{"id":5818,"date":"2025-07-09T16:54:59","date_gmt":"2025-07-09T14:54:59","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=5818"},"modified":"2025-07-09T16:56:55","modified_gmt":"2025-07-09T14:56:55","slug":"essere-piu-forti-del-dolore-rimanere-esseri-umani","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2025\/07\/09\/essere-piu-forti-del-dolore-rimanere-esseri-umani\/","title":{"rendered":"&#8220;Essere pi\u00f9 forti del dolore, rimanere esseri umani&#8221;. FK Guber Srebrenica &#8211; Hercegovac Bile\u0107a  \u0424\u041a \u0425\u0435\u0440\u0446\u0435\u0433\u043e\u0432\u0430\u0446 \u0411\u0438\u043b\u0435\u045b\u0430  3-0"},"content":{"rendered":"\n<h4><strong>Di Marzio G. Mian*<\/strong> <\/h4>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"139\" height=\"181\" src=\"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Guber-3.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-5823\" srcset=\"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Guber-3.png 139w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Guber-3-112x146.png 112w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Guber-3-38x50.png 38w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Guber-3-58x75.png 58w\" sizes=\"(max-width: 139px) 100vw, 139px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Bisogna dire che quest\u2019ultima di campionato l\u2019FK Guber l\u2019ha vinta piuttosto in scioltezza. Un secco 3 a 0 su quelli dell\u2019Hercegovac Bile\u0107a che sono parsi nettamente inferiori nel gioco e forse meno motivati &#8211; vista la garanzia di salvezza. Per i ragazzi del Guber di Srebrenica era tutt\u2019altra storia. Si giocavano il futuro. Retrocedere nel girone della terza divisione della Republika Srbska \u2013 l\u2019entit\u00e0 serba dello stato bosniaco \u2013 significava finire nel girone infernale dei paesini e dei villaggi dove gli uomini indossano ancora le vecchie mimetiche di trenta e passa anni fa, dove ti pu\u00f2 arrivare uno sputo sulla schiena mentre batti un fallo laterale, dove a chi porta sulla maglietta un cognome musulmano urlano \u201cturco di merda\u201d e al suo compagno di squadra serbo \u201cputtana traditrice\u201d. Che \u00e8 quello che accadeva al Guber in trasferta anche in seconda divisione fino a pochi anni fa nei centri pi\u00f9 grandi affacciati sulla Drina tipo Visegrad, Bijelina, Zvornik, quando dalle tribune partiva come una granata il classico \u201cnoz, zica, Srebrenica\u201d &#8211; coltello, filo spinato, Srebrenica \u2013 oppure il pi\u00f9 guerriero \u201cMladic-Mladic-Mladic\u201d, efficace quanto una sventagliata nel mucchio, in onore del boia di Srebrenica, il generale che esattamente trent\u2019anni fa ordinava l\u2019eliminazione di oltre ottomila bosniaci musulmani, in parte radunati anche su questo campo di calcio prima di essere trasferiti per il massacro in luoghi appena pi\u00f9 appartati e quindi sepolti con la ruspa nelle fosse comuni. Alcuni ragazzi pi\u00f9 anziani, come il capitano e regista dal sinistro di velluto, Aljo Smajlovic, ci sono passati per quelle trasferte grondanti odio dagli spalti: \u201cOra \u00e8 molto meglio, siamo visti quasi come un club normale\u201d, mi dice prima dell\u2019incontro, \u201cma se retrocediamo vuol dire rivivere quell\u2019incubo. E non so quanti di noi rimarrebbero, anche se il Guber \u00e8 il nostro unico grande amore, per tutti, serbi e musulmani. \u00c8 l\u2019unica ragione per non scappare da Srebrenica. Senza il Guber me ne andrei in Austria\u201d. E Safet Merdzi\u0107, 39 anni, ex calciatore e ora responsabile delle giovanili, nella saletta dei trofei e delle riunioni che serve pure da deposito per i palloni e la calce, mi confessa che la questione \u00e8 anche economica. Le casse sono pressoch\u00e9 vuote e in caso di retrocessione servirebbe un minimo d\u2019investimento per aspirare al vertice e risalire nell\u2019attuale categoria regionale (corrispondente alla nostra Lega Pro). Soldi necessari, si scopre, oltre che per tirare avanti con rimborsi spese, divise eccetera, anche per non inimicarsi le terne arbitrali serbe. \u201cUna delle umiliazioni che bisogna mettere in conto\u201d, commenta amaro un dirigente. Mi mostrano video di fan celebri: i ricchi campioni bosniaci che giocano nelle grandi societ\u00e0 europee si dicono vicini alla squadra della citt\u00e0 martire \u2013 soprattutto al club che si ostina a rimanere il solo multietnico nell\u2019intera Bosnia nonostante quel macigno irremovibile del genocidio. Ci sono Edin Dzeko, Miralem Pjani\u0107, Anel Hadzi\u0107, generosi di bellissime parole e di promesse. Ma nessuno che faccia mai un bonifico, dice Safet con un sorriso amaro. \u00c8 quello pi\u00f9 teso prima della partita. Pensa ai suoi ragazzini. \u201cPerdere potrebbe significare la fine del Guber dopo cent\u2019anni\u201d, dice. \u201cCi\u00f2 che lo ha reso speciale \u00e8 certo il nostro passato, quel tornado di disumanit\u00e0 che ha travolto Srebrenica nel 1995, ma anche essere l\u2019unica occasione per i ragazzi di qui di credere nella vita, diventare amici. Il football qui serve a dimenticare la realt\u00e0, indipendentemente da quale famiglia provieni\u201d. Racconta che quando giocava, l\u2019allenatore era serbo. A Bijelina si metteva male, qualcuno urlava \u201cuccidi il turco\u201d. Il mister s\u2019avvent\u00f2 verso le gradinate, solo contro decine di scalmanati. \u201cCominciate da me\u201d, li sfid\u00f2. \u201cEssere una squadra multietnica vuol dire convivere con un tab\u00f9, resistere grazie a un tab\u00f9. Che male c\u2019\u00e8? \u00c8 calcio, non politica. Calcio e basta, zero passato, storie, colpe, rancori\u2026 Quando i ragazzini si sentono urlare cose tremende hanno imparato a non ascoltare. E sai chi sono i pi\u00f9 sordi? I serbi. Mai una reazione quando gli danno dei traditori. Sono cos\u00ec orgogliosi del loro Guber\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>E si guarda intorno, il coach dei pulcini e degli allievi. Le polaroid coi colori bianco celeste sbiaditi, le formazioni incorniciate in bianco e nero. La squadra di uno degli ultimi campionati prima del macello: il secondo da destra sui calcagni con la mano aperta alla fronte per farsi ombra \u00e8 Muharem Mujcic, detto Muke, il cui corpo non \u00e8 mai stato trovato; al suo fianco c\u2019\u00e8 Salko Hubli\u0107, detto Hegel, ragazzone dal sorriso beffardo, identificato in una fossa comune. \u201cCon la guerra abbiamo perso i vecchi trofei e gagliardetti, spaccarono e bruciarono tutto\u201d, dice Faruk Smajlovi\u0107, la colonna della societ\u00e0, quello che segna il campo, prepara il t\u00e8, elemosina fondi e parla ai ragazzi nello spogliatoio. Con la sua rock band, gli Afera, ha composto l\u2019inno, sparato a manetta nel riscaldamento pre partita: \u201cChe si canti e che si pianga mentre il nostro Guber sta combattendo la sua battaglia\u2026\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Pallonate e fantasmi, un\u2019aquila gioca con le correnti in alto sopra il campo. Il cemento delle gradinate \u00e8 marcio, spuntano i ferri come tendini scoperti, le poche case affacciate sul lato della strada che fende la vallata portano i segni delle granate, i rattoppi con la malta sembrano gigantesche margherite grigie. Sullo sfondo a Est, dietro la porta degli ospiti, si staglia esile e bianchissimo un minareto, sentinella sul memoriale e il cimitero che dilaga oltre qualche curva, 44 mila metri quadrati con 6.671 steli di marmo piantate nell\u2019erba, quelle con i nomi delle vittime identificate. Non cambiano invece il mese, l\u2019anno, la summa coranica: \u201cNon dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, ch\u00e9 invece sono vivi e non ve ne accorgete\u201d. La collina si sporge quasi a invadere gli spalti pencolanti, il verde \u00e8 tetro, nonostante la luce smagliante di giugno; pi\u00f9 che un bosco \u00e8 una giungla pluviale. Eppure la risalivano aggrappati alle radici i disgraziati in fuga dalle belve, poi braccati tra i faggi, gli ontani e i carpini.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure qui &#8211; sulle due met\u00e0 campo &#8211; s\u2019\u00e8 sempre seminata la pace.<\/p>\n\n\n\n<p>Ancora rimbombava nelle gole l\u2019eco della Grande Guerra, scoppiata poco distante, a Sarajevo, appena oltre l\u2019altopiano di Romanjia, quando due contadini, uno ortodosso e uno musulmano, nel 1924 donarono i loro contigui poderi di patate ai minatori di bauxite perch\u00e9 si straviassero con la pelota nei giorni di riposo. Per decenni fu un club di provincia come tanti in Jugoslavia, terra di football epico, piena di talenti anarchici, chiamata il \u201cBrasile d\u2019Europa\u201d. Ai tempi di Tito si veniva qui con le corriere per curarsi con le acque Guber. C\u2019\u00e8 ancora una romantica stradina in acciottolato che dalla vecchia moschea di Srebrenica penetra nel fitto del bosco: quattordici fonti sgorgano dalla roccia, acque amare e ferruginose contro le malattie della pelle, l\u2019anemia, l\u2019ulcera. \u00c8 la colonna sonora di Srebrenica: da ogni parte ti giri gorgoglia qualche torrentello color aranciata. Si dice che anche Gina Lollobrigida \u2013 su suggerimento del suo amico Tito \u2013 fosse passata da Srebrenica a bagnarsi il viso alla fonte che, stando all\u2019iscrizione, promette eterna bellezza. L\u2019FK Guber solo nel 1989 compare nei titoli dei giornali, scontati i calambour sulle propriet\u00e0 miracolose di una squadra che si chiama come le bottiglie dell\u2019acqua curativa esposta sugli scaffali di ogni farmacia della Federazione. Macina vittorie nella coppa Maresciallo Tito, elimina il Bora\u010d di Banja Luka detentrice il trofeo. Il 2 agosto 1989 trasferta a Podgorica, Montenegro, contro il Budu\u0107nost. Ottavi di finale. Manca poco al crollo del Muro, ma le scosse fanno gi\u00e0 tremare le repubbliche e le etnie. Solo un mese prima Slobodan Milosevic ha pronunciato l\u2019incendiario discorso per i 600 anni dal mitico e mitologico scontro coi turchi sulla Piana dei Merli, in Kosovo: \u201cSiamo ancora in battaglia e altre battaglie abbiamo di fronte. Non sono armate, ma non possiamo escludere che lo siano\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>La partiva termina 1-1, si va subito ai rigori. In porta per il Guber c\u2019\u00e8 Jusuf Maladzic, il giocatore pi\u00f9 anziano; il penalty decisivo per la squadra di casa lo tira &#8211; e se lo fa parare &#8211; il pi\u00f9 giovane in campo, Pedrag Mijatovic, fresco di vittoria ai mondiali juniores, futura stella del Partizan, del Real Madrid e della Fiorentina. Solo un paio di giorni dopo, durante i festeggiamenti a Srebrenica, piomba la notizia dell\u2019errore arbitrale: bisognava mandare le squadre ai supplementari. \u201cDavano per scontata la nostra sconfitta questa \u00e8 la verit\u00e0, avevano iniziato la partita in serata, stava calando il buio e non funzionava l\u2019illuminazione\u201d, mi dice Nermin Pasali\u0107, 58 anni, vecchia gloria di quell\u2019incontro. \u201cE poi l\u2019aria era gi\u00e0 avvelenata, non bisognava favorire i bosgnacchi\u201d. Due settimane dopo si ripete la partita a Srebrenica, il Guber vende cara la pelle, ma cede proprio nei minuti finali. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Al campo i ragazzi accolgono Nermin con una certa soggezione, qualcuno arrossisce nell\u2019abbraccio. E chi s\u2019aspettava che oggi arrivasse anche lui, il \u201cgiaguaro\u201d, l\u2019ala da leggenda a dare la carica in spogliatoio? Cos\u00ec in tuta, nonostante la sigaretta tra le labbra e la pelata, sembra ancora capace di balzi felini, del suo celebre doppio passo. Era diventato professionista col Tuzla dopo quella cavalcata del Guber nella coppa Tito. Ma per poco, perch\u00e9 nella primavera del \u201992 nessuno tagliava pi\u00f9 l\u2019erba dei campi da calcio in Bosnia. I serbi aprivano invece quelli di prigionia, proprio qui lungo la Drina, il mattatoio del tagliagole Arkan e dei suoi volontari reclutati tra gli ultras degli stadi di Belgrado. Col vecchio bomber Nermin \u2013 promessa azzoppata dalla guerra &#8211; constatiamo come il calcio abbia funzionato da detonatore nella disgregazione jugoslava, come il contagio nazionalista sia partito dalle curve. A partire dalla guerriglia scoppiata il 13 maggio 1990 a Zagabria durante Dinamo-Stella Rossa, gli scontri dilagati anche in campo, col capitano croato Zvonimir Boban che prende a pedate un poliziotto. Viene in mente lo psichiatra Radovan Karadzic, leader dei serbo-bosniaci, gi\u00e0 medico sportivo della Stella Rossa e cos\u00ec ossessionato dal pallone che durante la latitanza di criminale di guerra riesce ad andare a San Siro. Oppure la partita tra Serbia-Montenegro e Bosnia nel 2005 a Belgrado, quando mezzo stadio parte a scandire \u201chvala Ratko\u201d, grazie Ratko Mladic. E lui, il macellaio di Srebrenica, dov\u2019era? Esattamente l\u00ec, allo stadio a tifare contro i \u201cturchi\u201d. Lo avevano scoperto \u2013 troppo tardi \u2013 gli agenti al servizio della procuratrice del tribunale dell\u2019Aia, Carla Del Ponte. \u201cPer\u00f2 vi siete dimenticati che c\u2019\u00e8 anche il nostro calcio, il nostro Guber, la nostra resistenza attiva\u201d, interviene Faruk, malinconico e ottimista, mentre fa ripartire l\u2019inno dall\u2019amplificatore. Ok Faruk, per\u00f2 che cosa accadde allora? Com\u2019\u00e8 che fin\u00ec la meravigliosa eresia del Guber multietnico? Gli sguardi si fanno vaghi, le risposte sono forse indicibili. Nessuno vuole parlare di come in poche ore si separarono i destini di quei compagni di squadra, musulmani e serbi, quando su Srebrenica cal\u00f2 dalle valli come un gas nervino l\u2019odio fratricida. Quando il campo divenne il bivacco dei paramilitari di Arkan.<\/p>\n\n\n\n<p>Com\u2019era andata nel dopoguerra me l\u2019ha invece raccontato Damir Bekti\u0107, l\u2019imam di Srebrenica. \u201cQuando le prime famiglie di musulmani cominciarono a rientrare, intorno al 2002, ricordo che i bimbi serbi giocavano in una met\u00e0 del campo e i bosgnacchi nell\u2019altra, e sai come funziona fra ragazzini\u2026 la palla finiva spesso dall\u2019altra parte, all\u2019inizio veniva restituita malamente, poi passata meglio, qualche accenno di dribblig, finch\u00e9 finirono per giocare la prima partitella\u2026 A una squadra mancava il portiere, l\u2019altra aveva bisogno di una punta. E per vincere bisogna scambiarsi la palla, quando si segna ci si abbraccia\u201d. Rientrarono anche gli ex biancocelesti degli anni Ottanta. Il vecchio portiere Jusuf Maladzic, l\u2019eroe di Podgorica, un giorno lo videro che sistemava le reti delle porte. Da Tuzla torn\u00f2 anche Nermin, il Giaguaro, per seppellire il padre, identificato tra le vittime del luglio \u201895. E prese una decisione storica. Insieme a un ex calciatore serbo nel 2005 rifond\u00f2 il FK Guber 1924, mettendo nero su bianco nello statuto l\u2019impegno a continuare ad essere un club per tutti, nonostante a Dayton avessero di fatto accettato la pulizia etnica imposta dalle milizie di Karadzic e Mladic col sangue e incluso Srebrenica nella componente serba della Bosnia, nonostante le fosse comuni nel circondario non smettessero di restituire migliaia di resti umani, nonostante e i musulmani fossero diventati minoranza etnica a casa loro. Per i primi fondi andarono a bussare in Olanda, il paese messo alla gogna internazionale per le gravi responsabilit\u00e0 dei suoi caschi blu negli eventi che portarono al genocidio. Si scopr\u00ec che il governo olandese aveva addirittura risarcito il Dutchbat Onu \u201cper lo stress post traumatico\u201d. Pagassero quindi almeno le docce e quel che serviva all\u2019iscrizione al campionato.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSono certo che il babbo sarebbe stato anche lui tra i rifondatori al fianco di Nermin, cos\u00ec come mi raccontano che erano stati una coppia micidiale all\u2019attacco prima della guerra, negli anni del grande Guber\u201d, mi dice Irvin, 38 anni, figlio di Muharem Mujcic, detto Muke, quello che nella foto si protegge gli occhi dal sole con la mano e mai pi\u00f9 ritrovato dopo il piombo del luglio \u201895. Il Guber abita i suoi primi ricordi, lui che va alla partita col nonno, dotato di sgabellino pieghevole per il nipote, il pap\u00e0 che lucida gli scarpini o che allena amorevolmente i pulcini. Irvin vive oggi nella foresta. Per incontrarlo bisogna salire da Srebrenica fino alla groppa del monte Kak, e poi al villaggio di Kasapic, una ventina di case abbandonate, divorate dall\u2019edera e dai rovi, i tetti sfondati. Restano i buchi delle granate e il nero degl\u2019incendi. I ruderi sembrano vasi giganti di pietra da cui spuntano le chiome degli alberi nati dopo la guerra. Sparse sui poggi di Kasapic vivevano duecento persone, i loro nomi sono scritti nel marmo all\u2019ingresso dell\u2019abitato. Irvin dice che stanno fuori dal conteggio degli ottomila del genocidio. \u201cPrima che partissimo nel 1992, Srebrenica contava trentottomila persone, ora ufficialmente sarebbero undicimila, ma di abitanti veri nel distretto saremo non pi\u00f9 di cinquemila. Nessuno vuole vivere in un cimitero\u201d. Ma Irvin, come i reduci e sopravvissuti del Guber, ha deciso di sfidare i fantasmi. Nel mezzo della foresta ha costruito con le sue mani un villaggio in legno e pietra, ospita soprattutto studenti che arrivano da tutta Europa, per offrire loro un\u2019idea nuova di Srebrenica, combinando il culto della memoria con l\u2019immersione nella spropositata bellezza della natura in questo angolo di Bosnia. \u201cL\u2019unico modo di chiudere una guerra \u00e8 quello di ricostruire, \u00e8 questo il compito della mia generazione. Come hanno fatto quelli del Guber, trasformare il dolore in azione. Questa ultima partita di campionato rappresenta proprio questo, mantenere una promessa di speranza\u201d. Irvin \u00e8 tornato per riprendere il filo dell\u2019esistenza ed elaborare un lutto che, da esule, lo ingolfava di dolore. Con la madre, il fratello e la sorella erano riparati in Italia nei primi giorni di guerra, aprile 92. Aveva cinque anni. \u201cQuando salutammo pap\u00e0, eravamo sicuri che ci saremmo rivisti dopo qualche settimana, la guerra in Bosnia non poteva durare, figurarsi a Srebrenica poi, dove non c\u2019era mai stato un problema, pensa che deteneva il record dei matrimoni misti. Pap\u00e0 era rimasto a presidiare la casa. Era tutto quel che avevamo\u201d. Racconta che si tenevano in contatto utilizzando le frequenze dei radioamatori: \u201cSi parlava di calcio, mi chiedeva degli allenamenti nella squadra dove giocavo nel Bresciano. Ai mondiali del 1994 tifava Italia, pensando a noi. Con un paio di amici seguiva le partite importanti trasportando un televisore in spalla in cima al monte dove c\u2019era un ripetitore, rischiavano la morte\u201d. Il Guber non c\u2019era pi\u00f9, ma a Srebrenica si palleggiava e si crossava lo stesso. Una delle peggiori stragi prima del genocidio avvenne al campetto di cemento davanti alle scuole, all\u2019ingresso del centro abitato. \u201cEra l\u2019aprile del 1993, Srebrenica era stata dichiarata zona sicura, ma mancava ancora la risoluzione dell\u2019Onu. I ragazzi si sentivano appunto gi\u00e0 al sicuro, e avevano organizzato un torneo. C\u2019erano cinquecento studenti. I serbi esplosero due granate e fecero oltre 60 morti\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>La citt\u00e0 era stata sin dal \u201992 un intralcio nei piani di Karadzic e Mladic, un\u2019isola di terra nemica nel cuore della Republika Srbska: ogni tentativo di prenderla era stato respinto dalla milizia musulmana al comando di un uomo coraggioso quanto spietato, Naser Ori\u0107, ex guardia del corpo preferita da Milosevic. Il 7 gennaio \u201993, Natale ortodosso, Ori\u0107 e i suoi compiono un\u2019incursione a sorpresa nelle valli sterminando molte centinaia di civili serbi e bruciando interi villaggi. La ritorsione \u00e8 devastante, Srebrenica gi\u00e0 allo stremo si riempie di rifugiati dall\u2019intera regione orientale. Mladic impone il blocco di ogni aiuto umanitario. L\u2019area dovrebbe essere una save zone Onu. Mese dopo mese, anno dopo anno aumenta il numero dei rifugiati, nel \u201995 sono forse quarantamila. Fuggiti a Srebrenica per salvarsi la pelle. Invece Srebrenica diventa la loro trappola. Un lager. L\u2019Europa era al mare quel luglio di 30 anni fa, la Bosnia non faceva pi\u00f9 notizia, la guerra stava finendo. Bruxelles, le Nazioni Unite, la Nato? Solamente anni dopo hanno parlato le inchieste, sappiamo che si \u00e8 lasciato che il massacro avvenisse. Ci sono i filmati dove il generale francese Philip Morillon, capo dei caschi blu, dice ai disperati: \u201cTranquilli, sarete protetti\u201d. Fu la cronaca di uno sterminio annunciato. Gli olandesi stanno a guardare. Abusano delle donne, bevono grappa coi paramilitari serbi della Skorpion. Quando l\u201911 luglio \u201895 le truppe di Mladic occupano l\u2019enclave, la gente terrorizzata si riversa nella sede dei Caschi blu.&nbsp;\u201cDifendeteci\u201d, implorano, \u201cvoi ci avete preso le armi, dunque voi ci difendete ora\u201d. Ma i soldati Onu dichiarano la loro impotenza. Non hanno l\u2019autorizzazione a sparare. E il panico si diffonde. Mladic convoca in un albergo due ufficiali olandesi, per intimidirli fa sgozzare un maiale nel cortile appena fuori la sala. Ha tutto ci\u00f2&nbsp;che vuole: la consegna dei maschi validi, persino la benzina per evacuarli. La gente \u00e8 ammassata attorno alla sede dell\u2019Onu a Potocari, periferia di Srebrenica, dove oggi sorge il memoriale. Gli uomini vengono portati via, caricati sui camion. A Irvin hanno raccontato che il pap\u00e0 era partito per i boschi insieme al fratello, poi ha cambiato idea: \u201cQuel che succeder\u00e0 agli altri, che succeda anche a me\u201d, avrebbe detto. Forse poteva salvarsi, chiss\u00e0. \u201cHo saputo pure che stava con un gruppo di compaesani, poi uno dei paramilitari lo riconobbe, era uno con cui aveva giocato contro col Guber. \u2018Ehei, Muke, come te la passi? Dai, alla svelta, sali sul camion\u2019 \u2013 e lui \u00e8 salito. Questo \u00e8 quel che mi \u00e8 stato riferito\u201d.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"592\" height=\"391\" src=\"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/image-3.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-5821\" srcset=\"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/image-3.png 592w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/image-3-300x198.png 300w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/image-3-221x146.png 221w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/image-3-50x33.png 50w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/image-3-114x75.png 114w\" sizes=\"(max-width: 592px) 100vw, 592px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>Srebrenica continua ad essere un\u2019isola di terra nemica in Republika Srbska. Ci sono quattro moschee, ma nessuno sa spiegarmi perch\u00e9 non si ascolta mai, nemmeno il venerd\u00ec, la chiamata alla preghiera del muezzin, mentre risuonano le campane della chiesa ortodossa. La convivenza sembra reggersi su equilibri insondabili. A differenza di altri centri lungo la statale che costeggia la Drina, le strade di Srebrenica sono presidiate dal tricolore serbo che sventola sui lampioni. Meno del 10 per cento dei poliziotti sono musulmani, e cos\u00ec alle poste e nelle scuole. \u201cSiamo ospiti sgraditi, questa \u00e8 la realt\u00e0\u201d, mi dice un dirigente del Guber. \u201cSrebrenica \u00e8 stata consegnata nelle mani di gente che ha commesso crimini, molti ex miliziani sono ora ufficiali di polizia o funzionari pubblici. D\u2019altronde i numeri parlano chiaro: ci furono circa ventimila persone nella regione che presero parte in vario modo al genocidio. L\u2019esperienza del Guber insegna: qui viviamo insieme solo grazie a noi persone comuni, musulmani e ortodossi\u201d. L\u2019ex sindaco fino all\u2019ultimo giorno di mandato ha negato il genocidio, che \u00e8 il mantra di Banja Luka, la capitale della Republika Srbska, a partire dal leader Milorad Dodik, fantoccio di Belgrado e anche di Vladimir Putin, usato come un timer per far saltare gli equilibri di Dayton al momento opportuno: \u201cMa quale genocidio, \u00e8 un mito fabbricato, non ne avevano uno e l\u2019hanno fabbricato\u201d, dice.<\/p>\n\n\n\n<p>I ragazzi del Guber hanno fatto una gran partita, la stagione \u00e8 salva, l\u2019aquila gioca ancora con le correnti d\u2019aria, altissima sopra il campo. Per festeggiare ci si muove solo di poche centinaia di metri, al motoraduno organizzato ogni fine primavera dall\u2019Argentum, il club dei centauri di Srebrenica &#8211; che i romani chiamavano Argentaria per via delle miniere. Anche loro sono rinati nel 2005 come il Guber, e con lo stesso spirito \u201cdella resistenza attiva\u201d di cui mi ha parlato Faruk. Sul grande prato ci saranno un migliaio di moto, targhe croate, slovene, bosniache, e molte sono serbe. Rock durissimo, odore di griglia, di grappa e di vecchia federazione jugoslava. Azra e Mustafa Husejnovi\u0107 arrivano dall\u2019Olanda dove si sono ricostruiti una vita, hanno due figli e mestieri importanti. Ritornano a Srebrenica pi\u00f9 volte l\u2019anno \u201cper caricare le batterie e per sentirci vivi\u201d, mi dicono. \u201cSolo qui proviamo davvero che cosa vuol dire la pace\u201d. Mustafa ha perso quasi cento parenti nel \u201995, stanno tutti al sacrario, incluso lo zio Salko Hubli\u0107, detto Hegel, il terzino del Guber che sorride seduto sui calcagni nella foto accanto al babbo di Irvin. Salta fuori che in Olanda hanno un amico biker che era nel Dutchbat 30 anni fa nello scannatoio di Potocari. \u201cNon \u00e8 stato facile condividere le nostre storie, ma ora siamo legatissimi. Non vuole venire al raduno, per\u00f2 quando ritorniamo gli facciamo vedere le foto e si commuove, anche a lui piangere d\u00e0 energia\u201d, dice Azra. \u201cIn fondo quei soldati olandesi erano impotenti, non potevano fare molto di pi\u00f9, no?. Chi non ha agito stava nelle grandi capitali con un cocktail in mano\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Chiedo qual \u00e8 la ricetta per essere ci\u00f2 che sono. Azra guarda Mustafa negli occhi per trovare la risposta: \u201cEssere pi\u00f9 forti del dolore, rimanere esseri umani\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>*Marzio G. Mian ha svolto inchieste e reportage in 58 paesi del mondo per i media italiani e internazionali. Nel 2023 ha ottenuto a Berna il True Story Award, premio per il miglior reportage internazionale.<\/strong><br><strong>Collabora con \u201cInternazionale\u201d, \u201cL\u2019Espresso\u201d, Rai, Sky Italia, \u201cHarper\u2019s Magazine\u201d, \u201cReportagen\u201d, \u201cRevue XXI\u201d, \u201cLe Temps\u201d, \u201cNeue Z\u00fcrcher Zeitung\u201d. \u00c8 tra i giornalisti affiliati al Pulitzer Center di Washington.&nbsp; Apertamente ha pubblicato di recente I sogni di Irvin, scritto assieme a Francesco Battistini dal libro Maledetta Sarajevo<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Marzio G. Mian* Bisogna dire che quest\u2019ultima di campionato l\u2019FK Guber l\u2019ha vinta piuttosto in scioltezza. Un secco 3 a 0 su quelli dell\u2019Hercegovac Bile\u0107a che sono parsi nettamente inferiori nel gioco e forse meno motivati &#8211; vista la garanzia di salvezza. Per i ragazzi del Guber di Srebrenica era tutt\u2019altra storia. Si giocavano il futuro. Retrocedere nel girone della terza divisione della Republika Srbska \u2013 l\u2019entit\u00e0 serba dello stato bosniaco \u2013 significava finire nel girone infernale dei paesini<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":5820,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[16,11,12],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5818"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=5818"}],"version-history":[{"count":7,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5818\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5829,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5818\/revisions\/5829"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media\/5820"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=5818"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=5818"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=5818"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}