare la necessit\u00e0 di istituzioni democratiche, cercare di comprarsi un ruolo internazionale, un sistema economico che si regge su una immigrazione sfruttata, e una religione onnipresente. Ecco, sulla tema della religione Doha si differenzia sia dagli Emirati che dall\u2019Arabia Saudita. Il Qatar \u00e8 un paese islamico sunnita, e la sua tradizione religiosa \u00e8 wahhabita \u2014 o, per usare il termine che i suoi seguaci preferiscono, salafita. Ci\u00f2 lo accomuna all\u2019Arabia Saudita, da cui ha mutuato storicamente l\u2019orientamento teologico. Ma qui le somiglianze si fermano. Il wahhabismo qatariota \u00e8 \u2014 per cos\u00ec dire \u2014 una versione ammorbidita, pi\u00f9 aperta alla presenza straniera, meno ossessivamente normativa nei comportamenti pubblici. Le donne guidano, possono lavorare in molti settori, non sono obbligate al velo integrale. L\u2019alcol \u00e8 vietato ai musulmani ma disponibile in hotel e locali frequentati dagli stranieri. \u00c8 un Islam di Stato che ha fatto i conti con la modernit\u00e0 globale, anche se a modo suo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto del Qatar con i Fratelli Musulmani \u00e8 uno dei nodi pi\u00f9 controversi della sua storia recente. A differenza dell\u2019Arabia Saudita e degli Emirati, che considerano la Fratellanza un\u2019organizzazione terroristica, il Qatar ha mantenuto canali aperti con movimenti islamici come Hamas e con figure legate alla Fratellanza in Egitto e altrove. Yusuf al-Qaradawi \u2014 teologo egiziano, figura centrale dell\u2019islam politico contemporaneo \u2014 ha vissuto a Doha per decenni, predicando ogni venerd\u00ec con un\u2019audience televisiva di milioni di persone. Questo ha a che fare non solo con la teologia ma con la politica estera: il Qatar ha usato questi legami come leva diplomatica, come canale di mediazione, e assicurazione sulla vita in uno spazio regionale dominato da potenze molto pi\u00f9 grandi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Grattacieli nel deserto, diritti nel cassetto<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Doha \u00e8 una di quelle citt\u00e0 che sembrano progettate da un algoritmo. Grattacieli di vetro e acciaio si specchiano nel Golfo, autostrade a sei corsie attraversano un deserto che fino a sessant\u2019anni fa era abitato da beduini. Il Museo Nazionale del Qatar \u2014 progettato da Jean Nouvel, ispirato alla rosa del deserto, inaugurato nel 2019 \u2014 \u00e8 un capolavoro architettonico che potrebbe stare a Parigi o a Tokyo. Education City raccoglie campus di alcune delle universit\u00e0 pi\u00f9 prestigiose del mondo: Georgetown, Northwestern, Cornell. Il Qatar pi\u00f9 che raggiungere la modernit\u00e0 se la \u00e8 comprata e importata. Il problema \u00e8 che la modernit\u00e0 importata tende a fermarsi alla soglia di certi diritti: non esistono partiti politici, la libert\u00e0 di stampa \u00e8 limitata, l\u2019omosessualit\u00e0 \u00e8 illegale. Le lavoratrici domestiche \u2014 quasi tutte straniere \u2014 sono escluse dalle protezioni del codice del lavoro. Il sistema della kafala, che lega il lavoratore migrante al datore di lavoro in una forma di dipendenza che i critici non esitano a chiamare servit\u00f9, \u00e8 stato formalmente riformato nel 2020, ma la sua applicazione resta discontinua e i meccanismi di controllo sono fragili.<\/p>\n\n\n\n<p>Non si pu\u00f2 liquidare il Qatar come uno Stato medievale in abiti moderni. Alcune riforme ci sono state: l\u2019introduzione di un salario minimo nel 2020, i passi avanti sui diritti delle lavoratrici, la riduzione di alcune restrizioni alla libert\u00e0 di movimento dei lavoratori migranti. Ma il passo \u00e8 lento, e spesso la spinta viene dall\u2019esterno \u2014 dalla pressione internazionale, dalle campagne delle ONG, dall\u2019imbarazzo mediatico \u2014 pi\u00f9 che da una convinzione interna. Come ha scritto Mehran Kamrava in <em>Qatar: Small State, Big Politics<\/em> (2013), il Qatar \u00e8 uno Stato che ha scelto la modernizzazione come strumento di sopravvivenza, non come progetto di libert\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il prezzo umano del miracolo qatariota<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>I Mondiali del 2022 hanno portato all\u2019attenzione globale un problema che esisteva da decenni: le condizioni di lavoro dei migranti impiegati nei cantieri qatarioti. Il Guardian ha pubblicato nel 2021 dati agghiaccianti: oltre 6.500 lavoratori migranti \u2014 prevalentemente provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka \u2014 morti in Qatar tra il 2010 e il 2020. Le autorit\u00e0 qatariote hanno contestato la metodologia e il nesso causale, e in effetti i numeri includono morti per cause diverse, non solo incidenti sul lavoro. Ma anche accettando le stime pi\u00f9 conservative, il quadro resta inquietante: calore estremo, orari estenuanti, alloggi sovraffollati, impossibilit\u00e0 pratica di cambiare datore di lavoro o lasciare il Paese senza il suo consenso. A tutto questo gli sceicchi hanno risposto con un mix di riforme parziali, campagne comunicative e risentimento nazionalista \u2014 quest\u2019ultimo, paradossalmente, il pi\u00f9 efficace nel breve periodo, soprattutto in un contesto arabo in cui la critica occidentale viene facilmente letta come ingerenza neocoloniale. Ma la questione rimane: con 2,3 milioni di lavoratori stranieri che reggono l\u2019intera economia, il Qatar non pu\u00f2 permettersi di affrontarla davvero senza rimettere in discussione il modello su cui \u00e8 costruito il suo benessere.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Al Jazeera, il microfono che ha cambiato il mondo arabo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1996, l\u2019emiro Hamad bin Khalifa Al Thani \u2014 che aveva appena deposto suo padre con un colpo di palazzo (senza spargimento di sangue, come si usa in famiglia) \u2014 fond\u00f2 Al Jazeera. L\u2019idea era semplice nella sua audacia: un\u2019emittente televisiva satellitare in arabo che facesse giornalismo vero, con ospiti che si contraddicevano in diretta, corrispondenti che filmavano guerre e proteste, conduttori che facevano domande scomode ai governanti arabi. Era una cosa che non si era mai vista. L\u2019impatto fu straordinario. In un panorama mediatico arabo dominato da televisioni di Stato che trasmettevano discorsi presidenziali e canzoni patriottiche, Al Jazeera fu una piccola rivoluzione. Copriva la seconda Intifada, la guerra in Afghanistan, l\u2019Iraq di Saddam e poi quello post-invasione, con una franchezza che i media occidentali faticavano a eguagliare. La Primavera Araba del 2010\u20132011 sarebbe stata diversa senza Al Jazeera: non impossibile, ma diversa. L\u2019emittente fu il megafono delle piazze dal Cairo a Tunisi, da Bengasi a Sana\u2019a, con un coraggio editoriale che le valse espulsioni, accuse di faziosit\u00e0 e, nel 2017, la chiusura forzata nei paesi che ruppero i rapporti con Doha.<\/p>\n\n\n\n<p>Al Jazeera \u00e8 anche \u2014 va detto \u2014 uno strumento di politica estera e non l\u2019ha mai nascosto del tutto. La copertura generosa dei Fratelli Musulmani, il sostegno editoriale alla causa palestinese, l\u2019attenzione sistematica alle opposizioni nei paesi rivali del Qatar: sono scelte che riflettono interessi precisi. Ma questo non annulla il suo contributo reale al pluralismo mediatico arabo. Come tutti gli strumenti potenti, Al Jazeera \u00e8 una cosa e il suo contrario nello stesso momento: giornalismo genuino e propaganda sofisticata, microfono per chi non ha voce e leva per chi ha gi\u00e0 troppo potere. Sicuramente \u00e8 diventata per il piccolo emirato uno strumento in pi\u00f9 da usare verso l\u2019Occidente e i vicini.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il blocco del 2017, quando i vicini tagliarono i ponti<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 5 giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto annunciarono simultaneamente la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar. Chiusero lo spazio aereo, il confine terrestre saudita (l\u2019unico che il Qatar ha), e i porti. Presentarono un elenco di tredici richieste che includevano la chiusura di Al Jazeera, la riduzione dei rapporti con l\u2019Iran, l\u2019espulsione delle forze militari turche e la rottura con i movimenti islamisti. Era, nella sostanza, una richiesta di resa.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Qatar non si arrese. La risposta di Doha fu un misto di fermezza, diplomazia frenetica e ingegneria logistica: le importazioni di cibo \u2014 prima quasi interamente transitanti via Arabia Saudita \u2014 furono deviate via mare e via Turchia. L\u2019Iran apr\u00ec il suo spazio aereo. Ankara invi\u00f2 soldati e forniture alimentari con una rapidit\u00e0 che sorprese tutti, ed Erdogan trasform\u00f2 la crisi in un\u2019occasione per proiettare la Turchia come potenza protettrice nel mondo sunnita. C\u2019era anche una dimensione energetica nella crisi: il gas qatariota, che raggiunge i mercati via mare in forma liquefatta, non poteva essere bloccato come le merci terrestri. La natura stessa dell\u2019industria del GNL \u2014 navi cisterna, contratti a lungo termine, clienti asiatici ed europei \u2014 aveva reso il Qatar meno vulnerabile di quanto i suoi avversari avessero calcolato.<\/p>\n\n\n\n<p>Il blocco dur\u00f2 tre anni e mezzo. Si concluse nel gennaio 2021 con la Dichiarazione di Al-Ula (una citt\u00e0 in Arabia Saudita, nella regione di Medina, dove i qatarioti e i rappresentanti dei Paesi vicini trovarono un accordo). I termini esatti dell\u2019accordo non sono stati resi pubblici, ma \u00e8 chiaro che il Qatar non ha accettato le tredici richieste originali: ha mantenuto Al Jazeera, i rapporti con la Turchia, i canali con Hamas. La riconciliazione formale ha normalizzato le relazioni senza eliminare le tensioni di fondo \u2014 che restano, sopite ma non risolte, come una frattura tettonica in attesa del prossimo terremoto. La vicenda ha mostrato come le monarchie del Golfo, cos\u00ec simili come struttura politica ed economica, siano perennemente in competizione tra loro.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Iran, Turchia e la geometria variabile: come si sopravvive in un vicinato pericoloso<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto del Qatar con l\u2019Iran \u00e8 uno dei paradossi pi\u00f9 affascinanti della sua politica estera, e ha una radice materiale precisa: i due paesi condividono il giacimento di gas naturale pi\u00f9 grande del mondo. Il North Field qatariota e il South Pars iraniano sono la stessa enorme sacca di metano che si estende sotto le acque del Golfo senza rispettare i confini tracciati dagli uomini. Questa prossimit\u00e0 sotterranea rende necessaria una qualche forma di convivenza, indipendentemente dalle simpatie politiche e religiose. Ma il Qatar ha scelto qualcosa di pi\u00f9 della convivenza: ha mantenuto relazioni diplomatiche con Teheran anche quando i suoi vicini sunniti le tagliavano, ha evitato di partecipare alle coalizioni anti-iraniane e ha usato i canali con l\u2019Iran come parte del suo arsenale diplomatico. Questo non significa simpatia ideologica. Il Qatar \u00e8 un paese sunnita wahhabita che guarda con preoccupazione all\u2019espansionismo sciita iraniano in Iraq, Siria, Libano, Yemen. Ma guarda con altrettanta preoccupazione all\u2019egemonia saudita nel Golfo, e in questo calcolo l\u2019Iran \u00e8 un contrappeso utile. \u00c8 realpolitik pura, condita con la geografia: un paese che confina con un solo vicino terrestre non pu\u00f2 permettersi di avere nemici su tutti i fronti. Un equilibrismo difficile, facile a rompersi, come nel marzo scorso quando Teheran, per rispondere ai bombardamenti americani e israeliani, ha coinvolto i Paesi del Golfo, compreso il Qatar, con il lancio di missili e droni.<\/p>\n\n\n\n<p>La Turchia, in questo schema, occupa un ruolo diverso ma complementare. Erdogan ha investito nel Qatar non solo economicamente \u2014 ha una base militare a Doha, la prima fuori dal territorio nazionale turco \u2014 ma politicamente. Entrambi i paesi hanno simpatie per i movimenti islamisti moderati ed entrambi hanno interesse a contenere l\u2019influenza saudita ed emiratina. \u00c8 un\u2019alleanza di comodo, ma le alleanze di comodo sono spesso le pi\u00f9 solide, perch\u00e9 non dipendono da religioni e ideologie.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>I Mondiali: quanto vale una narrazione?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>I Mondiali del 2022 sono stati molte cose insieme: uno spettacolo calcistico di buon livello, un disastro di diritti umani parzialmente mascherato, un trionfo di marketing nazionale, e \u2014 inaspettatamente \u2014 una delle pi\u00f9 grandi vetrine della storia per il mondo arabo-islamico. L\u2019Argentina ha vinto, Messi ha avuto il suo momento, il Marocco ha stupito tutti. Ma ci\u00f2 che il Qatar voleva dai Mondiali non era una vittoria sul campo: era una storia. La strategia \u00e8 quella che alcuni studiosi chiamano \u00absport-washing\u00bb \u2014 l\u2019uso di grandi eventi sportivi per ripulire l\u2019immagine internazionale di un paese. Non \u00e8 un\u2019invenzione qatariota: la Germania nazista l\u2019ha fatto nel 1936, la Cina nel 2008, la Russia nel 2014 e nel 2018. Ma il Qatar l\u2019ha portato a un livello di sistematicit\u00e0 senza precedenti: Qatar Airways, PSG (comprato nel 2011 attraverso il fondo sovrano QSI), investimenti nel calcio europeo, sponsorizzazioni sportive globali. Il pallone \u00e8 diventato il vettore principale della narrazione qatariota nel mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ha funzionato? In parte. Il Qatar \u00e8 sicuramente pi\u00f9 noto oggi di quanto non fosse nel 2010. Ma la notoriet\u00e0 porta su di s\u00e9 gli occhi del mondo e questi si posano sulle morti nei cantieri, sui diritti LGBTQ+, sull\u2019impatto ambientale \u2014 tutte cose che i qatarioti non avevano messo nel giusto conto. Nel medio periodo, la capacit\u00e0 di trasformare i Mondiali in un vantaggio duraturo dipender\u00e0 da riforme che per ora procedono a rilento. Ma se proprio vogliamo rispondere: allora s\u00ec, ha abbastanza funzionato, visto che i sauditi ne hanno subito copiato lo schema, accaparrandosi i Mondiali del 2030.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>economia della dipendenza e il problema dell<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>acqua<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il Qatar \u00e8 il pi\u00f9 grande esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, e questa posizione gli ha consentito \u2014 soprattutto dopo l\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina nel 2022 \u2014 di tornare al centro della geopolitica energetica globale. L\u2019Europa, disperata di ridurre la dipendenza dal gas russo, si \u00e8 rivolta a Doha con un\u2019urgenza che ha riportato i leader europei a far la fila negli aeroporti come commessi viaggiatori. Il Qatar ha firmato contratti a lungo termine con Germania, Italia, Olanda. Il petrolio continua a scorrere, ma \u00e8 il gas \u2014 con le sue infrastrutture di liquefazione, le navi metaniere, i terminal di rigassificazione sparsi nei quattro continenti \u2014 a dare a Doha un peso specifico sproporzionato alle sue dimensioni. Il fondo sovrano Qatar Investment Authority gestisce asset per oltre 450 miliardi di dollari, con investimenti che spaziano da Heathrow alle banche europee, dai grattacieli londinesi alle tenute agricole in pi\u00f9 paesi.<\/p>\n\n\n\n<p>La dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti \u00e8 un\u2019altra variabile strutturale che il Qatar non pu\u00f2 ignorare. La base aerea di Al Udeid \u2014 la pi\u00f9 grande base militare americana in Medio Oriente, con oltre diecimila soldati \u2014 \u00e8 al tempo stesso uno scudo e una catena. Garantisce \u2014 almeno lo si credeva fino al 28 febbraio 2026 \u2014 protezione contro qualunque avventura militare dei suoi vicini, ma vincola anche la politica estera di Doha in modi che non sempre corrispondono agli interessi qatarioti. E vale la pena ricordare che le stesse infrastrutture del GNL \u2014 le tecnologie di liquefazione, i sistemi di navigazione, i contratti finanziari \u2014 dipendono in larga misura da know-how e capitali occidentali.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 infine il problema dell\u2019acqua, che tende a essere dimenticato nelle analisi geopolitiche ma che potrebbe diventare il limite pi\u00f9 stringente del modello qatariota (e del resto dei Paesi del Golfo). Il Qatar non ha fiumi, non ha laghi, non ha falde acquifere significative. L\u2019acqua potabile viene quasi interamente dalla desalinizzazione dell\u2019acqua marina, un processo enormemente energivoro che dipende dal gas. C\u2019\u00e8 quindi una relazione circolare e inquietante: il Qatar usa il gas per produrre l\u2019acqua che consente alla popolazione di sopravvivere nel deserto. Se mai venissero meno le fonti di energia o le infrastrutture tecnologiche che le sostengono, il problema del Qatar non sarebbe il PIL: sarebbe la sete. Poche settimane fa un ministro qatariota ha candidamente ammesso che se gli impianti di desalinizzazione venissero colpiti, il Paese non avrebbe pi\u00f9 che qualche mese di acqua disponibile; e i missili iraniani, come si \u00e8 visto, non distinguono molto tra una nave da guerra, un impianto petrolifero e uno per la produzione di acqua potabile.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Mediatori, complici, testimoni<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il Qatar ha costruito negli anni una reputazione come mediatore: ha ospitato negoziati tra Hamas e Israele, tra i talebani afghani e gli americani, tra gruppi libici rivali, tra Etiopia e Tigray, ci hanno provato perfino con Russia e Ucraina. \u00c8 un ruolo che combina utilit\u00e0 pratica e autolegittimazione: Doha pu\u00f2 sedersi al tavolo con tutti perch\u00e9 non ha (formalmente) nemici irriducibili. Questo le ha guadagnato un accesso diplomatico sproporzionato alle sue dimensioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel conflitto israelo-palestinese, il ruolo del Qatar \u00e8 diventato cruciale e controverso. Doha ospita la leadership politica di Hamas dall\u2019inizio degli anni Dieci, una scelta che l\u2019ha posta al centro di ogni negoziato per il rilascio degli ostaggi dopo il 7 ottobre 2023, ma che ha anche alimentato le accuse di connivenza con il terrorismo. Con la guerra di Gaza esplosa nell\u2019ottobre 2023 e l\u2019escalation regionale che ha coinvolto Libano, Yemen, Siria e infine l\u2019Iran stesso, il Qatar si \u00e8 trovato in una posizione sempre pi\u00f9 scomoda. Mediatore tra parti che non vogliono davvero la pace, alleato degli americani che finanziano Israele, vicino di un Iran sotto pressione militare crescente, ospite di Hamas mentre Gaza viene rasa al suolo: ogni scelta \u00e8 una scelta sbagliata, e non scegliere \u00e8 anch\u2019essa una scelta.<\/p>\n\n\n\n<p>La campagna americana e israeliana contro l\u2019Iran mette il Qatar in una posizione da brivido. Una guerra regionale che investisse il Golfo non colpirebbe soltanto le infrastrutture iraniane, metterebbe a rischio le piattaforme offshore, le navi metaniere, i terminali di liquefazione su cui poggia l\u2019intera economia qatariota. I missili iraniani sono arrivati, e al momento hanno fatto pi\u00f9 danni simbolici che reali, ma il senso della minaccia portata dagli ayatollah \u00e8 chiaro: il Qatar ha molto da perdere da una guerra e non abbastanza forza per impedirla.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le fragilit\u00e0 di uno Stato che ha comprato tutto tranne il tempo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il Qatar ha acquistato molte cose: sicurezza, prestigio, influenza, tecnologia, cultura. Non ha potuto acquistare la certezza del futuro. Le sue fragilit\u00e0 strutturali sono reali e, in alcuni casi, difficilmente risolvibili nel breve periodo, e il tempo \u00e8 una variabile decisiva.<\/p>\n\n\n\n<p>La dipendenza dalla rendita energetica \u00e8 la prima. Il Qatar ha avviato piani di diversificazione \u2014 Qatar National Vision 2030 \u00e8 il documento programmatico ufficiale \u2014 ma la transizione energetica globale minaccia nel lungo periodo la domanda sia di petrolio che di gas naturale, anche se per quest\u2019ultimo i tempi saranno pi\u00f9 lunghi di quanto i pi\u00f9 ottimisti prevedano. Nel frattempo, Doha ha intelligentemente riposizionato il GNL come \u00abcombustibile di transizione\u00bb, un argomento che ha trovato orecchie favorevoli in Europa dopo il 2022, ma \u00e8 una soluzione temporanea e non strutturale.<\/p>\n\n\n\n<p>La dipendenza dalla tecnologia e dalla sicurezza americane \u00e8 la seconda. Se Washington decidesse di ridurre la propria presenza nel Golfo \u2014 uno scenario non impossibile in un\u2019era di crescente isolazionismo americano \u2014 il Qatar si troverebbe improvvisamente esposto, senza l\u2019ombrello che ne ha garantito la sopravvivenza. La diversificazione delle garanzie di sicurezza (Turchia, una piccola presenza francese, rapporti con la NATO) \u00e8 in corso, ma incompleta. Una questione che pareva non incombente, invece in questi giorni, con i missili iraniani e la svogliata protezione americana, \u00e8 diventata un\u2019angoscia esistenziale.<\/p>\n\n\n\n<p>La questione della successione e della coesione interna \u00e8 la terza. La famiglia Al Thani \u00e8 numerosa \u2014 si parla di migliaia di membri \u2014 e i conflitti interni non sono sconosciuti. L\u2019attuale emiro, Tamim bin Hamad Al Thani, al potere dal 2013, sembra godere di una base di consenso solida, ma in monarchie assolute le successioni sono sempre momenti di vulnerabilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Timothy Mitchell, nel suo <em>Carbon Democracy<\/em> (2011), ha scritto che il petrolio non produce democrazia \u2014 produce Stati che comprano la legittimit\u00e0 invece di guadagnarsela. Il Qatar \u00e8 la dimostrazione pi\u00f9 compiuta di questa tesi, con l\u2019aggiunta di una variabile che Mitchell \u2014 scrivendo prima del boom del GNL qatariota \u2014 non aveva calcolato per intero: uno Stato che compra la legittimit\u00e0 con il gas deve anche comprare continuamente la propria rilevanza, ed essa, nel sistema internazionale, costa sempre di pi\u00f9. A Doha, nel frattempo, i grattacieli continuano a crescere, il gas continua a bruciare, i lavoratori nepalesi continuano ad arrivare all\u2019aeroporto Hamad International con le valigie di chi non ha alternative migliori, e l\u2019emiro Tamim guarda al Golfo sapendo che il tempo \u00e8 l\u2019unica cosa che i soldi non riescono davvero a comprare: perch\u00e9 il tempo scorre veloce, e tra un Mondiale di pallone e un gran premio di Formula 1, ti ritrovi sotto i missili e a corto d\u2019acqua, e gas e petrolio non li puoi bere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. \u00c8 il 2010, siamo a Zurigo, Sepp Blatter, presidente della FIFA \u2014 gi\u00e0 allora una figura che avrebbe fatto impallidire un venditore di tappeti \u2014 annuncia il nome del Paese che ospiter\u00e0 i Mondiali di calcio del 2022. Sul palco, gli emissari del Qatar non riescono a nascondere una gioia scomposta, quasi incredula. Hanno vinto. 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