{"id":5046,"date":"2024-02-20T16:29:44","date_gmt":"2024-02-20T15:29:44","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=5046"},"modified":"2024-02-20T16:29:45","modified_gmt":"2024-02-20T15:29:45","slug":"intervento-di-andrea-zannini-a-gradisca-disonzo-per-il-giorno-del-ricordo","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2024\/02\/20\/intervento-di-andrea-zannini-a-gradisca-disonzo-per-il-giorno-del-ricordo\/","title":{"rendered":"Intervento di Andrea Zannini a Gradisca d\u2019Isonzo per il Giorno del Ricordo"},"content":{"rendered":"\n<p>E\u2019 pi\u00f9 difficile del solito, quest\u2019anno, fermarsi a riflettere su avvenimenti che ci hanno toccato da vicino, ma che sono accaduti molti anni fa, come quelli che siamo invitati a commemorare nel Giorno del ricordo, dedicato ai massacri delle foibe e all\u2019esodo giuliano-dalmata.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 pi\u00f9 difficile del solito perch\u00e9 la nostra mente \u00e8 distratta da ci\u00f2 che avviene sotto i nostri occhi, e a breve distanza dal nostro Paese, dove vediamo scatenarsi gli stessi elementi dai quali scaturirono le tragedie occorse ottantant\u2019anni fa ai confini della nostra Regione: il principio che la violenza serva ad affermare le proprie idee, il desiderio di vendetta, il veleno del nazionalismo somministrato a popolazioni fragili, la guerra come scorciatoia semplice per la soluzione di problemi complessi.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 ulteriormente difficile, poi, provare a <em>riflettere<\/em> e provare a <em>capire<\/em>, mentre siamo costantemente invitati, dagli organi di informazione, ma anche nel discorso pubblico e politico, a <em>ricordare<\/em> e a <em>celebrare<\/em>. Il nostro Paese \u2013 non da solo \u2013 \u00e8 stato colto negli ultimi anni da un\u2019urgenza, da un\u2019ansia memorialistica. Si moltiplicano gli appelli a tenere salda la memoria, a mantenere vivo il ricordo, ad esempio nelle celebrazioni stabilite per legge che ritornano all\u2019inizio dell\u2019anno.<\/p>\n\n\n\n<p>La scelta, italiana ed europea, di dar corpo ad un calendario civile \u2013 che ha naturalmente come archetipo, che pochi tuttavia vogliono riconoscere, il calendario ecclesiastico \u2013 viene normalmente giustificata con la motivazione, del tutto ragionevole, che senza ricordare il passato, finiamo inevitabilmente per ripercorrere gli errori gi\u00e0 compiuti. Ma il calendario civile, che abbiamo stabilito sulla base di questo ragionevole intento, rischia tuttavia di risolversi in una ritualit\u00e0 destinata poco per volta a ripetersi uguale, perdendo progressivamente di significato rispetto ai fini con cui era stata concepita. Pi\u00f9 che il <em>ricordo<\/em> \u2013 ormai pochi possono dire di avere ricordi degli episodi drammatici che oggi richiamiamo \u2013 pi\u00f9 che la complessa operazione psichica che chiamiamo <em>memoria<\/em>, ci sarebbe in realt\u00e0 bisogno di <em>comprendere<\/em>, dunque prima di tutto di <em>conoscere<\/em>. Parola difficile, questa: conoscere. Perch\u00e9 implica uno sforzo, comporta ad esempio lo studio, oppure l\u2019interesse, addirittura la ricerca\u2026 insomma: un coinvolgimento attivo, non passivo. Richiederebbe di informarsi, di attivarsi, di concentrarsi, di focalizzarsi, tutte operazioni rispetto alle quali preferiamo invece solitamente sostituire le molto pi\u00f9 tranquillizzanti e passive funzioni a cui involontariamente ci richiamano queste ricorrenze ufficiali: qualche cartolina storica che ci mette in pace con le conflittuali questioni della nostra storia e del nostro passato.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche per questo ho ritenuto importante accettare l\u2019invito di Apertamente, dell\u2019amico Paolo Polli e dell\u2019amministrazione comunale di Gradisca ad essere qui oggi, a parlare in occasione del Giorno del ricordo: per provare a trasformare questi minuti che abbiamo a disposizione in un\u2019occasione di riflessione non superficiale, in un momento \u2013 spero che la parola non susciti timore \u2013 di <em>approfondimento<\/em>, che possa essere utile.<\/p>\n\n\n\n<p>Partiamo dalla data che \u00e8 stata prescelta come anniversario per il Giorno del ricordo, vale a dire il 10 febbraio 1947, il giorno in cui venne firmato a Parigi il Trattato di Pace che pose termine, sotto il profilo diplomatico, alla Seconda guerra mondiale. La data non ha evidentemente alcun rapporto con i massacri delle foibe che, come diremo, ebbero luogo tra 1943 e 1945, e per i quali sarebbe stato difficile individuare un evento-simbolo o una data significativa. Ha invece una relazione con l\u2019esodo giuliano-dalmata, detto anche esodo istriano o altro. Il Trattato di Parigi prevedeva infatti che i cittadini italiani, che al momento della dichiarazione di guerra dell\u2019Italia alla Francia, sette anni prima, erano domiciliati nei territori passati dopo il 1945 alla Jugoslavia dovessero scegliere se rimanere nella neonata Federazione jugoslava, e perdere la cittadinanza italiana, oppure abbandonare il Paese per altra destinazione. Questa opzione, che comport\u00f2 la perdita di tutti i beni immobili sul suolo jugoslavo, fu abbracciata da un numero di italiani tra i 280 e i 300 mila, secondo le stime pi\u00f9 aggiornate.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Trattato di Parigi del 1947, che segu\u00ec la conferenza di pace dei mesi precedenti, fu l\u2019accordo diplomatico che le potenze vincitrici del conflitto \u2013 i cosiddetti \u201calleati\u201d \u2013 sottoposero alla firma degli Stati che avevano scatenato la guerra. Tra cui anche, quindi, il nostro Paese, che si trov\u00f2 nella condizione difficile &#8211; mentre la Costituzione non era ancora entrata in vigore e non vi era ancora un Parlamento politico eletto, solo l\u2019Assemblea costituente &#8211; di sottoscrivere una pace onerosa e che faceva scontare alla neonata Repubblica italiana le colpe delle scelte politiche del regime mussoliniano.<\/p>\n\n\n\n<p>Celebrare il Giorno del ricordo nella data della firma del Trattato ha \u2013 ci sia permesso dirlo &#8211; un implicito significato vittimistico e anche, in qualche modo, revanscista. Considerando che all\u2019origine di tutte le tragedie che oggi commemoriamo vi \u00e8 stata la scelta del governo italiano di prendere parte ad una guerra a fianco della Germania e di Adolf Hitler, cio\u00e8 colui che intendeva sottomettere il continente all\u2019egemonia nazista e che ide\u00f2 per dissidenti, ebrei, zingari e quant\u2019altri la soluzione finale, sarebbe stata molto pi\u00f9 opportuna, da parte del Parlamento, la scelta di una data che rendesse omaggio al dramma delle centinaia di migliaia di persone che dovettero abbandonare le proprie case e le proprie terre. Per esempio il simbolico 2 febbraio 1947, quando il piroscafo Toscana imbarc\u00f2 per la prima volta a Pola 1865 nostri connazionali, portandoli a Venezia e iniziando una spola che doveva svuotare la citt\u00e0 istriana della sua componente italiana.<\/p>\n\n\n\n<p>Per inquadrare il dramma delle foibe e quello dell\u2019esodo dai territori jugoslavi bisogna in ogni caso partire da un&#8217;altra data cruciale, il 6 aprile 1941, quando l\u2019esercito tedesco, affiancato dalle truppe italiane e da quelle ungheresi, invase la Jugoslavia. Fu quella la scintilla che fece detonare, per la seconda volta almeno nel secolo, la polveriera balcanica, con esiti pi\u00f9 mortali di quella precedente: ebbe infatti come seguito la guerra di liberazione contro gli occupatori; una guerra civile tra usta\u0161cia croati, \u010detnizi serbi, domobranzi sloveni, partigiani comunisti; la lotta, sanguinosa, per la creazione di uno stato socialista; lo sterminio degli ebrei, l\u2019espulsione di centinaia di migliaia di persone dalle terre dove avevano vissuto, e tutte le tragiche conseguenze che la guerra si tir\u00f2 dietro.<\/p>\n\n\n\n<p>Riguardo alle foibe, la storiografia internazionale, in primis quella italiana, slovena e croata, \u00e8 ormai giunta ad alcuni punti fermi di convergenza. Inghiottitoi naturali presenti a centinaia in tutto l\u2019altipiano carsico, anche se la pi\u00f9 tragicamente famosa, quella di Basovizza, \u00e8 in realt\u00e0 un pozzo minerario dismesso, durante la seconda guerra mondiale, a partire dal 1941 ma soprattutto dopo la caduta del fascismo nel 1943 e fino all\u2019estate del 1945, le foibe divennero luoghi dove gettare i cadaveri di morti in combattimento oppure vittime di eccidi. La foiba di Basovizza, ad esempio, ora monumento nazionale, venne probabilmente utilizzata per gettarvi i corpi di alcune centinaia di prigionieri rastrellati, sommariamente processati e fucilati a Trieste ai primi di maggio del 1945; oltre che i corpi di morti nello scontro nella stessa localit\u00e0 tra tedeschi e jugoslavi di qualche giorno prima.<\/p>\n\n\n\n<p>In precedenza, dopo l\u20198 settembre 1943, nell\u2019Istria liberata dall\u2019occupazione fascista, le forze di liberazione croate avevano proceduto all\u2019eliminazione fisica di centinaia di \u201cnemici del popolo\u201d, cio\u00e8 i quadri dirigenti italiani, ai quali spesso vennero associati semplici cittadini, magari benestanti. Concentrati in alcune localit\u00e0, costoro venivano processati, giustiziati e quindi \u201cinfoibati\u201d. Come in tutte le rese dei conti che seguono le occupazioni militari, ebbero questa sorte anche semplici dipendenti pubblici, vittime di faide e vendette personali, malcapitati innocenti.<\/p>\n\n\n\n<p>La seconda fase di tali uccisioni ebbe invece luogo ebbe luogo dopo l\u2019aprile 1945. Tra Istria e Venezia Giulia decine di migliaia di persone furono arrestate, inviate nei campi di concentramento o fucilate e fatte sparire nelle foibe: \u201cscomparvero\u201d circa 10 mila sloveni domobranzi e 60 mila croati usta\u0161cia, quindi collaborazionisti dei nazisti. Poi, oltre a questi, alcune migliaia di italiani, tra i 3 e i 5 mila individui secondo stime ormai convergenti. Nel complesso, una gigantesca epurazione che guardava da un lato verso il passato, con il fine di regolare i conti con tutti quelli che si riteneva avessero collaborato con l\u2019occupazione italiana e tedesca; dall\u2019altro lato, lo scopo era quello di creare il terreno per il dispiegamento del nuovo regime comunista, eliminando ex-ante i possibili focolai di resistenza al nuovo sistema sociale e politico.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel discorso pubblico italiano, a partire dagli anni Novanta, \u00e8 entrata nell\u2019uso, a proposito delle infoibazioni degli anni 1943 e 1945, l\u2019espressione \u201cpulizia etnica\u201d, che altro non \u00e8 che il calco di una espressione serbocroata utilizzata dai mass media durante le guerre jugoslave degli anni Novanta. Furono quei crimini, una pulizia etnica? A questa domanda risponde il <em>Vademecum per il giorno del ricordo<\/em>, redatto per cura dell\u2019Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell\u2019Et\u00e0 contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, che offre uno strumento semplice, pratico e aggiornato sul tema delle foibe e dell\u2019esodo. Uno strumento molto utile, soprattutto per gli insegnanti, perch\u00e9 riassume in modo chiaro e didatticamente molto efficace il nodo di problemi che qui richiamiamo.<\/p>\n\n\n\n<p>In termini generali, l\u2019espressione \u00abpulizia etnica\u00bb &#8211; spiega il Vademecum che non pu\u00f2 essere certo accusato di negazionismo e nemmeno di riduzionismo &#8211; non pu\u00f2 essere riferita al gruppo nazionale italiano storicamente insediato nella Venezia Giulia, a Fiume e in Dalmazia. L\u2019italianit\u00e0 di questo gruppo aveva solo in parte caratteri definibili come \u201cetnici\u201d, derivanti cio\u00e8 da una continuit\u00e0 plurisecolare di insediamento. Era una popolazione frutto di integrazioni continue, che aveva il suo antecedente nella dominazione plurisecolare veneziana delle coste dell\u2019Adriatico, terminata nel 1797, e che aveva lasciato l\u2019impronta venetofona e paesaggistica di quelle terre costiere; ma era stata anche formata da immigrazioni recenti, cio\u00e8 posteriori all\u2019assegnazione dei territori al Regno d\u2019Italia dopo il Trattato di Rapallo nel 1920 e anche dopo l\u2019occupazione italiana del 1941.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019obiettivo del governo jugoslavo nella primavera del 1945, cito il Vademecum, \u00abnon era quello di cacciare gli italiani dalla Venezia Giulia, ma di mobilitarli a forza nella lotta per l\u2019annessione della regione alla Jugoslavia\u00bb. Le stragi, continua il documento, \u00aboltre all\u2019intento punitivo\u00bb, cio\u00e8 rispetto all\u2019aggressione italiana, \u00abne avevano altri due: decapitare la societ\u00e0 della sua classe dirigente, fedele all\u2019Italia, ed intimidire la popolazione italiana, affinch\u00e9 non si opponesse all\u2019annessione\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Va poi considerata la differenza tra le due ondate di infoibazioni. Nelle esecuzioni del 1943 cont\u00f2 maggiormente l\u2019intento vendicativo rispetto ad italiani che erano stati in diversi casi protagonisti dell\u2019invasione e dell\u2019occupazione italo-tedesca, assieme al carattere di <em>jacquerie<\/em> sociale: numerosi furono i possidenti trucidati dai contadini. In quelle del 1945 fu prevalente l\u2019intento politico, quello cio\u00e8 di preparare il dispiegamento del regime comunista, eliminando ogni e qualsiasi ostacolo alla sua realizzazione. In questo caso gli ordini giunsero dall\u2019alto, cio\u00e8 dallo Stato jugoslavo in formazione, e furono realizzati grazie alla polizia politica (Ozna). Poi, certamente, capitarono in questo bagno di sangue anche persone innocenti, che non avevano nulla a che fare con l\u2019occupazione fascista, vittime di vendette personali e anche, perch\u00e9 no, qualcuno ucciso solo in quanto italiano. Come la studentessa italiana Norma Cossetto, violentata e uccisa nell\u2019ottobre 1943, rea unicamente di essere figlia di un fascista e di non volersi aggregare alla resistenza istriana.<\/p>\n\n\n\n<p>Sottolineare l\u2019impropriet\u00e0 dell\u2019espressione \u201cpulizia etnica\u201d, che \u00e8 stata purtroppo utilizzata anche in discorsi dei presidenti della Repubblica, non \u00e8 in alcun modo uno sminuire la dimensione e la tragicit\u00e0 di quei fatti: \u00e8 restituirli alla loro realt\u00e0 storica, inquadrarli in un contesto che permetta di comprenderli, senza le grossolane semplificazioni a cui conducono alcune ricostruzioni revisioniste, ad esempio televisive. Dove i partigiani titini sono presentati come criminali sanguinari, messi sullo stesso piano dei \u201ccattivi\u201d tedeschi, con un unico, scoperto fine: far risaltare per contrasto i \u201cbuoni\u201d italiani, cio\u00e8 lo stereotipo dell\u2019italiano, soldato o civile, che fa la guerra controvoglia, esportatore di umanit\u00e0, ovunque egli si trovi.<\/p>\n\n\n\n<p>Si tratta questa di una costruzione culturale e retorica che ha avuto ed ha come fine unico la rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale. Non sar\u00e0 mai abbastanza presto, purtroppo, che il nostro Paese faccia i conti veramente con il suo recente passato, cominciando da cose piccole, come mettere una indicazione stradale \u2013 oggi totalmente assente \u2013 che spieghi come giungere al campo di internamento di Gonars in Friuli, dove furono detenuti migliaia di prigionieri sloveni e centinaia furono lasciati morire di fame e di malattie; oppure che un qualche rappresentante dello Stato italiano si rechi finalmente a porgere omaggio nel campo di internamento di Arbe\/Rab, in Dalmazia, dove i morti sloveni internati dall\u2019esercito italiano furono invece migliaia, tra cui centinaia di bambini e lattanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Veniamo al secondo capitolo del tragico ricordo commemorato il 10 febbraio. L\u2019esodo dall\u2019Istria e dalla Dalmazia &#8211; questi i bei nomi storici di quelle terre &#8211; fu un processo di lungo periodo, che ebbe luogo tra 1941 e 1956. Da Zara partirono gi\u00e0 nel 1941 circa 10 mila persone, quindi altre migliaia negli anni successivi a causa dei bombardamenti alleati, dal 1944 per l\u2019entrata delle truppe dell\u2019esercito di liberazione jugoslavo, per terminare nei primi anni Cinquanta. Da Pola, per fare un altro esempio, ne partirono circa 30 mila sui 31.700 residenti. Le esplosioni della spiaggia di Vergarolla del 18 agosto 1946, che fecero 65 vittime, furono vissute come un attentato terroristico alla comunit\u00e0 italiana per espellerla.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la firma del Trattato di pace nel 1947 inizi\u00f2 la pronuncia delle opzioni, e le partenze raggiunsero le decine di migliaia negli anni seguenti. Ebbero termine nel 1956, dopo al firma del Memorandum d\u2019intesa, a seguito del quale i 2\/3 degli abitanti della cosiddetta zona B, circa 40 mila persone, lasci\u00f2 quelle terre. Tutto questo ebbe luogo in un clima di intimidazione, soprusi e abusi della polizia jugoslava, confische e quant\u2019altro. Quando le autorit\u00e0 jugoslave realizzarono che in alcune localit\u00e0, soprattutto urbane, si stava realizzando una vera e propria desertificazione, per timore anche dello smacco politico internazionale che ci\u00f2 comportava, cercarono di reagire, inasprendo i controlli sul possesso della lingua italiana, o re-slavizzando cognomi che erano stati italianizzati in et\u00e0 fascista. A questo si sovrappose la crisi tra Jugoslavia e Cominform, e la scomunica stalinista del nuovo regime titino.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1949 venne messo a punto il sistema jugoslavo mutuato dai gulag staliniani che aveva il suo centro in Goli Otok. Gli arresti italiani furono circa 2 mila tra il 1949 e il 1952, all\u2019interno di quel gruppo di operai, soprattutto monfalconesi, che avevano dato vita al cosiddetto \u201ccontroesodo\u201d comunista dopo il 1945 verso il nuovo Stato di Tito, ma che in quanto filostalinisti furono perseguitati. Ci sono poche storie grottesche e drammatiche come quella dei comunisti italiani che lasciarono la nuova democrazia borghese italiana per costruire il socialismo in Jugoslavia e finirono nei campi di lavoro di Tito.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019esodo degli italiani dal nuovo Stato jugoslavo va ricompreso nel gigantesco fenomeno delle migrazioni forzate. Queste interessarono alcune decine di milioni di persone durante la guerra, soprattutto nei territori dell\u2019Europa orientale, e circa 40 milioni di persone al termine della guerra, di cui 11 milioni ritornarono nella Germania occupata dagli alleati, con una migrazione di cui solo recentemente si sono presi in considerazione i caratteri, e che sembra abbia provocato centinaia di migliaia se non milioni di morti tra i tedeschi di ritorno in patria. Dalla nuova Jugoslavia, ad esempio, fuggirono negli ultimi giorni della guerra decine di migliaia di austriaci e tedeschi, mentre molti altri, un numero imprecisato, fini nei campi jugoslavi.<\/p>\n\n\n\n<p>La storia dell\u2019accoglienza e dell\u2019integrazione degli esuli istriano, giuliano, fiumano-dalmati in Italia \u00e8 stata faticosamente ricostruita nel tempo. E\u2019 una delle tappe pi\u00f9 difficili e moralmente dolorose della storia della Repubblica, al cui interno \u00e8 finita spesso in un cono d\u2019ombra. Da un lato vi \u00e8 stata la rimozione del problema costituito dalla necessit\u00e0 di dare una casa e un Paese a decine di migliaia di persone senza costruire dei ghetti o delle nuove cittadine sul modello fascista; dall\u2019altro vi era, da parte degli esuli, la rivendicazione di un\u2019italianit\u00e0 che fu incompresa, considerata inopportuna per come si era conclusa la guerra, se sono reazionaria. Per la sinistra della Prima repubblica, soprattutto per quella delle regioni rosse e del PCI, gli esuli rappresentarono una strana gen\u00eca, furono spesso indicati, cito, come \u201cfascisti in fuga dal paradiso socialista\u201d. Cos\u00ec l\u2019esito fu, semplicemente, per gli italiani di Istria e Dalmazia, quello di sentirsi stranieri in patria.<\/p>\n\n\n\n<p>Naturalmente, sulla rielaborazione dei drammi del confine adriatico dopo il 1941, pes\u00f2 in modo determinante la questione di Trieste, cio\u00e8 la pi\u00f9 importante vicenda italiana di politica internazionale dell\u2019immediato dopoguerra. Questione che, come \u00e8 noto, imbalsam\u00f2 a lungo lo statuto della citt\u00e0 giuliana, senza peraltro modificare il destino della citt\u00e0, che era stato peraltro quasi immediatamente stabilito, ma che ebbe una sistemazione diplomatica lunghissima, che si concluse solo con il Trattato di Osimo del 1975.<\/p>\n\n\n\n<p>La Presidente del Consiglio ha parlato nei giorni scorsi, in occasione delle cerimonie per il Giorno del ricordo di quest\u2019anno, di una congiura del silenzio che ha impedito a lungo di parlare di foibe e di esodo. E\u2019 un giudizio condivisibile, che va per\u00f2 circostanziato, altrimenti non fa che alimentare l\u2019idea del complotto contro il quale \u00e8 finalmente giunta l\u2019ora della riscossa. Un atteggiamento rivendicativo che nuoce alla comprensione storica.<\/p>\n\n\n\n<p>I primi a mettere la sordina ai fatti degli anni \u201940 e \u201950 furono i due grandi partiti protagonisti del dopoguerra, la DC e il PCI. La Democrazia Cristiana, che pilot\u00f2 tutta la questione internazionale di Trieste, aveva per necessit\u00e0 uno sguardo strabico. Con un occhio guardava al confine orientale, rispetto al quale gli accordi internazionali, presi gi\u00e0 nel corso della guerra, non lasciavano dubbi. Dall\u2019altro guardava all\u2019Alto Adige, dove la situazione era, rispetto all\u2019Alto Adriatico, capovolta, con centinaia di migliaia di germanofoni inglobati nello Stato italiano. Il giudizio storico sull\u2019agire della Democrazia Cristiana pu\u00f2 essere discusso ma l\u2019atteggiamento del partito di De Gasperi in merito al confine orientale fu costantemente quello di ricercare la moderazione, i buoni rapporti con i vicini jugoslavi \u2013 peraltro non alleati di Mosca \u2013, l\u2019opportunit\u00e0 di non rivangare troppo il passato. Esemplare la convergenza a cui si giunse riguardo ai colpevoli delle tragedie del 1941-45: i responsabili jugoslavi delle epurazioni degli italiani del 1943-45 non vennero perseguiti, cos\u00ec come non vennero consegnati agli jugoslavi i generali italiani responsabili dei crimini di guerra durante l\u2019occupazione italiana della Slovenia, di Fiume e della Croazia.<\/p>\n\n\n\n<p>Per certi versi ancora pi\u00f9 equivoco fu l\u2019atteggiamento del Partito Comunista, che scontava le incertezze politiche del 1943-45, quando in nome dell\u2019alleanza contro i nazifascisti e dell\u2019adesione all\u2019internazionale comunista dimostr\u00f2 acquiescenza contro i progetti espansionistici jugoslavi. Dopo la rottura tra Tito e Stalin del 1948, il PCI rimase in mezzo al guado ideologico: fedele a Mosca ma non ostile rispetto al progetto socialista jugoslavo, e contemporaneamente pienamente coinvolto, sebbene all\u2019opposizione, nella democrazia parlamentare italiana; distante dal progetto mondialista dei Paesi non-allineati promosso da Tito, ma sempre pi\u00f9 scettico rispetto al modello URSS, soprattutto dopo la denuncia dei crimini staliniani e i fatti del 1956 in Ungheria. Tutto questo port\u00f2 ad una sistematica riduzione e rimozione, fino agli anni Ottanta, da parte del PCI, delle tragedie del confine e dell\u2019esodo istiano, giuliano dalmata.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo tre soggetti, in queglii anni che sono stati in seguito chiamati del \u201clungo silenzio\u201d, si fecero carico del lontano, ingombrante dramma delle foibe e dell\u2019esodo. In primo luogo gli Istituti di storia della Resistenza che, con maggiore o minore entusiasmo e partecipazione, a seconda della loro maggiore o minore radicalit\u00e0 partitica, avviarono e pubblicarono ricerche sulla seconda guerra mondiale e sul tema complesso del confine orientale. Quindi, in secondo luogo, le associazioni e istituzioni degli esuli istriano-giuliano-dalmati che, con accenti e temi diversi, e non sempre senza strumentalit\u00e0 politica, batterono il ferro della memoria e della necessit\u00e0 di non rimuovere quello che con termine biblico ormai entrato in uso fu chiamato \u201cl\u2019esodo\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Infine, il terzo soggetto che non cess\u00f2 mai di far sentire la sua voce fu il Movimento Sociale Italiano che ebbe in Trieste uno dei suoi centri d\u2019elezione, e dove raccolse anche consensi elettorali a due cifre. Essendo il partito che portava sulla bandiera la fiamma della Repubblica mussoliniana di Sal\u00f2, partito erede, quindi, della medesima parte politica che aveva provocato, con la guerra in Jugoslavia, l\u2019apertura di quella tragedia politica di cui le foibe furono uno dei capitoli, i missini erano probabilmente gli ultimi che si sarebbero dovuti permettere di utilizzare tale argomento in forma rivendicativa.<\/p>\n\n\n\n<p>Come concludere? Il ricordo di quei fatti, che ci celebra oggi, non pu\u00f2 coesistere con il negazionismo, e nemmeno con la riduzione di quei fatti a episodi trascurabili; non pu\u00f2, d\u2019altra parte, risolversi in slogan vuoti come quello della \u201cmemoria condivisa\u201d: ognuno ha, per s\u00e9 e per le proprie famiglie, la propria memoria, ed \u00e8 giusto che non la condivida, che la conservi come un elemento fondante la propria identit\u00e0 personale.<\/p>\n\n\n\n<p>La storia richiede, pi\u00f9 che memoria, attenzione, approfondimento, puntualit\u00e0: tutti gli aspetti della difficile storia dell\u2019Adriatico nel Novecento vanno tenuti in conto, analizzati, contestualizzati e compresi. Non per portarli davanti ad un tribunale, ma per trarne una compiuta responsabilit\u00e0 personale e collettiva, una coscienza, una maggiore capacit\u00e0 di vivere collettivo. La storia \u2013 questo ci insegnano le vicende che oggi commemoriamo \u2013 non pu\u00f2 pi\u00f9 essere storia nazionale. I tragici anni delle foibe e dell\u2019esodo possono essere compresi solo in una dimensione che superi ormai quella della nazione, della rivendicazione del proprio Paese, dell\u2019italianit\u00e0 contrapposta al punto di vista altrui.<\/p>\n\n\n\n<p>La mia generazione, assieme a quelle che seguono, ha una grande occasione, l\u2019occasione data dall\u2019abbattimento di quelle frontiere lungo le quali si svolsero i drammi che oggi ricordiamo, l\u2019opportunit\u00e0 costituita dall\u2019abolizione dei confini che \u00e8 stata resa possibile dalla costruzione del progetto europeo. Molto spesso, di questo progetto, ancora incompleto e incerto, ci dimentichiamo da dove scatur\u00ec. Scatur\u00ec dalla catastrofe dei 40 milioni di morti della Seconda guerra mondiale, dalla volont\u00e0 di coloro che vi erano sopravvissuti di evitare che i popoli europei, che per secoli si erano uccisi l\u2019un l\u2019altro, corressero il rischio di cadere per la terza volta \u2013 che sarebbe probabilmente stata l\u2019ultima \u2013 in un conflitto continentale.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricordiamo dunque la crudelt\u00e0 inumana delle foibe, la lacerazione dell\u2019esodo, e assieme ricordiamo da dove viene e che significato ha, oggi e per il futuro, l\u2019Europa unita.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E\u2019 pi\u00f9 difficile del solito, quest\u2019anno, fermarsi a riflettere su avvenimenti che ci hanno toccato da vicino, ma che sono accaduti molti anni fa, come quelli che siamo invitati a commemorare nel Giorno del ricordo, dedicato ai massacri delle foibe e all\u2019esodo giuliano-dalmata. E\u2019 pi\u00f9 difficile del solito perch\u00e9 la nostra mente \u00e8 distratta da ci\u00f2 che avviene sotto i nostri occhi, e a breve distanza dal nostro Paese, dove vediamo scatenarsi gli stessi elementi dai quali scaturirono le tragedie<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":5047,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[13],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5046"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=5046"}],"version-history":[{"count":1,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5046\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5048,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5046\/revisions\/5048"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media\/5047"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=5046"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=5046"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=5046"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}