{"id":6674,"date":"2026-03-11T16:14:27","date_gmt":"2026-03-11T15:14:27","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6674"},"modified":"2026-03-11T16:17:57","modified_gmt":"2026-03-11T15:17:57","slug":"il-paese-che-non-riesce-a-essere-uno-stato-il-libano-tante-stanze-nessuna-fondamenta","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/03\/11\/il-paese-che-non-riesce-a-essere-uno-stato-il-libano-tante-stanze-nessuna-fondamenta\/","title":{"rendered":"Il Paese che non riesce a essere uno Stato. Il Libano: tante stanze, nessuna fondamenta"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<h5><strong>Il mosaico e la colla che non ha mai fatto presa<\/strong><\/h5>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 una vignetta che circola da anni in Medio Oriente: un cartografo siede davanti a una mappa del Libano e la esamina perplesso. Il problema non \u00e8 il confine settentrionale con la Siria, n\u00e9 quello meridionale con Israele. Il problema \u00e8 l\u2019interno: \u00abNon so come disegnare i confini tra le comunit\u00e0\u00bb. Forse \u00e8 una battuta che per noi non \u00e8 immediatamente comprensibile, ma chi vive nel Paese dei cedri ne coglie al volo l\u2019essenza: il Libano non \u00e8 uno Stato che funziona male, non \u00e8 proprio uno Stato, \u00e8 qualcosa che si traveste da Stato. Per capire il perch\u00e9 bisogna fare un passo indietro \u2014 anzi, parecchi passi indietro.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando la Francia ottenne il mandato sulla Siria e sul Libano, dopo la Prima Guerra Mondiale e il disfacimento dell\u2019Impero Ottomano, uno dei suoi primi atti fu allargare i confini del Piccolo Libano \u2014 la provincia autonoma riconosciuta dall\u2019Impero Ottomano nel 1861, corrispondente grosso modo alla catena montuosa del Monte Libano con le sue popolazioni prevalentemente cristiane maronite e druse, senza accesso diretto al mare e senza le grandi citt\u00e0 costiere \u2014 incorporandovi la Bekaa, il sud e Tripoli. Il Grande Libano nacque nel 1920 come entit\u00e0 funzionale agli interessi francesi e alle aspirazioni di quella comunit\u00e0 maronita con cui Parigi intratteneva da secoli una relazione speciale, risalente almeno alle Crociate, con tutto il peso simbolico che questo comportava.<\/p>\n\n\n\n<p>Il risultato fu un Paese artificialmente plurale, nel senso peggiore del termine: non plurale come la Svizzera, dove il pluralismo \u00e8 diventato nel tempo un progetto condiviso, ma plurale come un mosaico dove i pezzi non combaciano e la colla per tenerli insieme \u00e8 di scarsa qualit\u00e0. Maroniti, sunniti, sciiti, drusi, greco-ortodossi, greco-cattolici, armeni, alawiti e altri \u2014 diciotto comunit\u00e0 religiose ufficialmente riconosciute, ognuna con il proprio status, i propri tribunali religiosi per il diritto di famiglia, le proprie scuole, perfino i propri ospedali e, per non farsi mancare nulla, le proprie milizie. Non era un residuo medievale destinato a scomparire con la modernizzazione: era un sistema codificato, deliberatamente mantenuto, in cui la religione di nascita diventa una carta d\u2019identit\u00e0 politica permanente e senza possibilit\u00e0 di fuga. Il libanese, prima di essere un cittadino del suo Paese, \u00e8 maronita, sciita, sunnita o druso, e ci\u00f2 ne determina diritti e doveri.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Patto Nazionale del 1943 \u2014 accordo non scritto tra il leader maronita Bchara El-Khoury e il leader sunnita Riad El-Solh \u2014 stabil\u00ec la formula che avrebbe governato il Libano indipendente: presidente maronita, primo ministro sunnita, presidente del Parlamento sciita. La ripartizione dei seggi parlamentari: sei cristiani per ogni cinque musulmani, rapporto fondato sul censimento del 1932 \u2014 l\u2019unico mai condotto, voluto dai francesi quando i cristiani erano ancora maggioranza. Da allora nessun altro censimento \u00e8 stato fatto. Non \u00e8 un caso: conoscere i numeri reali significherebbe rinegoziare tutto, a partire dal prendere atto che i musulmani sono diventati pi\u00f9 numerosi dei cristiani, ma nessuna comunit\u00e0 vuole mettere in discussione il potere che detiene da decenni.<\/p>\n\n\n\n<p>Il confessionalismo \u2014 cos\u00ec si chiama questo sistema \u2014 non \u00e8 solo un problema di governo, \u00e8 una macchina di perpetuazione del potere. Ogni ministero \u00e8 considerato appannaggio di una certa comunit\u00e0; ogni nomina importante viene negoziata in base all\u2019equilibrio tra fazioni; ogni servizio pubblico diventa terreno di clientelismo identitario. Come osserva Farid el-Khazen nel suo <em>The Breakdown of the State in Lebanon<\/em>, il sistema confessionale non ha semplicemente impedito la costruzione di un\u2019identit\u00e0 nazionale: ha attivamente prodotto la sua impossibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<h5><strong>La guerra come stato naturale, la pace come parentesi<\/strong><\/h5>\n\n\n\n<p>Il Libano indipendente conobbe qualche anno di prosperit\u00e0 relativa negli anni Cinquanta e Sessanta \u2014 Beirut era considerata la Parigi del Medio Oriente, centro finanziario, crocevia culturale, tana di avventurieri, alberghi di lusso, belle donne e una grande cucina; una citt\u00e0 pervasa da quella leggerezza un po\u2019 seducente e un po\u2019 cinica propria dei posti dove la storia sembra sospesa. Poi la storia si risvegli\u00f2, schiantandosi sui libanesi.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima guerra civile, nel 1958, fu un antipasto: quarantotto giorni di combattimenti risolti \u2014 pi\u00f9 o meno \u2014 dall\u2019intervento americano e da un accordo interno. Ma il vero terremoto fu l\u2019arrivo massiccio dei palestinesi: una prima ondata gi\u00e0 nel 1948, con la Nakba e la fondazione di Israele, port\u00f2 circa centomila profughi a insediarsi nel Paese; ma soprattutto dopo, nel 1970, quando Giordania e Siria espulsero l\u2019OLP, arriv\u00f2 una seconda ondata ben pi\u00f9 dirompente sul piano militare. Tra trecentomila e quattrocentomila profughi si insediarono in campi diventati nel tempo citt\u00e0 permanenti dentro lo Stato libanese, con proprie istituzioni, proprie milizie, una propria economia parallela. L\u2019OLP trasform\u00f2 il Libano nel suo quartier generale, conducendo da l\u00ec operazioni contro Israele \u2014 con le conseguenze che si possono immaginare.<\/p>\n\n\n\n<p>La guerra civile vera e propria inizi\u00f2 nel 1975 e non fin\u00ec mai del tutto, anche se formalmente si chiuse nel 1990 con gli accordi di Taif. Quindici anni di combattimenti a geometria variabile: maroniti contro palestinesi, sinistra laica contro destra cristiana, siriani contro israeliani, Israele che invade nel 1978 e di nuovo nel 1982 \u2014 questa seconda invasione port\u00f2 all\u2019occupazione di Beirut ovest, al massacro di Sabra e Shatila, duemila palestinesi uccisi dalle milizie falangiste cristiane mentre l\u2019esercito israeliano controllava i dintorni \u2014 e alla nascita, nel 1982, di Hezbollah, finanziato e addestrato dall\u2019Iran khomeinista. Le fazioni erano cos\u00ec tante e le alleanze cos\u00ec mutevoli che Kamal Salibi in <em>A House of Many Mansions<\/em>, us\u00f2 questa metafora per descrivere la struttura fragilissima del Paese: \u00abmolte stanze, nessuna fondamenta\u00bb. Non era pi\u00f9 solo cristiani contro musulmani, ma cristiani in lotta tra filo-siriani e filo-israeliani, musulmani sunniti contro sciiti, con la permanente ingerenza di Siria, Israele e Iran.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli accordi di Taif del 1989 ridisegnarono l\u2019equilibrio del potere: parit\u00e0 parlamentare tra cristiani e musulmani, rafforzamento dei poteri del primo ministro sunnita, e \u2014 dettaglio cruciale \u2014 ratifica implicita della presenza siriana come garanzia dell\u2019ordine. Damasco divenne l\u2019arbitro esterno del sistema, con trentamila soldati sul territorio e un\u2019influenza pervasiva sui meccanismi politici interni. Pi\u00f9 che una pace, era l\u2019assenza di combattimenti \u2014 che non \u00e8 esattamente la stessa cosa. Hezbollah ottenne un\u2019esenzione dall\u2019obbligo di disarmarsi in virt\u00f9 del suo ruolo di resistenza contro l\u2019occupazione israeliana del sud, ottenendo un privilegio che and\u00f2 a determinare il destino del Libano nei decenni successivi.<\/p>\n\n\n\n<h5><strong>I libanesi: il mosaico da vicino<\/strong><\/h5>\n\n\n\n<p>Per capire le dinamiche interne del Libano \u00e8 necessario avere almeno un\u2019idea della composizione demografica del paese, pur tenendo presente che i dati certi non esistono \u2014 il censimento, come si \u00e8 detto, non si fa. I cristiani rappresentano oggi probabilmente tra il 30 e il 35 per cento della popolazione: i maroniti sono il gruppo pi\u00f9 numeroso, seguiti dagli ortodossi greci, dai cattolici greci melkiti e da altre denominazioni minori. Sunniti e sciiti si attestano ciascuno attorno al 27-30 per cento, i drusi intorno al 5. Ci sono poi armeni, alawiti, assiri, a completare un mosaico che sfida qualsiasi semplificazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma i numeri raccontano solo una parte della storia. All\u2019interno di ciascuna confessione esistono divisioni spesso pi\u00f9 laceranti di quelle tra confessioni diverse. I cristiani maroniti sono storicamente spaccati tra visioni opposte del Libano e del suo posto nel Medio Oriente. I sunniti hanno a lungo gravitato attorno alla famiglia Hariri, costruttori e banchieri diventati la principale forza politica della comunit\u00e0, ma la loro leadership \u00e8 oggi frammentata e in parte attratta da correnti salafite che guardano all\u2019Arabia Saudita. Gli sciiti sono il gruppo apparentemente pi\u00f9 compatto, perch\u00e9 Hezbollah ha saputo costruire nel tempo un sistema di governance parallelo \u2014 ospedali, scuole, reti di assistenza sociale \u2014 che lo rende indispensabile per una parte consistente della comunit\u00e0; ma anche qui le tensioni con l\u2019altro movimento sciita, Amal di Nabih Berri, presidente del Parlamento da trent\u2019anni, non si sono mai sopite del tutto. I drusi, infine, \u2014 a met\u00e0 strada tra un culto sincretico per iniziati e il socialismo laico \u2014 si raccolgono nelle montagne del Chouf sotto la guida della famiglia Jumblatt, che ha praticato nei decenni una politica di equilibrismo spregiudicato, cambiando alleati con una frequenza acrobatica ma che risponde a una logica precisa: garantire la sopravvivenza della propria comunit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<h5><strong>Hezbollah: lo Stato nello Stato<\/strong><\/h5>\n\n\n\n<p>Nessuna analisi del Libano contemporaneo pu\u00f2 eludere Hezbollah. Non si pu\u00f2 liquidarlo come milizia terroristica \u2014 come fanno gli americani e gli israeliani, con qualche ragione ma anche molta semplificazione \u2014 n\u00e9 come resistenza nazionale, come si proclama, con ancora meno ragione ma con una certa efficacia retorica. Hezbollah \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 complicato: un\u2019organizzazione politico-militare-sociale che ha riempito il vuoto lasciato dallo Stato in buona parte del Libano meridionale e dei quartieri periferici di Beirut, costruendo scuole, ospedali, reti di welfare per la comunit\u00e0 sciita storicamente emarginata, mentre simultaneamente fungeva da arma dell\u2019Iran nel conflitto con Israele.<\/p>\n\n\n\n<p>Fondato nel 1982 sull\u2019onda della rivoluzione iraniana e dell\u2019invasione israeliana, con il supporto delle Guardie della Rivoluzione, Hezbollah si \u00e8 trasformato in quarant\u2019anni in qualcosa di unico: l\u2019unica forza non statale al mondo con capacit\u00e0 militari paragonabili a un esercito nazionale, con decine di migliaia di combattenti addestrati, arsenali missilistici stimati prima del 2024 tra i centomila e i centocinquantamila razzi, reti di tunnel, droni, capacit\u00e0 di precisione. La partecipazione alla guerra civile siriana al fianco di Assad dal 2012 ha ulteriormente consolidato la sua esperienza militare sul campo, trasformandolo da guerriglia a esercito quasi convenzionale. Il ritiro israeliano dal sud del Libano nel maggio 2000 \u2014 dopo diciotto anni di occupazione \u2014 fu presentato da Hezbollah come una vittoria militare, e tale era: per la prima volta nella storia, un esercito arabo aveva costretto Israele a un ritiro non negoziato. Quell\u2019episodio ne consacr\u00f2 il prestigio non solo in Libano ma in tutto il mondo arabo.<\/p>\n\n\n\n<p>La sua presenza nello Stato libanese \u00e8 ambivalente e pervasiva. Nel parlamento eletto nel 2022 il blocco di Hezbollah e Amal controllava insieme circa un quarto dei seggi; nel governo aveva tradizionalmente due o tre ministeri. Ma il potere reale era incomparabilmente superiore a quello che questi numeri suggeriscono: Hezbollah aveva il veto su ogni decisione di politica estera che riguardasse Israele o l\u2019Iran, poteva paralizzare l\u2019esecutivo rifiutandosi di collaborare e, soprattutto, disponeva di un arsenale che l\u2019esercito libanese regolare \u2014 male equipaggiato, mal pagato, confessionalmente frammentato \u2014 non poteva nemmeno sognare. Questa situazione ha avuto un costo enorme per il Libano: ha significato che il Paese non poteva fare politica estera autonoma senza il consenso di Hezbollah, e che chiunque volesse aiutare economicamente il Libano \u2014 FMI, Banca Mondiale, paesi del Golfo \u2014 poneva come condizione il contenimento o il disarmo di Hezbollah, condizione impossibile da soddisfare.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Iran \u00e8 la spina dorsale di tutto questo. Il finanziamento annuale a Hezbollah \u00e8 stato stimato, nelle fasi di punta, in settecento milioni di dollari o pi\u00f9. Teheran ha usato Hezbollah come deterrente avanzato contro Israele e come strumento di proiezione regionale nel quadro di quello che si chiamava l\u2019asse della resistenza gestito da Teheran con la Siria, Hezbollah, Hamas, Houthi, una rete accomunata dall\u2019opposizione a Israele e agli Stati Uniti, un sistema di relazioni e complicit\u00e0 costruito pazientemente per decenni. Per il Libano questo ha significato che le scelte militari di Hezbollah non dipendevano soltanto dagli interessi della comunit\u00e0 sciita libanese ma si iscrivevano in una logica che rispondeva principalmente alle esigenze degli iraniani. Il governo libanese si \u00e8 trovato ripetutamente di fronte a fatti compiuti: Hezbollah apre fuoco contro Israele, Israele risponde bombardando il Libano, e lo Stato libanese pu\u00f2 soltanto prendere atto e subire decisioni prese altrove.<\/p>\n\n\n\n<h5><strong>I cattivi vicini<\/strong><\/h5>\n\n\n\n<p>Il Libano \u00e8 un paese piccolo \u2014 poco pi\u00f9 grande dell\u2019Abruzzo \u2014 circondato da vicini che lo trattano come un campo di battaglia per le loro rivalit\u00e0. La Siria lo ha considerato per decenni una provincia perduta, mai del tutto accettando la sua indipendenza. Durante gli anni del protettorato siriano seguiti a Taif, i servizi di intelligence di Damasco controllavano la vita politica libanese in modo capillare: elezioni presidenziali, nomine ministeriali, carriere dei politici dipendevano dal placet siriano. I libanesi che si opponevano a questa tutela finivano in prigione, in esilio o assassinati. L\u2019influenza siriana si esercitava anche attraverso l\u2019appoggio a milizie amiche e, nei momenti di crisi, attraverso l\u2019intervento militare diretto.<\/p>\n\n\n\n<p>Israele ha invaso il Libano due volte in forma massiccia \u2014 nel 1978 e nel 1982 \u2014 e occupato il sud fino al 2000. La guerra del 2006, trentatr\u00e9 giorni di combattimenti dopo il rapimento di due soldati israeliani da parte di Hezbollah, aggiunse un altro capitolo: Israele bombard\u00f2 massicciamente infrastrutture e quartieri di Beirut sud senza riuscire a degradare in modo decisivo le capacit\u00e0 di Hezbollah, che continu\u00f2 a lanciare razzi sul nord di Israele per l\u2019intera durata del conflitto. La risoluzione ONU 1701 che pose fine alla guerra prevedeva il dispiegamento di una forza multinazionale nel sud del Libano \u2014 l\u2019UNIFIL, alla quale partecipa anche l\u2019Italia con circa milleduecento soldati, facendo del nostro paese il principale contributore europeo \u2014 e il disarmo di Hezbollah a sud del fiume Litani. Quest\u2019ultimo punto non fu mai attuato.<\/p>\n\n\n\n<h5><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>uccisione di Hariri, la Rivoluzione dei Cedri e la frattura del Paese<\/strong><\/h5>\n\n\n\n<p>Il 14 febbraio 2005, un\u2019autobomba esplose sul lungomare di Beirut uccidendo Rafik Hariri insieme ad altre ventidue persone. L\u2019ex primo ministro sunnita \u2014 l\u2019uomo che aveva ricostruito il centro di Beirut dopo la guerra civile con risorse proprie e con una visione modernizzatrice che aveva fatto della capitale un cantiere permanente di rinascita \u2014 stava lavorando a una coalizione che avrebbe potuto cambiare gli equilibri parlamentari e stava assumendo posizioni sempre pi\u00f9 critiche verso la Siria. Il suo assassinio ebbe l\u2019effetto opposto a quello probabilmente sperato dai suoi mandanti: invece di decapitare l\u2019opposizione, la galvanizz\u00f2. Il 14 marzo 2005, un milione di persone \u2014 in un paese di quattro milioni \u2014 scese in piazza a Beirut nella pi\u00f9 grande manifestazione della storia libanese, chiedendo la verit\u00e0 sull\u2019omicidio e il ritiro delle truppe siriane. La coalizione che ne emerse prese il nome da quella data.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 14 Marzo divenne cos\u00ec la sigla dell\u2019alleanza antisiriana, che raggruppava i sunniti di Hariri, i drusi di Jumblatt e una parte consistente dei cristiani maroniti. Alcuni giorni prima, l\u2019 8 marzo, Hezbollah e Amal avevano organizzato una manifestazione in difesa della Siria con numeri altrettanto imponenti. Nacque cos\u00ec la frattura strutturale che avrebbe dominato la vita politica libanese per il decennio successivo: il 14 Marzo contro l\u20198 Marzo, la coalizione filo-occidentale contro quella filo-siriana e filo-iraniana. Sotto la pressione internazionale, la Siria si ritir\u00f2 militarmente dopo quasi trent\u2019anni di presenza, ma il ritiro militare non signific\u00f2 la fine dell\u2019influenza: attraverso Hezbollah, Damasco continu\u00f2 a proiettare il proprio potere nel paese dei cedri.<\/p>\n\n\n\n<p>La frattura cristiana fu particolarmente lacerante: le Forze Libanesi di Samir Geagea si schierarono con il 14 Marzo e con una tradizionale posizione filo-occidentale. Ma Michel Aoun \u2014 il generale che aveva guidato l\u2019ultima resistenza anti-siriana nel 1989 prima di andare in esilio a Parigi, e che era tornato in Libano nel 2005 come leader del Movimento Patriottico Libero \u2014 comp\u00ec una scelta che lasci\u00f2 attonita gran parte della sua base, firmando con Hezbollah il Memorandum di Intesa di Mar Mikhael, un\u2019alleanza inedita tra il principale partito cristiano e la principale forza sciita armata del paese. Aoun sosteneva di voler garantire cos\u00ec ai cristiani un ruolo alleandosi alla struttura politico-militare pi\u00f9 forte del Paese; i suoi critici lo accusavano di aver venduto la propria comunit\u00e0 in cambio di sostegno presidenziale. L\u2019alleanza resistette per oltre un decennio, portando infine Aoun alla presidenza nel 2016 dopo due anni e mezzo di vuoto istituzionale, e si rivel\u00f2 uno dei fattori pi\u00f9 rilevanti della politica libanese: rendeva impossibile qualsiasi fronte cristiano unitario e privava il 14 Marzo di una maggioranza stabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Parallelamente, le tensioni tra sunniti e sciiti andavano assumendo una dimensione che andava ben oltre le rivalit\u00e0 politiche interne. Il Libano era diventato un campo di battaglia simbolico e materiale della guerra fredda regionale tra Arabia Saudita e Iran, che si intensificava in tutta la regione sull\u2019onda della guerra in Iraq e del consolidamento del potere sciita a Baghdad. Questa polarizzazione si riverberava nei quartieri di Beirut, nelle moschee, nelle scuole: la comunit\u00e0 sunnita libanese, storicamente moderata e integrata nel sistema, inizi\u00f2 a mostrare segnali di radicalizzazione in alcune sue frange, alimentata dalla percezione di essere circondata da un progetto sciita che minacciava la propria posizione. Il 2008 port\u00f2 la crisi pi\u00f9 acuta: quando il governo Siniora tent\u00f2 di smantellare la rete di telecomunicazioni privata di Hezbollah, le milizie del partito presero il controllo militare dei quartieri sunniti di Beirut ovest, occupando fisicamente le strade e le redazioni di giornali legati all\u2019opposizione. Fu la prima volta dal 1990 che Hezbollah usava le proprie armi non contro Israele ma contro altri libanesi.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli accordi di Doha del maggio 2008 posero fine alla crisi immediata, ma non risolsero nessuna delle tensioni sottostanti. Il Tribunale Speciale per il Libano \u2014 istituito dall\u2019ONU per giudicare i responsabili dell\u2019assassinio di Hariri \u2014 incombeva sulla scena politica come una spada di Damocle. Quando nel 2011 emise mandati di arresto contro quattro membri di Hezbollah, il partito rifiut\u00f2 di consegnarli e il governo si trov\u00f2 nell\u2019impossibilit\u00e0 pratica di eseguire gli ordini. Saad Hariri, figlio di Rafik e primo ministro in carica, fu costretto a dimettersi. La giustizia per l\u2019assassinio di Rafik Hariri era diventata ostaggio degli stessi equilibri di potere che quel crimine aveva contribuito a creare. Il decennio si chiuse con un Libano politicamente paralizzato ed economicamente fragile, e la guerra civile siriana scoppiata nel 2011 aggiunse un ulteriore strato di complessit\u00e0: Hezbollah combatteva apertamente a fianco di Assad, mentre milizie sunnite libanesi sostenevano le fazioni ribelli. Il paese torn\u00f2 a essere quello che era sempre stato nei momenti peggiori della sua storia: un\u2019arena dove le potenze regionali combattevano per procura, e dove i libanesi pagavano il conto.<\/p>\n\n\n\n<h5><strong>Il collasso economico<\/strong><\/h5>\n\n\n\n<p>Prima ancora che le bombe israeliane tornassero a cadere su Beirut, il Libano era gi\u00e0 in ginocchio per ragioni interamente sue. La crisi economica esplosa tra il 2019 e il 2020 \u00e8 stata classificata dalla Banca Mondiale come una delle pi\u00f9 gravi a livello globale dal 1850 ad oggi: un collasso finanziario che ha spazzato via i risparmi di intere famiglie, polverizzato la lira libanese \u2014 che ha perso oltre il 90 per cento del proprio valore rispetto al dollaro \u2014 e spinto oltre la met\u00e0 della popolazione al di sotto della soglia di povert\u00e0. Le banche hanno congelato i depositi. Lo Stato ha smesso di pagare i propri dipendenti. I servizi pubblici hanno raggiunto livelli di inefficienza tali da richiedere soluzioni private anche per i bisogni pi\u00f9 elementari: chi pu\u00f2 permetterselo compra generatori privati, beve acqua in bottiglia, si cura negli ospedali privati.<\/p>\n\n\n\n<p>Le radici di questo collasso sono sistemiche e antiche. Il Libano aveva costruito per decenni un modello economico fondato sul settore bancario: le banche attiravano capitali dalla diaspora \u2014 una delle pi\u00f9 grandi e ricche del mondo, distribuita tra Africa occidentale, Brasile, Australia e Nordamerica \u2014 offrendo tassi di interesse artificialmente elevati. Questi capitali venivano in gran parte impiegati per finanziare il debito pubblico, che cresceva a ritmi insostenibili a causa di una spesa pubblica gonfiata dal clientelismo confessionale. La Banca del Libano, guidata per quasi trent\u2019anni da Riad Salam\u00e9, praticava quella che i suoi critici hanno definito ingegneria finanziaria: operazioni sempre pi\u00f9 sofisticate che servivano essenzialmente a posticipare il momento del crollo, arricchendo nel frattempo banchieri e classe politica. La corruzione sistemica \u2014 che il Banco Mondiale ha stimato aver sottratto al Paese miliardi di dollari negli ultimi decenni \u2014 si intrecciava con la distorsione confessionale del potere in un circolo vizioso che nessuno aveva interesse a interrompere.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020 \u2014 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio abbandonate per anni nel porto, una negligenza criminale di proporzioni storiche che caus\u00f2 218 morti, 300.000 senzatetto, met\u00e0 citt\u00e0 distrutta \u2014 fu in qualche misura il monumento alla bancarotta del Libano: il non-Stato che si faceva saltare in aria. L\u2019indagine interna fu ostacolata, i responsabili politici si appellarono all\u2019immunit\u00e0 parlamentare, la comunit\u00e0 internazionale promise soldi che non arrivarono. Hezbollah fu tra gli ostruzionisti pi\u00f9 efficaci dell\u2019indagine. Il magistrato che conduceva le indagini venne sospeso dopo aver emesso mandati di comparizione contro ministri e alti funzionari. Questa vicenda \u00e8 diventata il simbolo di un sistema politico che si protegge dall\u2019interno, capace di sopravvivere anche alla pi\u00f9 grave catastrofe della storia moderna del paese.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La Rivoluzione del 2019 e l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>esaurimento della protesta<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il 17 ottobre 2019, una tassa sulle chiamate WhatsApp fu la goccia che fece traboccare un vaso colmo da anni. Le piazze libanesi si riempirono di manifestanti che, in modo del tutto inedito, sfidavano l\u2019intero sistema confessionale anzich\u00e9 schierarsi dietro i propri leader comunitari: il grido \u00abKullun yaani kullun\u00bb \u2014 tutti vuol dire tutti \u2014 indicava che la classe politica nel suo insieme era ritenuta responsabile del disastro del paese. Per settimane, uomini e donne di tutte le confessioni occuparono le piazze di Beirut, Tripoli, Sidone, Tiro. Aveva qualcosa di commovente e di storicamente inedito: un popolo che si ribellava al principio della logica tribale e religiosa.<\/p>\n\n\n\n<p>La protesta non produsse i cambiamenti strutturali che chiedeva. La classe politica tenne duro, facendo leva sui meccanismi di dipendenza comunitaria che aveva costruito nel tempo: in un paese dove l\u2019accesso all\u2019impiego pubblico, ai sussidi, alla protezione legale, perfino alla sanit\u00e0, passa attraverso la rete clientelare del proprio leader confessionale, prendere distanza da quel sistema ha un costo individuale molto alto e talvolta insostenibile. Hezbollah e Amal organizzarono contro-manifestazioni e intimidirono i manifestanti nelle aree a maggioranza sciita. Il Covid-19 e poi l\u2019esplosione del porto svuotarono le piazze. La crisi economica acceler\u00f2 l\u2019emigrazione delle fasce pi\u00f9 giovani e pi\u00f9 istruite della popolazione \u2014 quella stessa che aveva animato le proteste. In quell\u2019estate del 2020, anche la quota di libanesi che dichiarava nessuna fiducia in Hezbollah super\u00f2 per la prima volta il cinquantacinque per cento. Il Libano perse cos\u00ec anche la propria generazione futura.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il fronte sud: dall<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>ottobre 2023 al cessate il fuoco<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Da ottobre 2023, con l\u2019attacco di Hamas a Israele e la successiva guerra a Gaza, il Libano torn\u00f2 al centro della scena militare. Hezbollah apr\u00ec un fronte di solidariet\u00e0 lungo il confine libanese-israeliano, lanciando razzi, missili e droni contro il nord di Israele in un\u2019escalation graduale che svuot\u00f2 le comunit\u00e0 di confine su entrambi i lati. L\u2019escalation and\u00f2 costruendosi per quasi un anno fino all\u2019autunno 2024. In settembre, Israele condusse una delle operazioni di intelligence pi\u00f9 sofisticate della storia recente: la manomissione di cercapersone e walkie-talkie distribuiti ai militanti di Hezbollah, che esplosero simultaneamente causando migliaia di vittime tra morti e feriti. Poi arrivarono i raid mirati sulla leadership: Hassan Nasrallah, la guida carismatica del movimento dal 1992, fu ucciso il 27 settembre 2024 in un bombardamento sul quartier generale di Dahiya a Beirut sud. Insieme a lui mor\u00ec Hashem Safieddine, il suo successore designato, e numerosi comandanti di alto rango. Il 1\u00b0 ottobre Israele avvi\u00f2 un\u2019invasione di terra nel Libano meridionale. Secondo stime israeliane e indipendenti, l\u2019operazione distrusse circa l\u2019ottantacinque per cento delle capacit\u00e0 operative di Hezbollah.<\/p>\n\n\n\n<p>La morte di Nasrallah \u2014 che aveva guidato Hezbollah per trent\u2019anni, trasformandolo da milizia in organizzazione politico-militare di rango regionale \u2014 ha rappresentato un colpo senza precedenti per il movimento. Ma ridurre la situazione a una sconfitta di Hezbollah sarebbe fuorviante. Il Libano come entit\u00e0 statale ha pagato un prezzo altissimo: infrastrutture distrutte nel sud e nella periferia meridionale di Beirut, tra i 600.000 e il milione di sfollati interni, un\u2019economia gi\u00e0 al collasso ulteriormente devastata. Il cessate il fuoco del 27 novembre 2024 previde il ritiro di Hezbollah a nord del fiume Litani e lo schieramento dell\u2019esercito libanese nel sud. La guida del movimento pass\u00f2 a Naim Qassem, storico vicesegretario, meno carismatico, in clandestinit\u00e0, che ha fin qui respinto ogni ipotesi di disarmo. Il cessate il fuoco non risolve nessuna delle questioni strutturali: Hezbollah mantiene la propria base sociale, le proprie armi, la propria rappresentanza parlamentare.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>Occidente e la sindrome dell<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>ex<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La Francia ha un rapporto con il Libano che somiglia a quello di un ex che non riesce a decidere se \u00e8 ancora innamorato o se \u00e8 solo attaccato alle abitudini. Il mandato coloniale, la protezione dei maroniti, la francofonia dell\u2019\u00e9lite culturale libanese \u2014 tutto questo ha creato una relazione di complicit\u00e0 e dipendenza che Parigi non ha mai del tutto elaborato n\u00e9 del tutto abbandonato. Dopo l\u2019esplosione del porto, fu Macron il primo leader mondiale ad atterrare a Beirut, a fare il giro del disastro con le maniche della camicia arrotolate, a stringere mani e a promettersi mediatore di una riforma politica. I risultati: un governo che cadde prima di insediarsi, un secondo tentativo fallito, la conferma che riformare il confessionalismo libanese richiede una volont\u00e0 politica interna che non esiste.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli Stati Uniti hanno oscillato tra l\u2019indifferenza strategica e l\u2019intervento brusco: i Marines nel 1958, poi nel 1982, con il ritiro precipitoso dell\u2019anno successivo dopo l\u2019attentato alla caserma di Beirut \u2014 241 soldati americani morti, la pi\u00f9 grande perdita USA in un singolo attacco dalla Seconda Guerra Mondiale. Da allora Washington ha preferito agire sul Libano indirettamente: pressioni su Hezbollah attraverso sanzioni, supporto all\u2019esercito libanese con la paradossale clausola che i fondi non devono rafforzarlo abbastanza da minacciare l\u2019esercito israeliano, e ora, dopo il novembre 2024, un protagonismo diretto nel monitorare il cessate il fuoco e nel sostenere la politica di disarmo di Hezbollah che il governo Salam sta cercando di attuare. L\u2019Italia ha una presenza meno rumorosa ma non trascurabile: il contingente UNIFIL nel sud del Libano fa del nostro paese il principale contributore europeo alla forza ONU incaricata di monitorare la linea di demarcazione con Israele. Una presenza che nel 2024 fu messa sotto pressione dagli stessi raid israeliani, con episodi di fuoco israeliano in direzione di posizioni UNIFIL che suscitarono proteste diplomatiche da Roma: Tajani si trov\u00f2 nella posizione scomoda di difendere un alleato che stava sparando in direzione dei nostri soldati.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La guerra che arriva dal futuro<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nel frattempo, il quadro regionale \u00e8 cambiato con una velocit\u00e0 che ha lasciato attoniti anche gli analisti pi\u00f9 smaliziati. Il 13 giugno 2025 Israele lanci\u00f2 un\u2019offensiva aerea a sorpresa contro l\u2019Iran \u2014 impianti nucleari, basi militari, strutture strategiche. L\u2019operazione, denominata \u00abMartello di Mezzanotte\u00bb, coinvolse pi\u00f9 di duecento velivoli che colpirono oltre cinquecento obiettivi. Tra le vittime del primo giorno: il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Hossein Salami, il capo di stato maggiore Mohammad Bagheri, diversi scienziati del programma nucleare. L\u2019Iran rispose con missili e droni contro Israele e basi americane nel Golfo. Gli Stati Uniti di Trump, dapprima presentatisi come spettatori, entrarono nel conflitto al nono giorno bombardando siti nucleari iraniani. Trump ribattezz\u00f2 il tutto \u00abGuerra dei 12 Giorni\u00bb \u2014 con quella tendenza alla toponomastica bellica che sembra compensare l\u2019assenza di una strategia.<\/p>\n\n\n\n<p>Non bastava. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato una seconda operazione congiunta contro l\u2019Iran, denominata \u00abEpic Fury\u00bb. L\u2019obiettivo questa volta non era solo militare: era la leadership stessa del regime. Ali Khamenei, Guida Suprema dell\u2019Iran da trentasei anni, \u00e8 stato ucciso nel bombardamento del suo compound a Teheran. Insieme a lui, figlia, genero e nipote, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour, il ministro della Difesa Aziz Nasirzade. L\u2019Iran ha risposto con missili su Israele e sulle basi americane nel Golfo; lo Stretto di Hormuz \u00e8 stato temporaneamente chiuso; esplosioni si sono registrate a Dubai e Doha. La caduta di Assad nel dicembre 2024 aveva gi\u00e0 privato Hezbollah del corridoio siriano attraverso cui passavano armi e rifornimenti iraniani \u2014 un colpo logistico paragonabile a tagliare il tubo dell\u2019ossigeno. Ora, colpito l\u2019Iran, \u00e8 morto il loro stesso padrino.<\/p>\n\n\n\n<p>La morte di Khamenei \u2014 nonostante la successione del,figlio imposta dai pasdaran \u2014 spalanca una grande incognita sul futuro dell\u2019Iran, di Hezbollah e, di conseguenza, del Libano. Se il padrino \u00e8 morto, se il corridoio siriano \u00e8 tagliato, se l\u2019asse della resistenza \u00e8 in frantumi, cosa rimane di Hezbollah? Un movimento di resistenza senza nemico chiaramente attaccabile, senza rifornimenti, con la base sciita che ha pagato un prezzo enorme nelle ultime guerre. Al tempo stesso, la storia del Medio Oriente non consente ottimismo facile: le strutture sopravvivono alle leadership, le ideologie sopravvivono alle sconfitte militari, e la comunit\u00e0 sciita libanese non ha ancora trovato un\u2019alternativa politica credibile a Hezbollah.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un futuro senza garanzie<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il Libano ha una nuova presidenza \u2014 Joseph Aoun, generale dell\u2019esercito, eletto nel gennaio 2025 dopo pi\u00f9 di due anni di vuoto presidenziale \u2014 e un nuovo governo. Nawaf Salam, avvocato internazionalista gi\u00e0 presidente della Corte Internazionale di Giustizia, un profilo che sembra progettato apposta per rassicurare l\u2019Occidente, ha dichiarato illegali le operazioni militari autonome di Hezbollah e sta cercando di spingere verso il disarmo del partito e verso le riforme economiche che potrebbero sbloccare i miliardi di aiuti FMI e occidentali finora congelati. Il piano di disarmo ha gi\u00e0 ottenuto qualche simbolico risultato: campi palestinesi che hanno consegnato armi all\u2019esercito libanese, qualche struttura di Hezbollah sotto controllo militare statale. Difficile dire se questo decreti la fine di Hezbollah come attore armato o semplicemente la prima scena di una lunga trattativa su chi, nel Libano del dopo-Nasrallah, deterr\u00e0 il monopolio della forza.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma le bombe continuano a cadere. In questi stessi giorni, Israele ha ripreso offensive nel Libano meridionale dopo che Hezbollah ha lanciato razzi verso il nord israeliano \u2014 vendetta, ha detto Naim Qassem, per la morte di Khamenei. E le bombe che cadono a Beirut sono la punteggiatura che accompagna ogni tentativo di costruzione istituzionale: un promemoria che qui la politica interna si svolge dentro una parentesi di sicurezza esterna che qualcun altro apre e chiude.<\/p>\n\n\n\n<p>La domanda vera, quella che nessuna analisi riesce a rispondere con onest\u00e0, \u00e8 se il Libano abbia la minima possibilit\u00e0 di avere quello che gli anglosassoni chiamano shared political community, una comunit\u00e0 che condivide abbastanza da poter negoziare il disaccordo senza arrivare alla violenza. Hanna Batatu, studioso della politica araba, ha spiegato che in certi sistemi l\u2019identit\u00e0 settaria \u00e8 cos\u00ec profondamente strutturale da rendere quasi impossibile la costruzione di coalizioni trasversali. La stessa costruzione di uno Stato riconosciuto dalle diverse comunit\u00e0 e capace di rispondere alle esigenze dei cittadini non sarebbe impossibile in assoluto \u2014 ma resta impossibile finch\u00e9 le \u00e9lite settarie traggono vantaggio dal mantenere le loro comunit\u00e0 in uno stato di insicurezza permanente.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 chi \u00e8 ottimista: il profilo internazionalista di Salam, la debolezza inedita di Hezbollah, la caduta di Assad, la fine dell\u2019era Khamenei potrebbero aprire uno spazio politico che non esisteva prima. Forse. Poi si pensa al porto di Beirut \u2014 a come migliaia di tonnellate di esplosivo stettero per anni a poca distanza dal centro della citt\u00e0 mentre tutti sapevano e nessuno faceva niente, perch\u00e9 il sistema politico era costruito esattamente per garantire che nessuno facesse niente \u2014 e si capisce che l\u2019ottimismo richiede un tasso di speranza sovrumano.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Libano \u00e8 un Paese bellissimo: coste, monti, foreste, una diversit\u00e0 naturale chiusa in pochi chilometri; e una diversit\u00e0 umana, storica, culturale straordinaria ma usata, fino a oggi, per autodistruggersi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. Il mosaico e la colla che non ha mai fatto presa C\u2019\u00e8 una vignetta che circola da anni in Medio Oriente: un cartografo siede davanti a una mappa del Libano e la esamina perplesso. Il problema non \u00e8 il confine settentrionale con la Siria, n\u00e9 quello meridionale con Israele. 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