{"id":5457,"date":"2024-12-13T18:52:24","date_gmt":"2024-12-13T17:52:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=5457"},"modified":"2024-12-13T18:52:25","modified_gmt":"2024-12-13T17:52:25","slug":"violenza-di-genere-oltre-le-teorie-verso-un-progresso-condiviso","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2024\/12\/13\/violenza-di-genere-oltre-le-teorie-verso-un-progresso-condiviso\/","title":{"rendered":"Violenza di genere. Oltre le teorie, verso un progresso condiviso?"},"content":{"rendered":"\n<p>di Davide Strukelj<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni anno, quando si avvicina il 25 novembre, riaffiorano le manifestazioni, le discussioni e i pensieri su un tema che pare non trovare la sua giusta conclusione: la violenza sulle donne.<\/p>\n\n\n\n<p>Per anni mi sono chiesto come tutto ci\u00f2 sia possibile, ovvero come possa essere che oggi, alle soglie del 2025, dopo oltre duecentomila anni di evoluzione civile e sociale della nostra specie, si sia ancora a discutere di questo tema e, peggio, come possa essere che questo tema sia ancora tristemente attuale.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma c\u2019\u00e8 una domanda ulteriore, forse un poco accademica rispetto al dramma delle violenze e delle sopraffazioni di cui quotidianamente leggiamo, ovvero un tema che merita di essere indagato, e non certo per distogliere l\u2019attenzione dalla brutalit\u00e0 irrazionale di una violenza disumana, ma solo per capire cosa si sia fatto e cosa si stia facendo, concretamente, per cambiare questo stato di cose.<\/p>\n\n\n\n<p>Il tema della violenza, lo sappiamo, ha un qualcosa di profondamente umano. Questa caratteristica, che nel normale discorrere delle persone pare incomprensibile, pu\u00f2 essere analizzata in molteplici modi. Ci sono approcci storici, sociologici, psicologici, antropologici ed economici che cercano di comprendere come e perch\u00e9 le dinamiche di potere e oppressione abbiano generato strutture sociali umane che perpetuano disuguaglianze e violenze.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel corso del secolo scorso, la visione \u201cclassista\u201d e sociale della lotta per la parit\u00e0 di genere ha prodotto una serie di risultati concreti, certamente legati ad alcune conquiste che potremmo (oggi) definire \u201cbasiche\u201d, come il diritto di voto, ma che hanno aperto la strada a ulteriori passi di civilt\u00e0, come il divorzio, il diritto all\u2019aborto, la cancellazione del delitto d\u2019onore, la parit\u00e0 di trattamento retributivo, eccetera.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine del secolo scorso, quella visione di lotta sociale ha assunto dimensioni intellettuali differenti, in particolare in seguito alla prevalenza del pensiero post-modernista e alle sue implicazioni, tra le quali anche quel movimento woke che oggi permea molti livelli delle nostre societ\u00e0 e istituzioni. Molti sotto-modelli si sono susseguiti e variegati sono stati i loro influssi e conseguenze.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra questi approcci, negli ultimi decenni, hanno avuto un certo successo (soprattutto mediatico) quelli queer e intersezionalisti, che propongono di guardare alla violenza di genere (oltre a molte altre derive sociali) come parte di una rete pi\u00f9 ampia di oppressioni interconnesse, legate non solo al genere, ma anche alla razza, alla classe, all\u2019orientamento sessuale, alla disabilit\u00e0, e ad altri fattori caratterizzanti ogni essere umano.<\/p>\n\n\n\n<p>Se da un lato tali approcci hanno offerto nuove chiavi di lettura, dall\u2019altro hanno presentato limiti e criticit\u00e0 che non possono essere ignorati, soprattutto se il nostro obiettivo \u00e8 quello di affrontare concretamente il problema della violenza sulle donne.<\/p>\n\n\n\n<p>Su questi argomenti esiste ormai una ampia letteratura scientifica e divulgativa con innumerevoli articoli e saggi che hanno trattato l\u2019argomento da molti punti di vista, sia sostenendo le tesi intersezionaliste, sia criticandole severamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma procediamo con ordine.<\/p>\n\n\n\n<p>Il pensiero queer, nella sua critica alle identit\u00e0 fisse e alla binariet\u00e0 di genere, \u00e8 forse l\u2019interpretazione pi\u00f9 \u201cdi moda\u201d del momento. Tale impostazione s\u00ec \u00e8 intrecciata con due tendenze alquanto attuali, ma non certamente nuove: il politicamente corretto e, per l\u2019appunto, l\u2019intersezionalit\u00e0. In questo contesto paradigmatico, che con una certa approssimazione possiamo ricondurre al cosiddetto post-modernismo, si consuma in linea di principio il dibattito tra una visione universalistica e una identitaria. La seconda delle due, in qualche modo sintetica rispetto alle tendenze di cui sopra, \u00e8 partita dalle divisioni di etnia e identit\u00e0 di genere, per poi produrre una cascata di intersezioni basata sulle innumerevoli caratteristiche che ognuno di noi porta con s\u00e9, in quella che viene definita l\u2019identit\u00e0 personale.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa visione ha indotto una sorta di iperbole del relativismo culturale (che francamente credo non verrebbe approvata dai celebri Boas, Mead, Benedict e L\u00e9vi -Strauss) secondo la quale ogni classe di identit\u00e0 pu\u00f2 essere compresa solo dai suoi appartenenti.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 banale dirlo, ma si deve fare: ogni divisione implica una serie di potenziali sub -divisioni, o meglio intersezioni con altre divisioni e conseguenti potenziali incomprensioni di identit\u00e0 culturali. In buona sostanza, e tanto per fare un esempio classico, se una donna nera e omosessuale pu\u00f2 essere compresa solo da una donna nera e omosessuale, \u00e8 altrettanto vero che una donna nera, omosessuale e povera pu\u00f2 essere compresa solo da una donna nera, omosessuale e povera\u2026 e questo per non dire delle differenze di identit\u00e0 tra la stessa donna nera, omosessuale e povera che vive a New York e una sua co-identitaria che vive in Congo\u2026 non ne parliamo neppure se aggiungiamo una ulteriore intersezione con una qualsiasi disabilit\u00e0 fisica o psichica.<\/p>\n\n\n\n<p>Su questo argomento devo aggiungere una personalissima considerazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Molto spesso leggo articoli o commenti secondo i quali l\u2019intersezionalismo e il (iper-spinto) relativismo culturale troverebbero un qualche fondamento in quello che viene chiamato apprendimento situato. Non sono assolutamente d\u2019accordo con questa interpretazione, poich\u00e9 tradisce lo spirito originario di tale concetto.<\/p>\n\n\n\n<p>Le basi del cosiddetto apprendimento situato, fonte della conoscenza situata, si trovano in un breve saggio scritto qualche decennio fa da Jean Lave e dal suo dottorando Etienne Wenger (&#8220;Situated learning \u2013 Legitimate peripheral participation&#8221;, 1991).<\/p>\n\n\n\n<p>Questo lavoro sottolinea come l\u2019apprendimento sia un processo sociale, radicato in contesti culturali e comunit\u00e0 di pratica, piuttosto che un fenomeno isolato e universalmente applicabile. Gli autori enfatizzano che la partecipazione legittimata \u00e8 un modo per consentire ai nuovi arrivati di contribuire e imparare all\u2019interno di una comunit\u00e0 in evoluzione, mantenendo un dialogo costante tra esperti e principianti. In questo senso, l&#8217;apprendimento situato non pu\u00f2 essere utilizzato per giustificare teorie di relativismo culturale estremo, che frammentano la comprensione reciproca anzich\u00e9 favorirla. Infatti, attribuire a questo concetto una giustificazione per le teorie di relativismo culturale estremo significa fraintenderne l&#8217;intento originale che \u00e8 quello di riconoscere la specificit\u00e0 e la concretezza delle situazioni mantenendo al contempo l&#8217;interconnessione e la possibilit\u00e0 di dialogo tra contesti differenti. Gli stessi Lave e Wenger, nel loro saggio, sottolineano come la partecipazione periferica (legittimata) rappresenti un mezzo per integrare nuove prospettive e rafforzare la coesione di una comunit\u00e0, non per separarla in sottogruppi inaccessibili tra loro.<\/p>\n\n\n\n<p>Per fare un esempio, se una comunit\u00e0 di pratica deve affrontare una problematica complessa, come la violenza di genere, il valore dell&#8217;apprendimento situato sta nel coinvolgere persone con prospettive diverse ma capaci di collaborare e contribuire alla comprensione collettiva. Questo approccio si distingue nettamente da un relativismo che isolerebbe ogni identit\u00e0 in una bolla chiusa all\u2019esterno, impedendo di fatto qualsiasi progresso condiviso.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo stesso relativismo culturale, che il post-modernismo ha deliberatamente stiracchiato ben oltre le sue volont\u00e0 ontologiche, nasceva da presupposti ben diversi dalla decostruzione linguistica cui \u00e8 stato assoggettato alla fine dello scorso secolo. Valga da questo punto di vista la conclusione di quello che ancora giudico uno dei pi\u00f9 bei saggi sull\u2019argomento, ovvero quei \u201cModelli di cultura\u201d scritti da Ruth Benedict (1934) cui va riconosciuto l\u2019impeto di una visione universalistica che dovremmo rivalutare nella sua essenza pi\u00f9 originale. Dice la Benedict che \u201cl&#8217;inesperienza costituisce una risorsa da valorizzare\u201d e che in tal senso \u201cessa trova applicazione solo nel contesto della partecipazione, quando \u00e8 sostenuta da professionisti esperti che ne comprendono sia i limiti sia il valore\u201d. In questo senso, \u201cla legittimit\u00e0 della partecipazione \u00e8 fondamentale, sia per favorire una riflessione sull&#8217;attivit\u00e0 in corso grazie a questo coinvolgimento ingenuo, sia per integrare i contributi occasionali dei nuovi arrivati. Nella misura in cui questa continua interazione con nuove prospettive \u00e8 accettata, la partecipazione di ciascuno assume una dimensione periferica legittima. In altre parole, tutti possono, in una certa misura, essere considerati &#8220;nuovi arrivati&#8221; rispetto al futuro di una comunit\u00e0 in evoluzione\u201d. \u00c8 dunque la partecipazione degli \u201cinesperti\u201d, ovvero degli extra-intersezionisti a produrre l\u2019integrazione dell\u2019azione positiva, del progresso, della crescita e non certamente la chiusura in un conteso paradigmatico autoreferenziale.<\/p>\n\n\n\n<p>Giova ricordare, volendo in tal senso concludere una visione \u201cprogressista\u201d, ci\u00f2 che ha sintetizzato una grande filosofa e commentatrice dei fenomeni sociali contemporanei, Susan Neiman. Sostiene la Neiman nel suo \u201cLeft Is Not Woke\u201d (2023) che \u201cnella loro versione migliore, le categorie politiche e culturali possono rafforzarsi a vicenda. Il pluralismo culturale consolida la solidariet\u00e0 politica, perch\u00e9 quanto pi\u00f9 si conosce di un&#8217;altra cultura, tanto pi\u00f9 l&#8217;affinit\u00e0 con essa \u00e8 destinata a crescere. Anche camminare per un momento sui passi di una cultura che non \u00e8 la vostra, riveler\u00e0 la vostra comune umanit\u00e0 e rafforzer\u00e0 il vostro impegno per l&#8217;universalismo. Perch\u00e9 le pi\u00f9 alte forme d&#8217;arte ci conducono a ci\u00f2 che Aim\u00e9 C\u00e9saire chiamava \u00abun universale arricchito da ogni particolare\u00bb, un universalismo appreso con e attraverso la differenza\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Riconsiderare questi principi alla luce dei problemi attuali potrebbe aiutare a contrastare le derive teoriche che, pur partendo da premesse valide, rischiano di trasformarsi in strumenti divisivi e improduttivi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il politicamente corretto, sebbene abbia origine da intenti lodevoli, ha spesso condotto a estremizzazioni che rischiano di ostacolare il dialogo e la comprensione reciproca. Le acrobazie lessicali e le implicazioni etiche discutibili che talvolta ne derivano hanno finito per diluire il significato di concetti fondamentali, come quello di &#8220;donna&#8221; inteso come soggetto politico. Ci\u00f2 ha complicato il riconoscimento delle forme specifiche di violenza di genere, rendendo pi\u00f9 difficile affrontare efficacemente le strutture patriarcali che storicamente hanno alimentato tali disuguaglianze.<\/p>\n\n\n\n<p>Un simile problema emerge anche dall&#8217;intersezionalit\u00e0, che ha indubbiamente il merito di evidenziare come le oppressioni siano sovrapposte e interconnesse. Tuttavia, il rischio \u00e8 che questa prospettiva, nel tentativo di includere tutte le variabili possibili, finisca per perdere il senso di priorit\u00e0 operativa, rallentando l&#8217;azione contro le forme pi\u00f9 urgenti di violenza sistemica. L&#8217;eccessiva attenzione alle complessit\u00e0 identitarie pu\u00f2 paralizzare la capacit\u00e0 di intervenire concretamente, trasformando l&#8217;analisi in un esercizio intellettuale fine a s\u00e9 stesso.<\/p>\n\n\n\n<p>Di contro, l&#8217;apprendimento situato offre un modello pragmatico, capace di coniugare il rispetto per le specificit\u00e0 locali con l&#8217;azione concreta. Ponendo al centro l&#8217;importanza del contesto sociale e culturale, questo approccio suggerisce strategie adattabili alle realt\u00e0 delle comunit\u00e0 coinvolte, senza perdere di vista una visione d&#8217;insieme. In particolare, affrontare la violenza sulle donne richiede interventi mirati che tengano conto delle dinamiche locali, valorizzando le risorse interne delle comunit\u00e0 e costruendo percorsi di collaborazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Allo stesso modo, il femminismo materialista e di classe rimane ancora, a mio giudizio, una guida cruciale per comprendere le radici economiche e sociali della violenza di genere. La precariet\u00e0 economica, la dipendenza finanziaria e l&#8217;emarginazione dal mondo del lavoro rappresentano fattori chiave che aumentano la vulnerabilit\u00e0 delle donne. Una lotta efficace contro la violenza di genere non pu\u00f2 prescindere da politiche che affrontino il diritto all\u2019autodeterminazione, l\u2019isolamento delle vittime di violenze, la disoccupazione differenziale e l&#8217;iniquit\u00e0 economica, riconnettendo le battaglie femministe con quelle per la giustizia sociale.<\/p>\n\n\n\n<p>In sintesi, \u00e8 fondamentale mantenere un equilibrio tra analisi teorica e intervento pratico. Salvaguardare il valore analitico delle teorie queer e intersezionaliste non significa accettarne passivamente le derive, ma piuttosto integrarle con approcci pi\u00f9 pragmatici come l&#8217;apprendimento situato e il femminismo materialista. Solo cos\u00ec sar\u00e0 possibile costruire una risposta realmente efficace e collettiva contro la violenza di genere, affrontando le sue cause strutturali e garantendo un progresso condiviso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Davide Strukelj Ogni anno, quando si avvicina il 25 novembre, riaffiorano le manifestazioni, le discussioni e i pensieri su un tema che pare non trovare la sua giusta conclusione: la violenza sulle donne. 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