{"id":6414,"date":"2026-01-05T09:00:00","date_gmt":"2026-01-05T08:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=6414"},"modified":"2025-12-26T14:10:29","modified_gmt":"2025-12-26T13:10:29","slug":"le-domande-senza-risposta-dei-nativi-americani","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2026\/01\/05\/le-domande-senza-risposta-dei-nativi-americani\/","title":{"rendered":"Le domande senza risposta dei nativi americani"},"content":{"rendered":"\n<h4>La parabola dei vinti non finisce mai di interrogarci, ogni volta che un popolo viene ridotto a metafora, a folclore.<\/h4>\n\n\n\n<p>di&nbsp;<a rel=\"noreferrer noopener\" href=\"https:\/\/www.avvenire.it\/redazione\/antonio-musarra-765\" target=\"_blank\">Antonio Musarra<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il nuovo saggio di Claudio Ferlan su Avvenire<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abOra i bambini dormono nel letto del Sand Creek\u00bb. Ognuno ha i suoi fantasmi culturali, i propri miti d\u2019infanzia: per qualcuno sono i versi di De Andr\u00e9, per altri le pagine di&nbsp;<em>Tex Willer<\/em>&nbsp;o il crepuscolo polveroso dei film di Sergio Leone.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 da l\u00ec, da quell\u2019immaginario in bilico tra epica e colpa, che comincia&nbsp;<em>Il lungo sentiero. La storia mai conclusa dei nativi nel Nordamerica<\/em>, edito dal Mulino (pagine 248, euro 22,00) e firmato da Claudio Ferlan, ricercatore all\u2019Istituto storico italo-germanico di Trento.<\/p>\n\n\n\n<p>Il cuore del libro non \u00e8 la cronaca di un genocidio \u2013 sebbene di genocidio si tratti, e il termine non sia eccessivo \u2013, ma la lenta consapevolezza che la parabola dei vinti non finisce mai davvero: continua a interrogarci, ogni volta che un popolo viene ridotto a metafora, a folclore, a ombra di s\u00e9 stesso. Non siamo di fronte a un racconto edificante. L\u2019autore non cede alla tentazione dell\u2019indignazione. Sceglie, al contrario, il passo lungo della storia: dal primo incontro con gli europei fino alla rinascita culturale dei movimenti indigeni contemporanei, attraversando secoli d\u2019invasioni, deportazioni, promesse tradite, resistenze silenziose. Il sottotitolo non allude soltanto alla persistenza dei conflitti territoriali o identitari. \u00c8 la cifra d\u2019una condizione morale: quella di un\u2019umanit\u00e0 che non ha ancora imparato a convivere con l\u2019alterit\u00e0, e continua a risolverla con il rifiuto, la marginalit\u00e0, l\u2019appropriazione.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019arco narrativo \u00e8 ampio e coerente. Dalle prime interazioni tra mondi \u2013 \u201ci primi contatti\u201d, prima e dopo il 1492 \u2013 all\u2019organizzazione di un \u201cMondo Nuovo\u201d, il libro ricostruisce la progressiva trasformazione dell\u2019incontro in dominio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il commercio, la missione religiosa, la cartografia e le prime forme di amministrazione coloniale diventano i tasselli di un processo di rimozione. L\u2019Europa, persuasa di portare civilt\u00e0, inventa il modo di legittimare la conquista.<\/p>\n\n\n\n<p>Ferlan mostra come la libert\u00e0 proclamata per i coloni si accompagni alla negazione di quella altrui: un\u2019idea di democrazia che si fonda sull\u2019esclusione. La costruzione dell\u2019America coincide con la cancellazione dei suoi popoli originari.<\/p>\n\n\n\n<p>La \u201cconquista del West\u201d, le riserve, le migrazioni forzate, le battaglie e i trattati violati compongono il grande affresco di una civilt\u00e0 che si proclama libera mentre costruisce recinti. Non \u00e8 difficile percepire la risonanza universale di tali meccanismi: l\u2019idea che la sicurezza di alcuni richieda la scomparsa di altri. Ma Ferlan non cede alla polemica; il suo tono rimane analitico, documentato, attento alla complessit\u00e0 dei contesti. L\u2019obiettivo non \u00e8 giudicare, ma comprendere come un intero sistema politico, culturale e religioso abbia potuto rappresentare l\u2019espulsione come una necessit\u00e0 morale. In questo senso,&nbsp;<em>Il lungo sentiero<\/em>&nbsp;\u00e8 anche una riflessione sulla fragilit\u00e0 della modernit\u00e0: sul prezzo umano della conquista, sul nesso tra sviluppo e distruzione, tra memoria e oblio. Negli ultimi capitoli, la prospettiva cambia.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo il 1890, quando le guerre finiscono, inizia un\u2019altra fase. I nativi sono integrati solo in apparenza, resi invisibili attraverso le leggi, la scuola, la religione, la burocrazia. La violenza non si manifesta pi\u00f9 nella strage, ma nella pedagogia, nell\u2019assimilazione, nella normalizzazione.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 il tempo in cui il genocidio si traveste da progresso. E, tuttavia, la storia riapre il suo respiro. Ferlan sottolinea come, nel secondo Novecento, le comunit\u00e0 native abbiano riscoperto le proprie lingue, le tradizioni, i diritti, e abbiano trasformato la memoria in strumento politico. Non si tratta di un lieto fine, perch\u00e9 nessuna ferita \u00e8 davvero rimarginata; ma \u00e8 il segno di una vicenda che, come il titolo promette, non si \u00e8 mai conclusa.<\/p>\n\n\n\n<p>Il destino dei nativi nordamericani interpella l\u2019Occidente. \u00c8 una parabola universale del potere e della memoria: ogni volta che una civilt\u00e0 si costruisce sull\u2019idea di \u201ccivilizzare\u201d l\u2019altro, ripete lo stesso copione.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, dietro il racconto delle guerre indiane, delle riserve, delle scuole di assimilazione e dei trattati violati, s\u2019intravede un discorso pi\u00f9 ampio sulla violenza della modernit\u00e0. Ci\u00f2 che emerge non \u00e8 solo la conquista del West, ma quella del racconto: l\u2019appropriazione dell\u2019immaginario, l\u2019esclusiva d\u2019una narrazione. Il cinema, la letteratura popolare, la retorica patriottica hanno fatto il resto, trasformando le vittime in comparse, i carnefici in pionieri, l\u2019espropriazione in destino.<\/p>\n\n\n\n<p>Ferlan lo mostra senza enfasi, lasciando che a parlare siano le fonti, le testimonianze, le voci dimenticate. Con ci\u00f2, la lezione che se ne ricava \u00e8 di straordinaria attualit\u00e0. Restituire ai nativi la densit\u00e0 della loro vita, il diritto alla complessit\u00e0, l\u2019elementare riconoscimento di esistere come soggetti e non come simboli \u00e8, dunque, un\u2019operazione di giustizia e di restituzione: un modo per ricomporre, almeno in parte, la frattura tra chi ha scritto il passato e chi l\u2019ha subito.<\/p>\n\n\n\n<p>Insomma,&nbsp;<em>Il lungo sentiero<\/em>&nbsp;non \u00e8 solo un libro sul passato. Invita a guardare di nuovo ci\u00f2 che credevamo di conoscere, a restituire nomi ai volti cancellati, a riascoltare parole che la conquista aveva ridotto al silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 un gesto contro l\u2019oblio e contro la retorica, un invito a fare della memoria non un repertorio di rimpianti, ma una forma di responsabilit\u00e0. Perch\u00e9 la storia, ci ricorda Ferlan, non appartiene ai vincitori pi\u00f9 di quanto il futuro appartenga a chi lo possiede: resta sempre aperta, come un sentiero che attende di essere percorso ancora.<\/p>\n\n\n\n<p>Lasciata l\u2019ultima pagina, il lettore ha una duplice impressione: quella di aver attraversato un continente di dolore e, insieme, di avere toccato la radice di una speranza. La conclusione \u00e8 sobria ma luminosa: le lingue indigene che risorgono, i movimenti per la tutela delle terre sacre, le rivendicazioni culturali e spirituali che tornano a farsi sentire. Perch\u00e9, conclude Ferlan \u2013 &nbsp;riportando una frase di un libro famoso,&nbsp;<em>Seppellite il mio cuore a Wounded Knee<\/em>, di Dee Brown \u2013, non bisogna dimenticare un aspetto fondamentale: nonostante tutto, \u00abwe\u2019re still here\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Fonte&nbsp;<strong><a rel=\"noreferrer noopener\" href=\"https:\/\/www.avvenire.it\/\" target=\"_blank\">Avvenire<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La parabola dei vinti non finisce mai di interrogarci, ogni volta che un popolo viene ridotto a metafora, a folclore. di&nbsp;Antonio Musarra. Il nuovo saggio di Claudio Ferlan su Avvenire \u00abOra i bambini dormono nel letto del Sand Creek\u00bb. 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