{"id":6653,"date":"2026-03-07T11:26:35","date_gmt":"2026-03-07T10:26:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6653"},"modified":"2026-03-07T12:57:35","modified_gmt":"2026-03-07T11:57:35","slug":"gli-emirati-arabi-uniti","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/03\/07\/gli-emirati-arabi-uniti\/","title":{"rendered":"Gli Emirati Arabi Uniti"},"content":{"rendered":"\n<p>Di Stefano Pizzin.<\/p>\n\n\n\n<h4>Petrolio, potere, modernit\u00e0 e arretratezza nel cuore del Golfo.<\/h4>\n\n\n\n<p>Cosa sono gli Emirati Arabi Uniti? I grattacieli di Dubai o il deserto? Uno dei centri finanziari del mondo o uno dei tanti petrostati? Escort di lusso, sceicchi miliardari, affaristi, ingegneri, architetti, Islam tollerante e schiavi che arrivano dal Terzo Mondo? Il futuro del pianeta globalizzato o un regno senza libert\u00e0, senza tasse e high-tech? Un po\u2019 di tutto. Proviamo a vederlo, fuori dai luoghi comuni ma sempre dentro la griglia di una \u00abvisione del mondo\u00bb, la mia.<\/p>\n\n\n\n<p>Sette emirati, una bandiera, una trasformazione quasi senza precedenti nella storia moderna. Gli Emirati Arabi Uniti sono nati nel 1971 da un accordo tra sceiccati beduini che fino a pochi decenni prima vivevano di pesca delle perle e commercio costiero, e che in mezzo secolo si sono trasformati in uno degli Stati pi\u00f9 ricchi, pi\u00f9 internazionalizzati e pi\u00f9 paradossali del pianeta. Dubai \u00e8 diventata una parola nel vocabolario globale: simbolo di grattacieli impossibili, di isole inventate, di lusso ostentato, di un capitalismo senza limiti che coesiste con un sistema politico senza opposizione, senza partiti, senza elezioni. Capire gli Emirati significa capire una contraddizione vivente: un paese ultramoderno nella forma, profondamente autoritario nella sostanza, che ha scelto di aprirsi al mondo per sopravvivere al mondo stesso, di modernizzarsi per restare fermo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Dalle perle al petrolio: una storia rapida e radicale<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Prima che il petrolio cambiasse tutto, la costa dell\u2019attuale UAE (United Arab Emirates) era conosciuta dai britannici come \u00abPirate Coast\u00bb \u2014 un nome che tradisce la prospettiva coloniale pi\u00f9 che la realt\u00e0 storica. Le trib\u00f9 locali, i Qawasim e i Bani Yas erano le pi\u00f9 influenti, controllavano le rotte commerciali nel Golfo Persico e avevano con l\u2019Impero britannico un rapporto fatto di trattati imposti dalla Corona. Dal 1820 in poi Londra firm\u00f2 una serie di accordi con i capi tribali locali \u2014 i \u00abTrucial States\u00bb, gli Stati della tregua \u2014 che garantivano ai britannici il controllo del mare in cambio di una protezione formale. Quelle relazioni ibride, tra protettorato e vassallaggio, durarono fino al 1971.<\/p>\n\n\n\n<p>La scoperta del petrolio ad Abu Dhabi nel 1958 e a Dubai qualche anno dopo cambi\u00f2 radicalmente il tragitto della storia. Quando la Gran Bretagna annunci\u00f2 nel 1968 il ritiro dall\u2019area, lasciando un vuoto strategico, gli sceicchi Zayed bin Sultan Al Nahyan di Abu Dhabi e Rashid bin Said Al Maktoum di Dubai si trovarono davanti a una scelta: unirsi o restare piccoli Stati vulnerabili. Dopo trattative complesse che coinvolsero anche il Qatar e il Bahrain che poi non aderirono all\u2019Unione, il 2 dicembre 1971 nacquero gli Emirati Arabi Uniti. La data \u00e8 oggi festa nazionale, celebrata con fuochi d\u2019artificio che illuminano le avveniristiche skyline di grattacieli che mezzo secolo fa nessuno avrebbe immaginato.<\/p>\n\n\n\n<p>La velocit\u00e0 della trasformazione non ha paragoni: Abu Dhabi, oggi sede del governo federale e signora del 90% delle riserve petrolifere nazionali, nel 1960 era una citt\u00e0 di sabbia e palme da dattero; Dubai era un villaggio di pescatori e mercanti. Sharjah, Ajman, Umm al-Quwain, Ras al-Khaimah, Fujairah completano l\u2019Unione, ognuno con la propria dinastia regnante, le proprie risorse e il proprio peso specifico nella federazione, molto ridotto rispetto ai due emirati dominanti.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il sistema politico: una federazione senza democrazia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La Costituzione del 1971 \u2014 formalmente \u00abprovvisoria\u00bb per vent\u2019anni, poi resa permanente \u2014 crea una struttura istituzionale originale: al vertice c\u2019\u00e8 il Consiglio Supremo della Federazione, composto dai sette emiri regnanti, che elegge il Presidente e il Primo Ministro. Per consuetudine, la presidenza spetta ad Abu Dhabi e il premierato a Dubai: dal 1971 al 2022 il presidente \u00e8 stato lo sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahyan. Alla sua morte, il fratello Mohamed \u2014 conosciuto come MBZ, il vero architetto della politica estera emiratina dell\u2019ultimo decennio \u2014 \u00e8 salito alla presidenza. A Dubai, Mohammed bin Rashid Al Maktoum cumula le cariche di emiro, primo ministro federale e padrone del brand \u00abDubai Inc.\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Consiglio Nazionale Federale, teoricamente il ramo legislativo, \u00e8 composto da 40 membri: met\u00e0 nominati dagli emiri, met\u00e0 \u00abeletti\u00bb da un corpo elettorale selezionato dagli emiri stessi. Gi\u00e0, negli Emirati non si scelgono gli eletti ma gli elettori. Il Consiglio non ha potere legislativo reale \u2014 pu\u00f2 proporre leggi, non approvarle \u2014 e non \u00e8 permessa una opposizione organizzata. I partiti politici sono illegali e le elezioni libere non esistono. Gli Emirati non si presentano come una democrazia, ma come una \u00abmonarchia illuminata\u00bb che garantisce prosperit\u00e0, sicurezza e stabilit\u00e0 in cambio di obbedienza politica. Ricchezza e sicurezza in cambio della libert\u00e0: un patto sociale non scritto ma potente, che la maggioranza dei cittadini emiratini sembra accettare, anche perch\u00e9 i benefici materiali sono reali e generosi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il sistema funziona perch\u00e9 il petrolio lo finanzia. Gli emiratini \u2014 una minoranza nel proprio paese, come vedremo \u2014 non pagano imposte sul reddito, ricevono sussidi enormi su energia, istruzione, sanit\u00e0, abitazioni, e hanno accesso privilegiato ai posti nel settore pubblico con stipendi molto competitivi. La critica politica \u00e8 appena tollerata, almeno fino a un certo punto oltre il quale diventa reato (e quel punto \u00e8 molto discrezionale): le leggi sulla cybersicurezza e sull\u2019offesa allo Stato sono usate per perseguire dissidenti, giornalisti e attivisti. Amnesty International e Human Rights Watch documentano regolarmente casi di detenzione arbitraria, tortura e processi sommari. Il caso pi\u00f9 noto \u00e8 quello di Ahmed Mansoor, attivista per i diritti umani condannato nel 2018 a dieci anni di carcere per aver usato i social media per \u00abdisturbare l\u2019ordine pubblico\u00bb: in sostanza aveva segnalato gli abusi delle autorit\u00e0 e promosso un appello pubblico per l\u2019introduzione di riforme democratiche. Mansoor \u2014 merita ricordare \u2014 ha denunciato pubblicamente l\u2019azienda italiana Hacking Team, accusandola di avere installato, tramite un documento infetto, uno spyware nel suo computer che ha consentito alle autorit\u00e0 di monitorare i suoi movimenti e di leggere la posta elettronica.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Oltre il petrolio, ma non troppo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La narrativa preferita dai governanti emiratini \u00e8 quella della diversificazione: \u00ababbiamo costruito un\u2019economia che sopravviver\u00e0 all\u2019esaurimento del petrolio\u00bb. C\u2019\u00e8 una parte di verit\u00e0 in questa storia: Dubai, che ha esaurito le proprie riserve petrolifere negli anni Novanta, ha trasformato se stessa in un hub globale di commercio, finanza, turismo, logistica e tecnologia. L\u2019aeroporto internazionale di Dubai \u00e8 stato per anni il pi\u00f9 trafficato del mondo per passeggeri internazionali. Il porto di Jebel Ali \u00e8 il pi\u00f9 grande del Medio Oriente. La Dubai International Financial Centre \u00e8 una piazza finanziaria con una propria corte di giustizia in lingua inglese, basata sul diritto comune britannico, progettata per rassicurare gli investitori stranieri.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la realt\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 complessa. Abu Dhabi possiede oltre il 90% delle riserve petrolifere e del gas degli UAE e il suo fondo sovrano, l\u2019Abu Dhabi Investment Authority (ADIA), \u00e8 tra i pi\u00f9 grandi del mondo con asset stimati tra 700 miliardi e un trilione di dollari. Mubadala, altro fondo sovrano di Abu Dhabi, ha investimenti in tutto il mondo dall\u2019industria aerospaziale all\u2019intelligenza artificiale e oggi \u2014 il nostro Paese torna nelle vicende dell\u2019Emirato \u2014 starebbe per entrare in due fondi da un miliardo di euro assieme a Cassa Depositi e Prestiti per intraprendere operazioni immobiliari in Italia e all\u2019estero. La ricchezza petrolifera cos\u00ec non \u00e8 scomparsa: si \u00e8 trasformata in capitale finanziario globale. L\u2019economia reale degli Emirati dipende ancora enormemente dagli idrocarburi, che rappresentano circa il 30% del PIL federale \u2014 una percentuale destinata a ridursi lentamente, non certo a collassare nel breve periodo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il modello economico emiratino ha alcune caratteristiche distintive che lo rendono difficile da replicare ma facile da ammirare per chi vede solo il luccichio dei grattacieli. Tasse quasi assenti \u2014 l\u2019IVA al 5% introdotta nel 2018 \u00e8 stata una piccola rivoluzione \u2014, regolamentazione leggera, infrastrutture eccellenti, posizione geografica strategica tra Europa, Asia e Africa. Tutto questo ha attirato milioni di lavoratori stranieri, capitali, sedi regionali di multinazionali, \u00e9lite in fuga da tassazione e instabilit\u00e0. Il rovescio della medaglia \u00e8 un\u2019economia costruita su lavoro a basso costo importato, dipendente dalla crescita demografica artificiale, e vulnerabile alle crisi globali come ha dimostrato la pandemia del 2020, che ha svuotato Dubai di una quota significativa di residenti stranieri.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Uno Stato di stranieri<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Forse nessun dato racconta gli Emirati meglio di questo: i cittadini emiratini sono circa il 10-11% della popolazione residente. Su nove milioni di abitanti, meno di un milione sono \u00abemiratini\u00bb nel senso di titolari della cittadinanza. Il restante 89% sono stranieri: lavoratori dall\u2019Asia meridionale (India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal) che costituiscono la massa del lavoro edile, domestico e industriale; una classe media e professionale che include britannici, americani, europei, libanesi, egiziani, indiani qualificati; e poi imprenditori, manager, finanzieri da ogni latitudine fino a influencer, trafficoni e gente in cerca di soldi facili.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa struttura demografica non \u00e8 accidentale: \u00e8 il prodotto consapevole di una politica migratoria che usa il sistema del kafala, un meccanismo di sponsorizzazione \u2014 che vale per gli immigrati poveri \u2014 per cui ogni lavoratore straniero \u00e8 legato a un datore di lavoro o sponsor che controlla il suo permesso di soggiorno. Il kafala \u00e8 stato criticato da decenni come sistema di semi-schiavit\u00f9: il lavoratore non pu\u00f2 cambiare impiego, non pu\u00f2 lasciare il paese senza il permesso del datore di lavoro, e se il contratto viene rescisso rischia la detenzione e la deportazione. Gli Emirati hanno annunciato riforme al sistema a partire dal 2021, ma le modifiche sono parziali e la struttura di dipendenza rimane sostanzialmente intatta.<\/p>\n\n\n\n<p>Le condizioni dei lavoratori a basso reddito, in particolare quelli del settore delle costruzioni, sono state documentate nella loro brutalit\u00e0 da organizzazioni internazionali e media investigativi. Il caldo estremo, gli alloggi sovraffollati, i salari trattenuti, la confisca dei passaporti (illegale ma diffusa), le morti sul lavoro \u2014 questi sono gli aspetti degli Emirati che le campagne di branding istituzionale non mostrano. La costruzione di Expo 2020 Dubai, slittata al 2021 per la pandemia, ha portato nuovi riflettori sulle condizioni di lavoro nel Paese, tuttavia non hanno prodotto cambiamenti significativi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La religione come strumento di Stato<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Gli Emirati Arabi Uniti sono uno stato islamico: la sharia \u00e8 menzionata nella Costituzione come fonte principale della legislazione, l\u2019alcol \u00e8 legalmente vietato ai musulmani (ma venduto e consumato liberamente in hotel e zone franche destinate agli stranieri), il codice di abbigliamento nelle istituzioni pubbliche rispetta i canoni islamici. Ma la relazione degli Emirati con l\u2019Islam \u00e8 molto pi\u00f9 pragmatica e strumentale di quanto la lettera della Costituzione suggerisca.<\/p>\n\n\n\n<p>Il governo promuove una versione dell\u2019Islam che chiama \u00abmoderata\u00bb o \u00abtollerante\u00bb \u2014 in contrasto esplicito con il wahhabismo saudita e con l\u2019islamismo politico dei Fratelli Musulmani. Questa distinzione non \u00e8 teologica: \u00e8 politica. Gli Emirati vedono nell\u2019Islam politico organizzato, nelle sue varie forme, la principale minaccia alla propria stabilit\u00e0 interna. Hanno classificato i Fratelli Musulmani come organizzazione terroristica. Hanno combattuto attivamente la loro influenza in Libia, Yemen, Somalia, Sudan e altrove. Abu Dhabi finanzia istituzioni religiose, universit\u00e0 e media in tutto il mondo arabo e oltre, per promuovere un Islam compatibile con le monarchie assolute e ostile ai movimenti di massa. Al tempo stesso, gli Emirati hanno scelto di presentarsi come laboratorio di tolleranza interreligiosa: nel 2019 Papa Francesco ha visitato Abu Dhabi, prima visita papale nella penisola arabica. Nel 2022 \u00e8 stato inaugurato l\u2019Abrahamic Family House, un complesso che ospita una moschea, una chiesa e una sinagoga nel cuore di Abu Dhabi. Queste iniziative sono genuine nella loro architettura simbolica, ma si collocano in un sistema che non tollera il dissenso religioso, che discrimina i lavoratori migranti non musulmani in modi sottili e meno sottili, e che usa la narrativa della tolleranza principalmente come asset diplomatico, di soft power e strumento di promozione nella sfida con l\u2019Arabia Saudita.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un attore globale in un corpo piccolo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Gli Emirati si sono costruiti in modo spregiudicato, con la propria posizione geografica e la propria ricchezza, un ruolo internazionale sproporzionato alle loro dimensioni. Con una popolazione di 9 milioni (di cui meno di 1 milione di cittadini) e un esercito di circa 65.000 effettivi, gli UAE si sono seduti al tavolo delle grandi potenze regionali e hanno coltivato relazioni privilegiate con Washington, Londra, Parigi e Pechino in un equilibrismo che molti Paesi pi\u00f9 grandi non riescono a fare.<\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto con gli Stati Uniti \u00e8 la spina dorsale della sicurezza del Paese. La base aerea di Al Dhafra ad Abu Dhabi ospita migliaia di militari americani ed \u00e8 una delle pi\u00f9 importanti nel Golfo. Washington ha venduto agli Emirati armamenti sofisticatissimi, compresi i caccia F-35 (una vendita controversa che ha creato tensioni con Israele). In cambio, gli Emirati offrono basi, cooperazione di intelligence, e un interlocutore regionale affidabile \u2014 o quasi: la crescente relazione con la Cina ha creato frizioni notevoli con l\u2019amministrazione americana.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli Emirati guardano anche a est: gli investimenti cinesi negli UAE sono enormi, Huawei ha una presenza profonda nelle infrastrutture digitali del paese, e il commercio bilaterale con la Cina supera quello con molti partner occidentali. Quando Washington ha scoperto che Huawei stava costruendo infrastrutture potenzialmente sensibili vicino alla base di Al Dhafra, ha spinto gli Emirati a fare delle scelte. Abu Dhabi ha cos\u00ec scelto una via mediana \u2014 rallentare alcuni contratti con Huawei ma non cancellarli \u2014 che riflette la logica fondamentale della politica estera degli Emirati: non diventare dipendenti da nessuno, e vendere la propria posizione strategica al miglior offerente.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gli Accordi di Abramo e Israele: la svolta del 2020<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nel settembre 2020, sotto la mediazione dell\u2019amministrazione Trump, gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato gli Accordi di Abramo con Israele, normalizzando le relazioni diplomatiche con l\u2019apertura di ambasciate, accordi commerciali, cooperazione nel settore della difesa e dell\u2019intelligence. Era la prima normalizzazione arabo-israeliana dai tempi del trattato con la Giordania nel 1994. Bahrain e Marocco seguirono a ruota.<\/p>\n\n\n\n<p>La mossa era razionale dal loro punto di vista: Israele \u00e8 una potenza tecnologica e militare e la cooperazione sull\u2019intelligence, sulla cybersicurezza, sulla difesa missilistica, offriva agli Emirati capacit\u00e0 che nessun altro partner poteva dare nella stessa misura. La tecnologia di sorveglianza israeliana \u2014 tristemente nota attraverso lo scandalo Pegasus, lo spyware israeliano usato per spiare giornalisti e attivisti politici \u2014 era gi\u00e0 in uso negli UAE prima degli accordi ufficiali. Gli Emirati offrivano a Gerusalemme legittimit\u00e0 diplomatica, normalizzazione dei rapporti con una potenza economica araba, e un segnale al mondo che la pace era possibile anche senza la soluzione della questione palestinese. Quest\u2019ultimo aspetto \u00e8 stato forse la parte pi\u00f9 controverso: gli Accordi di Abramo hanno di fatto messo in secondo piano la questione palestinese nella diplomazia araba. Abu Dhabi ha pagato un prezzo in termini di reputazione nel mondo arabo e musulmano, ma ha calcolato che i benefici strategici superassero i costi. Il massacro del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno rimescolato le carte: gli Emirati hanno condannato l\u2019offensiva israeliana a Gaza con toni pi\u00f9 duri rispetto agli anni precedenti, hanno aumentato gli aiuti umanitari ai palestinesi, e hanno congelato alcune delle iniziative di cooperazione pi\u00f9 visibili con Tel Aviv. Ma la normalizzazione formale non \u00e8 stata revocata. MBZ ha preferito tenere aperto il canale di comunicazione con lo Stato ebraico nonostante la pressione dell\u2019opinione pubblica araba.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>Iran: il vicino scomodo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Con l\u2019Iran gli Emirati hanno una relazione complicatissima che mescola rivalit\u00e0 geopolitica, dipendenza economica e vicinanza geografica. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una quota enorme del petrolio mondiale, \u00e8 il confine naturale tra UAE e Iran. Tre isole \u2014 Abu Musa e le due Tunbs \u2014 sono rivendicate dagli Emirati ma occupate dall\u2019Iran fin dal 1971, una ferita aperta che nessuna negoziazione ha mai sanato. Teheran e Abu Dhabi si fronteggiano attraverso il Golfo in una tensione permanente.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure Dubai \u00e8, paradossalmente, uno dei principali partner commerciali dell\u2019Iran e un canale fondamentale per aggirare le sanzioni occidentali. Decine di migliaia di iraniani vivono a Dubai, commercianti e imprenditori che usano la piazza finanziaria emiratina per fare affari che le sanzioni renderebbero impossibili altrove. Questo doppio binario \u2014 ostilit\u00e0 politica e dipendenza economica \u2014 \u00e8 tipico della realpolitik dell\u2019Emirato, dove le ideologie contano meno degli interessi, e l\u2019interesse di Dubai \u00e8 quello di essere utile a tutti; a pagamento, si intende.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo scontro tra USA e Israele da un lato e Iran dall\u2019altro ha posto gli Emirati in una posizione delicatissima. Quando a gennaio 2024 la tensione nel Mar Rosso \u00e8 esplosa con gli attacchi Houthi (finanziati e armati dall\u2019Iran) alle navi commerciali, Abu Dhabi si \u00e8 trovata nella posizione imbarazzante di avere basi americane sul proprio territorio, relazioni commerciali con l\u2019Iran, e interessi economici nelle rotte marittime attaccate. La risposta emiratina \u00e8 stata, ancora una volta, quella della massima ambiguit\u00e0 tattica: supporto privato agli USA, dichiarazioni pubbliche di moderazione, canali aperti con Teheran. Quanto questo pu\u00f2 reggere \u00e8 difficile dirlo e quando il 28 febbraio 2026 \u00e8 partito il massiccio attacco americano e israeliano alla Repubblica islamica, Dubai si \u00e8 ritrovata a essere il principale oggetto delle ritorsioni di Teheran, diventando bersaglio di missili e droni (quasi un migliaio nei primi giorni di guerra, pi\u00f9 di quelli che Teheran ha lanciato su Israele) che hanno polverizzato il mito di luogo sicuro e protetto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il contrasto con l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>Arabia Saudita: alleati rivali<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La narrativa semplificata vuole UAE e Arabia Saudita come alleati naturali, due monarchie del Golfo, sunnite, anticomuniste al tempo della Guerra fredda, filo-occidentali. La realt\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 sfumata e negli ultimi anni si \u00e8 fatta apertamente conflittuale in pi\u00f9 di un teatro. I due paesi sono rivali economici, rivali per l\u2019influenza regionale, e sempre pi\u00f9 rivali per il modello di sviluppo da esportare.<\/p>\n\n\n\n<p>La frattura pi\u00f9 clamorosa si \u00e8 consumata nello Yemen. Entrambi i Paesi partecipano alla coalizione militare contro i ribelli Houthi, ma con obiettivi divergenti. L\u2019Arabia Saudita vuole ripristinare il governo centrale yemenita riconosciuto internazionalmente. Gli Emirati hanno sostenuto milizie locali \u2014 in particolare le Forze di Resistenza del Sud, separatiste \u2014 che mirano alla secessione e alla ricostituzione di uno Stato del Sud Yemen (per ironia della storia, la stessa entit\u00e0 statale che fino agli anni \u201990 \u00e8 era stata l\u2019unica repubblica comunista del mondo arabo). Abu Dhabi vuole uno Yemen del Sud stabile, secolare (relativamente) e favorevole agli investimenti portuali emiratini, non uno stato islamico unificato sotto influenza saudita o del Qatar. Le due agende di Abu Dhabi e Riyadh si sono scontrate militarmente seppure attraverso le fazioni yemenite: nel 2019 le forze separatiste sostenute dagli EAU hanno avuto ripetuti scontri a fuoco con le forze governative sostenute dall\u2019Arabia Saudita. Gli Emirati hanno poi ridotto la propria presenza militare diretta in Yemen, ma mantengono le loro milizie e i loro interessi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Qatar \u00e8 un altro punto di rottura. Nel 2017 Arabia Saudita e Emirati (insieme a Bahrain ed Egitto) hanno imposto un blocco totale al Qatar, accusandolo di finanziare il terrorismo e di essere troppo vicino alla Turchia e all\u2019Iran. La crisi ha rivelato quanto profonde fossero le divergenze nell\u2019interpretazione dell\u2019ordine regionale. Il Qatar ospita Al Jazeera, la rete televisiva che ha dato voce alle Primavere Arabe e ai Fratelli Musulmani, una spina nel fianco per Abu Dhabi e Riyadh. Il blocco \u00e8 durato fino al 2021 senza raggiungere gli obiettivi previsti: il Qatar non si \u00e8 piegato e la rappacificazione formale non ha risolto le tensioni sottostanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma il contrasto pi\u00f9 profondo tra emiratini e sauditi riguarda il futuro dell\u2019OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) e la strategia petrolifera. In pi\u00f9 occasioni negli ultimi anni, gli Emirati si sono scontrati con l\u2019Arabia Saudita sui livelli di produzione all\u2019interno dell\u2019OPEC+ (i 13 Paesi dell\u2019OPEC pi\u00f9 altri produttori di petrolio come Messico e Kazakistan). Abu Dhabi ha capacit\u00e0 produttive in espansione e vuole monetizzare le proprie riserve il pi\u00f9 rapidamente possibile, consapevole che la transizione energetica globale potrebbe ridurre nel tempo il valore degli idrocarburi. Riyadh preferisce una strategia di prezzi sostenuti attraverso tagli alla produzione. Nel luglio 2021 la disputa \u00e8 diventata pubblica, con gli Emirati che hanno minacciato di uscire dall\u2019accordo OPEC+. Una mediazione ha evitato lo strappo formale, ma la tensione rimane.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Proiezione militare e soft power: la <\/strong><strong>\u00ab<\/strong><strong>piccola Sparta\u00bb<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 stato il generale James Mattis, poi segretario alla Difesa americano, a coniare l\u2019espressione \u00abLittle Sparta\u00bb per descrivere gli Emirati: un paese piccolo con capacit\u00e0 militari e volont\u00e0 di usarle sproporzionate alla propria taglia. \u00c8 un complimento nel gergo militare americano, ed \u00e8 stato accettato con orgoglio da Abu Dhabi.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli Emirati hanno partecipato attivamente alle coalizioni militari occidentali: in Kosovo, in Afghanistan, in Libia. Hanno costruito una delle forze armate pi\u00f9 professionali e tecnologicamente avanzate del mondo arabo, addestrate da istruttori americani, britannici e francesi. I loro piloti hanno volato missioni in Siria contro l\u2019ISIS. La loro forza speciale, i \u00abPresidential Guard\u00bb, \u00e8 considerata d\u2019\u00e9lite. Abu Dhabi spende tra il 5 e il 6% del PIL in spese militari \u2014 pi\u00f9 di quasi qualunque paese NATO.<\/p>\n\n\n\n<p>Oltre alla forza militare, gli Emirati proiettano influenza attraverso investimenti, aiuti e controllo di infrastrutture portuali strategiche. DP World, il colosso portuale emiratino, gestisce porti in decine di paesi dall\u2019Africa all\u2019Europa. Abu Dhabi e Dubai investono massicciamente in Africa subsahariana, nei Balcani, nell\u2019Asia Centrale. Questi investimenti non sono filantropia: sono strumenti di influenza politica, accesso alle risorse, e posizionamento in una competizione geopolitica globale che vede gli Emirati giocare su pi\u00f9 tavoli simultaneamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Paese sta svolgendo un ruolo controverso e significativo nel conflitto sudanese. Nonostante le smentite ufficiali, \u00e8 acclarato che Dubai sta sostenendo militarmente e logisticamente le RSF (Rapid Support Forces) contro l\u2019esercito regolare sudanese. Gli Emirati, in questo modo, traggono profitto dal commercio di oro dalle aree controllate dalle RSF ma, al tempo stesso, si rendono complici dei massacri e della crisi umanitaria provocati dalla guerra civile.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La transizione energetica tra greenwashing e realpetrolio<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nel novembre 2023, gli Emirati hanno ospitato la COP28, la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, ad Expo City Dubai. Una scelta che ha sollevato critiche immediate: il presidente della conferenza era Sultan Al Jaber, capo della compagnia petrolifera statale ADNOC. Le rivelazioni di un\u2019inchiesta del Guardian \u2014 secondo cui gli Emirati avevano preparato schede per i propri negoziatori con argomenti per promuovere accordi commerciali sul gas durante le riunioni bilaterali a margine della COP \u2014 hanno scatenato uno scandalo internazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>La posizione degli Emirati sulla transizione energetica \u00e8 complessa, ambigua ma non pi\u00f9 ipocrita di altri Paesi. Abu Dhabi investe seriamente nelle energie rinnovabili: Masdar, la societ\u00e0 emiratina per le energie pulite, \u00e8 presente in decine di paesi e ha sviluppato capacit\u00e0 rilevanti nel solare e nell\u2019eolico. La Masdar City, costruita vicino ad Abu Dhabi come laboratorio di urbanistica sostenibile, \u00e8 rimasta un esperimento parzialmente incompiuto, ma ha prodotto ricerca e know-how reali. Il Paese si \u00e8 impegnato sugli obiettivi di neutralit\u00e0 carbonica al 2050, ma nel frattempo, ADNOC espande la produzione. I piani di Abu Dhabi prevedono di aumentare la capacit\u00e0 estrattiva da 4 a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027. La logica \u00e8 esplicitamente quella di estrarre e monetizzare prima che la domanda globale cali. In questo senso, gli Emirati non sono diversi dalla Norvegia o dal Canada: Paesi che si dicono impegnati sul clima e contemporaneamente espandono la produzione di fossili. La differenza \u00e8 che Abu Dhabi lo fa con meno imbarazzo e pi\u00f9 franchezza: \u00absporchi, maledetti e subito\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Prospettive future e nodi irrisolti<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il modello emiratino ha dimostrato una resilienza sorprendente. Ha superato la crisi del 2008-2009 che quasi affond\u00f2 Dubai, il crollo del petrolio del 2014-2016, la pandemia, le turbolenze geopolitiche regionali. Ma le sfide strutturali restano formidabili e alcune si acuiranno nel tempo; quel tempo \u00e8 arrivato in questi giorni.<\/p>\n\n\n\n<p>La questione demografica \u00e8 la pi\u00f9 urgente. Una federazione dove il 90% della popolazione \u00e8 straniera e priva di prospettive di cittadinanza \u00e8 strutturalmente instabile nel lungo periodo. I lavoratori stranieri non hanno diritti politici, spesso non hanno sicurezza del lavoro, e possono essere espulsi in qualsiasi momento. Costruire una coesione sociale su queste basi \u00e8 difficile. La pandemia ha mostrato quanto rapidamente la popolazione \u00abtemporanea\u00bb possa ridursi quando l\u2019economia rallenta. La sfida \u00e8 creare un modello sostenibile che non dipenda dalla continua importazione di manodopera usa-e-getta.<\/p>\n\n\n\n<p>La questione della successione e della stabilit\u00e0 politica \u00e8 un altro nodo. La concentrazione del potere in poche mani \u2014 MBZ ad Abu Dhabi, MBR a Dubai \u2014 ha prodotto coerenza strategica ma crea vulnerabilit\u00e0. Le lotte di successione nelle monarchie del Golfo sono storicamente pericolose. La mancanza di meccanismi formali di trasmissione del potere significa che ogni transizione \u00e8 potenzialmente destabilizzante.<\/p>\n\n\n\n<p>La dipendenza dalla posizione geografica e dalla stabilit\u00e0 regionale \u00e8 un fattore di rischio per troppo tempo sottovalutato. Ora che la tensione tra USA e Iran \u00e8 degenerata in un conflitto aperto, gli Emirati si trovano in prima linea \u2014 geograficamente, militarmente, economicamente. La guerra a Gaza e le sue ripercussioni regionali hanno gi\u00e0 creato pressioni sulle rotte commerciali del Mar Rosso che impattano direttamente l\u2019economia emiratina. L\u2019escalation militare nel Golfo Persico a cui stiamo assistendo potrebbe rivelarsi catastrofica.<\/p>\n\n\n\n<p>Infine c\u2019\u00e8 la questione della legittimit\u00e0 a lungo termine del modello politico. Il patto sociale tra governanti e cittadini \u2014 petrolio e prosperit\u00e0 in cambio di silenzio politico \u2014 funziona quando il petrolio e il denaro scorrono e la prosperit\u00e0 \u00e8 garantita, ma la transizione energetica globale, per quanto lenta e piena di ostacoli, ridurr\u00e0 nel tempo i proventi degli idrocarburi facendo venir meno quella fonte di risorse che pareva inesauribile. Diversificare l\u2019economia \u00e8 possibile, gli Emirati lo stanno dimostrando. Diversificare la base politica \u2014 costruire istituzioni partecipative, aprire spazio alla societ\u00e0 civile, accettare il dissenso come risorsa e non come minaccia \u2014 \u00e8 la sfida che il sistema emiratino non sembra ancora pronto ad affrontare, perch\u00e9 metterebbe a rischio posizioni di dominio e privilegio consolidate nel tempo. C\u2019\u00e8 un altro aspetto: fungere da porto sicuro per le pi\u00f9 \u00abdiversificate\u00bb attivit\u00e0 economiche (lecite e non) mal si concilia con il trovarsi al centro delle nuove tensioni dell\u2019area: vedere fuggire per paura di restare coinvolti in una guerra i tanti stranieri presenti nel Paese \u00e8 una prospettiva che terrorizza le autorit\u00e0 che, al momento, non riescono a rispondere se non con la censura; infatti, dopo alcuni giorni di guerra, le autorit\u00e0 hanno deciso che postare sui social foto e video di esplosioni e distruzioni pu\u00f2 portare a multe salate o perfino in galera.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli Emirati Arabi Uniti \u2014 per tentare una conclusione \u2014 sono uno specchio deformato del nostro tempo. Riflettono il meglio e il peggio della globalizzazione: la capacit\u00e0 di costruire prosperit\u00e0, attrattivit\u00e0, connettivit\u00e0 internazionale, e la disposizione a farlo senza vincoli di democrazia, di diritti, di sostenibilit\u00e0 sociale. Tutti fattori \u2014 questi ultimi \u2014 che, alla lunga, finiscono per danneggiare qualunque sistema economico e sociale. Gli Emirati sono un attore che il mondo non pu\u00f2 ignorare perch\u00e9 troppo ricco, troppo strategico, troppo interconnesso. Non sono una democrazia, ma nemmeno l\u2019Iran o la Corea del Nord (forse perch\u00e9 gli manca un popolo da tiranneggiare, esclusi i lavoratori stranieri). Non sono un\u2019economia di rendita statica, ma nemmeno la Norvegia. Sono qualcosa di nuovo, ancora in costruzione, con alcune promesse, molti rischi, e un inquietante sentore di cosa pu\u00f2 produrre un capitalismo con poche regole, pochi padroni e poca democrazia. In queste ore, intanto, sono i droni iraniani a mettere davanti agli emiratini il quesito esistenziale: o diventare uno Stato vero, con vere istituzioni e una societ\u00e0 civile, o restare il self-service pi\u00f9 moderno, efficiente e caro della storia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Stefano Pizzin. Petrolio, potere, modernit\u00e0 e arretratezza nel cuore del Golfo. Cosa sono gli Emirati Arabi Uniti? I grattacieli di Dubai o il deserto? Uno dei centri finanziari del mondo o uno dei tanti petrostati? Escort di lusso, sceicchi miliardari, affaristi, ingegneri, architetti, Islam tollerante e schiavi che arrivano dal Terzo Mondo? Il futuro del pianeta globalizzato o un regno senza libert\u00e0, senza tasse e high-tech? Un po\u2019 di tutto. 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