{"id":6689,"date":"2026-03-16T16:44:32","date_gmt":"2026-03-16T15:44:32","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6689"},"modified":"2026-03-16T16:52:33","modified_gmt":"2026-03-16T15:52:33","slug":"luomo-che-ha-sequestrato-il-suo-paese","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/03\/16\/luomo-che-ha-sequestrato-il-suo-paese\/","title":{"rendered":"L\u2019uomo che ha sequestrato il suo Paese"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<h4>Netanyahu, Israele e il prezzo di trent\u2019anni di sopravvivenza politica<\/h4>\n\n\n\n<p>\u00c8 il 4 novembre del 1995, Tel Aviv, Yitzhak Rabin, il primo ministro che era arrivato alla pace con i palestinesi, viene assassinato da Yigal Amir \u2014 un giovane religioso nazionalista che aveva deciso che il premier tradiva la patria. Nelle settimane precedenti, Benjamin Netanyahu aveva partecipato a raduni in cui Rabin veniva ritratto in uniforme nazista, dove si urlava \u00abmorte al traditore\u00bb. Netanyahu non spar\u00f2. Ma aveva creato il clima in cui matur\u00f2 quell\u2019atto, agendo con la freddezza di chi sa esattamente cosa sta facendo e finge di non saperlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo \u00e8 Benjamin Netanyahu, un politico di rara abilit\u00e0 tattica che ha costruito la sua carriera su una sola certezza che ha portato sempre fino in fondo: la paura, se gestita con cura, \u00e8 il combustibile pi\u00f9 affidabile per tenere il potere, e il nemico \u2014 reale o costruito \u2014 \u00e8 il miglior collante per tenere insieme un quadro frammentato e complesso come quello di Israele; ma soprattutto, \u00e8 un giocatore spregiudicato che ha messo sopra ogni cosa la sua sopravvivenza politica, anche sopra la storia, la proiezione nel mondo e l\u2019anima del suo stesso Paese.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il Likud e il controllo del partito<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Netanyahu non \u00e8 nato nel Likud: ci \u00e8 arrivato dalla carriera diplomatica, dall\u2019ambasciata a Washington, e da una televisione americana che aveva imparato a usare come nessun israeliano prima di lui. Figlio di un intellettuale nazionalista \u2014 suo padre Benzion era uno storico convinto che l\u2019antisemitismo fosse una costante irriducibile della civilt\u00e0 occidentale, e forse questo spiega qualcosa \u2014 Bibi aveva capito prima degli altri che la politica moderna si vince sui media, non nelle assemblee di partito.<\/p>\n\n\n\n<p>Il controllo del Likud \u00e8 stato una conquista graduale, e non sempre lineare. Netanyahu ha perso la leadership, l\u2019ha riconquistata, ha visto il partito vincere e perdere elezioni ma \u00e8 sopravvissuto a tutto questo perch\u00e9 ha capito una cosa che i suoi avversari interni hanno sottovalutato: in un partito di destra nazionalista, l\u2019estremismo \u00e8 una risorsa, non una minaccia, purch\u00e9 tu sappia come incanalarlo. Ha lasciato che la base si radicalizzasse, e poi si \u00e8 presentato come l\u2019unico in grado di tenere insieme tutte le fazioni della destra israeliana.<\/p>\n\n\n\n<p>Il risultato \u00e8 che oggi il Likud \u00e8 essenzialmente Netanyahu, e Netanyahu \u00e8 il Likud. I quadri intermedi che avrebbero potuto sfidarlo o non ci sono pi\u00f9 o sono stati cooptati. Coloro che hanno provato a fare carriera autonoma \u2014 Gideon Sa\u2019ar, Naftali Bennett \u2014 hanno lasciato il partito o sono stati marginalizzati. Il partito come macchina di selezione della classe dirigente \u00e8 morto: \u00e8 rimasto come brand e strumento del capo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>alleanza con l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>estrema destra religiosa e nazionalista<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Se volete capire la svolta pi\u00f9 importante della politica israeliana degli ultimi vent\u2019anni, non guardate solo a Netanyahu. Guardate Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, i due leader dell\u2019estrema destra nazionalista-religiosa che siedono oggi nel suo governo. Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, aveva in casa un ritratto di Baruch Goldstein \u2014 l\u2019uomo che nel 1994 massacr\u00f2 29 palestinesi in preghiera alla moschea di Hebron; lo stesso Ben-Gvir, l\u2019uomo che amava girare armato, non ha fatto il militare, respinto dall\u2019esercito che lo riteneva una pericolosa testa calda. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze con poteri sulle politiche in Cisgiordania, ha dichiarato che Israele dovrebbe \u00abespellere\u00bb i palestinesi. Questi non sono comprimari: sono i garanti della sopravvivenza parlamentare di Netanyahu.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019alleanza con il blocco religioso-nazionalista \u00e8 stata costruita nel tempo, pezzo per pezzo, con una logica di mutuo soccorso che ha finito per stravolgere le priorit\u00e0 dello Stato. I partiti ultra-ortodossi \u2014 Shas e Torah ebraica unita \u2014 hanno ottenuto esenzioni dal servizio militare per gli ortodossi (una ferita aperta nella societ\u00e0 israeliana che la Corte suprema ha recentemente rimesso al centro del dibattito politico), finanziamenti statali alle scuole religiose, controllo sui registri di stato civile. I nazionalisti religiosi hanno avuto carta bianca in Cisgiordania: nuove colonie, espansioni, impunit\u00e0 de facto per i coloni violenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Netanyahu sa benissimo che questi alleati sono ideologicamente oltre quello che lui stesso, figlio di un nazionalismo laico e pragmatico, avrebbe scelto in condizioni normali, ma le sue condizioni non sono normali da anni: \u00e8 sotto processo per corruzione, frode e abuso di potere in tre procedimenti distinti, e la sua sopravvivenza politica dipende dal restare alla guida del governo. Un leader condannato che non governa \u00e8 un privato cittadino in attesa di sentenza, un leader condannato che governa pu\u00f2 riformare il sistema giudiziario, nominare giudici e prolungare i suoi processi all\u2019infinito.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La debolezza degli avversari e lo spostamento a destra del Paese<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Sarebbe troppo comodo attribuire l\u2019egemonia di Netanyahu solo alla sua astuzia tattica. C\u2019\u00e8 una storia demografica e culturale dietro, che molti analisti occidentali faticano a vedere. L\u2019arrivo massiccio di immigrati dall\u2019ex Unione Sovietica negli anni Novanta \u2014 circa un milione di persone tra il 1990 e il 2000 \u2014 ha introdotto nell\u2019elettorato israeliano un blocco elettorale che non aveva nessuna simpatia per il compromesso con i palestinesi, portava con s\u00e9 un\u2019esperienza di Stato forte e autoritario, e cercava in Israele una patria da difendere e non un progetto da costruire.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa componente, unita alla crescita demografica del mondo sefardita e mizrahi (gli ebrei provenienti dal Medioriente) \u2014 tradizionalmente pi\u00f9 conservatore, meno legato alla cultura laica e socialista dei fondatori del Paese, ha spostato il baricentro dell\u2019elettorato israeliano in modo strutturale. Netanyahu ha capito il cambiamento del Paese prima degli altri e lo ha cavalcato. I suoi avversari \u2014 Lapid, Gantz, tutti leader che si sono impegnati nei vari tentativi di ricostruzione del centro-sinistra \u2014 continuano a fare campagna elettorale come se l\u2019elettorato di riferimento fosse ancora quello di quarant\u2019anni fa.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019opposizione israeliana soffre inoltre di un vizio strutturale: \u00e8 guidata da personalit\u00e0 che si propongono come alternative personali a Netanyahu pi\u00f9 che come portatori di un progetto politico alternativo. Benny Gantz \u00e8 un ex capo di stato maggiore che ha pensato di poter vincere per inerzia. Yair Lapid \u00e8 un ex presentatore televisivo con un partito centrista che non sa bene cosa vuole. Yoav Gallant \u00e8 stato licenziato da Netanyahu nel mezzo della guerra. Il risultato \u00e8 che ogni volta che l\u2019opposizione sembra finalmente pronta a sfidarlo, Netanyahu trova un modo \u2014 spesso un\u2019escalation militare \u2014 per ricordare agli elettori perch\u00e9, in fondo, \u00e8 sempre meglio tenersi lui.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Come si demolisce un processo di pace<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il capitolo pi\u00f9 oscuro della storia politica di Netanyahu \u00e8 quello che precede e segue immediatamente l\u2019assassinio di Yitzhak Rabin nel novembre 1995. Non perch\u00e9 Netanyahu sia responsabile dell\u2019omicidio \u2014 non lo \u00e8, nel senso stretto e giuridico del termine \u2014 ma perch\u00e9 la campagna di delegittimazione di Rabin condotta dal Likud in quegli anni ha creato il clima in cui Amir ha potuto agire convinto di fare una cosa giusta e necessaria.<\/p>\n\n\n\n<p>Netanyahu si era opposto agli Accordi di Oslo del 1993 con una radicalit\u00e0 che andava ben oltre la normale dialettica politica. Non contestava solo i dettagli negoziali: contestava la legittimit\u00e0 stessa del processo, dipingeva Rabin come uno che svendeva la sicurezza di Israele per un riconoscimento internazionale effimero, evocava scenari catastrofici in cui lo Stato ebraico sarebbe stato inghiottito da una marea araba ostile. Era retorica. Era politica. Era anche, come si \u00e8 visto, qualcosa di pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo Oslo, dopo Rabin, Netanyahu ha costruito una narrazione alternativa che ha finito per diventare il senso comune dominante in Israele: non esiste un interlocutore palestinese credibile, ogni concessione viene letta come debolezza e incoraggia la violenza, la sicurezza \u00e8 l\u2019unico parametro rilevante e la pace un miraggio per ingenui. Questa narrazione non \u00e8 interamente falsa \u2014 le difficolt\u00e0 del processo di pace erano reali, l\u2019Autorit\u00e0 palestinese ha fatto errori enormi, il terrorismo di Hamas ha fornito a Netanyahu argomenti potenti \u2014 ma \u00e8 una narrativa senza speranza, quella della guerra permanente. La stessa narrativa di Hamas nel campo palestinese.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gaza, la Cisgiordania, i coloni<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Per capire la strategia di Netanyahu verso i palestinesi bisogna partire da una premessa che lui stesso non ha mai esplicitato pubblicamente in modo diretto ma che traspare da trent\u2019anni di scelte concrete: l\u2019obiettivo non \u00e8 risolvere il conflitto, ma gestirlo o, meglio, usarlo. Una soluzione \u2014 qualsiasi soluzione \u2014 richiederebbe di prendere posizioni definitive su confini, Gerusalemme, rifugiati, che sono politicamente impossibili da sostenere nella coalizione che Netanyahu ha costruito. L\u2019indefinitezza permanente, la provvisoriet\u00e0 continua, al contrario, permettono di mantenere la Cisgiordania in uno stato di occupazione de facto senza mai formalizzarla in annessione e di tenere Gaza in uno stato di blocco che punisce la popolazione civile senza eliminare Hamas.<\/p>\n\n\n\n<p>I coloni \u2014 oggi circa 700.000 in Cisgiordania, distribuiti in oltre 130 insediamenti ufficiali e decine di avamposti non autorizzati \u2014 sono il cuore di questa strategia. Ogni nuovo insediamento \u00e8 un fatto sul terreno che rende pi\u00f9 difficile immaginare una soluzione a due Stati. Ogni avamposto non autorizzato tollerato dal governo \u00e8 un segnale ai coloni che le regole non si applicano a loro. Smotrich, che controlla buona parte dell\u2019amministrazione civile della Cisgiordania, ha accelerato questo processo in un modo senza precedenti: approvazione di nuove costruzioni, regolarizzazione retroattiva di avamposti illegali, confisca di terre palestinesi.<\/p>\n\n\n\n<p>La violenza dei coloni contro i villaggi palestinesi \u2014 incendi di case, distruzione di oliveti, aggressioni fisiche, qualche omicidio \u2014 \u00e8 aumentata drammaticamente dopo il 7 ottobre 2023, in una quasi totale impunit\u00e0. I soldati presenti sul posto spesso assistono senza intervenire e se intervengono, come \u00e8 successo recentemente, si trovano attaccati dai coloni stessi. Questo non \u00e8 caos: \u00e8 una scelta politica per la quale i coloni sono intoccabili perch\u00e9 sono l\u2019elettorato di riferimento dei partner di coalizione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Come si gestisce il nemico ideale<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 un\u2019accusa che viene mossa a Netanyahu con crescente insistenza anche da commentatori israeliani non di sinistra: di aver deliberatamente indebolito l\u2019Autorit\u00e0 Palestinese e rafforzato indirettamente Hamas, perch\u00e9 un\u2019Autorit\u00e0 debole e un Hamas forte rendevano impossibile qualsiasi negoziato serio. La tesi \u00e8 supportata da un fatto concreto: per anni, il governo israeliano ha consentito \u2014 e in parte facilitato \u2014 il trasferimento di fondi dal Qatar a Hamas, con il ragionamento che serviva a mantenere una relativa calma a Gaza. Funzionari dell\u2019intelligence israeliana avevano avvertito che Hamas si stava riarmando sistematicamente. Gli avvertimenti sono stati ignorati o sottovalutati.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 7 ottobre 2023 ha cambiato tutto \u2014 e non ha cambiato niente. L\u2019attacco di Hamas \u00e8 stato il peggiore contro civili ebrei dalla Shoah: circa 1.200 morti, 250 ostaggi, un atto di una brutalit\u00e0 oscena (con stupri, decapitazioni e torture \u2014 meglio ricordarlo davanti a chi fa lo gnorri). La risposta militare israeliana ha devastato Gaza, causando decine di migliaia di morti palestinesi (le stime variano, ma i numeri sono nell\u2019ordine delle decine di migliaia e lo stesso esercito israeliano ha parlato di 70 mila, una proporzione di civili che ha sollevato accuse di crimini di guerra davanti alla Corte Penale Internazionale), distruggendo infrastrutture, ospedali, scuole. Netanyahu ha trasformato questa guerra in una campagna di sopravvivenza politica: finch\u00e9 dura la guerra, non si vota. Finch\u00e9 non si vota, non si \u00e8 giudicati.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019obiettivo dichiarato di \u00abdistruggere Hamas\u00bb \u00e8 rimasto, dopo oltre due anni di operazioni, solo un desiderio, tanto sul piano militare che su quello politico. Hamas come organizzazione armata \u00e8 stata degradata significativamente, ma non eliminata. Hamas come ideologia e come risposta politica alla frustrazione palestinese resta viva e, se possibile, pi\u00f9 forte di prima. L\u2019Autorit\u00e0 Palestinese guidata dall\u2019ottantanovenne Mahmoud Abbas, corrotta e priva di legittimit\u00e0 popolare, non \u00e8 assolutamente in grado di governare Gaza dopo la guerra. I palestinesi non sono mai stati deboli come adesso: a Gaza guidati da islamisti fanatici, a Ramallah da una gerontocrazia corrotta, per i governi vicini di Egitto e Giordania sono solo una noiosa perdita di tempo, cos\u00ec come per i petrostati del Golfo, impegnati a ostacolarsi a vicenda. Una marea di debolezze e contraddizioni che il premier israeliano conosce e cavalca senza remore.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Da Clinton a Biden: il rapporto pi\u00f9 complicato del mondo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto tra Netanyahu e gli Stati Uniti \u00e8 la pi\u00f9 lunga relazione disfunzionale della storia diplomatica recente. Netanyahu parla un inglese perfetto, con accento americano (ha studiato al MIT), conosce la politica americana dall\u2019interno, sa come lavorare il Congresso, sa come parlare agli evangelici (la destra protestante vive nel mito di Israele come terra del Signore), sa come usare la potente lobby filo-israeliana AIPAC, distribuendo sostegni e fondi elettorali a candidati democratici e repubblicani. \u00c8 pi\u00f9 americano di molti americani, e questa \u00e8 sia la sua forza che il suo problema.<\/p>\n\n\n\n<p>Con Bill Clinton il rapporto era di cortese ostilit\u00e0: Clinton ha sostenuto Oslo e ha trovato in Netanyahu un interlocutore che sabotava i negoziati pur non potendo rifiutarli apertamente. Con George W. Bush \u00e8 andata meglio: il clima post-11 settembre aveva creato una convergenza sulla narrativa della guerra al terrore in cui Israele si inseriva comodamente. Con Obama \u00e8 stato aperto conflitto \u2014 Netanyahu ha umiliato pubblicamente Biden nel 2010 annunciando nuove costruzioni in Cisgiordania mentre il vicepresidente americano era in visita in Israele, e ha tenuto un discorso al Congresso nel 2015 contro l\u2019accordo nucleare iraniano, invitato dai repubblicani senza informare la Casa Bianca.<\/p>\n\n\n\n<p>Con Trump il rapporto \u00e8 stato idilliaco: riconoscimento di Gerusalemme capitale, riconoscimento della sovranit\u00e0 israeliana sulle alture del Golan, accordi di Abramo con alcuni paesi arabi (che per\u00f2 non risolvevano la questione palestinese, si limitavano ad aggirarla). Con Biden \u2014 che \u00e8 stato il presidente americano che ha inviato pi\u00f9 aiuti militari a Israele nella storia \u2014 il rapporto \u00e8 stato paradossalmente pi\u00f9 teso di quanto sembri: Biden ha appoggiato l\u2019operazione a Gaza, ma ha espresso critiche sempre pi\u00f9 esplicite sulle vittime civili, sugli ostacoli agli aiuti umanitari, sull\u2019espansione delle colonie. Netanyahu ha ignorato le critiche di Biden con la stessa sistematicit\u00e0 con cui ha ignorato quelle di Obama. Nel suo secondo mandato Trump ha nominato ambasciatore un fanatico evangelico che ritiene che Israele debba prendersi tutto il Medioriente, e spesso sembra essere \u00abpilotato\u00bb dal premier israeliano. I giornalisti raccontano di una battuta dal sen fuggita del Segretario di Stato Marco Rubio che avrebbe detto che gli americani \u00absono stati trascinati in guerra da Israele\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La rottura con le opinioni pubbliche occidentali: perdere la battaglia della narrazione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 stato un momento, difficile da datare con precisione ma reale, in cui l\u2019opinione pubblica occidentale \u2014 soprattutto quella giovane, progressista, universitaria \u2014 ha smesso di vedere Israele come la democrazia sotto assedio circondata da regimi autoritari ostili, e ha cominciato a vederlo come una potenza occupante che pratica l\u2019apartheid. Questo cambiamento non \u00e8 avvenuto per caso: \u00e8 il risultato di decenni dell\u2019espansione delle colonie, di episodi di violenza contro civili palestinesi documentati sui social media, di una gestione di Gaza che ha prodotto immagini insostenibili. Certo, in tema di propaganda arabi e palestinesi sono stati molto abili, Al Jazeera, raccontando in modo parziale le vicende mediorientali ha dato una mano a una certa narrazione anti-israeliana, ma l\u2019impressione \u00e8 che per Netanyahu e la destra al governo a Gerusalemme il giudizio dell\u2019opinione pubblica occidentale sia del tutto indifferente; il soft-power culturale che Israele era riuscito a costruirsi come eredi delle persecuzioni della storia, con l\u2019epopea dei kibbutz, degli scampati all\u2019Olocausto che costruivano una nazione, il vanto di essere \u00abl\u2019unica democrazia del Medioriente\u00bb sono stati polverizzati in nome di una politica fondata esclusivamente sull\u2019uso della forza.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 7 ottobre e la risposta militare hanno accelerato questa rottura in modo probabilmente irreversibile. Le immagini di Gaza bombardata, degli ospedali colpiti, dei bambini morti sotto le macerie, sono circolate su TikTok e Instagram con una velocit\u00e0 e una pervasivit\u00e0 che nessuna comunicazione istituzionale israeliana poteva, o voleva, controbilanciare.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure Israele resta una democrazia, la gente da mesi scende in piazza contro il governo, la sua riforma giudiziaria, la gestione della crisi degli ostaggi; i media come Haaretz, intellettuali, ex militari, chiedono conto delle politiche dei coloni, sollevano dubbi sulla gestione della tragedia del 7 ottobre; a tutti Netanyahu ha risposto nell\u2019unico modo che conosce: negando la realt\u00e0, accusando i critici di antisemitismo, descrivendo qualsiasi obiezione alle operazioni militari come supporto al terrorismo. Questa tattica ha funzionato per anni \u2014 l\u2019accusa di antisemitismo \u00e8 un\u2019arma potente \u2014 ma ha finito per erodere il suo stesso credito: quando tutto \u00e8 antisemitismo, niente \u00e8 antisemitismo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>ambiguo rapporto con Mosca e il mondo arabo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto di Netanyahu con Vladimir Putin \u00e8 uno dei pi\u00f9 studiati e meno capiti della diplomazia contemporanea. Israele e Russia condividevano in Siria, durante il regime degli Assad, uno spazio operativo complicatissimo: le forze aeree israeliane colpivano regolarmente posizioni iraniane e di Hezbollah in territorio siriano, e lo facevano con una tacita tolleranza russa che ha reso possibili centinaia di raid. Oggi, entrambi cercano di allacciare rapporti fruttuosi con i nuovi governanti a Damasco.<\/p>\n\n\n\n<p>Netanyahu ha incontrato Putin pi\u00f9 volte, ha gestito questo canale con cura, ha evitato di condannare l\u2019invasione dell\u2019Ucraina con la durezza che gli chiedevano i partner occidentali. Questa posizione ha creato attriti con Washington e con l\u2019Europa, ma Netanyahu l\u2019ha difesa con l\u2019argomento che la sicurezza di Israele richiede pragmatismo, non ideologia. C\u2019\u00e8 del vero in questo, ma c\u2019\u00e8 anche dell\u2019opportunismo: molti israeliani hanno origini nell\u2019ex spazio sovietico e simpatie ambivalenti. Il calcolo politico interno non \u00e8 quindi assente.<\/p>\n\n\n\n<p>Con il mondo arabo il quadro \u00e8 ancora pi\u00f9 paradossale. Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno normalizzato le relazioni con Emirati, Bahrain, Sudan e Marocco (che si aggiungono a Egitto e Giordania da tempo in relazioni quasi normali con Israele) \u2014 un successo diplomatico reale, che Netanyahu ha giustamente rivendicato. L\u2019Arabia Saudita era in procinto di firmare un accordo simile prima del 7 ottobre, ma la guerra di Gaza ha congelato tutto. Il paradosso \u00e8 che i regimi arabi che Netanyahu ha corteggiato con successo sono precisamente quelli che hanno abbandonato la causa palestinese come priorit\u00e0 strategica: i loro cittadini, per\u00f2, non l\u2019hanno abbandonata, e le piazze arabe \u2014 e musulmane \u2014 sono tornate a riempirsi di bandiere palestinesi come non si vedeva da decenni.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>I guai giudiziari e la lotta per la sopravvivenza<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>In una democrazia normale, un primo ministro imputato in tre processi penali avrebbe rassegnato le dimissioni in attesa del giudizio, o quanto meno avrebbe tenuto la questione giudiziaria separata dalla questione politica. Israele non \u00e8 pi\u00f9 una democrazia normale in questo momento. I capi d\u2019accusa contro Netanyahu sono: corruzione (avrebbe ricevuto sigari cubani, champagne e gioielli in cambio di favori politici da un produttore hollywoodiano); frode e abuso di potere in due distinti casi che coinvolgono accordi con editori e broadcaster in cambio di copertura mediatica favorevole. Non sono accuse banali. Non sono complotti della sinistra, come Netanyahu insiste a dire: i procuratori che l\u2019hanno incriminato erano stati da lui stesso nominati o approvati.<\/p>\n\n\n\n<p>La riforma del sistema giudiziario varata nel 2023 \u2014 che avrebbe limitato la capacit\u00e0 della Corte Suprema di annullare decisioni del governo \u2014 \u00e8 stata presentata come una questione di equilibrio democratico tra i poteri. Era, nella realt\u00e0, uno strumento per proteggere Netanyahu dai suoi processi. La mobilitazione popolare che ne \u00e8 seguita \u2014 centinaia di migliaia di israeliani in piazza per mesi \u2014 \u00e8 stata la pi\u00f9 grande nella storia del paese. La guerra del 7 ottobre ha interrotto la protesta ma non ha risolto il conflitto politico che la alimentava.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>illusione dell<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>invincibilit\u00e0<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Uno dei vanti di Netanyahu \u00e8 quello di essere l\u2019unico capace di garantire la sicurezza di Israele (come se prima di lui non fossero esistiti una Golda Meir o un Moshe Dayan). Certamente lo Stato ebraico ha un sistema di sicurezza imponente, lo scudo missilistico \u00abIron Dome\u00bb \u00e8 quasi impossibile da perforare eppure, negli anni di regno di Bibi, non sono mancati gli attentati di qualche kamikaze, qualche missile \u00e8 sfuggito allo \u00abscudo\u00bb e tutta la nazione ancora si interroga sui buchi e gli errori che hanno consentito la mattanza del 7 ottobre.<\/p>\n\n\n\n<p>Come ha scritto in un post su Facebook la giornalista italo-israeliana Manuela Dviri \u2014 per centinaia di migliaia di israeliani le misure di sicurezza non sono infallibili: ci sono centinaia di migliaia di israeliani che non hanno i rifugi nelle loro case n\u00e9 sono in grado di raggiungere un rifugio nei sei minuti di preavviso che ricevono sul cellulare; ci sono anziani, disabili, bambini, malati che non hanno il tempo di mettersi in sicurezza e sono tanti che vivono nell\u2019ansia, esausti, costretti a fingere sicurezza per non impaurire i figli. Non \u00e8 pi\u00f9 una questione di forza e di resilienza ma di assuefazione, abitudine, disperazione. Sono in molti \u2014 anche chi pensa che solo Netanyahu li possa salvare \u2014 a chiedersi: \u00abfino a quando?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Resta un\u2019altra questione da chiarire: come si pu\u00f2 un popolo di 10 milioni di abitanti (dei quali 2 milioni arabi) vivere sicuro se chi lo governa ha deciso che un altro popolo di 5 milioni e mezzo di anime e che gli sta accanto deve sparire? A nessuno viene in mente che la logica dei Ben-Gvir e di Hamas, quell\u2019idea di fare sparire l\u2019avversario, \u00e8 irrealizzabile e pu\u00f2 portare solo a una guerra infinita? Non \u00e8 una domanda provocatoria, \u00e8 quella che si fanno tutti coloro che credono che Israele abbia il diritto di vivere in sicurezza e i palestinesi ad avere uno Stato e \u2014 questa s\u00ec, \u00e8 una provocazione tutta mia \u2014 tutti coloro che pensano che il mondo non possa essere messo a rischio da chi, per restare al potere, non vuole nessun accordo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quando la guerra diventa campagna elettorale<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019attacco israeliano all\u2019Iran nell\u2019aprile 2024, seguito da scambi di missili e droni, e l\u2019escalation successiva con Hezbollah in Libano, hanno una logica militare propria \u2014 le posizioni iraniane nel teatro mediorientale rappresentano una minaccia reale per Israele. Ma hanno anche una logica politica interna che sarebbe ingenuo ignorare: ogni escalation sposta l\u2019attenzione dai processi, rafforza la narrativa della minaccia esistenziale, rende difficile per l\u2019opposizione attaccare Netanyahu senza sembrare di fare il gioco del nemico.<\/p>\n\n\n\n<p>Le prossime elezioni israeliane \u2014 che Netanyahu rimanda da mesi con ogni strumento a sua disposizione, incluso il mantenimento di un governo di guerra che non pu\u00f2 cadere senza conseguenze sulla campagna militare \u2014 saranno il giudizio definitivo su trent\u2019anni di potere. I sondaggi attuali sono contraddittori: mostrano che Netanyahu sarebbe sconfitto se si votasse oggi, ma anche che non esiste un\u2019alternativa credibile in grado di formare un governo stabile. Il paradosso \u00e8 perfetto: l\u2019uomo che ha eroso sistematicamente la qualit\u00e0 delle istituzioni democratiche israeliane potrebbe beneficiare proprio di questa erosione nel momento della resa dei conti. Infatti, se alla fine dell\u2019odierna operazione \u00abEpic Fury\u00bb l\u2019Iran non fosse pi\u00f9 una reale minaccia (con il rischio di finire nel caos), sarebbe Netanyahu a prenderne i meriti, oscurando le inchieste, gli errori del 7 ottobre, i tentativi di danneggiare la democrazia, ed erigendosi, un\u2019altra volta, a l\u2019unico leader capace di garantire la sicurezza di Israele.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima di arrivare al verdetto elettorale, vale la pena guardare il quadro intero. Perch\u00e9 il lascito di Netanyahu non si misura solo in elezioni vinte o perse, in processi evitati o subiti. Si misura in quello che ha fatto all\u2019anima del Paese. Israele era, nella sua fondazione e nella sua prima storia, un progetto laico. I padri fondatori \u2014 Ben-Gurion in testa \u2014 erano socialisti, agnostici, uomini che avevano lasciato i ghetti dell\u2019Europa orientale portando con s\u00e9 i libri di Marx e di Herzl, non la Torah. La religione era tollerata, rispettata, ma tenuta ai margini della vita pubblica. Il compromesso originario con il mondo ultra-ortodosso \u2014 esenzione dal servizio militare in cambio di neutralit\u00e0 politica \u2014 era pensato come una soluzione temporanea per una minoranza piccola e in via di assimilazione. Non \u00e8 andata cos\u00ec. Netanyahu ha usato i partiti religiosi come stampelle di governo, cedendo alle loro richieste in cambio del sostegno politico: il controllo dello status personale, l\u2019espansione del finanziamento alle yeshivot (le scuole ortodosse), la resistenza a qualsiasi forma di servizio civile alternativo per i giovani ultra-ortodossi, lo smantellamento della laicit\u00e0 dello spazio pubblico. Il risultato \u00e8 un paese in cui una quota crescente della popolazione \u2014 gli haredi (gli ultra-ortodossi) sono oggi circa il 13% e, con tassi di natalit\u00e0 elevatissimi, crescono rapidamente \u2014 non partecipano alla vita economica e militare del paese, vivono in un universo parallelo, e votano compattamente i partiti che garantiscono il mantenimento di questi privilegi. L\u2019Israele laico e socialista che aveva vinto le guerre del 1948 e del 1967 \u00e8 un ricordo. Quello che \u00e8 rimasto, Netanyahu lo ha plasmato a propria immagine.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul piano interno, la divisione \u00e8 diventata uno spaccato che ricorda pi\u00f9 una guerra civile fredda che una normale dialettica democratica. I mesi di protesta del 2023 contro la riforma giudiziaria hanno mostrato un paese spaccato in due con una nitidezza quasi geometrica: da una parte i laici, gli ashkenaziti istruiti, la borghesia di Tel Aviv, i riservisti dell\u2019esercito che minacciavano di non presentarsi alle chiamate; dall\u2019altra il mondo religioso-nazionalista, i coloni, il blocco mizrahi e sefardita che in Netanyahu vede non un politico ma un simbolo di riscatto contro l\u2019establishment laico che per decenni li aveva trattati come cittadini di serie B. Queste non sono divisioni superficiali. Sono divisioni identitarie, e Netanyahu le ha nutrite con cura perch\u00e9 una societ\u00e0 divisa ha sempre bisogno di un arbitro \u2014 e lui si \u00e8 candidato a quel ruolo da trent\u2019anni.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul piano internazionale, il conto \u00e8 altrettanto pesante. Israele aveva costruito nel corso dei decenni un capitale di simpatia che poggiava su fondamenta reali: era una democrazia in un mare di autoritarismi, aveva una stampa libera, una Corte Suprema indipendente, un esercito con codici etici propri. Poteva essere criticato \u2014 e lo era \u2014 ma restava dentro il perimetro dei Paesi con cui il mondo democratico si identificava. Quel capitale non \u00e8 stato dilapidato in un giorno: \u00e8 stato eroso lentamente, legge dopo legge, colonia dopo colonia, dichiarazione di Smotrich dopo dichiarazione di Ben-Gvir, fino a Gaza. Oggi Israele \u00e8 sotto indagine della Corte Penale Internazionale, \u00e8 stato oggetto di una risoluzione della Corte Internazionale di Giustizia che ha riconosciuto la plausibilit\u00e0 di un\u2019accusa di genocidio, ha perso la maggioranza dell\u2019Assemblea Generale dell\u2019ONU su quasi ogni questione che riguarda i palestinesi. Nessuno di questi sviluppi \u00e8 solo colpa di Netanyahu \u2014 ci sono responsabilit\u00e0 palestinesi, responsabilit\u00e0 arabe, responsabilit\u00e0 della comunit\u00e0 internazionale che per decenni ha guardato dall\u2019altra parte. Ma lui \u00e8 stato al potere per la maggior parte di questi anni, e le scelte che hanno portato a questo risultato le ha fatte lui.<\/p>\n\n\n\n<p>Amos Oz, il grande scrittore israeliano scomparso nel 2018, aveva una frase che torna spesso in mente quando si parla di Netanyahu: \u00abIl fanatismo \u00e8 sempre il risultato di una domanda repressa.\u00bb La domanda repressa di Israele \u2014 che cosa vogliamo essere, quale paese vogliamo costruire, in quale futuro vogliamo vivere \u2014 \u00e8 quella che Netanyahu ha sistematicamente rimandato, sostituendola con la domanda pi\u00f9 semplice e pi\u00f9 potente: sopravviveremo? Finch\u00e9 quella domanda sembra urgente, lui si \u00e8 reso necessario. Finch\u00e9 lui \u00e8 necessario, quella domanda rimane urgente. \u00c8 una trappola che ha ingabbiato un Paese e permesso il suo potere trentennale. Netanyahu non si \u00e8 preso solo il potere in Israele, lo ha cambiato profondamente per poterlo tenere in ostaggio. A nessuno oggi \u00e8 chiaro se Israele riuscir\u00e0 a fuggire dalla gabbia dove il suo premier l\u2019ha imprigionato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. Netanyahu, Israele e il prezzo di trent\u2019anni di sopravvivenza politica \u00c8 il 4 novembre del 1995, Tel Aviv, Yitzhak Rabin, il primo ministro che era arrivato alla pace con i palestinesi, viene assassinato da Yigal Amir \u2014 un giovane religioso nazionalista che aveva deciso che il premier tradiva la patria. Nelle settimane precedenti, Benjamin Netanyahu aveva partecipato a raduni in cui Rabin veniva ritratto in uniforme nazista, dove si urlava \u00abmorte al traditore\u00bb. Netanyahu non spar\u00f2. 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