{"id":6709,"date":"2026-03-26T17:00:00","date_gmt":"2026-03-26T16:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6709"},"modified":"2026-03-26T15:32:06","modified_gmt":"2026-03-26T14:32:06","slug":"siria-una-altro-paese-inventato","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/03\/26\/siria-una-altro-paese-inventato\/","title":{"rendered":"Dal dittatore per caso all\u2019integralista riluttante"},"content":{"rendered":"\n<h4>Il futuro della Siria dopo la caduta del regime e l\u2019arrivo degli islamisti<\/h4>\n\n\n\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un altro Paese inventato<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ogni volta che si parla di Medio Oriente, bisogna fare i conti con una colpa originale: gli accordi Sykes-Picot del 1916, con cui Francia e Gran Bretagna si spartirono le spoglie dell\u2019Impero ottomano tracciando confini a tavolino, con il righello, incuranti delle etnie, delle religioni, delle trib\u00f9 e delle rivalit\u00e0 che secoli di storia avevano depositato in quello spazio geografico. La Siria, nella sua configurazione attuale, \u00e8 figlia di quel pastrocchio. Il mandato francese, formalmente istituito dalla Societ\u00e0 delle Nazioni nel 1920, trasform\u00f2 in uno Stato quello che prima era una provincia \u2013 o meglio, una costellazione di province \u2013 dell\u2019impero sconfitto.<\/p>\n\n\n\n<p>I francesi non si limitarono ad amministrare: lavorarono sistematicamente per dividere i gruppi etnici e religiosi, nel pi\u00f9 classico stile coloniale. Favorirono le minoranze \u2013 cristiani maroniti, alawiti, drusi \u2013 come contrappeso alla maggioranza sunnita araba, che era anche la pi\u00f9 nazionalista e la pi\u00f9 insofferente all\u2019occupazione. \u00c8 un punto centrale: quella politica di promozione delle minoranze lascer\u00e0 un\u2019eredit\u00e0 tossica che avvelener\u00e0 la politica siriana (e di altri Paesi) per il resto del Novecento e oltre. Gli alawiti, in particolare, una setta eterodossa dello sciismo, vennero arruolati in massa nelle forze armate coloniali. I francesi preferivano truppe che non avessero ragioni di solidarizzare con la maggioranza sunnita \u2013 e gli alawiti, storicamente marginalizzati e poveri, avevano tutto da guadagnare dal servizio militare e poco da perdere nell\u2019identificarsi con il progetto coloniale.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019indipendenza arriv\u00f2 nel 1946, dopo anni di negoziati e resistenza. La Siria che emergeva era un paese demograficamente complesso: una maggioranza sunnita araba di circa il settanta per cento, una minoranza alawita concentrata nella regione costiera del Latakia e nelle montagne dell\u2019Alaoui, una minoranza cristiana di varie confessioni \u2013 greco-ortodossi, greco-cattolici, siro-ortodossi, armeni \u2013 che arrivava al dieci per cento della popolazione, e poi drusi, ismaeliti, yazidi, e una consistente minoranza curda nel nord-est, la regione della Jazira, nelle province di Hasakah, Raqqa e Qamishli. I curdi, linguisticamente e culturalmente distinti dagli arabi, oscillavano tra il dieci e il quindici per cento della popolazione totale, ma erano stati sistematicamente esclusi da ogni riconoscimento nazionale: non avevano lingua ufficiale, non avevano diritto alla terra e, in certi periodi, persino i nomi curdi erano vietati. Un destino amaro, quello del popolo senza nazione diviso tra Siria, Turchia, Iraq e Iran.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima fase di indipendenza fu caotica: colpi di stato a ripetizione, governi della durata di mesi, l\u2019unione con l\u2019Egitto di Nasser nella Repubblica Araba Unita (1958-1961) e la sua implosione, un altro colpo di stato, poi un altro ancora. La Siria del dopoguerra era una nazione in cerca di s\u00e9 stessa, con una classe politica divisa per bande e un esercito che considerava il potere come un affare proprio.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Chi sono gli alawiti?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Una necessaria parentesi: non si capisce cosa sia stata la Siria negli ultimi cinquant\u2019anni anni se non si conoscono gli alawiti, un ramo secondario dell\u2019Islam sciita che ha saldamente tenuto le redini del potere fino alla fuga di Assad alla fine del 2024. La comunit\u00e0 religiosa alawita rappresenta circa il dodici per cento della popolazione siriana, concentrata storicamente nella regione costiera del Latakia e nelle montagne che la sovrastano. Le loro origini risalgono al IX secolo, quando Muhammad ibn Nusayr, discepolo dell\u2019undicesimo imam sciita, fond\u00f2 una corrente che si distacc\u00f2 progressivamente dall\u2019islam mainstream fino a diventare qualcosa di difficilmente classificabile. Gli alawiti venerano Ali, cugino e genero del Profeta, con un\u2019intensit\u00e0 che va ben oltre la devozione sciita ordinaria \u2014 per loro Ali \u00e8 una manifestazione del divino, una delle tre ipostasi di Dio insieme a Muhammad e Salman al-Farisi, un compagno del Profeta elevato a rango teologico. Celebrano alcune festivit\u00e0 cristiane, tra cui il Natale e l\u2019Epifania, usano il vino nei riti religiosi, e credono nella reincarnazione. I teologi sunniti li hanno storicamente considerati eretici, mentre gli sciiti li guardano con diffidenza, anche se l\u2019Iran khomeinista, per ragioni squisitamente politiche, li ha riconosciuti come musulmani a tutti gli effetti. I riti alawiti sono tradizionalmente segreti, riservati agli iniziati maschi, il che ha alimentato nei secoli tanto il sospetto dei vicini quanto un senso di identit\u00e0 comunitaria molto coeso. Questo isolamento storico \u2014 secoli di marginalizzazione economica e diffidenza religiosa \u2014 spiega in parte perch\u00e9, quando i francesi aprirono loro le porte dell\u2019esercito coloniale, gli alawiti ci entrarono in massa: era la prima volta che qualcuno offriva loro mobilit\u00e0 sociale invece di disprezzo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il<\/strong><strong> partito Ba<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>ath e il colpo di stato permanente<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il partito Ba\u2019ath \u2013 letteralmente \u00abrinas\u00adcita\u00bb \u2013 era nato negli anni Quaranta come movimento panaraabo laico e socialista, fondato principalmente da Michel Aflaq e Salah al-Din al-Bitar, due damasceni di formazione parigina. L\u2019idea era quella di superare i particolarismi religiosi e tribali attraverso un nazionalismo arabo unitario che portasse all\u2019unificazione del mondo arabo. Tutto questo in teoria. In pratica, quando il Ba\u2019ath prese il potere con il colpo di stato del marzo 1963, quello che emerse non fu il nazionalismo arabo laico sognato dai fondatori, ma qualcosa di assai meno presentabile: una struttura di potere senza democrazia, dominata dalla minoranza alawita.<\/p>\n\n\n\n<p>Hafiz al-Assad \u2013 il nome significa letteralmente \u00abguardiano del leone\u00bb, con un narcisismo gi\u00e0 codificato nell\u2019anagrafe \u2013 sal\u00ec al potere con un ulteriore colpo di stato nel novembre 1970, quello che lui stesso chiam\u00f2 \u00abil movimento correttivo\u00bb. Aveva quarant\u2019anni, era figlio di un villaggio alawita della regione del Latakia, aveva fatto carriera nell\u2019aviazione militare, e aveva imparato tutto quello che c\u2019era da imparare sulla politica del Medio Oriente: che la sopravvivenza dipende dalla capacit\u00e0 di controllare le forze di sicurezza, di dividere gli avversari, di usare le crisi esterne per consolidare il potere interno, proclamarsi laico per piacere all\u2019Occidente (o socialista per ingraziarsi Mosca) e tenere il potere con la forza. Patrick Seale, nel suo fondamentale<\/p>\n\n\n\n<p><em>Assad: The Struggle for the Middle East<\/em> (1988), descrive un uomo di straordinaria pazienza strategica, capace di aspettare anni prima di muoversi, e di muoversi sempre al momento giusto.<\/p>\n\n\n\n<p>Il regime di Hafiz fu costruito su tre pilastri: il partito Ba\u2019ath come struttura di mobilitazione e controllo sociale, l\u2019apparato militare e i servizi di sicurezza \u2013 i mukhabarat, la cui rete di spionaggio raggiungeva ogni quartiere di ogni citt\u00e0 \u2013 e la famiglia Assad, con gli alawiti come base di supporto privilegiata. Non era un\u2019ideologia, era un sistema di potere: ogni posizione chiave nell\u2019esercito, nei servizi, nell\u2019economia era occupata da alawiti o da figure di comprovata lealt\u00e0 personale. L\u2019opposizione sunnita, soprattutto quella ispirata ai Fratelli Musulmani, fu schiacciata con una brutalit\u00e0 che lasci\u00f2 cicatrici ancora aperte: oltre alle sistematiche violazioni dei diritti umani, nel febbraio 1982, le forze di Assad massacrarono tra le diecimila e le venticinquemila persone ad Hama, citt\u00e0 fortezza dell\u2019islamismo sunnita. All\u2019epoca la guerra fredda aveva le sue priorit\u00e0, e il mondo guard\u00f2 altrove, ma per la maggioranza dei siriani rimase una ferita indelebile.<\/p>\n\n\n\n<p>In politica estera, Hafiz gioc\u00f2 una partita da potenza regionale: alleanza con l\u2019Unione Sovietica, che forniva armi e copertura diplomatica; sostegno ai movimenti palestinesi come strumento di pressione regionale (e come valuta di scambio con tutti); occupazione militare del Libano, trasformato de facto in protettorato siriano dal 1976 in poi, dopo l\u2019intervento nella guerra civile libanese; e una postura di confronto permanente con Israele \u2013 le alture del Golan, occupate dagli israeliani nel 1967 e annesse nel 1981, erano il simbolo di una ferita aperta che Hafiz usava sistematicamente per legittimare il regime sul piano della retorica nazionalista. Con Israele non ci fu mai pace, ma ci fu sempre un canale di comunicazione: il confine del Golan \u00e8 stato paradossalmente uno dei pi\u00f9 tranquilli del Medio Oriente per decenni, perch\u00e9 entrambe le parti avevano interesse a tenerlo sotto controllo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Bashar<\/strong><strong>, il dittatore per caso<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Hafiz aveva un piano per la successione: il figlio maggiore Bassel, militare, duro, formato a immagine del padre. Ma Bassel mor\u00ec in un incidente stradale nel 1994. Tocc\u00f2 allora a Bashar, che studiava oftalmologia a Londra, viveva la vita relativamente anonima di un secondogenito non destinato al potere, e probabilmente avrebbe preferito continuare cos\u00ec. Bashar fu richiamato in patria, iscritto d\u2019ufficio all\u2019accademia militare, promosso colonnello nel 1999, e poi presidente nel 2000, sei settimane dopo la morte del padre, con un referendum in cui ottenne il novantotto per cento dei voti, poco sotto i risultati della famiglia Kim in Corea del Nord.<\/p>\n\n\n\n<p>I primi anni di Bashar alimentarono qualche speranza: era giovane, aveva vissuto all\u2019estero, aveva una moglie britannica di origini siriane \u2013 Asma al-Akhras, figlia di un cardiologo londinese, presentata dalla stampa occidentale come una sorta di modernizzatrice del palazzo. Il \u00abForum di Damasco\u00bb, i circoli di intellettuali che si riunivano in case private a discutere di riforma, sembrarono per un momento tollerati. Era il cosiddetto \u00abRinascimento di Damasco\u00bb, breve e poi soffocato: nel 2001, il regime arrest\u00f2 i principali esponenti del movimento di riforma civile. La natura del sistema aveva prevalso.<\/p>\n\n\n\n<p>Bashar rafforz\u00f2 l\u2019alleanza con l\u2019Iran \u2013 che era diventata strutturale dopo la rivoluzione del 1979, unita dall\u2019odio comune per Israele e dagli interessi incrociati in Libano \u2013 e il sostegno a Hezbollah come strumento di pressione regionale. Era la triangolazione che definiva l\u2019\u00abasse della resistenza\u00bb: Damasco, Teheran, il Partito di Dio libanese. Dopo l\u2019assassinio di Rafiq Hariri nel febbraio 2005 \u2013 per cui la Siria fu ampiamente ritenuta responsabile \u2013 la pressione internazionale costrinse Bashar a ritirare le truppe siriane dal Libano, ponendo fine a trent\u2019anni di protettorato. Ma la Siria mantenne la sua influenza attraverso i suoi alleati libanesi e i servizi segreti. Anche l\u2019alleanza con Mosca, dopo la fine dell\u2019Unione Sovietica, rimase ben salda. Putin garantiva protezione militare, qualche aiuto economico, consigli su come \u00abtrattare\u00bb la sicurezza interna, e Damasco aveva da offrire quello sbocco sul Mediterraneo che al Cremlino sognano dai tempi degli zar.<\/p>\n\n\n\n<p>Con l\u2019Occidente, Bashar gioc\u00f2 una doppia partita: momenti di apertura, visite a Parigi e Londra, la promessa di una Siria \u00abmoderna\u00bb, seguiti da gesti di sfida \u2013 il sostegno alle milizie in Iraq dopo l\u2019invasione americana del 2003, la collaborazione con gruppi che gli stessi servizi siriani definivano jihadisti quando faceva comodo. L\u2019economia rimase stagnante, corrotta, controllata da una cerchia di oligarchi vicini al regime, primo tra tutti il cugino di Bashar, Rami Makhlouf, che controllava circa il sessanta per cento dell\u2019economia siriana attraverso le sue societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Dalla primaver<\/strong><strong>a araba all<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>apocalisse<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nel marzo 2011, mentre la Tunisia aveva gi\u00e0 rovesciato Ben Ali e l\u2019Egitto stava cacciando Mubarak, Dera\u2019a \u2013 una citt\u00e0 del sud della Siria, vicino al confine con la Giordania \u2013 esplose. Tutto cominci\u00f2 con dei bambini che avevano scritto sui muri della scuola slogan rivoluzionari, ispirati da quanto vedevano sulle televisioni satellitari. Vennero arrestati, torturati, uccisi. I genitori scesero in piazza. La repressione fu immediata e brutale, e quella brutalit\u00e0 diffuse la rivolta invece di spegnerla. In pochi mesi, la Siria era in fiamme.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che segu\u00ec \u00e8 stato uno dei conflitti pi\u00f9 sanguinosi e complessi del ventunesimo secolo. Non una guerra civile, ma una guerra di tutti contro tutti, con intrecci, alleanze, rivalit\u00e0, doppi giochi che hanno messo in crisi i pi\u00f9 scafati analisti di questioni mediorientali. Da un lato il regime di Assad, sorretto da Russia e Iran, con Hezbollah come forza d\u2019urto sul terreno. Dall\u2019altro una costellazione di gruppi ribelli: l\u2019Esercito Siriano Libero, di ispirazione laica e nazionalista; vari gruppi islamisti pi\u00f9 o meno moderati finanziati dai Paesi del Golfo; e infine lo Stato Islamico \u2013 ISIS \u2013 che nel 2013-2014 sfrutt\u00f2 il caos per ritagliarsi un califfato che si estendeva dalla Siria all\u2019Iraq. L\u2019ISIS era nemico di tutti, ma il regime di Assad lo gest\u00ec con un\u2019ambiguit\u00e0 calcolata: compr\u00f2 il suo petrolio, liber\u00f2 i suoi futuri leader dalle prigioni siriane nei primi mesi della rivolta, evit\u00f2 di combatterlo per mostrarlo all\u2019Occidente come il mostro che sarebbe arrivato in caso di sconfitta del regime.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel mezzo di questo caos, emerse il Rojava: la regione nord-orientale della Siria dove i curdi \u2013 le Unit\u00e0 di Protezione del Popolo (YPG) e la loro costola femminile (YPJ), poi confluite nelle Forze Democratiche Siriane (SDF) con l\u2019aggiunta di arabi e altre minoranze \u2013 crearono un\u2019amministrazione autonoma ispirata al \u00abconfederalismo democratico\u00bb di Abdullah \u00d6calan, l\u2019ideologo curdo detenuto in Turchia. L\u2019esperimento del Rojava era a tratti affascinante: democrazia dal basso, parit\u00e0 di genere, convivenza multietnica, cose inaudite in un mondo dove ogni etnia e religione pretende di schiacciare le altre. I curdi furono anche lo strumento che gli americani usarono, dal 2014 in poi, per combattere l\u2019ISIS: le SDF furono l\u2019esercito di terra della coalizione internazionale, pagando un prezzo altissimo in sangue. Dopo una lotta violentissima, Raqqa, la capitale del califfato, cadde nel 2017.<\/p>\n\n\n\n<p>I massacri del regime \u2013 le armi chimiche usate a Ghouta nell\u2019agosto 2013, i barili bomba lanciati sui quartieri residenziali, le prigioni di Saydnaya dove decine di migliaia di persone furono torturate e uccise \u2013 non produssero un\u2019azione internazionale proporzionale. La \u00ablinea rossa\u00bb sull\u2019uso delle armi chimiche, che Obama aveva annunciato come invalicabile pena un intervento americano, si dissolse in un accordo di facciata tra Washington e Mosca. La Russia intervenne militarmente dal settembre 2015, ribaltando le sorti del conflitto: i raid aerei russi colpirono indiscriminatamente opposizione moderata e jihadisti, permettendo al regime di riprendere Aleppo nel 2016 dopo un assedio durato mesi. I generali di Putin usarono la tecnica messa in atto in Cecenia: radere al suolo tutto, indiscriminatamente, provocando oltre 30.000 morti. Forti di questa esperienza la replicarono un\u2019altra volta a Mariupol e in altri villaggi dell\u2019Ucraina. Secondo stime delle Nazioni Unite, la guerra caus\u00f2 circa cinquecentomila morti e produsse circa tredici milioni di sfollati \u2013 pi\u00f9 della met\u00e0 della popolazione siriana del 2011.<\/p>\n\n\n\n<p>La Turchia di Erdo\u011fan gioc\u00f2 una partita tutta sua: sostenne l\u2019opposizione islamista per bilanciare l\u2019influenza curda alle proprie frontiere; intervenne militarmente pi\u00f9 volte per creare zone cuscinetto nel nord della Siria; si oppose con ogni mezzo al progetto curdo del Rojava, che vedeva come un\u2019appendice del PKK \u2013 il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che combatte in Turchia dal 1984 e che Ankara considera terrorista. La Turchia, alla fine, si \u00e8 rivelata il soggetto decisivo negli esiti del conflitto e quello che, al momento, ha intascato i vantaggi maggiori.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Come il regime evapor\u00f2 in dodici giorni<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nel novembre 2024 cominci\u00f2 quella che all\u2019inizio sembrava l\u2019ennesima offensiva ribelle destinata a esaurirsi contro le difese del regime. Hayat Tahrir al-Sham (HTS) \u2013 \u00abOrganizzazione per la Liberazione del Levante\u00bb \u2013 mosse da Idlib, l\u2019enclave nord-occidentale che controllava dal 2017, e prese Aleppo in meno di una settimana. Poi Hama, poi Homs. L\u2019esercito siriano, che avrebbe dovuto difendere posizioni consolidate, si sgretol\u00f2: i soldati abbandonarono le uniformi, le divisioni corazzate si dissolsero senza combattere. L\u20198 dicembre 2024, HTS entr\u00f2 a Damasco. Assad fugg\u00ec verso Mosca. Il regime che aveva governato la Siria per oltre cinquant\u2019anni \u2013 prima Hafiz, poi Bashar \u2013 collass\u00f2 con la velocit\u00e0 di un castello di carte bagnato.<\/p>\n\n\n\n<p>Il crollo cos\u00ec rapido ha diverse spiegazioni. L\u2019esercito siriano era un\u2019armata nominalmente potente ma corrosa da anni di corruzione, demoralizzazione e perdite. I soldati combattevano per paura, non per convinzione. L\u2019Iran e Hezbollah, indeboliti dalle campagne israeliane del 2024-2025 \u2013 la guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran, l\u2019eliminazione della leadership di Hezbollah \u2013 non poterono intervenire con l\u2019intensit\u00e0 del 2015-2016. La Russia era impegnata in Ucraina e non aveva interesse a investire ulteriori risorse in un alleato che non aveva mai saputo stabilizzarsi. Assad si era alienato persino i suoi ultimi sostenitori con l\u2019incapacit\u00e0 di riformare l\u2019economia e la dipendenza sempre pi\u00f9 totale da Teheran. Aggiungeteci qualche generale comprato dai ribelli, le voci che gli Assad e la loro cerchia avevano gi\u00e0 trovato casa a Mosca, la convinzione che non valeva pi\u00f9 la pena morire per loro e il regime fran\u00f2 di botto.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siria-Mappa.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-6711\" width=\"447\" height=\"480\" srcset=\"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siria-Mappa.png 325w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siria-Mappa-279x300.png 279w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siria-Mappa-136x146.png 136w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siria-Mappa-47x50.png 47w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Siria-Mappa-70x75.png 70w\" sizes=\"(max-width: 447px) 100vw, 447px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p><strong>Ahmad al-Sharaa: l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>islamista che vuole piacere a tutti<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il vero nome del leader di HTS \u00e8 Ahmad al-Sharaa. Il suo nome di battaglia \u2013 Abu Muhammad al-Jawlani \u2013 \u00e8 quello con cui \u00e8 diventato noto durante anni di jihadismo: era stato membro di Al-Qaeda in Iraq sotto Zarqawi, poi aveva fondato Jabhat al-Nusra, la cellula siriana di Al-Qaeda, nel 2012, salvo poi rompere con Al-Qaeda nel 2016 e rinominare il gruppo pi\u00f9 volte, in un processo di progressiva \u00abmoderazione\u00bb la cui sincerit\u00e0 rimane oggetto di dibattito. Quando \u00e8 entrato a Damasco, aveva ancora una taglia americana di dieci milioni di dollari sulla testa. Pochi mesi dopo, era ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump.<\/p>\n\n\n\n<p>La sua strategia di deradicalizzazione dell\u2019immagine \u00e8 stata condotta con un pragmatismo che sfiora l\u2019ironia (l\u2019uomo assomiglia incredibilmente al dittatore protagonista dell\u2019omonimo film di Sacha Baron Cohen): archivia il nome di battaglia, rilascia interviste alla CNN in cui promette rispetto per tutte le minoranze; visite a Riad, ad Ankara, a Parigi, a Bruxelles; dissoluzione formale dell\u2019HTS come organizzazione; annunci di un governo di transizione \u00abinclusivo\u00bb. In un\u2019intervista alla CNN nel dicembre 2024 ha dichiarato di voler costruire istituzioni moderne che rispettino tutti i gruppi etnici e religiosi. L\u2019Unione Europea, con il pragmatismo che la distingue, e che assomiglia a una forma elegante di cinismo, ha revocato la maggior parte delle sanzioni economiche nel maggio 2025, mantenendo solo quelle legate alla sicurezza. Il Congresso americano le ha eliminate definitivamente pochi mesi dopo. Al-Sharaa, nel settembre 2025, \u00e8 stato il primo capo di Stato siriano da almeno sessant\u2019anni a parlare all\u2019Assemblea Generale dell\u2019ONU.<\/p>\n\n\n\n<p>Il governo di transizione che ha presentato il 29 marzo 2025 \u00e8 stato definito dall\u2019ISPI \u00abtecno-islamista\u00bb: una struttura che cerca di coniugare la presenza di tecnocrati con competenze specifiche \u2013 necessari per gestire un paese distrutto \u2013 e la fedelt\u00e0 a un quadro ideologico islamico. La dichiarazione costituzionale firmata a met\u00e0 marzo 2025 ha eliminato la figura del primo ministro, concentrando il potere nelle mani di al-Sharaa con prerogative presidenziali ampliate. La nuova costituzione provvisoria \u2013 destinata a durare cinque anni \u2013 fonda il diritto sulla sharia, richiede che il presidente sia musulmano, e lascia aperte questioni cruciali sulla libert\u00e0 di espressione, i diritti delle donne e la protezione delle minoranze. Il parlamento eletto nell\u2019ottobre 2025 non \u00e8 stato eletto dai cittadini: settanta dei duecentodieci deputati sono stati nominati direttamente da al-Sharaa, gli altri scelti da comitati di tecnocrati e notabili selezionati dal governo. I segnali contraddittori non mancano. Nella regione costiera del Latakia, a marzo 2025, milizie associate al governo hanno massacrato circa millecinquecento civili alawiti nel giro di una settimana \u2013 una carneficina che ha rivelato quanto la vendetta settaria avveleni ancora il Paese. A luglio, altri massacri nella regione drusa di Suweyda. Nel giugno 2025, un attentato suicida affiliato allo Stato Islamico ha ucciso ventidue persone in una chiesa greco-ortodossa di Damasco: il governo ha visitato i sopravvissuti, ha espresso solidariet\u00e0, ma non ha potuto nascondere che l\u2019ISIS sta sfruttando il vuoto della transizione per riorganizzarsi. L\u2019\u00abIniziativa siriana del centenario\u00bb, il primo movimento di opposizione politica civile emerso nell\u2019agosto 2025, chiede emendamenti alla costituzione e maggiore pluralismo: il governo l\u2019ha accusata di voler destabilizzare il potere centrale. Molte cose sono cambiate, in che direzione non \u00e8 ancora chiaro.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>I curdi traditi, come sempre<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 una costante nella storia del Medio Oriente del Novecento che si ripete con la monotonia di una legge fisica: i curdi vengono usati, e poi abbandonati. Lo fecero gli inglesi dopo la Prima Guerra Mondiale, quando il Trattato di S\u00e8vres del 1920 prometteva un Kurdistan autonomo e poi fu sostituito dal Trattato di Losanna del 1923 che non ne faceva menzione. Lo fecero gli americani pi\u00f9 volte: in Iraq con i peshmerga negli anni Settanta, lasciati soli quando lo sci\u00e0 dell\u2019Iran decise di fare pace con Baghdad; di nuovo nel 2019, quando Trump ordin\u00f2 il ritiro delle truppe americane dal nord della Siria aprendo la strada all\u2019offensiva turca contro il Rojava. Questa volta, il tradimento \u00e8 stato pi\u00f9 raffinato, e disgustoso, perch\u00e9 fatto con i sorrisi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Rojava aveva rappresentato qualcosa di genuinamente inedito: un\u2019amministrazione autonoma di ispirazione socialista-libertaria, con assemblee miste di donne e uomini a ogni livello di governo, milizie femminili \u2013 le YPJ \u2013 che avevano guadagnato fama mondiale nella battaglia di Kobane contro l\u2019ISIS nel 2014-2015, e una struttura multietnica che includeva assiri, arabi, siriaci. Era anche, come tutti i progetti utopici condotti in condizioni di guerra permanente, molto meno idilliaco nella realt\u00e0 quotidiana: autoritarismo nei confronti degli arabi nelle zone di recente conquista, nepotismo interno, dipendenza totale dal sostegno militare americano.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la caduta di Assad, le SDF si trovarono in una posizione impossibile. Avevano perso la loro ragion d\u2019essere agli occhi degli americani \u2013 la guerra all\u2019ISIS era formalmente finita \u2013 e il nuovo governo di Damasco, sostenuto da Turchia e Arabia Saudita, non aveva alcuna intenzione di tollerare un\u2019entit\u00e0 para-statale nel nord-est. Dopo mesi di colloqui infruttuosi e settimane di combattimenti, il 30 gennaio 2026 le SDF hanno firmato un accordo con Damasco per l\u2019integrazione progressiva nelle forze armate siriane. Il 2 febbraio, i mezzi corazzati del governo siriano sono entrati ad al-Hasakah, capitale del Rojava, e le forze curde non hanno sparato un colpo. L\u2019esperimento \u00e8 finito. Il governo di Damasco ha assunto il controllo delle risorse strategiche \u2013 i giacimenti petroliferi di Rmeilane, la diga di Tishrin, i valichi di frontiera con l\u2019Iraq. Le SDF sono state smembrate e integrate come brigate dell\u2019esercito siriano. Alle combattenti curde \u2013 le YPJ, quelle che avevano tenuto Kobane contro l\u2019ISIS e che avevano ricevuto elogi da mezzo mondo \u2013 nessuno ha spiegato bene quale posto ci sia per loro in un esercito islamista (pare che avranno un loro reparto speciale, ma in che modo e con quale ruolo rimane un mistero). Scriveva un\u2019ufficiale delle YPJ il giorno dell\u2019ingresso delle truppe di Damasco: \u00abTutti i sacrifici fatti contro l\u2019Is a Raqqa e altrove, per questo?\u00bb L\u2019Unione Europea, che il 9 gennaio 2026 aveva promesso ad al-Sharaa un pacchetto di aiuti da 620 milioni in due anni mentre l\u2019esercito siriano avanzava nel Rojava, non ha posto alcuna condizione a tutela della minoranza curda. Il Parlamento Europeo ha rifiutato persino di inserire la questione all\u2019ordine del giorno con urgenza. Questo sarebbe il pragmatismo dell\u2019UE, almeno Trump ci risparmia certe ipocrisie.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Israele, l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>Iran e la Siria nel nuovo disordine mediorientale<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La caduta di Assad ha cambiato radicalmente il calcolo geopolitico di Israele rispetto alla Siria. Per decenni Gerusalemme aveva gestito una forma peculiare di coesistenza con il regime degli Assad: nemici formali, un confine del Golan stranamente tranquillo, e la consapevolezza reciproca che una guerra aperta non conveniva a nessuno. Con la caduta del regime, Israele ha agito immediatamente e senza remore: nell\u2019arco di pochi giorni dalla fuga di Assad, l\u2019esercito israeliano aveva gi\u00e0 distrutto la maggior parte delle capacit\u00e0 militari siriane \u2013 aerei, depositi di armi, strutture navali \u2013 per impedire che cadessero in mani ostili o rifornissero Hezbollah. Nel luglio 2025, Israele ha colpito persino il Ministero della Difesa siriano a Damasco, giustificando l\u2019azione con la protezione della comunit\u00e0 drusa. Il nuovo governo siriano ha protestato; la Turchia ha condannato; il mondo ha preso nota.<\/p>\n\n\n\n<p>La relazione tra la nuova Siria e Israele \u00e8 complicata da un contesto regionale che si \u00e8 trasformato radicalmente. Il 28 febbraio 2026, Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato l\u2019operazione contro obiettivi militari, nucleari e di comando in Iran, uccidendo la Guida Suprema Khamenei. L\u2019Iran ha risposto con missili e droni contro Israele e installazioni americane nel Golfo. La guerra che molti avevano previsto e nessuno aveva voluto dichiarare \u00e8 finalmente scoppiata, trascinando nel caos regionale Libano, Bahrein, Emirati, Qatar, Iraq, e la stessa Siria, che ha subito nuovi attacchi israeliani nel sud del paese. Il governo di al-Sharaa ha condannato le aggressioni israeliane sul suo territorio, esortando la comunit\u00e0 internazionale a intervenire. La nuova Damasco non \u00e8 un alleato di Teheran \u2013 al-Sharaa ha pubblicamente sostenuto il disarmo di Hezbollah \u2013 ma non pu\u00f2 permettersi di essere percepito come complice delle operazioni israeliane, e cos\u00ec si barcamena tra proteste formali e il concedere lo spazio aereo agli aerei israeliani che vanno a bombardare l\u2019Iran.<\/p>\n\n\n\n<p>Il ribaltamento \u00e8 paradossale ma logico: la Siria, che per quarant\u2019anni era stata uno snodo dell\u2019\u00abasse della resistenza\u00bb anti-israeliano \u2013 ospitando milizie, permettendo il transito di armi verso Hezbollah, offrendo a Teheran una proiezione sul Mediterraneo \u2013 \u00e8 ora governata da un uomo che ha fatto il suo primo viaggio ufficiale a Riad e il secondo ad Ankara, che ha accolto un inviato americano nel maggio 2025, che \u00e8 stato ricevuto all\u2019Eliseo da Macron. La Siria si sta lentamente, cautamente, con molte contraddizioni, orientando verso un asse sunnita moderato \u2013 Arabia Saudita, Turchia, con la benedizione degli Stati Uniti \u2013 e lontano dall\u2019influenza iraniana.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quale futuro per Siria<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 chi paragona la transizione siriana alla Tunisia post-Ben Ali, e chi la paragona all\u2019Afghanistan dei talebani. Entrambi i paragoni sbagliano, perch\u00e9 la Siria non \u00e8 n\u00e9 l\u2019una n\u00e9 l\u2019altro: \u00e8 un paese con una storia urbana antica, con una classe media istruita in parte rientrata o pronta a rientrare dalla diaspora, con risorse naturali (petrolio, gas, terra agricola fertile) che potrebbero sostenere una ripresa, e con una complessit\u00e0 etnico-religiosa che rende impraticabile qualsiasi progetto di stato monocolore. Il punto di tensione centrale rimane quello tra islamizzazione e democratizzazione. Al-Sharaa ha scelto finora una via di mezzo che soddisfa parzialmente tutti e non soddisfa pienamente nessuno: un presidenzialismo autoritario con una verniciatura islamica, che presenta come temporanea la concentrazione del potere nelle sue mani e come progressiva la costruzione di istituzioni pi\u00f9 rappresentative. La costituzione provvisoria ha la sharia come fonte principale del diritto, ma garantisce formalmente le libert\u00e0 civili. Il parlamento del 2025 non \u00e8 elettivo, ma \u00e8 l\u2019anticamera di elezioni future. I massacri di alawiti e drusi sono stati condannati dal governo, ma i responsabili identificati appartengono alle \u00abfrange pi\u00f9 estreme\u00bb \u2013 una formula che in Medio Oriente si usa spesso per scaricare responsabilit\u00e0 senza assumersele.<\/p>\n\n\n\n<p>I precedenti, nella regione, non incoraggiano l\u2019ottimismo. La Tunisia ha avuto dieci anni di transizione relativamente ordinata, e poi nel 2021 il presidente Kais Saied si \u00e8 arrogato poteri d\u2019emergenza che di fatto hanno chiuso l\u2019esperimento democratico. L\u2019Egitto ha avuto diciotto mesi di governo dei Fratelli Musulmani, poi il colpo di stato di al-Sisi nel 2013, poi una dittatura militare pi\u00f9 dura di quella di Mubarak. L\u2019Iraq ha avuto venti anni di caos istituzionale nonostante (o a causa di) l\u2019intervento americano. Nessuno di questi \u00e8 la Siria; ma nessuno di questi \u00e8 un modello rassicurante. Ci sono per\u00f2 anche segnali che val la pena non ignorare. Il fatto stesso che uno sheikh druso abbia potuto accusare al-Sharaa in faccia davanti alle telecamere \u2013 cosa impensabile sotto Assad \u2013 indica un cambiamento reale nel clima politico. L\u2019\u00abIniziativa siriana del centenario\u00bb, per quanto piccola, \u00e8 un\u2019opposizione civile che non mira a rovesciare il governo ma a sfidarlo politicamente: qualcosa che non \u00e8 mai esistito nella Siria degli Assad. Il rientro di parte della diaspora \u2013 circa cinquecentomila siriani sono tornati nel corso del 2025 \u2013 porta capitale umano e aspirazioni che non si rassegnano facilmente all\u2019autoritarismo. E al-Sharaa stesso \u2013 forse il politico pi\u00f9 difficile da leggere del Medio Oriente contemporaneo \u2013 si \u00e8 finora comportato con un realismo che suggerisce almeno una comprensione dei limiti del potere: non ha cercato di imporre un emirato afghano, non ha perseguitato sistematicamente i cristiani, non ha strappato i trattati con l\u2019Occidente.<\/p>\n\n\n\n<p>Alcuni giorni fa il governatorato di Damasco ha emesso un\u2019ordinanza che vieta la vendita di bevande alcoliche, escludendo i quartieri cristiani della citt\u00e0, e specificando che \u00e8 limitata alle aree in prossimit\u00e0 degli edifici pubblici e dei luoghi di culto. \u00c8 un piccolo fatto, modesto di fronte a tutto quello che accade nel Paese, ma mostra come, anche nelle vicende meno importanti, il nuovo governo si muova in modo ambiguo, con passi verso l\u2019islamizzazione ma con altrettante frenate, tormentato dalla necessit\u00e0 di rispondere ai desideri dei nuovi padroni del potere, allevati a pane e Islam, e quella di apparire al mondo come un Paese normale e non un nuovo califfato. Il futuro della Siria dipender\u00e0 da vari fattori: dall\u2019esito della guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran \u2013 un conflitto che sta ridisegnando gli equilibri dell\u2019intera regione; da quanto la Turchia si comporter\u00e0 da patrono benevolo piuttosto che da potenza occupante nel nord; se i miliardi promessi dall\u2019Europa e dai Paesi del Golfo per la ricostruzione arriveranno davvero, e in cambio di cosa; se l\u2019integralismo verr\u00e0 tenuto davvero a bada e se la generazione che ha vissuto la guerra \u2013 che ha visto i tanti morti, le prigioni di Saydnaya, i profughi \u2013 riuscir\u00e0 a costruire qualcosa di diverso, o se le ferite sono troppo profonde e troppo il rancore accumulato.<\/p>\n\n\n\n<p>Per il momento, la Siria \u00e8 un cantiere. Il regime che ha massacrato il suo popolo per cinquant\u2019anni non c\u2019\u00e8 pi\u00f9, e questo \u00e8 gi\u00e0 qualcosa. Chi lo ha sostituito ha un passato che spaventa e un presente che lascia aperte pi\u00f9 domande che risposte. I curdi hanno perso il loro esperimento e non \u00e8 chiaro cosa otterranno in cambio. Le minoranze alawita, drusa e cristiana guardano al futuro con una paura che ha basi concrete. I sunniti hanno vinto, ma non \u00e8 ancora chiaro cosa abbiano vinto e cosa vogliano fare. Il futuro dipende, alla fine, dalla volont\u00e0 dei siriani di ricostruire una nazione o di fare vincere la propria parte etnica, religiosa o politica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il futuro della Siria dopo la caduta del regime e l\u2019arrivo degli islamisti Di Stefano Pizzin. Un altro Paese inventato Ogni volta che si parla di Medio Oriente, bisogna fare i conti con una colpa originale: gli accordi Sykes-Picot del 1916, con cui Francia e Gran Bretagna si spartirono le spoglie dell\u2019Impero ottomano tracciando confini a tavolino, con il righello, incuranti delle etnie, delle religioni, delle trib\u00f9 e delle rivalit\u00e0 che secoli di storia avevano depositato in quello spazio geografico.<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":6710,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[11,12],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6709"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6709"}],"version-history":[{"count":2,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6709\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6714,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6709\/revisions\/6714"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media\/6710"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6709"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6709"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6709"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}