{"id":6696,"date":"2026-03-21T09:36:36","date_gmt":"2026-03-21T08:36:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6696"},"modified":"2026-03-21T09:36:37","modified_gmt":"2026-03-21T08:36:37","slug":"lo-stato-negato-e-le-occasioni-perdute-i-palestinesi-dalla-nakba-a-gaza","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/03\/21\/lo-stato-negato-e-le-occasioni-perdute-i-palestinesi-dalla-nakba-a-gaza\/","title":{"rendered":"Lo Stato negato e le occasioni perdute: i palestinesi dalla Nakba a Gaza"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<h4>Settant\u2019anni di sconfitte, repressioni, errori, fino alla trappola dell\u2019islamismo<\/h4>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 una parola araba che i palestinesi pronunciano con un tono che non ammette equivoci: <em>nakba<\/em>. Catastrofe. Non sconfitta militare, non ritirata tattica \u2014 catastrofe, nel senso quasi geologico del termine, come uno smottamento che ridisegna il paesaggio per sempre. Il 14 maggio 1948 &#8211; a seguito del voto delle Nazioni Unite &#8211; David Ben Gurion proclama lo Stato di Israele a Tel Aviv. Il giorno dopo, cinque eserciti arabi che non intendono rispettare le scelte dell\u2019ONU entrano in guerra. Meno di un anno dopo Israele ha vinto e circa 700.000 palestinesi sono fuggiti o vengono espulsi. I villaggi svuotati sono pi\u00f9 di 400. \u00c8 l\u2019inizio di una storia che non ha ancora trovato la sua conclusione. Quella che da una parte viene celebrata come un miracolo \u2014 e lo \u00e8, per certi versi \u2014 dall\u2019altra appare una catastrofe storica e politica che segner\u00e0 per sempre un popolo. La nascita di Israele verr\u00e0 rappresentata per decenni con una forza simbolica e diplomatica che la causa palestinese non ha mai saputo costruire in modo altrettanto efficace. Questo squilibrio \u00e8, in fondo, uno dei problemi centrali di tutta la vicenda, \u00e8 il simbolo di quanto i palestinesi non siano mai riusciti &#8211; se non in rare occasioni &#8211; a cogliere le occasioni che la storia presentava loro.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Piano di partizione dell\u2019ONU \u2014 la Risoluzione 181 del novembre 1947 \u2014 prevedeva la divisione della Palestina in due Stati: uno ebraico (circa il 56% del territorio, nonostante gli ebrei rappresentassero allora poco pi\u00f9 di un terzo della popolazione) e uno arabo mentre Gerusalemme avrebbe dovuto avere uno statuto internazionale. Il movimento sionista dopo uno scontro che vide prevalere la sinistra di Ben Gurion sulla destra nazionalista accett\u00f2 il piano, i palestinesi e la Lega Araba no, dando inizio a una lunga sequenza di rifiuti che ha segnato, nel bene e nel male, la storia del movimento nazionale palestinese. Il rifiuto del 1947 \u00e8 comprensibile nella sua logica: si chiedeva a una popolazione di cedere pi\u00f9 della met\u00e0 di una terra che considerava propria per risarcire un torto \u2014 la persecuzione degli ebrei europei \u2014 di cui non era responsabile (anche se il Gran Muft\u00ec di Gerusalemme appoggi\u00f2 attivamente nazisti e fascisti durante la II Guerra Mondiale). In ogni caso, ci\u00f2 che \u00e8 comprensibile non significa necessariamente saggio, e la storia non distribuisce i premi in base alle ragioni e ai torti, ma a chi sa giocare la meglio partita.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>Occidente, l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>URSS e il riconoscimento di Israele<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La risoluzione ONU che apre le porte alla nascita di Israele viene votata da 33 Paesi, 13 i contrari e 10 astensioni. Il sostegno internazionale alla nascita di Israele fu, nei primissimi mesi, trasversale in modo sorprendente. Gli Stati Uniti riconobbero il nuovo Stato undici minuti dopo la proclamazione \u2014 Harry Truman si mosse con una velocit\u00e0 che fece impallidire il suo stesso Dipartimento di Stato, diviso tra considerazioni strategiche e sensibilit\u00e0 filoebraica del presidente. Ma anche l\u2019Unione Sovietica riconobbe Israele rapidamente, sperando di ottenere una testa di ponte nel Mediterraneo orientale. Stalin, nel 1947-48, vedeva nel nascente Stato ebraico un potenziale alleato contro il colonialismo britannico \u2014 illusione destinata a durare pochissimo, visti i successivi orientamenti filo-americani di Israele. La Gran Bretagna che svolgeva il ruolo di mandatario nell\u2019area dalla fine dell\u2019Impero Ottomano, unica tra le grandi potenze, si astenne.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mondo arabo si trovava invece in una condizione di debolezza strutturale che i proclami retorici dei suoi leader nascondevano male. Gli eserciti arabi del 1948 erano male equipaggiati, mal coordinati, guidati da ufficiali il cui principale talento era la rivalit\u00e0 reciproca. La Legione Araba giordana di re Abdallah \u2014 paradossalmente la forza pi\u00f9 efficiente \u2014 combatteva anche per i propri interessi espansionistici in Cisgiordania, non certo per creare uno Stato palestinese indipendente. Lo storico Avi Shlaim, nel suo <em>Il muro di ferro<\/em>, ha documentato con precisione come il re giordano avesse raggiunto accordi separati con i dirigenti sionisti prima ancora che la guerra iniziasse. I palestinesi erano cos\u00ec gi\u00e0 diventati merce di scambio dei loro \u00abfratelli arabi\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>1956, 1967, 1973: da una guerra all<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>altra<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La guerra del 1956 \u2014 la crisi di Suez \u2014 riguard\u00f2 principalmente l\u2019Egitto di Nasser e il suo tentativo di nazionalizzare il canale. Israele vi partecip\u00f2 in coordinamento con Francia e Gran Bretagna, occupando il Sinai, ma dovette poi ritirarsi sotto pressione americana e sovietica. Eisenhower, in quel passaggio, dimostr\u00f2 che Washington poteva anche frenare Israele quando lo riteneva necessario \u2014 una capacit\u00e0 che gli Stati Uniti hanno progressivamente smarrito nei decenni successivi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 1967 \u00e8 l\u2019anno che ridisegna tutto. La Guerra dei Sei Giorni \u2014 solo sei giorni \u2014 consegna a Israele la Cisgiordania, Gaza, il Sinai, le alture del Golan e la parte est di Gerusalemme. Per Israele \u00e8 un trionfo militare, per i palestinesi, \u00e8 una seconda catastrofe: ora anche chi era rimasto \u2014 chi aveva accettato la condizione di minoranza araba nello Stato israeliano \u2014 si trova a convivere con centinaia di migliaia di nuovi occupati. La risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza chiede il ritiro israeliano dai territori occupati in cambio di pace e riconoscimento: \u00e8 la formula \u00abterra per pace\u00bb che diventer\u00e0 la base di tutti i negoziati successivi e che Israele interpreter\u00e0 sempre in modo selettivo, cedendo il Sinai agli egiziani ma non la Cisgiordania ai palestinesi.<\/p>\n\n\n\n<p>La guerra del 1973 \u2014 Yom Kippur, o guerra del Ramadan \u2014 \u00e8 un elemento spesso sottovalutato nel racconto della questione palestinese. Sadat e Assad (Egitto e Siria) attaccarono Israele di sorpresa e, nelle prime ore, ottennero risultati tattici significativi. Ma il vero risultato politico fu altrove: Sadat dimostr\u00f2 che la guerra poteva servire non a distruggere Israele ma a negoziare da una posizione meno umiliante. Apr\u00ec la strada, anni dopo, agli accordi di Camp David del 1978 e alla pace con Israele. Una pace separata che, dal punto di vista palestinese, fu un tradimento \u2014 ma che per l\u2019Egitto fu un calcolo tanto spietato quanto razionale.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gli arabi di Israele e la questione irrisolta della cittadinanza<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 una storia nella storia che viene sistematicamente trascurata: quella dei circa 160.000 arabi che rimasero nel territorio israeliano dopo il 1948 e divennero cittadini dello Stato ebraico. Oggi sono oltre due milioni, circa il 20% della popolazione israeliana, e la loro condizione \u00e8 un paradosso vivente. Hanno diritto di voto, siedono in parlamento, esercitano professioni liberali, insegnano nelle universit\u00e0. Ma vivono in uno Stato che si definisce ebraico per legge fondamentale \u2014 la Legge Fondamentale del 2018 ha trasformato in norma costituzionale ci\u00f2 che era gi\u00e0 prassi \u2014 e che riserva loro, di fatto, un sistema di cittadinanza di serie B: meno fondi per i comuni arabi, esclusione de facto da settori chiave come la difesa, terra confiscata e mai restituita, eppure vivono in una condizione economica e sociale &#8211; va detto &#8211; enormemente migliore degli arabi degli Stati vicini.<\/p>\n\n\n\n<p>Il sociologo israeliano Shmuel Eisenstadt ha descritto Israele come societ\u00e0 di \u00abmodernit\u00e0 multipla\u00bb: la realt\u00e0 degli arabi israeliani \u00e8 forse la dimostrazione pi\u00f9 concreta e dolorosa di queste molteplici identit\u00e0 irrisolte. Non sono palestinesi dell\u2019Autorit\u00e0 Nazionale, non sono pienamente cittadini di Israele, sono qualcosa di difficilmente classificabile, una presenza scomoda per tutti: per Israele, che non sa bene come integrarli senza contraddire la propria identit\u00e0 etnica e per i palestinesi dei Territori che li guardano con un misto di invidia e diffidenza.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La nascita dell<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>OLP e la stagione del terrorismo<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Organizzazione per la Liberazione della Palestina nasce nel 1964, tre anni prima della Guerra dei Sei Giorni, con un atto fondativo che \u00e8 gi\u00e0 sintomatico delle contraddizioni del movimento: viene creata dalla Lega Araba, a Il Cairo, come strumento dei governi arabi pi\u00f9 che come autentica espressione del nazionalismo palestinese. \u00c8 la fazione Fatah di Yasser Arafat \u2014 fondata a fine anni Cinquanta da un gruppo di studenti palestinesi in Kuwait e in Egitto \u2014 che dar\u00e0 all\u2019OLP la sua vera spina dorsale politica, prendendo progressivamente il controllo dell\u2019organizzazione dopo il 1967. L\u2019OLP \u00e8 una organizzazione \u00abombrello\u00bb, una sigla che racchiude diverse formazioni politiche palestinesi delle quali Fatah \u00e8 la pi\u00f9 importante. Il nazionalismo arabo, il laicismo, il socialismo sono le ideologie dominanti; nel 1988 la svolta politica con l\u2019accettazione della formula \u00abdue popoli due Stati\u00bb e il riconoscimento dell\u2019esistenza di Israele, diventando la forza politica che dominer\u00e0 l\u2019Autorit\u00e0 nazionale palestinese in Cisgiordania ma lasciando Gaza &#8211; dopo le elezioni del 2006 e uno scontro cruento con gli islamisti di Hamas. Sostenuta dai Paesi arabi (anche se con diversi momenti di crisi), l\u2019organizzazione guidata da Arafat ottenne l\u2019appoggio del blocco sovietico, si erge a interlocutore dei movimenti anti colonialisti, ma godeva di buoni rapporti con la sinistra occidentale, specie nel mondo socialista (il PSI di Craxi contribu\u00ec per anni al finanziamento dell\u2019OLP pi\u00f9 del PCI di Berlinguer).<\/p>\n\n\n\n<p>Arafat \u00e8 una figura che richiede di essere guardata con occhi liberi sia dall\u2019ammirazione acritica che dall\u2019ostilit\u00e0 pregiudiziale. Era un politico di rara capacit\u00e0 di sopravvivenza \u2014 guid\u00f2 il movimento palestinese per trent\u2019anni attraverso sconfitte militari, espulsioni (dalla Giordania nel 1970, dal Libano nel 1982), attentati e tradimenti, mantenendo sempre una sorta di legittimit\u00e0 simbolica che nessun rivale riusc\u00ec mai a scalfire davvero. Era anche un leader con una propensione alla retorica che superava di molto la capacit\u00e0 di costruire istituzioni. Il suo dominio sull\u2019OLP fu spesso pi\u00f9 verticistico che democratico, e la corruzione che avvolse l\u2019Autorit\u00e0 Nazionale Palestinese a partire dagli anni Novanta ha radici nei metodi di governo che Arafat aveva sempre praticato, ma probabilmente l\u2019errore pi\u00f9 grave &#8211; tipico dei leader carismatici &#8211; \u00e8 non essere riuscito a costruire una classe dirigente pi\u00f9 giovane che gli succedesse e fosse capace di gestire l\u2019ANP e di darle un futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>La stagione del terrorismo palestinese \u2014 Settembre Nero, le Olimpiadi di Monaco del 1972, i dirottamenti aerei, gli attentati in Europa \u2014 va probabilmente letta come l\u2019espressione della disperazione di un movimento che non riusciva a colpire Israele militarmente e cercava di internazionalizzare la propria causa con la violenza spettacolare. Fu il tentativo di dare un\u2019immagine di forza, di presentarsi al mondo arabo come un soggetto capace di infilarsi negli scontri del mondo della guerra fredda ma si rivel\u00f2, senza dubbio, uno degli errori politici pi\u00f9 gravi della storia del nazionalismo palestinese: ogni attentato contro civili israeliani o occidentali regalava a Israele l\u2019immagine del baluardo della civilt\u00e0 contro il terrorismo arabo, e allontanava dalle ragioni dei palestinesi l\u2019opinione pubblica internazionale. Il filosofo francese Raymond Aron scrisse che il terrorismo \u00e8 l\u2019arma dei deboli contro i forti \u2014 ma aggiunse che non \u00e8 detto che sia anche l\u2019arma degli intelligenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo la Guerra dei Sei Giorni, le basi dell\u2019OLP in Giordania diventano uno Stato nello Stato. Nel settembre 1970 \u2014 Settembre Nero, appunto \u2014 re Hussein lancia una brutale operazione militare contro i fedayn (combattenti) palestinesi, causando migliaia di morti e costringendo l\u2019OLP a trasferirsi in Libano. \u00c8 una sconfitta politica e militare che Arafat non aveva previsto: aveva sopravvalutato la sua forza in Giordania e aveva dato fastidio a un regime che poteva permettersi di reagire con durezza. In Libano la storia si ripete in modo ancora pi\u00f9 catastrofico: l\u2019OLP si inserisce nelle fratture della guerra civile libanese, si fa nemici potenti, e nel 1982 subisce l\u2019invasione israeliana \u2014 operazione \u00abPace in Galilea\u00bb, uno di quei nomi militari che sembrano scelti apposta per la loro macabra ironia \u2014 che la espelle dal paese. In Libano si consuma una delle pagine pi\u00f9 tragiche delle tante della storia palestinese: tra il 16 e il 18 settembre 1982 a Beirut, nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila, le forze dell\u2019esercito del Libano del Sud e della milizia paramilitare cristiana delle Falangi Libanesi massacrano oltre 2000 civili in gran parte sciiti libanesi e profughi palestinesi. Arafat e i suoi lasceranno Beirut e finiranno a Tunisi, fisicamente lontanissimi dalla Palestina.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La prima Intifada<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il dicembre 1987 segna l\u2019inizio della Prima Intifada \u2014 la \u00abrivolta delle pietre\u00bb, come fu immediatamente battezzata. Non nasce da una decisione dell\u2019OLP di Tunisi: nasce dai campi profughi, da una rabbia popolare spontanea che coglie di sorpresa sia Israele che la stessa dirigenza palestinese. Le immagini di adolescenti palestinesi che lanciano pietre contro i carri armati israeliani, i giovani picchiati con violenza dai soldati di Gerusalemme, hanno un impatto sull\u2019opinione pubblica internazionale che vent\u2019anni di comunicati dell\u2019OLP non avevano mai raggiunto. \u00c8 la dimostrazione \u2014 che Arafat comprese e seppe cavalcare \u2014 che la causa palestinese aveva bisogno di un volto umano, non di dichiarazioni teoriche sull\u2019imperialismo sionista, tantomeno del terrorismo internazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Intifada produce anche un effetto collaterale che avr\u00e0 conseguenze enormi: accelera la crescita di Hamas, il Movimento di Resistenza Islamica fondato nel 1987 dallo sceicco Ahmad Yassin come costola palestinese dei Fratelli Musulmani egiziani. Hamas nasce proprio a Gaza, in quel brodo di coltura di povert\u00e0, umiliazione e vuoto politico che la Prima Intifada mette in evidenza. Il motto \u00e8 quello degli islamisti nel mondo arabo: \u00abil socialismo e il capitalismo hanno fallito, la risposta \u00e8 nell\u2019Islam\u00bb. Per qualche anno, Israele guarda a Hamas con un certo favore tattico \u2014 un contrappeso all\u2019OLP laica \u2014 prima di rendersi conto, tardi, dell\u2019errore. Come direbbe Hannah Arendt studiando le dinamiche del potere: la forza che pensi di strumentalizzare spesso finisce per strumentalizzare te.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Oslo: la speranza perduta<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Gli accordi di Oslo del 1993 sono, nella storia della questione palestinese, il momento in cui la speranza sembr\u00f2 davvero a portata di mano. Dopo negoziati segreti condotti in Norvegia, Arafat e Rabin si stringono la mano sul prato della Casa Bianca il 13 settembre 1993, sotto lo sguardo sorridente di Bill Clinton. Fu un momento di commozione autentica per molti. Non per tutti.<\/p>\n\n\n\n<p>Il problema con gli accordi di Oslo era strutturale, non accidentale. Gli accordi riconoscevano reciprocamente l\u2019OLP e Israele, istituivano l\u2019Autorit\u00e0 Nazionale Palestinese come governo provvisorio nei Territori occupati, e rimandavano le questioni pi\u00f9 difficili \u2014 confini definitivi, Gerusalemme, i rifugiati, gli insediamenti \u2014 ai negoziati dello \u00abstatus finale\u00bb da tenersi entro cinque anni. Quei cinque anni non bastarono, e le questioni \u00abdifficili\u00bb si rivelarono impossibili. Dennis Ross, il principale negoziatore americano, ha scritto nel suo <em>The Missing Peace<\/em>una versione degli eventi che scarica quasi tutta la responsabilit\u00e0 del fallimento su Arafat, che avrebbe rifiutato un\u2019offerta generosa a Camp David nel 2000, impuntandosi sul rientro dei profughi palestinesi in un numero insostenibile per Gerusalemme. \u00c8 una lettura che per\u00f2 ha dei limiti: l\u2019offerta di Israele, per quanto pi\u00f9 avanzata delle precedenti, non prevedeva una piena sovranit\u00e0 palestinese su Gerusalemme Est n\u00e9 un ritiro completo dai Territori. Robert Malley, anch\u2019egli nel team negoziale americano, ha raccontato una versione assai pi\u00f9 critica nei confronti di tutte le parti, inclusa Washington. Ma anche ammettendo che Arafat abbia mancato un\u2019occasione a Camp David \u2014 e probabilmente qualcosa di vero c\u2019\u00e8 \u2014 ci\u00f2 non esime dall\u2019osservare che durante l\u2019intera era di Oslo il numero di coloni israeliani in Cisgiordania raddoppi\u00f2, e una pace che cresce mentre si costruiscono insediamenti in territori che Israele avrebbe dovuto lasciare del tutto \u00e8, con ogni evidenza, una pace che nasce gi\u00e0 con poche prospettive.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>omicidio di Rabin e l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>avvento di Netanyahu<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 4 novembre 1995, Yigal Amir spara a Yitzhak Rabin in una piazza di Tel Aviv, dopo un comizio per la pace. \u00c8 uno di quei momenti in cui la storia svolta in modo visibile e irreversibile. Rabin era un militare della vecchia guardia diventato convinto che il negoziato fosse l\u2019unica via. Il suo assassino era un giovane di destra religiosa convinto che cedere la Terra di Israele ai palestinesi fosse un crimine contro Dio. Le elezioni del 1996 portano al potere Benjamin Netanyahu per la prima volta. Netanyahu \u00e8 convinto che non c\u2019\u00e8 nessuna possibilit\u00e0 di accordo con i palestinesi e la sua strategia di fondo, nell\u2019arco di tutti i suoi mandati, \u00e8 sempre stata quella di gestire il conflitto senza risolverlo: abbastanza sicurezza per non cedere ai falchi, abbastanza diplomazia per non perdere gli alleati occidentali, nessun compromesso reale sui Territori. Nella sua autobiografia politica implicita si legge un\u2019ossessione: impedire la nascita di uno Stato palestinese, qualunque cosa dicano i comunicati ufficiali.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Hamas, la Seconda Intifada e la trappola dell<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>islamismo<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La Seconda Intifada scoppia nel settembre 2000, dopo la visita di Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee \u2014 una provocazione calcolata, inutile persino dal punto di vista israeliano, che Sharon fece perch\u00e9 poteva farlo. La risposta palestinese fu violentissima: attentati suicidi nei mercati, negli autobus, nelle pizzerie di Tel Aviv. Se la Prima Intifada mosse il consenso dell\u2019opinione pubblica internazionale, questa sprofonda i palestinesi a venire identificati con il terrorismo di matrice islamista. Israele rispose con operazioni militari su vasta scala in Cisgiordania, rioccupando le principali citt\u00e0, costruendo il muro di separazione che divide tuttora la Cisgiordania dal territorio israeliano. La Seconda Intifada fu, per la causa palestinese, una catastrofe: distrusse l\u2019economia dei Territori, decim\u00f2 la leadership moderata, scredit\u00f2 l\u2019OLP, e consegn\u00f2 Hamas \u2014 che aveva rivendicato gli attentati suicidi \u2014 un enorme capitale politico. Lo stesso ritiro degli israeliani da Gaza, voluto dal governo di destra di Ariel Sharon con tanto di demolizione delle case dei coloni (a dimostrazione che quando si vuole lo si pu\u00f2 fare) diventa un regalo avvelenato per i palestinesi, incapaci di costruire un\u2019entit\u00e0 statuale solida ed efficiente.<\/p>\n\n\n\n<p>La morte di Arafat, nel novembre 2004, chiuse simbolicamente un\u2019epoca. Con lui spariva il leader che, con tutti i suoi difetti, aveva tenuto insieme l\u2019identit\u00e0 nazionale palestinese per trent\u2019anni. Gli succedette Mahmoud Abbas \u2014 Abu Mazen \u2014 un uomo di temperamento negoziatore, convinto della soluzione dei due Stati, ma privo del carisma e dell\u2019autorit\u00e0 popolare di Arafat. La sua debolezza politica sarebbe diventata sempre pi\u00f9 evidente, prima di tutto ai palestinesi stessi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le elezioni del 2006 e lo scisma<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Le elezioni legislative palestinesi del gennaio 2006 sono uno di quegli eventi che dimostrano come per costruire una democrazia le elezioni libere sono importanti ma non bastano. Hamas le vinse con circa il 44% dei voti contro il 41% di Fatah \u2014 in elezioni che gli osservatori internazionali giudicarono libere e regolari. La risposta occidentale fu un capolavoro di ipocrisia: Washington e l\u2019Unione Europea, che avevano insistito per anni sulla necessit\u00e0 di democratizzare il mondo arabo, si rifiutarono di riconoscere il risultato elettorale e le sanzioni internazionali all\u2019Autorit\u00e0 Palestinese controllata da Hamas strangolarono economicamente Gaza. Nel giugno 2007, dopo uno scontro armato brutale, Hamas prese il controllo militare di Gaza espellendo le forze di Fatah. Da quel momento, la Palestina \u00e8 di fatto divisa: la Cisgiordania governata dall\u2019Autorit\u00e0 Nazionale di Abbas, Gaza governata da Hamas. La divisione non \u00e8 solo geografica \u2014 \u00e8 ideologica, generazionale, identitaria. Fatah rappresenta il nazionalismo laico della generazione di Arafat, con tutti i suoi vizi clientelari e la sua corruzione endemica ma con un\u2019idea di Palestina unitaria, di un Paese per i musulmani ma anche per i cristiani e per i laici. Hamas rappresenta l\u2019islamismo politico, con la sua efficienza organizzativa, il suo welfare di quartiere, la sua brutalit\u00e0 e intransigenza ideologica: la Palestina per Hamas \u00e8 una terra solo per i musulmani, dove deve governare la Sharia e il cui obiettivo \u00e8 la distruzione di Israele. Tra i due c\u2019\u00e8 un\u2019ostilit\u00e0 profonda, esistenziale che, nonostante vari accordi di facciata firmati nel corso degli anni, non si \u00e8 mai ricomposta.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le relazioni regionali: la frattura con l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>Egitto e la Giordania, il Golfo, l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>Iran<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La pace egiziana e giordana con Israele \u2014 Camp David nel 1978, accordo di Wadi Araba nel 1994 \u2014 ha cambiato strutturalmente la posizione dei palestinesi nel sistema regionale. Non \u00e8 che prima i regimi arabi si preoccupassero davvero del popolo palestinese: usavano la causa palestinese come carta politica interna e internazionale, ma raramente sacrificavano interessi strategici concreti per difenderla. La pace separata dei due paesi pi\u00f9 importanti e militarmente significativi ha per\u00f2 privato i palestinesi dell\u2019unica leva che avevano: la minaccia di una guerra araba coalizzata contro Israele. Da quel momento, la loro sopravvivenza dipende quasi interamente dalla diplomazia internazionale e dalla propria capacit\u00e0 politica \u2014 che si \u00e8 rivelata sistematicamente insufficiente.<\/p>\n\n\n\n<p>I Paesi del Golfo hanno un rapporto ambivalente con la causa palestinese. Tradizionalmente, hanno contribuito finanziariamente all\u2019OLP e all\u2019Autorit\u00e0 Nazionale, bilanciando il sostegno con interessi strategici propri che poco hanno a che fare con Gerusalemme. Gli accordi di Abramo del 2020 \u2014 la normalizzazione di Emirati, Bahrein e Marocco con Israele, negoziata dall\u2019amministrazione Trump \u2014 hanno reso esplicito ci\u00f2 che era gi\u00e0 implicito: per Riad, Abu Dhabi e le altre capitali del Golfo, il contenimento dell\u2019Iran \u00e8 pi\u00f9 importante della causa palestinese. I palestinesi sono stati, in sostanza, venduti.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Iran ha riempito il vuoto. Teheran finanzia Hamas, finanzia la Jihad Islamica, sostiene Hezbollah in Libano. Non per solidariet\u00e0 con i palestinesi \u2014 gli iraniani sono persiani sciiti, i palestinesi sono arabi sunniti, e i rapporti tra le due comunit\u00e0 non sono storicamente idilliaci \u2014 ma perch\u00e9 la causa palestinese \u00e8 il vettore pi\u00f9 efficace attraverso cui l\u2019Iran pu\u00f2 proiettare influenza nel mondo arabo e presentarsi come alternativa all\u2019ordine americano. \u00c8 un matrimonio di convenienza nel quale i palestinesi ricevono armi e denaro in cambio di dipendenza strategica da un attore esterno con agende proprie. Il risultato pratico di questa dipendenza dall\u2019Iran si \u00e8 visto chiaramente il 7 ottobre 2023.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>Europa, gli USA e l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>inutilit\u00e0 del sostegno verbale<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 uno schema che si ripete con una regolarit\u00e0 quasi comica nella politica occidentale verso i palestinesi: dichiarazioni di sostegno alla soluzione dei due Stati, condanne degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, fondi all\u2019UNRWA e all\u2019Autorit\u00e0 Nazionale, e poi, nel momento in cui si tratta di esercitare pressione reale su Israele, un ritiro che rasenta la sparizione. L\u2019Unione Europea \u00e8 il donatore pi\u00f9 generoso per i palestinesi \u2014 miliardi di euro nel corso dei decenni \u2014 e simultaneamente il partner commerciale e diplomatico pi\u00f9 fedele di Israele tra i paesi non anglofoni.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli Stati Uniti hanno mantenuto, sotto tutti i presidenti, la posizione ufficiale di sostegno alla soluzione dei due Stati, fino a Trump che ha fatto di tutto per renderla impossibile riconoscendo Gerusalemme come capitale israeliana, spostando l\u2019ambasciata, appoggiando l\u2019espansione degli insediamenti, e riducendo la questione di Gaza a un luogo dove costruire resort e campi da golf di lusso. Biden, dopo il 7 ottobre 2023, ha sostenuto militarmente e diplomaticamente Israele nell\u2019operazione a Gaza, anche se in seguito ha manifestato insofferenza verso il protrarsi oltre ogni limite delle operazioni militari israeliane, ha mantenuto il veto americano al Consiglio di Sicurezza dell\u2019ONU su ogni risoluzione che chiedesse il cessate il fuoco.<\/p>\n\n\n\n<p>Le opinioni pubbliche, nel frattempo, si sono mosse. I sondaggi in Europa e negli Stati Uniti mostrano, particolarmente tra i giovani, un livello di solidariet\u00e0 con i palestinesi e di critica a Israele che non aveva precedenti negli ultimi trent\u2019anni. I movimenti universitari del 2024 hanno sorpreso per la loro intensit\u00e0. Ma tra il sostegno delle opinioni pubbliche e la politica estera concreta dei governi occidentali c\u2019\u00e8 un abisso che la leadership palestinese non ha mai saputo colmare \u2014 e qui la responsabilit\u00e0 \u00e8 almeno in parte palestinese: la diplomazia pubblica, la costruzione di coalizioni politiche nei paesi donatori, la capacit\u00e0 di trasformare la simpatia diffusa in pressione istituzionale sono state, storicamente, punti deboli del movimento, se si aggiungono le pratiche terroristiche di Hamas, non stupisce che il sostegno dell\u2019opinione pubblica occidentale non sia n\u00e9 stabile n\u00e9 efficace.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il 7 ottobre 2023 e la spirale finale<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 7 ottobre 2023 \u00e8 una data che divide il tempo in prima e dopo, come poche nella storia recente del conflitto. L\u2019attacco di Hamas \u2014 circa 1.200 morti israeliani, in grandissima parte civili, pi\u00f9 di 250 ostaggi \u2014 \u00e8 stato il pi\u00f9 grave massacro di ebrei dalla Shoah. La risposta israeliana a Gaza ha causato, nei mesi successivi, un numero di morti stimato in decine di migliaia, con una grandissima percentuale di civili e bambini. L\u2019infrastruttura di Gaza \u00e8 stata distrutta sistematicamente: ospedali, scuole, edifici residenziali, sistemi idrici.<\/p>\n\n\n\n<p>Chi ha voluto il 7 ottobre \u2014 e perch\u00e9 \u2014 \u00e8 una domanda che rimane in parte aperta. Yahya Sinwar, il leader di Hamas a Gaza eliminato dall\u2019esercito israeliano nell\u2019ottobre 2024, era un uomo che aveva passato anni in prigioni israeliane a costruire, apparentemente, una strategia di lungo periodo. Alcuni analisti hanno suggerito che Sinwar sapesse esattamente quale sarebbe stata la risposta israeliana, e la volesse: una risposta cos\u00ec sproporzionata da internazionalizzare definitivamente il conflitto, da scuotere i Paesi arabi, da rendere impossibile la normalizzazione israelo-saudita che si stava negoziando. Se era questo il calcolo, il costo che ne ha pagato la popolazione di Gaza \u00e8 semplicemente incommensurabile, oltre a rivelarsi fallimentare per qualsiasi prospettiva di nascita di uno Stato palestinese.<\/p>\n\n\n\n<p>Netanyahu, dal canto suo, ha avuto nella guerra un vantaggio politico personale difficile da ignorare: le inchieste giudiziarie che lo riguardano si sono temporaneamente sospese nell\u2019emergenza, la coalizione di governo si \u00e8 consolidata attorno ai ministri dell\u2019estrema destra religiosa, e l\u2019obiettivo dichiarato \u2014 la \u00abdistruzione di Hamas\u00bb \u2014 \u00e8 sufficientemente vago da non poter mai essere considerato raggiunto o fallito. \u00c8 la guerra infinita come strumento di sopravvivenza politica, uno schema che Netanyahu ha affinato con una maestria.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La Cisgiordania, i coloni e il piano di un<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>altra espulsione<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Mentre Gaza bruciava, in Cisgiordania si consolidava un processo che procede da decenni con meno clamori ma con conseguenze forse ancora pi\u00f9 permanenti: l\u2019espansione degli insediamenti israeliani. Oggi i coloni in Cisgiordania sono circa 700.000 \u2014 una cifra che rende strutturalmente impossibile, da un punto di vista puramente geografico, la nascita di uno Stato palestinese territorialmente contiguo e vitale. I ministri dell\u2019estrema destra del governo Netanyahu \u2014 Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, due figure che qualche anno fa sarebbero stati considerati marginali anche nell\u2019estrema destra israeliana \u2014 hanno apertamente parlato di \u00abincoraggiare\u00bb l\u2019emigrazione dei palestinesi, di annettere la Cisgiordania, di soluzioni che suonano in modo inequivocabilmente pulizia etnica per chiunque voglia usare le parole con la loro precisione.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Autorit\u00e0 Nazionale Palestinese di Abu Mazen \u2014 il presidente che dovrebbe guidare la soluzione dei due Stati che tutti dicono di volere \u2014 controlla sempre meno territorio reale in Cisgiordania, ha una legittimit\u00e0 popolare in caduta libera (non indice elezioni dal 2006), \u00e8 invisa a molti giovani cisgiordani che la vedono come un meccanismo di sicurezza funzionale a Israele pi\u00f9 che come governo nazionale. La nuova generazione palestinese, quella cresciuta durante la Seconda Intifada e dopo, \u00e8 pi\u00f9 radicale, pi\u00f9 disperata e ha meno fiducia nei negoziati di qualunque generazione precedente. Non \u00e8 difficile capirne il perch\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gli errori della classe dirigente palestinese: un bilancio necessario<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La causa palestinese ha sofferto, nel corso di settant\u2019anni, di una classe dirigente che ha commesso errori storici di proporzioni notevoli \u2014 e che ha avuto la pessima abitudine di non riconoscerli mai, preferendo il registro del martirio a quello dell\u2019autocritica.<\/p>\n\n\n\n<p>Il rifiuto del Piano di partizione del 1947 \u00e8 il primo, e per certi versi il pi\u00f9 comprensibile. Ma \u00e8 seguito da una serie di scelte tattiche e strategiche sbagliate che si accumulano fino a diventare una patologia. Il terrorismo internazionale degli anni Settanta alien\u00f2 simpatie preziose senza ottenere risultati politici. La scelta di Arafat di sostenere Saddam Hussein durante la Guerra del Golfo del 1991 fu una catastrofe diplomatica e finanziaria: i Paesi del Golfo tagliarono i finanziamenti all\u2019OLP, e decine di migliaia di lavoratori palestinesi furono espulsi dal Kuwait. Il rifiuto \u2014 ammesso che sia avvenuto nei termini in cui viene raccontato dalla versione israeliana \u2014 di un accordo a Camp David nel 2000 senza proporre un\u2019alternativa concreta. La divisione tra Fatah e Hamas, che ha paralizzato la rappresentanza palestinese per quasi vent\u2019anni.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma l\u2019errore pi\u00f9 profondo, quello che attraversa tutte le leadership palestinesi, \u00e8 stato l\u2019incapacit\u00e0 di costruire istituzioni credibili. Uno Stato, prima ancora di essere un territorio, \u00e8 un sistema di leggi, burocrazie funzionanti, giustizia, economia. L\u2019Autorit\u00e0 Nazionale Palestinese ha avuto, dal 1994, risorse, personale, riconoscimento internazionale. Ha prodotto corruzione, nepotismo e una classe politica che ha usato il discorso nazionale come rendita di posizione. Hamas, dal canto suo, ha mostrato capacit\u00e0 organizzative superiori nella gestione del welfare e dei servizi a Gaza, ma le ha messe al servizio di un progetto ideologico \u2014 l\u2019islamismo intransigente, il rifiuto di riconoscere Israele, il primato della resistenza armata su qualunque altra considerazione, la repressione brutale di ogni dissenso \u2014 che ha sistematicamente bloccato ogni possibilit\u00e0 negoziale, oltre che arrecare danni agli stessi gazawi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>islamismo come trappola<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il conflitto tra la tradizione laica del nazionalismo palestinese \u2014 quella di George Habash, di Nayef Hawatmeh, di Arafat e della stessa Fatah \u2014 e l\u2019islamismo politico \u00e8 uno dei capitoli pi\u00f9 dolorosi e meno discussi di questa storia. Non si tratta di una questione religiosa in senso stretto: si tratta di due concezioni diverse del soggetto politico palestinese. Il nazionalismo laico costruiva l\u2019identit\u00e0 palestinese attorno alla terra, alla storia, al popolo come comunit\u00e0 plurale che include cristiani e musulmani. L\u2019islamismo di Hamas costruisce l\u2019identit\u00e0 attorno alla religione e, implicitamente, esclude chi non la condivide.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ascesa di Hamas \u00e8 stata favorita dai fallimenti della leadership laica: la corruzione di Fatah, il fallimento di Oslo, la disperazione di Gaza hanno creato il terreno su cui l\u2019islamismo \u00e8 cresciuto. Ma Hamas, a sua volta, ha usato Gaza come laboratorio di un progetto che non aveva nulla del pragmatismo necessario a costruire uno Stato. Dov\u2019\u00e8 finita, nel progetto politico di Hamas, la questione della governance, della pluralit\u00e0, dei diritti delle donne, della libert\u00e0 di stampa? Tutto pu\u00f2 aspettare finch\u00e9 non si \u00e8 liberata la terra. Anzi, forse \u00e8 meglio essere pi\u00f9 chiari: alcune libert\u00e0 irrinunciabili anche per chi sostiene la causa palestinese per Hamas sono sciocchezze inutili e da combattere nella costruzione di uno Stato islamista.<\/p>\n\n\n\n<p>Oliver Roy, uno studioso dell\u2019islamismo politico, ha scritto ne <em>Il fallimento dell<\/em><em>\u2019<\/em><em>Islam politico<\/em> che i movimenti islamisti vincono le elezioni ma perdono il potere perch\u00e9 la gestione concreta di uno Stato produce contraddizioni insanabili con il loro schema ideologico. Hamas a Gaza non ha fatto eccezione: ha governato con efficienza sui servizi di base, ma ha trascinato la popolazione di Gaza in una guerra catastrofica in nome di un progetto messianico che la maggioranza dei gazawi probabilmente non condivideva.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un futuro sempre pi\u00f9 <\/strong><strong>buio<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Dove finisce questa storia? Non si sa, ovviamente \u2014 la storia non finisce, si trasforma, anche quando sembra definitivamente inceppata. Ma le prospettive immediate sono, a essere onesti, quasi prive di luce.<\/p>\n\n\n\n<p>Gaza \u00e8 stata demolita in modo sistematico: sono spariti ospedali, universit\u00e0, archivi, mercati, quartieri residenziali interi. La ricostruzione \u2014 ammesso che avvenga e ammesso che la si voglia \u2014 richieder\u00e0 decenni e risorse che nessuno ha ancora deciso di stanziare davvero e il Board of Peace messo insieme da Trump pare pi\u00f9 un\u2019accolita di clientes preoccupati di compiacere l\u2019imperatore svitato. La popolazione palestinese di Gaza \u2014 circa 2,3 milioni di persone \u2014 ha sub\u00ecto uno sfollamento di massa che non ha precedenti nell\u2019era contemporanea dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ci sono piani \u2014 mai formalmente adottati ma mai formalmente esclusi \u2014 di trasferimento verso Egitto o altri paesi arabi: piani che Egitto e Giordania rifiutano con veemenza. In Cisgiordania, i coloni avanzano, le violenze aumentano, l\u2019Autorit\u00e0 Nazionale arranca. La soluzione dei due Stati \u2014 formalmente sostenuta da quasi tutti i governi del mondo \u2014 \u00e8 diventata un\u2019ipotesi geograficamente quasi impossibile da realizzare, salvo uno smantellamento degli insediamenti che nessun governo israeliano ha oggi l\u2019intenzione politica di attuare. La soluzione di uno Stato unico, democratico e laico per ebrei e arabi, \u00e8 un\u2019idea nobile ma praticamente irrealizzabile nel breve e medio periodo, dato il livello di odio reciproco accumulato e la struttura demografica attuale.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019opinione pubblica internazionale ha scoperto, con il 7 ottobre e la risposta israeliana a Gaza, una solidariet\u00e0 con i palestinesi che non aveva avuto per decenni. Ma il sostegno delle piazze non si traduce automaticamente in politica estera, e la leadership palestinese \u2014 divisa, delegittimata, corrotta nel caso di Fatah, ideologicamente rigida e folle nel caso di Hamas \u2014 non ha gli strumenti per capitalizzare questo momento.<\/p>\n\n\n\n<p>Esiste una parola araba che i palestinesi usano accanto a <em>nakba, <\/em>\u00e8 <em>sumud<\/em>, che significa resistenza nel senso del restare, del radicamento, della resilienza quotidiana. Non \u00e8 la parola di chi vince \u2014 \u00e8 la parola di chi sopravvive. Gli ebrei israeliani hanno la loro: <em>amidah<\/em>, la capacit\u00e0 di restare in piedi, di resistere, radicata in una storia di persecuzioni millenarie. Due popoli che praticano la stessa resilienza, ciascuno convinto che l\u2019altro prima o poi ceder\u00e0. Dopo settant\u2019anni, nessuno ha ceduto. Il popolo palestinese \u00e8 ancora l\u00ec, quello israeliano pure.<\/p>\n\n\n\n<p>Una cosa \u00e8 inequivocabile: dopo pi\u00f9 di settant\u2019anni di guerra quasi permanente i palestinesi non hanno uno Stato e gli israeliani continuano a vivere insicuri. Quel principio per il quale entrambi i popoli dovrebbero avere uno Stato e vivere in sicurezza \u00e8 irrealizzabile se entrambi pensano di poter annichilire l\u2019altro. Se palestinesi e israeliani non accetteranno la convivenza &#8211; in qualsiasi formula &#8211; come loro destino, e continueranno a dare credito a classi dirigenti che perpetuano una guerra infinita solo per restare al potere, si condanneranno a un futuro di lutti e sofferenze interminabili e in questo momento della storia pare proprio che abbiano scelto questo destino.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. Settant\u2019anni di sconfitte, repressioni, errori, fino alla trappola dell\u2019islamismo C\u2019\u00e8 una parola araba che i palestinesi pronunciano con un tono che non ammette equivoci: nakba. Catastrofe. Non sconfitta militare, non ritirata tattica \u2014 catastrofe, nel senso quasi geologico del termine, come uno smottamento che ridisegna il paesaggio per sempre. Il 14 maggio 1948 &#8211; a seguito del voto delle Nazioni Unite &#8211; David Ben Gurion proclama lo Stato di Israele a Tel Aviv. 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