{"id":5759,"date":"2025-06-20T18:03:52","date_gmt":"2025-06-20T16:03:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=5759"},"modified":"2025-06-28T11:16:46","modified_gmt":"2025-06-28T09:16:46","slug":"a-srebrenica-dolore-e-silenzio-2","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2025\/06\/20\/a-srebrenica-dolore-e-silenzio-2\/","title":{"rendered":"A Srebrenica, dolore e silenzio"},"content":{"rendered":"\n<p>L\u201911 luglio 1995, pochi mesi prima della fine del conflitto in Bosnia che durava da tre anni, le forze serbobosniache, agli ordini del generale Ratko Mladi\u0107, <em>conquistarono<\/em> Srebrenica. Nei giorni successivi circa ottomila uomini e ragazzi musulmani furono uccisi. Un massacro, il pi\u00f9 grave compiuto in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il 23 maggio 2024 l&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione,(documento A\/78\/L.67\/Rev.) con 84 voti a favore, 19 contrari e ben 68 astenuti, con la quale istituisce la&nbsp;\u201c <strong>Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica del 1995<\/strong>&#8220;, da commemorare ogni anno. La risoluzione&nbsp; inoltre condanna qualsiasi negazione del genocidio di Srebrenica come evento storico e anche le azioni che glorificano coloro che sono stati condannati per crimini di guerra, crimini contro l&#8217;umanit\u00e0 e genocidio dai tribunali internazionali.<\/p>\n\n\n\n<p>A guidare l&#8217;operazione allora fu il generale Ratko Mladic, a capo dell&#8217;Esercito della Repubblica Serba di Bosnia d Erzegovina, con l&#8217;appoggio di gruppi paramilitari.<\/p>\n\n\n\n<p>La zona era stata dichiarata protetta dall&#8217;Onu e a vigilare era stato chiamato un contingente di caschi blu olandesi dell&#8217;Unprofor.<\/p>\n\n\n\n<p>A trent\u2019anni da quel massacro <strong>Apertamente<\/strong> pubblica, da Maledetta Sarajevo ed. Neri Pozza, per gentile concessione degli autori <strong>Marzio Mian<\/strong> e <strong>Francesco Battistini<\/strong>, il capitolo<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"536\" height=\"817\" src=\"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Maledetto-Sarajevo-4.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5766\" srcset=\"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Maledetto-Sarajevo-4.jpg 536w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Maledetto-Sarajevo-4-197x300.jpg 197w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Maledetto-Sarajevo-4-96x146.jpg 96w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Maledetto-Sarajevo-4-33x50.jpg 33w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Maledetto-Sarajevo-4-49x75.jpg 49w\" sizes=\"(max-width: 536px) 100vw, 536px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p><strong>I sogni di Irvin.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>A Srebrenica per trovare le ossa del padre<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>16 aprile \u201992: \u201cAttenti bambini, arriva Mladic!\u201d \u2013 \u201cI miei giocattoli in un sacco e scappai\u201d \u2013 \u201cProfugo a Brescia, che lusso\u201d \u2013 \u201cA 28 anni ho deciso: la mia vita \u00e8 qui\u201d \u2013 \u201cOgni giorno vado nei boschi, scopro i resti dei massacrati\u201d \u2013 La testimonianza del generale Morillon, che ment\u00ec \u2013 La vergogna dei caschi blu olandesi, che andarono al mare<\/p>\n\n\n\n<p>COME UN EREMITA<\/p>\n\n\n\n<p><em>Foresta del monte Kak, Srebrenica<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/R-1.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5762\" srcset=\"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/R-1.jpeg 1024w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/R-1-300x169.jpeg 300w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/R-1-768x432.jpeg 768w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/R-1-260x146.jpeg 260w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/R-1-50x28.jpeg 50w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/R-1-133x75.jpeg 133w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>&nbsp;Irvin \u00e8 bambino, sei anni circa; prende sonno nella sua stanzetta in un paese delle montagne bresciane. Ed ecco il solito incubo, arriva puntuale come la notte. \u201cSono io che dormo proprio in quella cameretta in Italia e all\u2019improvviso si sente rumore d\u2019aerei militari ed elicotteri che arrivano per ucciderci perch\u00e9 eravamo sopravvissuti; mi sveglio, ma \u00e8 sempre nel sogno, cio\u00e8 come un doppio sogno, e c\u2019\u00e8 un esercito che avanza, vedo due grosse porte blindate di ferro che si chiudono sulla finestra per proteggermi\u2026 Le geometrie non erano quelle reali, a volte tutto sembrava capovolto, il sotto era il sopra e viceversa. Anche i rumori non erano verosimili, insieme a quello degli aeroplani sentivo il tifo in uno stadio, tutto si mischiava, le ombre, le sagome dei soldati\u2026 c\u2019era qualcosa che dovevo capire\u201d. Passano degli anni, Irvin \u00e8 ora un adolescente, vive sempre con la mamma, la sorella e il fratello nella casetta da cui si vedono le Alpi, il padre a quel punto risulta gi\u00e0 \u201cdisperso\u201d, cio\u00e8 ammazzato; come chiude gli occhi, si trova nella gabbia d\u2019un nuovo sogno ricorrente: \u201cNon si pu\u00f2 ancora entrare a Srebrenica, io sono un ragazzo e con amici che non so chi siano organizziamo una banda militare per fare un blitz e andare a liberare le persone nel campo di concentramento. Ricordo che \u00e8 mattina presto, estate, e fa gi\u00e0 caldo\u2026\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricorda ogni particolare, Irvin. Quando si cala nell\u2019archivio della sua angoscia \u00e8 come se ci facesse da tramite con un altro suo mondo metafisico che ancora frequenta, gli basta orientare le antenne della coscienza \u2013 lo intuisci dall\u2019improvvisa fissit\u00e0 mistica nei suoi occhi verde muschio \u2013 e quelle visioni diventano realt\u00e0 pura, pu\u00f2 descrivere i volti, i colori delle T-shirt degli amici, il tipo d\u2019armi da fuoco che imbracciano. \u201cChe ci faccio qui? Qualcuno mi ha detto che sono come Fitzcarraldo che vuol costruire un teatro dell\u2019Opera nella giungla peruviana&#8230; Sono ritornato perch\u00e9 ero stanco delle maschere della civilt\u00e0. Dovevo affidarmi alla Natura che ha inghiottito e digerito tutta quella tragedia. E fare qualcosa, per mio padre, per i 27 famigliari che ho perso in quei giorni, per tutti gli altri di Srebrenica\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;<em>\u201cSara uno, Sara uno\u201d. Come accade da mesi due volte al giorno, Murat&nbsp; Efendi\u0107 dal palazzo della Presidenza bosniaca a Sarajevo chiama via radio Ibrahim Be\u0107irevi\u0107, operatore a Srebrenica. La risposta in codice \u00e8 drammatica, dice che la citt\u00e0 ha terminato le munizioni. \u00c8 il marzo 1993, i serbi da un anno stringono d\u2019assedio Srebrenica, la resistenza \u00e8 tenace, ma sembra ora una battaglia persa. Inizia qui una lunga serie d\u2019eventi che porteranno alla vergognosa capitolazione dei Caschi Blu, al discredito dell\u2019Onu, al fallimento del piano di pace Vance-Owen, l\u2019unico dimostratosi percorribile, all\u2019intervento della Nato, dopo che a Srebrenica i serbi erano stati liberi di compiere il peggior macello mai visto in Occidente dal 1945.<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"1024\" height=\"712\" src=\"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-1-1024x712.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5763\" srcset=\"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-1-1024x712.jpg 1024w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-1-300x208.jpg 300w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-1-768x534.jpg 768w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-1-1536x1067.jpg 1536w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-1-210x146.jpg 210w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-1-50x35.jpg 50w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-1-108x75.jpg 108w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-1.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p><em>La citt\u00e0 era stata sin dal \u201992 un intralcio nei piani di Karadzic e Mladic, un\u2019isola di terra nemica nel cuore della Republika Srpska: ogni tentativo di prenderla era stato respinto dalla milizia musulmana al comando d\u2019un uomo coraggioso quanto spietato, Naser Ori\u0107, ex guardia del corpo preferita da Milosevic. Il 7 gennaio \u201993, Natale ortodosso, Ori\u0107 e i suoi compiono un\u2019incursione a sorpresa a Nord di Bratunac, uccidendo molte centinaia di civili serbi e bruciando interi villaggi. La ritorsione \u00e8 devastante, Srebrenica gi\u00e0 allo stremo si riempie di rifugiati dalle aree circostanti. Non solo: Mladic impone il blocco a ogni aiuto umanitario.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Una pulizia etnica ottenuta per fame. Mentre il mondo guarda Sarajevo, nelle enclave orientali duecentomila musulmani versano in condizioni ancora peggiori. In marzo, quando arriva la notizia che a Srebrenica sono senza munizioni, il comandante dell\u2019esercito bosniaco, Sefer Halilovi\u0107, avverte il generale Philippe Morillon, capo delle forze Onu: l\u2019offensiva serba \u00e8 imminente.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Piove forte quando incontriamo Irvin nel fitto della boscaglia, finch\u00e9 non ci rintaniamo nella penombra della piccola cucina annerita dal fumo, in uno stabile diroccato tra i faggi, casa sua. I muri grezzi sono crepati. Il pavimento di legno, povero e consunto. Chiodi alle pareti per le cerate e i maglioni. C\u2019\u00e8 un divano di stoffa sfondato, un tavolino, due sedie, un mobiletto con una dozzina di libri male impilati e molto letti, un coltello a serramanico, filtri, tabacco, cartine, fiammiferi, un barattolo di caff\u00e8 come posacenere. La polaroid scolorita della famiglia prima della guerra. \u00c8 un luogo provvisorio e squallido dove non \u00e8 possibile mettere radici; d\u2019altronde non sono le radici, quello che cerca Irvin Mujcic.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img src=\"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/OIP-1.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5764\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>\u201c\u00c8 solo un tetto, sempre meglio d\u2019una capanna, no?\u201d. Irvin parla con calma mentre accende la stufa, seduto sui calcagni; le pause lasciano il racconto sospeso nell\u2019aria umida, e impieghiamo un po\u2019 a capire se \u00e8 concentrato a scegliere il ciocco giusto o a mettere in fila i tasselli della sua storia; poi si capisce che \u00e8 abituato al silenzio e a non violarlo con parole superflue. La fiamma rischiara il suo profilo, affilato da un\u2019esistenza estrema, quasi ascetica, da umile derviscio di montagna. Siamo saliti da Srebrenica fino in groppa al monte Kak e poi al villaggio di Kasapic, una ventina di case abbandonate, divorate dall\u2019edera e dai rovi, i tetti sfondati. Restano i buchi delle granate e il nero degl\u2019incendi. I ruderi sembrano vasi giganti di pietra da cui spuntano le chiome degli alberi nati dopo la guerra. Sparse sui poggi di Kasapic vivevano duecento persone, i loro nomi sono scritti nel marmo all\u2019ingresso dell\u2019abitato. Irvin dice che stanno fuori dal conteggio degli ottomila di Srebrenica e che, nelle valli intorno, i borghi furono tutti rasi al suolo, \u201cla Natura li ha sepolti\u201d. S\u2019intravvede in lontananza l\u2019altopiano di Romanjia, oltre c\u2019\u00e8 Pale e poi Sarajevo. \u201cNel \u201991, prima che partissimo, Srebrenica contava 38 mila persone, ora ufficialmente sarebbero undici mila, ma di abitanti veri nel distretto saremo non pi\u00f9 di cinquemila. Troppi fantasmi, nessuno vuole vivere in un cimitero\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;<em>Il generale Morillon \u00e8 informato che a Srebrenica c\u2019\u00e8 una moltitudine accampata per le strade, che i pi\u00f9 deboli stanno morendo di fame. La popolazione, cresciuta in poche settimane da novemila a settantamila. Decide di muoversi, compiendo un gesto che rimarr\u00e0 tra i pi\u00f9 controversi della guerra. \u201cCi siamo inoltrati attraverso i boschi e dopo un paio d\u2019ore ho deciso di salire su un mezzo blindato con la bandiera dell\u2019Onu, per essere ben riconoscibili\u201d, ci racconta via Skype con voce flebile, di vecchio: \u201cQuando abbiamo raggiunto una collina che dominava la valle, tre bosniaci ci sono venuti incontro, stupiti della nostra presenza. \u2018Come avete fatto ad arrivare qui?\u2019, ci hanno chiesto. \u2018Stavamo piazzando le mine, vi aspettavamo da un altro punto\u2019, dicono. In quel momento, un mezzo salt\u00f2 proprio su una mina, capovolgendosi\u201d. Ricorda che faceva freddo, a Srebrenica non avevano nemmeno pi\u00f9 mobili da ardere, bruciavano la plastica. Incontra il comandante Ori\u0107, gli promette che far\u00e0 di tutto per stabilire un cessate il fuoco e aprire un varco per gli aiuti. Quindi Morillon si prepara a ripartire. Ma Ori\u0107 ha ricevuto da Sarajevo altre indicazioni: trattenere il generale a ogni costo, finch\u00e9 non s\u2019impegna a garantire sicurezza. \u201cUsate donne e bambini per impedirgli di partire\u201d. Si trova in ostaggio per due giorni, deve trattare la sua uscita da Srebrenica. \u00c8 l\u00ec che Morillon prende un megafono e fa la promessa che lo perseguiter\u00e0 per tutta la vita, facendolo passare da eroe a traditore, da comandante coraggioso e umano che assume iniziative al limite della disobbedienza a quel che i francesi chiamano <\/em>cr\u00e2neur<em>, il tipico generale borioso in cerca di gloria. Poteva riscattare l\u2019immagine dell\u2019Onu e invece l\u2019ha infangata: \u201cSiete ora sotto la protezione delle Nazioni Unite. Vi assicuro che non vi abbandoner\u00f2 mai\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"1024\" height=\"712\" src=\"https:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-2-1024x712.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5765\" srcset=\"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-2-1024x712.jpg 1024w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-2-300x208.jpg 300w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-2-768x534.jpg 768w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-2-1536x1067.jpg 1536w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-2-210x146.jpg 210w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-2-50x35.jpg 50w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-2-108x75.jpg 108w, http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/19Srebrenica-1426719277552-superJumbo-2.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p><em>Anni dopo un belga che si trovava nel convoglio con Morillon ricorder\u00e0 che Eric, il medico al seguito, appena vide issare la bandiera Onu che sanciva il patto, disse: \u201cOra siamo nella merda fino al collo\u201d. Nel 2010, quando Morillon, a quel punto un eurodeputato francese, arriva per visitare il memoriale, le donne di Srebrenica gl\u2019impediscono d\u2019entrare, anzi lo cacciano proprio, l\u2019accusano del fatto che con la sua promessa disattesa ha spianato la strada al genocidio del \u201995.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201cEro l\u00ec per chiedere scusa\u201d, ci dice. \u201cSe solo avessi immaginato che le condizioni disperate di quella gente sarebbero andate avanti per altri due anni, e che sarebbe finita a quel modo, avrei evacuato tutti. Ma allora mi avrebbero accusato d\u2019essere complice della pulizia etnica, e il governo di Sarajevo era contrario a ogni ipotesi d\u2019evacuazione di Srebrenica. Io rimango convinto che a Sarajevo ci fossero gi\u00e0 nel \u201993 interessi a creare l\u00ec un grosso caso, per costringere la Nato a intervenire, ovviamente non si poteva prevedere che i serbi arrivassero a un punto tale&#8230; La mia opinione \u00e8, poi, che la furia dei serbi fosse stata cos\u00ec devastante come ritorsione per le stragi di Ori\u0107. Sia chiaro, questo non riduce le responsabilit\u00e0 di chi ha commesso quel crimine\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Una figura complessa, quella del generale Onu, odiatissimo dai musulmani. Duro il giudizio del giornalista Zlatko Dizdarevic. \u201cNella differenza che passa tra orgoglio e onore, c\u2019\u00e8 tutto il generale Morillon\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Irvin aveva 28 anni quando ha deciso di ritornare, ne aveva cinque quando se n\u2019\u00e8 andato da Srebrenica, la mattina del 16 aprile del \u201992. \u201cDi prima della guerra ho pochissimi ricordi, li cerco ma non ne trovo. La mia percezione di stare al mondo coincide con la guerra, potrei ricostruire giorno per giorno la settimana in cui siamo andati via. Ho ben chiara l\u2019atmosfera in casa, le discussioni su quello che si doveva o non si doveva fare. I nonni si erano gi\u00e0 trasferiti in una citt\u00e0 del centro della Bosnia. Sento la mamma che chiama dal piano di sopra, sempre pi\u00f9 allarmata. Io e mio fratello non rispondiamo, ci siamo rintanati sotto il letto in camera nostra. La mamma scende, la sua voce ha il tono del presentimento e urla i nostri nomi. A quel punto, usciamo. Le diciamo che ci nascondiamo per non farci trovare dai cetnici, quando arrivano. Mi ricordo la mattina della partenza, il giorno dopo le truppe di Arkan sarebbero entrate a Srebrenica. Non volevo lasciare la nostra casa e il babbo. Mentre la mamma prepara i bagagli, scappo nel bosco e cominciano a cercarmi. Finch\u00e9 non mi trovano, mi riportano dentro e di nuovo sparisco. Entra la mamma in camera, sono accucciato dietro la porta con un grosso sacco nero di plastica, quelli della spazzatura.<\/p>\n\n\n\n<p>Che fai, Irvin?<\/p>\n\n\n\n<p>Voglio portare i miei giocattoli con me, altrimenti non vengo.<\/p>\n\n\n\n<p>Irvin, dai, fai il bravo, lasciali qui e vedrai che tra un paio di settimane torniamo, vedrai che li ritrovi.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 2003, diciannove anni dopo, quando tornai per la prima volta a Srebrenica, scesi dalla corriera e corsi sparato a casa, entrando dalla parte di sotto, sul retro. Entro e guardo dietro la porta della mia camera, ma il sacco non c\u2019\u00e8 pi\u00f9\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando la voce tradisce il magone dei ricordi, Irvin accenna a un sorriso mesto e insieme beffardo. \u201cNel \u201992 andiamo dai nonni a Te\u0161anj, vicino a Doboj, e ci stiamo circa sei mesi, abitiamo in una frazione sulle colline. Quando i serbi prendono Doboj, ci troviamo proprio sulla linea del fronte, qualcuno aveva scavato un rifugio nella terra, pioveva dentro, si stava nel fango. Sicch\u00e9 la mamma decide di ripartire e riusciamo a sconfinare, clandestinamente, in Croazia. Mia sorella aveva sette anni e mio fratello tre. Raggiungiamo a piedi l\u2019unico posto dove pensiamo di stare al sicuro, dalla signora presso cui trascorrevamo le vacanze, a Tu\u010depi, un paese sulla costa. La chiamavamo <em>teta<\/em>, zia, e suo marito era <em>barba<\/em> Branko. Ci ospitano gratis per tre mesi nella casetta del mare, ma il problema \u00e8 che \u00e8 inverno, non c\u2019\u00e8 riscaldamento, il bagno sta fuori e la bora tira a 110 all\u2019ora. Barba Branko riesce a trovarci un posto al campo profughi di Podgora, dove trascorriamo sei mesi. C\u2019era gente soprattutto della zona di Mostar, musulmani e cattolici. Non ricordo episodi di razzismo da parte della gente del posto, ma i croato-bosniaci del campo erano sempre pi\u00f9 aggressivi, mi picchiavano, ci chiamavano sporchi turchi. All\u2019inizio avevamo il permesso d\u2019andare a scuola, ma poi in Croazia pass\u00f2 un decreto che vietava la frequenza ai profughi musulmani, mia sorella fu espulsa dalle elementari, io venni cacciato dall\u2019asilo. Avevo due peluche, un elefante e una scimmia. Una mattina, mamma arriva al campo e mi trova sulla ghiaia a piangere coi peluche. Le dico che all\u2019asilo non ci voglio pi\u00f9 andare, poi scopre che la maestra ha fatto di tutto per tenermi, finch\u00e9 ha potuto. La cosa bella era che faceva ormai caldo e, mentre gli altri andavano a scuola, noi passavamo le giornate al mare: anche la discriminazione ha i suoi privilegi. Mamma e altre signore organizzano una scuola al campo e recuperano, non so come, quaderni e matite. Ma la situazione era ormai insostenibile, eravamo senza soldi, nessuna notizia di pap\u00e0. Lo immaginavo impegnato con l\u2019Fk Guber, la squadra di Srebrenica, dove lui allenava i pi\u00f9 giovani. Mi mancavano le partite, ci andavo sempre con lui\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;<em>Il campo del Guber \u00e8 insaccato tra le case squarciate di Srebrenica e la collina. Dagli spalti si vede il memoriale, dove sono sepolti seimila corpi recuperati dalle fosse. Oggi \u00e8 l\u2019unica squadra multietnica nella prima divisione della Republika Srpska e anche i sei serbi in formazione, durante le trasferte, sono bersaglio d\u2019insulti, <\/em>balje<em>!, turchi di merda pure loro. A Sokolac, ad esempio, \u00e8 rissa sicura, dagli spalti s\u2019irride al genocidio. In pratica gli arbitri sono i nuovi <\/em>peacekeeper..<em>. La societ\u00e0 fu fondata settant\u2019anni fa da un bosgnacco e da un serbo, nel \u201992 il campo diventa il bivacco dei paramilitari, nel \u201995 uno dei punti di raccolta degli uomini destinati alla fucilazione e alle fosse comuni. \u201cQuando le prime famiglie di musulmani cominciarono a rientrare, era il 2002, ricordo che i bambini serbi giocavano in una met\u00e0 del campo e i bosgnacchi nell\u2019altra\u201d, dice l\u2019iman di Srebrenica, Damir Bektic: \u201cSapete come funziona fra ragazzini\u2026 La palla finiva spesso nell\u2019altra met\u00e0 campo, all\u2019inizio era calciata nel bosco, poi uno la passava civilmente, l\u2019altro accennava ad un dribbling, finch\u00e9 non si giocava la prima partitella\u2026 A una squadra mancava il portiere, l\u2019altra aveva bisogno d\u2019una punta. E per vincere bisognava passarsi la palla, quando si segna ci si abbraccia&#8230;\u201d. La stagione gloriosa del Guber, allora tutti minatori nelle miniere di bauxite, fu proprio l\u2019ultima prima che venisse gi\u00f9 tutto. Nel \u201990 divenne un caso nazionale quando batt\u00e9 il Budugnost di Titograd e arriv\u00f2 agli ottavi della Coppa di Jugoslavia, vinta dalla Stella Rossa di Belgrado, che in quell\u2019anno conquist\u00f2 la Coppa dei Campioni. \u201cOggi sono oltre cinquanta, i ragazzi tesserati. Alle partite le famiglie non si mescolano tanto, ma non importa, sono tutti l\u00ec a tifare la stessa squadra. Ci sono calciatori che hanno parenti sepolti l\u00e0 dentro\u201d, dice l\u2019Iman indicando il memoriale, \u201caltri hanno il padre che ha combattuto dall\u2019altra parte. Ma sono amici in campo e fuori. Il calcio \u00e8 stato l\u2019unica cosa bella accaduta in trent\u2019anni\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Sui tornanti che salgono al monte Kak, hanno resistito le scritte della mitica vittoria del Guber a Titograd. Quando il pap\u00e0 allenava i ragazzini, Irvin era un po\u2019 geloso. Arrotola un\u2019altra sigaretta, l\u2019accende e riavvia il fuoco della stufa con un prolungato sbuffo di fumo. \u201cLo adoravano, e lui aveva una pazienza infinita. Quando lo salutammo, eravamo sicuri che ci saremmo rivisti dopo qualche settimana, la guerra in Bosnia non poteva durare, figurarsi a Srebrenica, poi, dove non c\u2019era mai stato un problema, nella Seconda guerra mondiale fu un caso unico, dipendeva da dove arrivava l\u2019attacco e le possibili vittime venivano subito nascoste nelle stalle. Non tanto nei villaggi intorno, ma a Srebrenica era quasi un vanto, c\u2019erano le miniere e i matrimoni misti. Pap\u00e0 era rimasto a presidiare la casa. Era tutto quel che avevamo. Non ricevere sue notizie era un tormento, ci fosse almeno stato anche lui con noi in quel maledetto campo in Croazia\u2026 Barba Branko riesce a procurarci i documenti per entrare in un programma internazionale d\u2019accoglienza. Eravamo una quarantina di famiglie, destinazione Italia. Di nuovo non voglio partire, a Spalato imploro la mamma di non andare in Italia, perch\u00e9 l\u00ec c\u2019\u00e8 la mafia, ci uccideranno. \u2018Ma non li guardi i film?\u2019, le urlavo. \u2018Abbiamo gi\u00e0 lasciato la nostra casa e pap\u00e0, almeno qui parlano la nostra lingua!\u2019. C\u2019\u00e8 mamma che mi trascina per strada, fino all\u2019imbarco. Ma i poliziotti croati non vogliono farci salire sulla nave, ci minacciano che non saremmo mai pi\u00f9 potuti passare da quella dogana. L\u00ec c\u2019era anche un gruppo di volontari italiani, Beati i Costruttori di Pace, dei pazzi scatenati: erano andati a protestare contro la guerra, volevano arrivare fino a Sarajevo, ma erano stati bloccati e respinti. Prendevano lo stesso traghetto. Dicono che se non si permette a noi profughi di salire, allora com\u2019\u00e8 vero Dio il traghetto non lascia Spalato. Mamma convince le altre famiglie: ma voi pensate davvero che la prossima volta ci sar\u00e0 proprio questo bastardo di poliziotto? Cos\u00ec consegniamo i documenti, e quello li strappa a met\u00e0, uno per uno. Dal traghetto, avvisano che arriveremo tutti senza documenti. Quando ci permettono di scendere ad Ancona m\u2019aggrappo al passamano, mamma piange, m\u2019implora, tira\u2026. In quel momento sul molo c\u2019\u00e8 un gran trambusto, i carabinieri stanno arrestando dei ladri, usano i manganelli. \u2018Mamma, hai visto? Che cosa ti dicevo della mafia?\u2019. Saliamo in autobus fino a Montichiari, vicino a Brescia, dove hanno preparato un mega pranzo per tutte le famiglie. Ci dividono in piccoli gruppi, i sindaci prendono in consegna le famiglie destinate ai loro comuni. \u2018Voi siete di Srebrenica? Allora, andate in montagna\u2026\u2019. Finiamo a Cevo, mille abitanti a mille metri. C\u2019\u00e8 la banda a riceverci, pacchi di regali per tutti, ancora una tavola imbandita. Eravamo muti, noi l\u00ec nel lusso e pap\u00e0 chiss\u00e0 come se la passava, se aveva di che mangiare. Solo qualche mese prima, a Te\u0161anj, mamma faceva chilometri per andare a recuperare un po\u2019 di farina sotto i bombardamenti\u2026 E ora eravamo nella bambagia, tra quella gente cos\u00ec buona. Ci sono rimasto tredici anni, a Cevo. Le prime sere i bambini venivano a guardarci dalla finestra, eravamo un\u2019attrazione. Era stato un paese di partigiani, bruciato dai tedeschi, sempre di sinistra. Le stesse persone che ci hanno accolto, i miei amici, qualche anno fa hanno indetto un referendum per decidere se accogliere una famiglia di afghani, \u2018chiss\u00e0 se sono come Irvin e suo fratello Emir, oppure se sono delinquenti\u2019, dicevano\u2026 Mamma? Mamma sta ancora a Cevo\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201cL\u2019ultima volta che ho salutato mio marito, ho cercato d\u2019imprimermi nella mente tutto di lui. Il suo sguardo, la camicia di jeans chiaro che indossava. Pensavamo che la guerra sarebbe finita in poche settimane e non capivo perch\u00e9, lasciarlo, mi desse tanto dolore. Ora, invece, credo che soffrissi in quel modo perch\u00e9 sentivo che non l\u2019avrei rivisto ma i pi\u00f9. Almeno le ossa di mio fratello Mevko sono state trovate. Me le hanno consegnate in una busta. Ma di Muharem, mio marito, non ho pi\u00f9 saputo nulla. Per tanto tempo ho sperato che fosse solo prigioniero, che prima o poi sarebbe riuscito a liberarsi. Ma sono passati troppi anni. Con la testa, ho smesso di sperare. Nel 1993, dopo mesi d\u2019assedio, Srebrenica venne dichiarata area protetta dall\u2019Onu, assieme a Tuzla, \u017depa, Biha\u0107 e Gora\u017ede. Doveva essere per i bosniaci musulmani un luogo sicuro, protetto. Le cose andarono diversamente. Dopo un anno che eravamo a Cevo, siamo riusciti a metterci in contatto sfruttando la frequenza dei radioamatori, mio marito cercava di tranquillizzarmi, diceva che l\u2019Europa non avrebbe permesso che succedesse qualcosa di brutto. So che in quei giorni di luglio del \u201995 la mia vicina di casa lo ha visto salire su un camion di paramilitari serbo-bosniaci, so che ha fatto un cenno timido di saluto, come per invitare chi lo guardava a non preoccuparsi troppo. Ma non sapr\u00f2 mai che cos\u2019ha passato, quanto ha sofferto, le domande che si sar\u00e0 fatto. \u00c8 da qualche parte, non altro che ossa. Le bare in cui finiscono sono leggere come fantasmi. Per chiudere davvero questo cerchio di dolore, avrei avuto bisogno di vedere il suo corpo morto\u201d (Nadja Mujcic, Cevo, Brescia).<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cFu assunto dal battaglione olandese, come traduttore nella seconda base. Pap\u00e0 parlava abbastanza bene l\u2019inglese. Lui e mio zio erano partiti per i boschi e quando sono arrivate le prime granate ha deciso di ritornare indietro, assieme a un suo vicino di casa: \u2018Quel che succeder\u00e0 agli altri, che succeda anche a me\u2019, ha detto. Cos\u00ec mi \u00e8 stato riferito. Forse poteva salvarsi, chiss\u00e0. Ho saputo pure che stava con un gruppo di compaesani, poi uno dei paramilitari lo riconobbe, dai tempi in cui pap\u00e0 era attaccante nel Guber, avevano giocato contro. \u2018Ehi, Muharem, come te la passi? Dai, alla svelta, sali su sul camion&#8230;\u2019 E lui \u00e8 salito. Non \u00e8 facile accettare una cosa simile\u2026 Mi hanno raccontato che nel \u201994, quando Srebrenica era assediata e c\u2019erano i mondiali di calcio negli Stati Uniti, tutti cercavano il segnale tv, ma era troppo debole in citt\u00e0. Cos\u00ec, assieme ad altri amici, televisore in spalla, passando tra le linee nemiche, mio pap\u00e0 saliva sul monte sopra Srebrenica per vedere le partite. Quelle pi\u00f9 importanti, le ha viste in questo modo\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli occhi c\u2019\u00e8 tutto l\u2019orgoglio per quella follia del padre. \u201cIl coraggio di vivere e la voglia di restare persone integre, sono la vera risposta all\u2019aggressione\u201d, dice. Nella sua casa-capanna Irvin \u00e8 scollegato dal mondo e per comunicare, o vedere qualche partita della Serie A sullo schermo del cellulare, deve salire di altri cinquecento metri sul monte, magari col buio, nella neve, rischiando d\u2019incontrare l\u2019orso.<\/p>\n\n\n\n<p><em>In quell\u2019inizio d\u2019estate del \u201995 i serbi stanno perdendo parecchio terreno. E i croati ne conquistano. Tudjman ha uccellato Milosevic, s\u2019\u00e8 dimostrato giocatore pi\u00f9 astuto: ha accantonato il suo odio per i musulmani e lanciato in Bosnia Erzegovina un\u2019azione coordinata con Izetbegovic e approvata dagli americani. Le forze di Mladic subiscono brutte sconfitte nella regione di Bihac, il morale \u00e8 rasoterra. Da Belgrado a Pale, da Milosevic passando per Karadzic e Mladic, sono tutti d\u2019accordo di concentrare la battaglia su Srebrenica, di togliere di mezzo una volta per tutte quell\u2019enclave di turchi dal territorio puro della Republika Srpska. Dovrebbe essere area demilitarizzata, ma Ori\u0107 e i suoi miliziani islamici continuano a lanciare spedizioni nei villaggi serbi circostanti. Mladic \u00e8 una belva, ha in odio il mondo intero da quando s\u2019\u00e8 suicidata la figlia Ana, nel \u201894. E sa che il contingente olandese dell\u2019Onu, a protezione di Srebrenica, non vede l\u2019ora di togliere le tende, ha poca voglia di rischiare la vita ed \u00e8 notoriamente filo serbo. Carica i suoi, li incita alla soluzione finale, alla tv serba dice che \u00e8 arrivata l\u2019ora di vendicare torti secolari. Il bombardamento comincia il 6 luglio. A quel punto, entro il perimetro cittadino ci sono quarantamila persone, le munizioni sono finite e le forze musulmane di Ori\u0107 a difesa dei civili hanno abbandonato la posizione. Inizia la fuga dei civili, verso i boschi e a ridosso dei compound Onu. Le richieste dei Caschi Blu olandesi per un intervento aereo sono ignorate pi\u00f9 volte, si sentono isolati e sopraffatti. Man mano che i serbi avanzano, gli olandesi indietreggiano verso il loro campo principale di Poto\u010dari, assediato da circa 25 mila civili che implorano protezione. Il 12 luglio Mladic si presenta a Poto\u010dari, mostrandosi bonario e paterno, accarezza i bambini davanti alla telecamera della tv serba: \u201cSiate pazienti, chi vuole partire potr\u00e0 farlo\u2026\u201d. Appena la telecamera si spegne, ordina ai musulmani maschi di formare file ordinate, stanno gi\u00e0 caricando camion e pullman di civili, diretti in territorio sotto controllo bosgnacco, ma vi arriveranno solo donne e bambini. I caschi blu stanno a guardare, allontanano la folla che ripara nei capannoni industriali vicini, dove finiranno di vivere. Non solo, il generale convoca il comandante olandese Thomas Karreman e il suo stato maggiore in un ambiente attiguo all\u2019hotel Fontana di Bratunac. Nella stanza hanno legato un maiale, Mladic propone un brindisi, stappa la bottiglia di <\/em>\u0161ljivovica<em> coi denti, augura lunga vita ai presenti. Un soldato estrae il coltello e lo infila nel collo del maiale, che lancia urla strazianti. \u201cCos\u00ec trattiamo i nostri nemici\u201d, dice Mladic al collega, ormai pallido e terrorizzato. In quelle ore e per i giorni successivi, i serbi fucilano migliaia di maschi nei magazzini e nelle scuole di Srebrenica, Bratunac e in tutta l\u2019area. Rastrellano i fuggitivi nei boschi, lungo i sentieri del monte Kak, anche con le jeep sequestrate ai caschi blu. Molti s\u2019impiccheranno ai faggi, per non finire nelle mani dei paramilitari. A lavoro fatto, e mentre le ruspe serbe scavano per sotterrare montagne di corpi, alle truppe Onu \u00e8 permesso di lasciare l\u2019enclave, sono salutate con cordialit\u00e0 e pacche sulle spalle dal Boia, che offre anche dei pacchettini regalo a Karreman e ai suoi ufficiali. Forse in cambio delle armi che questi sono costretti a consegnare ai serbi. I codardi olandesi se ne vanno a nuotare in Dalmazia, senza sapere d\u2019essersi lasciati alle spalle un genocidio, e d\u2019esserne complici.&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cQuando sono venuto per la sepoltura di mio zio, nel 2007, avevo deciso che Srebrenica era un capitolo chiuso della mia vita. Di far finta che non fosse successo niente\u2026\u201d Irvin in Italia studia filosofia, si occupa d\u2019immigrati nelle ong, tra Nord Africa e Bruxelles. Il suo \u00e8 un processo interiore sempre pi\u00f9 radicale verso l\u2019origine del pensiero razzista e dell\u2019atto genocida, si occupa dello sterminio di rom e sinti, le pi\u00f9 dimenticate tra le vittime dell\u2019Olocausto. Organizzavisite ad Auschwitz, diventa mediatore culturale per la scolarizzazione dei bimbi rom in Italia. \u201c\u00c8 stato un modo di mettere me stesso con le spalle al muro e di riflettere sulla mia storia. Ma anche di capire che certe dinamiche, presenti qui a trent\u2019anni fa, riaffiorano in Europa. Non potevo pi\u00f9 far finta di nulla, lasciare che Srebrenica morisse, diventando solo un\u2019altra Aushwitz, perch\u00e9 allora vuol dire darla vinta a chi ha compiuto il genocidio. La miglior risposta al genocidio \u00e8 il ritorno alla vita. Negli ultimi tempi, appena arrivato, mi tormentava un nuovo sogno. Era come se io e mio padre stessimo cercando d\u2019incontrarci attraverso i sogni&#8230; Oserei dire, coraggiosamente. Siamo infatti consapevoli che alla fine del sogno moriremo entrambi. Ogni volta moriamo e resuscitano ad oltranza, nonostante l\u2019angoscia dell\u2019uccisione. Il sogno in cui coesisto insieme a mio padre mi piace, a tratti appare poetico. Lui \u00e8 vestito sempre uguale, indossa una camicia marrone chiaro con delle sottili linee bianche, \u00e8 appoggiato alla staccionata della casa dei nonni. Poi il sogno si spezza. Anche se l\u2019ho fatto tantissime volte, cambia sempre qualcosa, si prosciuga, come se diventasse via via pi\u00f9 essenziale e veloce. \u00c8 questo frantumarsi del sogno, che mi ha spinto ad accelerare e a riprendere quel che \u00e8 mio prima che sparisca. Mi chiedevo che senso ha essere sopravvissuto, perch\u00e9 mia madre mi ha salvato, perch\u00e9 mio padre \u00e8 morto&#8230; E cos\u00ec ho ripreso la via di casa, la foresta mi chiamava, e non solo perch\u00e9 da qualche parte qui in giro ci sono le spoglie di mio padre. No, dovevo restituire a Srebrenica la mia fortuna d\u2019essere stato tirato fuori dalla guerra per un pelo, d\u2019aver avuto la possibilit\u00e0 di studiare in un paese in pace. Che senso ha tutta questa mia fortuna, mi dicevo, se non la riporto a casa?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Irvin scende a Srebrenica una volta al mese per i rifornimenti base, farina, olio, caff\u00e8, tabacco. Il resto viene dalla foresta, funghi, piante selvatiche, cervi. Quando s\u2019addentra nella boscaglia, Irvin si sente un pellegrino sui sentieri della disperazione, battuti da migliaia di persone e dai carnefici che le inseguono. Ci sono momenti in cui gli sembra di camminare sulle orme del padre. Addentrandosi nei boschi d\u2019abeti, fitti come i denti d\u2019un pettine, ha scoperto un luogo sacro, un reliquiario. Centinaia d\u2019effetti personali dispersi, abbandonati dai braccati. Quegli oggetti non li tocca mai, sono tazzine, scarpe, indumenti, coperte, pentole, posate, cassette audio, ancora adagiati sul letto degli aghi d\u2019abete, dove non cresce nulla perch\u00e9 la luce filtra appena. Si siede sui calcagni in raccoglimento e parla col padre. Ma l\u2019angoscia sta guarendo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cBasta, con questa realt\u00e0 imposta del lutto perenne. Come scrive Andric, \u2018alla fine avremmo dovuto solo vivere\u2019. Possibile che l\u2019immagine della Bosnia sia sempre quella della guerra? Dove sono le foreste, i laghi, la natura selvaggia, l\u2019umanit\u00e0 della gente? Vai su Google, cerchi Srebrenica ed \u00e8 solo morte e brutalit\u00e0, quelli che vengono qui sono turisti del macabro\u2026 Io sono qui per costruire!\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Accadde tutto ai piani di sotto. Nella fabbrica abbandonata, che allora produceva accumulatori per auto e adesso \u00e8 la finestra sulla memoria. I serbi di Mladic chiusero il paese, ammassavano gli uomini al pianoterra: nella portineria ci sono ancora scarpe rattrappite. Agli uffici del primo violentavano le donne, vecchie o bambine faceva lo stesso. L\u00e0 dietro poi stavano gli olandesi, \u201ci peggiori di tutti\u201d, ci dice Hikmet, un sopravvissuto, \u201cci lasciarono in mano a quelle bestie, fuggirono nelle discoteche di Spalato\u201d. Al posto di guardia c\u2019\u00e8 ancora la scritta United Nations che un graffitaro ha ribattezzato United Nothing. Nessuno che sia mai arrivato dall\u2019Olanda a posare un mazzo di tulipani. A Tuzla si pu\u00f2 visitare un enorme frigorifero, un odore da svenire: migliaia di sacchi, con dentro i pezzi di corpi. Ne mancano ancora molti all\u2019appello. A Sarajevo c\u2019\u00e8 un laboratorio attrezzato, nei sotterranei refrigerati della Commissione per le persone scomparse (Icmp), dove comparano il dna di teschi, brandelli di vestiti dissepolti in ogni angolo dei Balcani. L\u2019Icmp ha lavorato anche a Ground Zero, \u00e8 una squadra di duecento persone che sta riscrivendo in provetta le tragedie degli anni \u201990, dalla Croazia al Kosovo: 25.146 desaparecidos.&nbsp;Le fosse comuni nei Balcani sono una storia che nessuno vuole riesumare. Troppi fantasmi popolano questi boschi. E molte verit\u00e0 sono ancora da raccontare. Come quella del comandante musulmano Oric, che doveva difendere Srebrenica e invece l\u2019abbandon\u00f2. Perch\u00e9 lo fece? Accusato, tir\u00f2 in ballo il presidente Izetbegovic e un accordo segreto per consegnare la cittadina ai serbi. Era un ordine superiore, disse. L\u2019olocausto di Srebrenica fu l\u2019ultima goccia di sangue, fece traboccare l\u2019incapacit\u00e0 dell\u2019Onu, costrinse la Nato a bombardare, port\u00f2 agli accordi di Dayton. \u201cQuesta \u00e8 una storia solo congelata\u201d, ci ha detto Svetlana Broz, la nipote di Tito che vive da queste parti. \u201cCome fa la gente a dimenticare? La Bosnia Erzegovina \u00e8 uno Stato obbligato a restare unito solo dalla comunit\u00e0 internazionale. L\u2019odio, lo respiri\u201d. Nessuno ricorda dove stava l\u201911 luglio del \u201995: per i non balcanici, un giorno come un altro. Ma nulla sar\u00e0 come prima, dopo Srebrenica. Per l\u2019Onu, una macchia indelebile. La gente aveva scelto quel posto perch\u00e9 credeva nella protezione dei Caschi Blu, e ha invece trovato la morte. Le donne di Srebrenica per sopravvivere si vendevano ai loro angeli custodi: c\u2019era un bordello, una casetta bianca vicino al campo olandese, il silenzio della vecchietta che ci abitava valeva un paio di sigarette. I soldati olandesi ci andavano a gruppi, trattavano, per le richieste speciali si svenavano, persino quattro pacchetti di sigarette. Molto spesso, l\u2019affare veniva combinato attraverso la rete del campo, i bambini usati come tramite con le ragazze. Anche in pieno giorno, i militari aprivano il filo spinato e si calavano le brache. Le ragazze si alzavano col viso pieno di tagli. Come scannatoio, s\u2019usavano anche le appartate torri d\u2019avvistamento: un giorno Alma, 14 anni, vol\u00f2 di sotto. Nel compound del Dutchbat, il nome del battaglione olandese, ci sono ancora i graffiti sulle pareti, gli affreschi del delirio, falli naturalmente giganti su poverette naturalmente soddisfatte, e le didascalie: \u201cNon ha i denti? Ha i baffi? Puzza di merda? E\u2019 una bosniaca!\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Qualche mese dopo ci fu una \u201cfesta della Vittoria\u201d a Zagabria, ad elevato tasso alcolico. Karreman e i suoi luogotenenti ricevettero le congratulazioni del ministro della Difesa olandese, Joris Voorhoeve, e ballarono il <\/em>kolo<em> su una versione della canzone di Gloria Gaynor, \u201c<\/em>I will survive\u201d<em>, suonata da una fanfara d\u2019ottoni. Molti amici, molto disonore. A parte un\u2019inchiesta del 2002, che port\u00f2 alle dimissioni del primo ministro Wim Kok e del capo delle forze armate, in Olanda sui fatti di Srebrenica c\u2019\u00e8 stato un sistematico processo di rimozione, mai un\u2019esplicita dichiarazione di responsabilit\u00e0. Anzi: nel 2020, i quattrocento veterani del Dutchbat hanno ricevuto un risarcimento danni di cinquemila euro ciascuno. \u201cUn segno d\u2019apprezzamento per il servizio svolto\u201d, la motivazione del ministero della Difesa, e un riconoscimento per lo stress post-traumatico sofferto, per essere stati \u201cpoco sostenuti\u201d, per niente \u201crispettati\u201d e per aver operato \u201cin circostanze eccezionali\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Cos\u00ec abbiamo scoperto che quei soldati hanno sofferto moltissimo per non aver potuto fare di pi\u00f9. Quasi delle vittime, perch\u00e9 furono abbandonati dalle gerarchie militari e infine finirono nel tritacarne dei media. Poverini\u2026 Gi\u00e0 nel 2006, un ministro dei Paesi Bassi appunt\u00f2 quattrocento medaglie al petto di quei reduci. E quando il presidente turco Erdogan ricord\u00f2 le colpe olandesi, la risposta fu dura: \u201cUna disgustosa distorsione della storia\u201d, disse il premier Mark Rutte.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;L\u2019ultimo sogno di Irvin \u00e8 bellissimo. \u201cMi trovo nel bosco, cammino, come faccio nella realt\u00e0, e a un certo punto compaiono due grosse lepri e nel vedermi fanno qualche balzo per scappare, io mi fermo e cos\u00ec anche loro. Succede pi\u00f9 volte, finch\u00e9 non spuntano una serie di leprotti che cominciano a girarmi in tondo. Provo un gran senso di pace\u2026\u201d. Irvin \u00e8 diventato un ricostruttore di pace, la ricerca del padre ha generato un cambiamento concreto, inciso nella realt\u00e0 e nel paesaggio di Srebrenica: alla luce tenue dell\u2019ultimo pomeriggio, ci guida dove sorge la \u201csua citt\u00e0\u201d. Su un pianoro circondato dalla foresta, sta realizzando con le sue mani un borgo di <em>sadrvan,<\/em> casette di pietra e legno tagliato con l\u2019accetta, secondo la tradizione dell\u2019Osat, la regione della valle della Drina. Tutto a incastro, l\u2019isolamento \u00e8 fatto con la lana delle pecore. Il progetto \u00e8 quello d\u2019ospitare viaggiatori offrendo un\u2019idea nuova di Srebrenica, combinando il culto della memoria con quello della conservazione ambientale, i diritti umani e la sintonia con il selvaggio. \u201cL\u2019unico modo di chiudere una guerra \u00e8 quello di ricostruire, e questo \u00e8 il compito della mia generazione. Quando qualcosa ti viene distrutto, che sia una casa, l\u2019infanzia o la tua famiglia, dentro hai tanta rabbia, forse anche odio. Ma dentro abbiamo anche un potere incredibile di trasformare il dolore in azione. Si mette un piede davanti all\u2019altro, e si riparte\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u201911 luglio 1995, pochi mesi prima della fine del conflitto in Bosnia che durava da tre anni, le forze serbobosniache, agli ordini del generale Ratko Mladi\u0107, conquistarono Srebrenica. Nei giorni successivi circa ottomila uomini e ragazzi musulmani furono uccisi. Un massacro, il pi\u00f9 grave compiuto in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il 23 maggio 2024 l&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione,(documento A\/78\/L.67\/Rev.) con 84 voti a favore, 19 contrari e ben 68 astenuti, con<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":5760,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[16],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5759"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=5759"}],"version-history":[{"count":3,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5759\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5779,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5759\/revisions\/5779"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media\/5760"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=5759"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=5759"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=5759"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}