{"id":6733,"date":"2026-03-31T09:00:00","date_gmt":"2026-03-31T07:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6733"},"modified":"2026-03-29T20:55:45","modified_gmt":"2026-03-29T18:55:45","slug":"il-regno-di-sabbia-petrolio-e-allah","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/03\/31\/il-regno-di-sabbia-petrolio-e-allah\/","title":{"rendered":"Il regno di sabbia, petrolio e Allah"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<h4><em>Arabia Saudita: un regno sacro e una ditta di famiglia<\/em><em><\/em><\/h4>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 una fotografia che circola da anni sui social media arabi: re Abdulaziz Ibn Saud, fondatore del regno dell\u2019Arabia Saudita, seduto accanto a Franklin Delano Roosevelt sul cacciatorpediniere USS Quincy nel febbraio del 1945. I due si guardano \u2014 un beduino diventato monarca assoluto di una penisola che nessuno ancora capisce bene cosa sia, e il presidente di una repubblica che sta per diventare la prima potenza mondiale \u2014 e concordano questo: gli americani avrebbero garantito sicurezza, i sauditi petrolio. Un patto semplice, brutale, duraturo e che regge ancora oggi.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Arabia Saudita \u00e8 uno di quei Paesi che si capisce meglio partendo dal presente, e risalendo a ritroso. Perch\u00e9 la sua storia non \u00e8 quella di una nazione come lo intendiamo noi \u2014 con rivoluzioni, costituzioni ed elezioni. \u00c8 la storia di una famiglia che ha conquistato un territorio, ci ha trovato sotto il petrolio, ha stretto un\u2019alleanza con i predicatori pi\u00f9 rigidi dell\u2019islam sunnita, e da quel momento in poi ha gestito tutto \u2014 la politica estera, l\u2019economia, la teologia, la vita delle persone, il prezzo del greggio mondiale. In sintesi: un Regno che \u00e8 un\u2019azienda di famiglia.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Con la fede e con la spada<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La storia comincia nel XVIII secolo, nel cuore polveroso del Nejd, l\u2019altopiano centrale della penisola arabica. Nel 1744 Muhammad ibn Saud, signore di una piccola oasi chiamata Dir\u2019iyya, stringe un\u2019alleanza con Muhammad ibn Abd al-Wahhab, predicatore che ha fatto della purificazione islamica la sua missione personale. Ibn Abd al-Wahhab era convinto \u2014 con la certezza dei riformatori religiosi che non temono mai di esagerare \u2014 che l\u2019islam del suo tempo si fosse corrotto: il culto dei santi, la venerazione delle tombe, le pratiche popolari, tutto questo era bid\u2019ah, innovazione biasimevole, deviazione dall\u2019unico islam vero, quello delle origini. Il rimedio era il ritorno al salaf, i pii antenati, e la purga, anche fisica se necessario, di tutto il resto.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019accordo tra il principe e il predicatore \u00e8 il fondamento dell\u2019Arabia Saudita moderna, e niente di quello che \u00e8 venuto dopo si capisce senza di esso. Ibn Saud avrebbe sostenuto la dottrina di Ibn Abd al-Wahhab con la spada e Ibn Abd al-Wahhab avrebbe legittimato il suo potere con la religione. Un do ut des che in Europa abbiamo conosciuto bene: il potere temporale fornisce la forza, quello religioso l\u2019ideologia.<\/p>\n\n\n\n<p>Il wahhabismo \u2014 o salafismo, come preferisce definirsi nella sua versione pi\u00f9 contemporanea, per sfuggire all\u2019etichetta geograficamente limitante \u2014 \u00e8 una corrente teologica che non ammette sfumature. Non c\u2019\u00e8 spazio per l\u2019interpretazione allegorica, per la filosofia islamica, per il sufismo con le sue estasi mistiche, per il culto degli imam sciiti: tutto questo \u00e8 deviazione. L\u2019unica lettura \u00e8 quella letterale, l\u2019unica fonte \u00e8 il Corano e gli hadith autentici, interpretati dall\u2019unica autorit\u00e0 religiosa riconosciuta: quella dell\u2019ulema wahhabita. Questa dottrina, che nei suoi fondamenti \u00e8 una forma di islam minoritario e periferico \u2014 lo storico Hamid Algar nel suo libro su Ibn Abd al-Wahhab la definisce senza troppi giri di parole \u00abuna deviazione settaria\u00bb \u2014, avrebbe inondato il mondo musulmano grazie a un meccanismo moltiplicatore che nessuno aveva previsto: il petrolio e i soldi, tanti soldi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo Stato saudita \u2014 Dir\u2019iyya \u2014 viene distrutto dagli ottomani nel 1818. Il secondo collassa per conflitti interni nel 1891. Il terzo \u2014 quello che esiste ancora oggi \u2014 nasce nel 1902, quando Abdulaziz ibn Abd ar-Rahman Al Saud, detto Ibn Saud, prende Riyadh con un colpo di mano leggendario: trenta uomini scalano le mura di notte e uccidono il governatore rivale all\u2019alba. Da quel momento fino al 1932, Ibn Saud conquista sistematicamente tutta la penisola arabica \u2014 l\u2019Hejaz con le citt\u00e0 sante di Mecca e Medina (a spese della dinastia Hashemita che dovr\u00e0 accontentarsi del Regno di Giordania), il Najd, l\u2019Al-Ahsa sul Golfo Persico \u2014 unificandola in un unico regno che prende il nome dalla sua famiglia. Nel 1932 nasce ufficialmente il Regno dell\u2019Arabia Saudita. Sei anni dopo gli americani della Standard Oil of California trovano il petrolio: la dinastia aveva appena consolidato il suo potere, e l\u2019universo (per alcuni Allah in persona) gli consegnava il mezzo per mantenerlo in eterno.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La pompa di benzina del mondo<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Bisogna fare un piccolo sforzo di immaginazione per capire cosa significasse, nel 1938, trovare petrolio in Arabia Saudita. Non c\u2019era quasi niente: qualche oasi, carovaniere, pastori nomadi, citt\u00e0 commerciali lungo le coste. La modernit\u00e0 \u2014 intesa come strade, ospedali, scuole, amministrazione pubblica \u2014 era pressoch\u00e9 assente. L\u2019economia era quella del pellegrinaggio a La Mecca e del commercio carovaniero. Ibn Saud era un monarca medievale che governava un territorio medievale con strumenti medievali. Il petrolio non cambi\u00f2 soltanto le finanze del regno ma la natura stessa del potere. Tra il 1938 e il 1970, la produzione saudita cresce in modo esponenziale. L\u2019Aramco \u2014 Arabian American Oil Company \u2014 gestisce gli impianti, forma i tecnici, porta la tecnologia. Gli americani incassano la quota maggiore dei profitti, i sauditi incassano le royalties e usano quel denaro per mettere in piedi uno Stato che altrimenti non avrebbero potuto costruire. \u00c8 un modello coloniale attenuato, temperato dall\u2019interesse reciproco: gli americani hanno bisogno del petrolio, i sauditi hanno bisogno delle armi e della protezione a stelle e strisce; un matrimonio di interesse, di quelli che durano.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1960 l\u2019Arabia Saudita \u00e8 tra i fondatori dell\u2019OPEC \u2014 l\u2019Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio \u2014, insieme a Iran, Iraq, Kuwait e Venezuela. L\u2019obiettivo dichiarato \u00e8 coordinare le politiche di produzione per stabilizzare i prezzi, quello reale \u00e8 riprendere il controllo di una risorsa che \u00e8 tecnicamente dei Paesi produttori ma nella pratica \u00e8 gestita dalle grandi compagnie occidentali. Il processo di nazionalizzazione dell\u2019Aramco sar\u00e0 lungo \u2014 si conclude formalmente solo nel 1988 \u2014 ma la direzione \u00e8 chiara: il petrolio torna ai sauditi. Il momento di massima potenza della grande pompa di benzina saudita arriva nell\u2019ottobre del 1973. La guerra dello Yom Kippur \u2014 Egitto e Siria attaccano Israele che risponde con il pieno sostegno americano \u2014 fornisce ai Paesi arabi dell\u2019OPEC il pretesto per usare il petrolio come arma politica. L\u2019embargo verso gli Stati Uniti e i suoi alleati produce uno shock senza precedenti: in pochi mesi il prezzo del greggio quadruplica, passando da circa tre dollari al barile a quasi dodici. Arriveranno le code ai distributori, il razionamento della benzina, le domeniche senza automobili per fare capire agli occidentali quanto la loro prosperit\u00e0 dipenda da una pompa nel deserto del Nejd.<\/p>\n\n\n\n<p>La crisi del 1973 non \u00e8 soltanto un evento economico: \u00e8 un momento di rivelazione geopolitica. Per la prima volta dal 1945, i Paesi del Terzo Mondo \u2014 o almeno alcuni di essi \u2014 dimostrano di poter ricattare le grandi potenze industriali. Henry Kissinger, che in quegli anni amministra la politica estera americana, capisce che il rapporto con Riyadh va ridefinito su basi pi\u00f9 solide. Nasce il sistema dei petrodollari: i sauditi vendono il petrolio in dollari, reinvestono i profitti in titoli del Tesoro americano e in armamenti americani, gli americani, un\u2019altra volta, si sobbarcano la sicurezza del regime. Un circolo virtuoso per entrambe le parti \u2014 e vizioso per chiunque viva nelle vicinanze.<\/p>\n\n\n\n<p>La seconda crisi petrolifera arriva nel 1979, sull\u2019onda della rivoluzione khomeinista in Iran e della successiva guerra Iran-Iraq. I prezzi tornano a salire, il mondo occidentale torna a tremare. Ma questa volta c\u2019\u00e8 anche un altro elemento: la rivoluzione iraniana non \u00e8 solo una crisi energetica, \u00e8 una sfida teologica e politica all\u2019ordine saudita. Khomeini sostiene che i Saud siano corrotti, indegni di custodire i luoghi santi e servi degli americani. Come diceva Nenni: \u00abquando fai il puro arriva uno pi\u00f9 puro che ti epura\u00bb. Parte allora una competizione per la leadership del mondo islamico che dura ancora oggi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Allah, il re e la Costituzione che non c\u2019\u00e8 (come il Parlamento, i partiti, la stampa libera)<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Arabia Saudita non ha una costituzione scritta o, meglio, la sua costituzione \u00e8 il Corano. Il Basic Law of Governance del 1992 \u2014 il documento pi\u00f9 vicino a una carta fondamentale che il Regno possieda \u2014 recita esplicitamente all\u2019articolo primo che \u00abit regno dell\u2019Arabia Saudita \u00e8 uno Stato arabo islamico sovrano. La sua religione \u00e8 l\u2019islam. La sua costituzione \u00e8 il libro di Dio Onnipotente e la Sunnah del Suo Profeta\u00bb. Non c\u2019\u00e8 separazione dei poteri, non c\u2019\u00e8 parlamento eletto, non c\u2019\u00e8 partito politico, non c\u2019\u00e8 libert\u00e0 di stampa, non c\u2019\u00e8 sindacato. Il re \u00e8 il capo dello Stato, il capo del governo, il custode dei luoghi santi e il comandante delle forze armate. Il sistema istituzionale saudita poggia su tre gambe. La prima \u00e8 la famiglia reale \u2014 migliaia di principi, alcuni influenti, molti parassitari, tutti parte di un sistema clientelare che distribuisce rendite petrolifere in cambio di fedelt\u00e0. La seconda \u00e8 l\u2019establishment religioso \u2014 l\u2019ulema wahhabita, organizzato attorno al Consiglio degli Alti Ulema, che legittima il potere reale in cambio del controllo sull\u2019istruzione, sulla giustizia e sulla vita morale della popolazione. La terza \u00e8 l\u2019esercito e i servizi di sicurezza, che garantiscono la stabilit\u00e0 interna e dipendono direttamente dal re. Questo sistema ha una logica interna: il regime compra il consenso con le rendite petrolifere (sussidi, servizi gratuiti, assenza di tasse dirette per i cittadini), legittima il proprio potere con la religione (siamo i custodi delle citt\u00e0 sante, governiamo in nome di Dio), e reprime il dissenso con gli apparati di sicurezza. \u00c8 un triangolo stabile finch\u00e9 il petrolio dura, finch\u00e9 i predicatori sono compiacenti e finch\u00e9 nessuno da fuori rompe l\u2019equilibrio. Tutte e tre queste condizioni sono messe sotto pressione nell\u2019Arabia Saudita di oggi.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 un aspetto del sistema che merita una nota a parte: la Mutawween, la polizia religiosa, nota anche come haia \u2014 \u00abCommissione per la promozione della virt\u00f9 e la prevenzione del vizio\u00bb. Per decenni, questi uomini con bastoni e barbe lunghe hanno pattugliato i centri commerciali, separato i sessi negli spazi pubblici, chiuso i negozi durante le preghiere, arrestato le donne non accompagnate da un mahram (un tutore maschio). Un potere capillare, ottuso e umiliante, che ha condizionato la vita quotidiana di milioni di persone. Mohammed bin Salman li ha ridimensionati drasticamente dopo il 2017 \u2014 togliendo loro il potere di arresto \u2014, ma il fatto che siano esistiti per decenni in quella forma la dice lunga su cosa significhi vivere in un Paese in cui la teologia e la polizia sono la stessa cosa.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La Mecca travel agency<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 qualcosa di vagamente perturbante (e fortemente ironico) nel fatto che la citt\u00e0 pi\u00f9 sacra dell\u2019islam assomigli sempre di pi\u00f9 a Las Vegas. La Mecca, che ogni musulmano \u00e8 tenuto a visitare almeno una volta nella vita \u2014 il hajj, il pellegrinaggio, \u00e8 uno dei cinque pilastri dell\u2019islam \u2014, \u00e8 oggi circondata da grattacieli di lusso, catene alberghiere internazionali e centri commerciali. Le Makkah Royal Clock Tower, inaugurate nel 2012, sono visibili dalla Masjid al-Haram, la Grande Moschea che ospita la Kaaba: torri di vetro e acciaio che schiacciano simbolicamente il cuore della spiritualit\u00e0 islamica sotto il peso dell\u2019industria dell\u2019ospitalit\u00e0 cinque stelle. I sauditi hanno trasformato il pellegrinaggio in una macchina economica formidabile. Circa due milioni di fedeli ogni anno per il hajj, altrettanti o di pi\u00f9 per la umra \u2014 il pellegrinaggio minore, praticabile in qualsiasi periodo dell\u2019anno \u2014: alberghi, voli, catering, trasporti, souvenir. L\u2019Arabia Saudita incassa miliardi di dollari dalla devozione. Una contraddizione che non passa inosservata a chi crede che la vocazione del wahhabismo sia la sobriet\u00e0 e il rifiuto del superfluo. Ibn Abd al-Wahhab avrebbe probabilmente demolito le Makkah Royal Clock Tower come idoli moderni. I suoi eredi ne affittano le suite a 2.000 dollari a notte.<\/p>\n\n\n\n<p>Mecca e Medina sono vietate ai non musulmani \u2014 una delle poche restrizioni al turismo che rimane inviolata. Tutto il resto dell\u2019Arabia Saudita si \u00e8 aperto agli stranieri solo di recente: fino al 2019, i visti turistici praticamente non esistevano. Mohammed bin Salman li ha introdotti come parte della sua strategia di diversificazione economica. Il risultato \u00e8 che oggi si pu\u00f2 andare a visitare le rovine nabatee di Al-Ula, fare snorkeling nel Mar Rosso, sciare sulla neve artificiale di uno ski resort costruito nel deserto di Neom. Un Paese che per settant\u2019anni ha detto al mondo \u00abnon siete i benvenuti\u00bb ora chiede al mondo di venire a spendere soldi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Esportare carburante e fondamentalisti<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>A partire dagli anni Settanta, con l\u2019esplosione delle entrate petrolifere, l\u2019Arabia Saudita ha iniziato un programma sistematico di esportazione del wahhabismo. Non \u00e8 un piano segreto \u2014 \u00e8 una politica dichiarata, sostenuta dallo Stato e dalla famiglia reale: costruire moschee, fondare scuole coraniche (madrasse), finanziare organizzazioni islamiche in Africa, Asia, Europa, America. L\u2019obiettivo dichiarato \u00e8 la diffusione dell\u2019islam \u00abutentico\u00bb. L\u2019effetto collaterale \u00e8 la diffusione di una versione dell\u2019islam intransigente, antisciita, spesso antioccidentale, in Paesi che avevano tradizioni islamiche ben diverse. Le stime sono difficili da verificare con precisione, ma alcuni ricercatori parlano di 75-100 miliardi di dollari spesi tra il 1975 e il 2002 per la diffusione del wahhabismo nel mondo. Gilles Kepel, nel suo La jihad. Ascesa e declino, descrive minuziosamente come questo denaro abbia trasformato il panorama islamico globale: le moschee salafite nei suburbs europei, le madrasse pakistane che formano i talebani, le organizzazioni islamiste in Indonesia e Malaysia, la rifondazione in chiave wahhabita di comunit\u00e0 musulmane africane che per secoli avevano praticato un islam sincretico e pacifico. L\u2019Arabia ha fatto con il wahhabismo quello che l\u2019Unione Sovietica faceva con il marxismo-leninismo: esportare un\u2019ideologia rivoluzionaria attraverso organizzazioni finanziate dallo Stato. La differenza \u00e8 che i sovietici almeno avevano la coerenza di essere atei. I sauditi esportavano il radicalismo religioso di giorno e trattavano con l\u2019America capitalista di notte. Una schizofrenia ideologica che alla lunga ha prodotto risultati imprevedibili e, l\u201911 settembre del 2001, catastrofici.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>uomo che i sauditi hanno creato e fingono di non conoscere<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Osama bin Laden nasce a Riyadh nel 1957 da una famiglia di costruttori yemeniti arricchitisi con gli appalti sauditi, un\u2019educazione wahhabita ricevuta nelle migliori scuole del Regno, una formazione universitaria in ingegneria a Gedda, il vanto di parlare un arabo colto e raffinato, \u00e8 il prodotto tipico di quella classe colta e radicalizzata che il sistema saudita ha allevato per decenni. Quando nel 1979 i sovietici invadono l\u2019Afghanistan, bin Laden parte come volontario \u2014 come migliaia di altri giovani arabi reclutati, finanziati e armati con il pieno sostegno dell\u2019Arabia Saudita, del Pakistan e \u2014 immancabilmente \u2014 della CIA. I mujahidin afghani sono i \u00abcombattenti della libert\u00e0\u00bb che Reagan celebra alla Casa Bianca: i nemici del comunismo, quindi amici dell\u2019Occidente. Il problema inizia quando i sovietici se ne vanno. I combattenti addestrati e indottrinati tornano nei loro Paesi d\u2019origine \u2014 Algeria, Egitto, Arabia Saudita \u2014 e portano con s\u00e9 una visione del mondo in cui la jihad armata \u00e8 non solo lecita ma obbligatoria, convinti, in pi\u00f9, di avere abbattuto il comunismo. Bin Laden prende una svolta definitiva nel 1990, quando l\u2019Arabia Saudita accetta le basi militari americane sul suo territorio per liberare il Kuwait dall\u2019invasione irachena. Per lui \u00e8 un tradimento intollerabile: le truppe degli infedeli nella terra delle citt\u00e0 sante. Offre ai sauditi di difendere il regno con i suoi veterani afghani. Gli viene riso in faccia, e lui mette in piedi la pi\u00f9 famosa organizzazione terroristica del XXI secolo.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u201911 settembre 2001 rivela al mondo una verit\u00e0 scomoda che i sauditi avevano accuratamente oscurato: quindici dei diciannove dirottatori erano cittadini sauditi. Non erano marginali della societ\u00e0, non venivano dalle banlieue di Parigi o dai campi profughi in Medioriente: erano figli di famiglie saudite medie, prodotti di scuole coraniche, formati in quell\u2019ambiente di radicalismo teologico che lo Stato saudita aveva finanziato e incoraggiato per decenni. La Commissione del Congresso americano sull\u201911 settembre sollev\u00f2 questioni spinose sui finanziamenti sauditi. Alcune pagine del rapporto restarono segrete per quattordici anni e quando furono declassificate nel 2016 non contenevano prove definitive di complicit\u00e0 statale, ma abbastanza materiale per confermare che il confine tra la famiglia reale e i finanziatori del terrorismo era straordinariamente poroso.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il libro nero dei diritti umani<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ogni anno Amnesty International e Human Rights Watch pubblicano i loro rapporti sull\u2019Arabia Saudita, e ogni anno il lettore che li sfoglia con attenzione si trova di fronte a un catalogo di orrori che sembra uscito da un romanzo gotico. Non perch\u00e9 la violazione dei diritti umani sia rara nel mondo, ma perch\u00e9 in pochi Paesi la repressione \u00e8 cos\u00ec sistematica, cos\u00ec istituzionalizzata, cos\u00ec esibita.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Arabia Saudita \u00e8 una delle nazioni con il pi\u00f9 alto tasso di esecuzioni capitali al mondo. Nel 2022 ha eseguito 196 esecuzioni \u2014 il numero pi\u00f9 alto degli ultimi trent\u2019anni. Le esecuzioni avvengono per decapitazione, a volte seguita dalla crocifissione del corpo che viene esposto in pubblico come monito. La flagellazione \u00e8 una pena ordinaria. Le confessioni ottenute con la coercizione sono ammesse in tribunale. Il sistema giudiziario \u00e8 gestito da giudici religiosi \u2014 i qadi \u2014 che applicano una versione particolarmente rigida della sharia. Non c\u2019\u00e8 codice penale scritto per molti reati: il giudice decide sulla base della sua interpretazione dei testi islamici. Questo garantisce una discrezionalit\u00e0 enorme, spesso usata contro dissidenti politici, giornalisti, attivisti. La blasfemia, l\u2019apostasia, l\u2019ateismo, sono teoricamente punibili con la morte anche se, negli ultimi anni, si preferisce la prigione a lungo termine.<\/p>\n\n\n\n<p>Raif Badawi, blogger condannato nel 2014 a dieci anni di carcere e mille frustate per \u00abinsusto all\u2019islam\u00bb tramite il suo sito web, \u00e8 diventato il simbolo internazionale di questa repressione. Mille frustate, da eseguire in pubblico in lotti da cinquanta. Le prime cinquanta furono eseguite nel gennaio 2015; le successive furono sospese per \u00abragioni mediche\u00bb \u2014 il corpo di Badawi non guariva abbastanza in fretta. Il caso suscit\u00f2 proteste internazionali. I sauditi non modificarono la sentenza. Badawi fu liberato nel 2022, ma con il divieto di lasciare il Paese per dieci anni. C\u2019\u00e8 poi la questione della minoranza sciita, concentrata soprattutto nella provincia orientale (Al-Ahsa), la stessa dove si trovano i principali giacimenti petroliferi. Gli sciiti sono discriminati sistematicamente nell\u2019impiego pubblico, nell\u2019esercito e nella magistratura. Le rivolte del 2011-2012, soffocate nel sangue, produssero decine di condanne a morte eseguite in blocco nel 2016 \u2014 tra cui quella dello sceicco Nimr al-Nimr, figura religiosa sciita la cui unica colpa era predicare contro il regime.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le donne<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Da anni, la questione simbolo della condizione femminile in Arabia Saudita \u00e8 stata la guida dell\u2019automobile. Le donne non potevano guidare \u2014 erano l\u2019unico Paese al mondo con questo divieto. Mohammed bin Salman ha eliminato il divieto nel 2018, e i media internazionali hanno celebrato l\u2019evento come una svolta epocale. Non volendo essere ingeneroso, dir\u00f2 che \u00e8 stata effettivamente una svolta, nel senso in cui l\u2019abolizione di una norma assurda e discriminatoria \u00e8 sempre qualcosa di buono, ma ridurre la condizione delle donne saudite alla questione della patente \u00e8 un po\u2019 come ridurre l\u2019apartheid sudafricano alla presenza dei bagni separati per il colore della pelle. Il nodo fondamentale rimane il sistema della tutela maschile \u2014 il mahram o wilaya. Ogni donna saudita \u00e8 formalmente soggetta a un tutore maschio: prima il padre, poi il marito, in mancanza il fratello o lo zio o persino il figlio. Per decenni, le donne non potevano viaggiare all\u2019estero, aprire un conto in banca, sottoscrivere un contratto, ricoverarsi in ospedale, sposarsi o divorziare senza il consenso del tutore. Bin Salman ha ridotto \u2014 non eliminato \u2014 queste restrizioni: oggi le donne sopra i ventuno anni possono ottenere il passaporto e viaggiare autonomamente ma il sistema di tutela nella sua sostanza rimane; un po\u2019 poco per parlare di \u00abnuovo rinascimento arabo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Le attiviste per i diritti delle donne che hanno combattuto per queste riforme \u2014 tra cui Loujain al-Hathloul, la pi\u00f9 nota \u2014 sono state arrestate proprio nei mesi in cui le riforme venivano annunciate: un tempismo che la dice lunga sulle priorit\u00e0 del regime. Al-Hathloul \u00e8 stata detenuta per quasi tre anni, sottoposta \u2014 secondo le sue testimonianze e quelle dei familiari \u2014 a torture e violenze sessuali in carcere. Rilasciata nel 2021, resta sotto libert\u00e0 vigilata. Il messaggio implicito \u00e8 trasparente: le riforme le decide il principe, non le attiviste. Chi si permette di chiederle prima che il principe le conceda viene punito. Le donne rappresentano oggi circa il trenta per cento della forza lavoro \u2014 una percentuale in crescita; possono accedere agli stadi, ai concerti, ai ristoranti misti. Formalmente, molto \u00e8 cambiato. Ma il sistema patriarcale sottostante \u2014 sorretto dalla teologia wahhabita e dalla cultura tribale \u2014 \u00e8 pi\u00f9 duro delle leggi che lo esprimono.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il principe nuovo e vecchio<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Mohammed bin Salman \u2014 MBS, come lo chiamano tutti \u2014 \u00e8 nato nel 1985, il quindicesimo figlio di re Salman. Non era destinato al trono: c\u2019erano troppi zii, troppi cugini, troppi fratelli maggiori davanti a lui. Ma tra il 2015 e il 2017, con una velocit\u00e0 che ha stupito anche i pi\u00f9 ferrati osservatori dell\u2019Arabia Saudita, ha eliminato sistematicamente tutti i rivali \u2014 con arresti, defenestrazioni, accordi \u2014 e si \u00e8 installato come principe ereditario e di fatto co-reggente del regno. Suo padre, re Salman, novant\u2019anni e la salute malferma, MBS governa.<\/p>\n\n\n\n<p>Il suo programma si chiama \u00abVision 2030\u00bb. L\u2019obiettivo dichiarato \u00e8 diversificare l\u2019economia saudita riducendo la dipendenza dal petrolio \u2014 le entrate petrolifere che oggi rappresentano ancora circa il sessanta-settanta per cento del PIL \u2014, sviluppare il turismo, l\u2019industria dell\u2019intrattenimento, la tecnologia, il manifatturiero. Sul fronte sociale: le donne possono guidare, i concerti sono ammessi, il cinema \u00e8 tornato dopo decenni di divieto, le discoteche stanno aprendo nelle zone turistiche speciali e, ciliegina sulla torta: i Mondiali di calcio nel 2034. MBS ha anche ridimensionato il potere della polizia religiosa e avrebbe smesso di finanziare il wahhabismo all\u2019estero \u2014 o almeno cos\u00ec sostiene. Tutto questo \u00e8 reale? S\u00ec, ma c\u2019\u00e8 un rovescio della medaglia che \u00e8 altrettanto reale: MBS ha concentrato pi\u00f9 potere nelle proprie mani di qualsiasi sovrano saudita dai tempi di Ibn Saud. Nel novembre 2017 fa arrestare centinaia di principi, ministri e uomini d\u2019affari e li rinchiude nell\u2019hotel Ritz-Carlton di Riyadh, ufficialmente per una campagna anticorruzione, in realt\u00e0 per farsi dare soldi e potere. Sequestrati ma con un catering di lusso e le immancabili suite da duemila dollari a notte; c\u2019\u00e8 dell\u2019inarrivabile umorismo in tutto ci\u00f2. In ogni caso, chiunque possa rappresentare una minaccia politica viene neutralizzato o costretto a versare miliardi.<\/p>\n\n\n\n<p>La modernizzazione di MBS ha una logica precisa: svecchiare l\u2019Arabia Saudita quanto basta per mantenerla competitiva nell\u2019economia globale e per acquietare una popolazione giovane e sempre pi\u00f9 irrequieta \u2014 il sessanta per cento dei sauditi ha meno di trent\u2019anni \u2014, senza per\u00f2 concedere nulla sul piano politico. Concerti s\u00ec, parlamento no. Cinema s\u00ec, libert\u00e0 di stampa no. Donne al volante s\u00ec, attivisti in prigione s\u00ec. \u00c8 la modernizzazione come cosmesi: si cambia la superficie per non cambiare la struttura.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il caso Khashoggi<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 2 ottobre 2018, Jamal Khashoggi entra nel consolato saudita di Istanbul per ottenere documenti relativi al suo futuro matrimonio. Non ne uscir\u00e0 mai. Giornalista e commentatore, un tempo consulente della famiglia reale, poi diventato critico di MBS sulle pagine del Washington Post, Khashoggi viene assassinato all\u2019interno del consolato da un commando di quindici agenti sauditi arrivati appositamente da Riyadh. Il suo corpo viene smembrato e i resti, secondo alcune ricostruzioni, vengono disciolti in acido. L\u2019operazione \u00e8 di una brutalit\u00e0 e di un\u2019incompetenza uniche: i turchi avevano il consolato sotto sorveglianza e registrarono tutto. La CIA, nella sua valutazione, concluse che MBS aveva \u00abapprovato\u00bb l\u2019operazione. I sauditi prima negarono, poi ammisero l\u2019omicidio ma sostennero che si trattava di un\u2019operazione \u00abdeviata\u00bb non autorizzata dal principe. Sedici agenti furono condannati da tribunali sauditi a pene varie; nessuno scont\u00f2 la condanna completa, e i \u00abcervelli\u00bb dell\u2019operazione \u2014 gli ufficiali pi\u00f9 vicini a MBS \u2014 furono prosciolti. La reazione internazionale fu rumorosa nei giorni immediatamente successivi ma si esaur\u00ec in poche settimane. Germania e Canada sospesero i contratti per la vendita di armi, l\u2019America di Trump non fece nulla. Poi tutto torn\u00f2 come prima e il presidente Biden, che in campagna elettorale aveva promesso di trattare l\u2019Arabia Saudita come uno \u00abStato paria\u00bb, si rec\u00f2 a Riyadh nell\u2019estate del 2022 e salut\u00f2 MBS con il famoso fist bump (pugno contro pugno). Il petrolio vale pi\u00f9 del sangue di un giornalista.<\/p>\n\n\n\n<p>Il caso Khashoggi mostra come funziona il sistema di impunit\u00e0 che circonda i potenti quando siedono sopra un giacimento petrolifero. I principi del diritto internazionale, la tutela dei giornalisti, la responsabilit\u00e0 per i crimini commessi all\u2019estero: tutto svanisce davanti alla necessit\u00e0 di mantenere i prezzi del petrolio a un livello accettabile e di non destabilizzare i mercati. Sono retorico? Pu\u00f2 essere, ma \u00e8 la verit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Arabia e Iran: la sfida religiosa, economica e militare<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Per capire la politica estera saudita degli ultimi quarant\u2019anni bisogna guardare all\u2019Iran. Per i sauditi l\u2019Iran non \u00e8 semplicemente un rivale politico ed economico. \u00c8 una minaccia esistenziale su tre livelli simultanei: religioso (sciiti contro sunniti), etnico (persiani contro arabi) e geopolitico (un asse iraniano che dal Libano alla Siria, dall\u2019Iraq allo Yemen, circonda l\u2019Arabia Saudita come una mezzaluna ostile).<\/p>\n\n\n\n<p>La rivoluzione del 1979 \u00e8 il punto di svolta. Khomeini non si limita a rovesciare lo Sci\u00e0: propone un modello alternativo di governo islamico \u2014 la velayat-e faqih, la tutela del giurista islamico \u2014 che \u00e8 una sfida diretta alla legittimit\u00e0 saudita. Se l\u2019Iran sciita pu\u00f2 governare in nome di Dio, perch\u00e9 non dovrebbe farlo anche sul Golfo? Se i custodi delle citt\u00e0 sante sono corrotti e servi degli americani, chi li pu\u00f2 deporre? La rivoluzione iraniana non \u00e8 solo una rivoluzione: \u00e8 un\u2019idea esportabile, e i sauditi lo capiscono immediatamente. La loro prima risposta \u00e8 sostenere Saddam Hussein nella guerra contro l\u2019Iran (1980-1988): decine di miliardi di dollari di finanziamenti, armi, sostegno diplomatico. L\u2019obiettivo \u00e8 semplice: tenere l\u2019Iran occupato, preferibilmente esausto. La guerra si conclude con un milione di morti e nessun vincitore, il che per i sauditi \u00e8 gi\u00e0 un buon risultato. Dopo il 2003, con la caduta di Saddam e l\u2019ascesa di un Iraq governato da una maggioranza sciita filoiraniana, il senso di accerchiamento saudita cresce. L\u2019\u00abasse della resistenza\u00bb \u2014 Iran, Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi in Yemen, le milizie sciite in Iraq e Siria \u2014 \u00e8 percepito a Riyadh come una strategia di contenimento sistematico. La risposta saudita oscilla tra il finanziamento di forze sunnite antagoniste e l\u2019intervento militare diretto, come nello Yemen dal 2015.<\/p>\n\n\n\n<p>La guerra nello Yemen merita un paragrafo a parte. Nel 2014-2015, gli Houthi \u2014 un movimento armato sciita di ceppo zaidita, sostenuto dall\u2019Iran \u2014 prendono la capitale Sanaa e avanzano verso il sud. L\u2019Arabia Saudita guida una coalizione militare araba che interviene con bombardamenti aerei. Il risultato, dopo quasi dieci anni di conflitto, \u00e8 la peggiore crisi umanitaria del mondo: centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, colera, carestia. La coalizione saudita ha bombardato ospedali, scuole, e feste di matrimonio. Gli Houthi hanno lanciato missili su Riyadh e droni sugli impianti petroliferi. Il conflitto si \u00e8 cristallizzato in una guerra di posizione che non ha vincitori, solo vittime \u2014 quasi tutte yemenite.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 2023 la Cina ha mediato un accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran \u2014 uno dei gesti diplomatici pi\u00f9 sorprendenti degli ultimi anni, e un segnale che Pechino sta riempiendo spazi che Washington lascia vuoti. L\u2019accordo ha ridotto le tensioni senza eliminarle; poi, con l\u2019attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, tutto il quadro regionale \u00e8 tornato in movimento. Tra le altre cose, i sauditi hanno trovato in Yemen un nuovo e inatteso nemico: gli Emirati Arabi Uniti.<\/p>\n\n\n\n<p>Con l\u2019attacco americano e israeliano all\u2019Iran del 28 febbraio 2026, tuttora in corso, si \u00e8 passati dallo scontro indiretto a quello diretto e missili e droni iraniani hanno iniziato a volare minacciosi sopra i cieli dell\u2019Arabia Saudita.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Israele, Hamas e il triangolo impossibile<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Prima del 7 ottobre 2023, la tendenza era chiara: l\u2019Arabia Saudita si stava avvicinando a Israele. Gli Accordi di Abramo del 2020 \u2014 promossi da Trump e firmati da Emirati Arabi, Bahrain, Sudan e Marocco \u2014 avevano gi\u00e0 normalizzato i rapporti di quattro Paesi arabi con lo Stato ebraico. I sauditi erano il pezzo pi\u00f9 ambito: un\u2019intesa con Riyadh avrebbe significato che il Paese che ospita i luoghi pi\u00f9 sacri dell\u2019islam riconosceva Israele, cambiando definitivamente il paradigma della politica araba. Le trattative erano avanzate. MBS aveva fatto capire che la normalizzazione era possibile in cambio di garanzie di sicurezza, sostegno a un programma nucleare civile saudita, e concessioni \u2014 vaghe, reversibili \u2014 ai palestinesi. Netanyahu era interessato, gli USA pure, la strada sembrava spianata.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi \u00e8 arrivato il 7 ottobre. Hamas, con un attacco di proporzioni inaudite, interruppe ogni processo di normalizzazione e trascin\u00f2 la regione in una guerra che ha cambiato tutto. I sauditi si trovarono in una posizione scomoda: non potevano appoggiare apertamente Israele mentre le immagini di Gaza circolavano sui social media arabi. Ma non potevano nemmeno appoggiare Hamas, che \u00e8 una fazione legata ai Fratelli Musulmani \u2014 il movimento politico islamista che i sauditi considerano una delle minacce principali alla propria stabilit\u00e0. Il risultato \u00e8 stato un\u2019astensione pragmatica: condanne verbali dell\u2019operazione israeliana a Gaza, nessuna azione concreta, corridoi diplomatici tenuti aperti. Gli attacchi israeliani e americani all\u2019Iran hanno rimescolato ulteriormente le carte: i sauditi, che temono l\u2019Iran ma temono anche un Medio Oriente in fiamme, si sono trovati a dover gestire una crisi che non hanno provocato ma che li riguarda.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>I vicini scomodi<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Arabia Saudita non \u00e8 in guerra aperta solo con l\u2019Iran. Nel cortile di casa le relazioni con i vicini del Golfo sono state, negli ultimi anni, di una complessit\u00e0 che sconfina nel paradosso.<\/p>\n\n\n\n<p>Il caso Qatar \u00e8 il pi\u00f9 clamoroso. Nel 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto rompono le relazioni diplomatiche con il Qatar e impongono un blocco terrestre, aereo e marittimo. Le accuse: finanziamento al terrorismo, relazioni con l\u2019Iran, sostegno ai Fratelli Musulmani tramite Al Jazeera (la pi\u00f9 importante televisione del mondo arabo). Il Qatar \u2014 piccolo paese ricchissimo di gas, che ospita la pi\u00f9 grande base militare americana del Medio Oriente \u2014 risponde con fermezza: apre nuove rotte commerciali, rafforza le relazioni con la Turchia e l\u2019Iran, e non cede alle tredici richieste presentate dai Paesi del blocco (tra cui la chiusura di Al Jazeera, la pi\u00f9 irricevibile). Il blocco dura quasi quattro anni, fino al gennaio 2021, quando una riconciliazione \u2014 mediata tra gli altri dalla Turchia \u2014 pone formalmente fine alla crisi. I dissapori, per\u00f2, restano.<\/p>\n\n\n\n<p>Con gli Emirati Arabi Uniti la situazione \u00e8 pi\u00f9 sfumata, ma non meno tesa. Abu Dhabi e Riyadh sono alleati strutturali, entrambi monarchie assolute sunnite e grandi produttori di idrocarburi ma competono ferocemente per la leadership regionale. Dubai \u00e8 la metropoli globale che Riyadh vorrebbe diventare, Abu Dhabi \u00e8 il polo finanziario e culturale che il fondo sovrano saudita PIF cerca di emulare. La competizione tra i due modelli \u00e8 silenziosa ma reale.<\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto con il Bahrain \u00e8 diverso ancora. Il piccolo emirato insulare \u00e8 governato da una monarchia sunnita su una popolazione a maggioranza sciita. Nel 2011, quando le proteste della Primavera Araba arrivano anche a Manama, i sauditi intervengono militarmente con le truppe del Consiglio di Cooperazione del Golfo per schiacciare le manifestazioni. \u00c8 un intervento in un Paese straniero, che viene giustificato con la minaccia iraniana e stabilisce un precedente: i sauditi non tollereranno rivoluzioni nel loro cortile.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il sogno di Neom e la schiavit\u00f9 del barile<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La sfida pi\u00f9 seria che l\u2019Arabia Saudita deve affrontare \u00e8 quella che gli economisti chiamano la \u00abmaledizione delle risorse\u00bb: quando un Paese dipende da un\u2019unica risorsa naturale per il proprio reddito, tende a non sviluppare le istituzioni, le competenze e la diversificazione necessarie a sopravvivere alla fine di quella risorsa. Il petrolio non durer\u00e0 per sempre \u2014 non tanto perch\u00e9 si esaurir\u00e0 fisicamente, ma perch\u00e9 la transizione energetica globale ne ridurr\u00e0 sistematicamente la domanda. L\u2019Arabia Saudita lo sa e Vision 2030 \u00e8 la risposta. Neom \u00e8 il progetto simbolo di questa risposta: una citt\u00e0 del futuro da costruire nel deserto del nordovest, costata finora centinaia di miliardi di dollari \u2014 The Line, una citt\u00e0 lineare lunga 170 chilometri senza automobili; Trojena, una stazione sciistica di lusso; Sindalah, un resort marino. \u00c8 un\u2019utopia da fantascienza, o forse una distopia, a seconda dei gusti. Migliaia di beduini della trib\u00f9 Howeitat sono stati espulsi con la forza dalla zona di costruzione \u2014 chi ha protestato \u00e8 stato arrestato, uno \u00e8 stato ucciso. Il progetto procede con molta pi\u00f9 lentezza del previsto: i costi sono esplosi, le scadenze sono slittate e molte delle promesse pi\u00f9 visionarie sono state ridimensionate.<\/p>\n\n\n\n<p>La diversificazione economica \u00e8 comunque reale su alcuni fronti: il turismo cresce, l\u2019industria dell\u2019intrattenimento esiste dove prima non esisteva, le donne entrano nel mercato del lavoro. Ma i fondamentali non cambiano: il petrolio \u00e8 ancora la spina dorsale dell\u2019economia, e finch\u00e9 il petrolio c\u2019\u00e8, l\u2019urgenza della riforma \u00e8 gestibile. La visione del futuro saudita sembra essere: economia moderna, societ\u00e0 moderatamente (assai moderatamente) liberale nei consumi, potere politico assoluto concentrato in un solo uomo. Una formula che ha dei precedenti nel mondo \u2014 Singapore nella versione Lee Kuan Yew, la Cina nella versione Xi Jinping \u2014 e che funziona, almeno per chi detiene il potere.<\/p>\n\n\n\n<p>Il problema del wahhabismo rimane. MBS lo ha secolarizzato nelle sue applicazioni pratiche \u2014 ha ridotto il ruolo dell\u2019ulema, ha ignorato le loro fatwe pi\u00f9 restrittive \u2014, ma non l\u2019ha demolito come sistema di legittimazione. Il giorno in cui il principe avesse bisogno di mobilitare l\u2019opinione religiosa, il wahhabismo sarebbe l\u00ec, pronto. \u00c8 una riserva ideologica che si pu\u00f2 congelare ma non smaltire.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Una conclusione provvisoria<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ibn Khaldun \u2014 il Machiavelli tunisino del XIV secolo, il pi\u00f9 acuto analista del potere politico del mondo islamico \u2014 ha spiegato che le dinastie hanno un ciclo naturale, come gli organismi viventi. Nascono, crescono, declinano. La solidariet\u00e0 tribale che le fonda si erode nel benessere e il lusso ammorbidisce la virt\u00f9 guerriera, infine i discendenti spendono quello che i fondatori hanno conquistato. La famiglia Saud non \u00e8 ancora alla fine del suo ciclo, MBS \u00e8 giovane, il petrolio ancora abbondante e l\u2019esercito fedele, ma le contraddizioni si accumulano: una popolazione giovane che vuole vivere come i coetanei del mondo globalizzato ma vive in uno Stato teocratico; un\u2019economia dipendente da una risorsa con una data di scadenza; una legittimit\u00e0 religiosa che si regge su una teologia che il mondo \u2014 inclusa una buona parte del mondo musulmano \u2014 rifiuta; un sistema di alleanze internazionali fondato sul cinismo reciproco che pu\u00f2 ribaltarsi al primo cambio di amministrazione a Washington o al primo crollo del prezzo del greggio.<\/p>\n\n\n\n<p>La fotografia di Ibn Saud e Roosevelt \u00e8 ancora l\u00ec, a ricordare che i patti fondativi durano. Ma sono trascorsi ottant\u2019anni. Il mondo \u00e8 cambiato. L\u2019Arabia Saudita vuole cambiare anche lei \u2014 ma a modo suo, senza pagare il prezzo che ogni cambiamento serio richiede. A Riyadh vogliono la modernit\u00e0, ma non hanno ben chiaro cosa sia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. Arabia Saudita: un regno sacro e una ditta di famiglia C\u2019\u00e8 una fotografia che circola da anni sui social media arabi: re Abdulaziz Ibn Saud, fondatore del regno dell\u2019Arabia Saudita, seduto accanto a Franklin Delano Roosevelt sul cacciatorpediniere USS Quincy nel febbraio del 1945. 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