{"id":4470,"date":"2023-02-18T14:44:48","date_gmt":"2023-02-18T13:44:48","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=4470"},"modified":"2023-02-18T14:44:49","modified_gmt":"2023-02-18T13:44:49","slug":"giovani-e-lavoro-2","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2023\/02\/18\/giovani-e-lavoro-2\/","title":{"rendered":"Giovani e lavoro"},"content":{"rendered":"\n<p>di Loredana Panariti<\/p>\n\n\n\n<p><em>Ripropongo qui un testo pubblicato nel gennaio 2021 sul sito della Societ\u00e0 Italiana di Storia del lavoro (<\/em><a href=\"https:\/\/www.storialavoro.it\/\"><em>https:\/\/www.storialavoro.it\/<\/em><\/a><em>) nella sezione <strong>Al presente<\/strong>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il mercato del lavoro italiano, dopo le due ondate pandemiche e le misure di contenimento adottate per evitare la diffusione del virus, mostra un importante aumento del tasso di disoccupazione. La crescita della disoccupazione, tuttavia, non ha avuto un impatto omogeneo su tutti i settori e tutte le classi d\u2019et\u00e0, e penalizzati sono stati soprattutto i giovani e, fra questi, in prevalenza le donne. Il blocco dei licenziamenti e l\u2019attivazione degli ammortizzatori sociali non sono riusciti, infatti, a tutelare i lavoratori precari a basso reddito nei settori colpiti dalle ripetute chiusure imposte nei servizi e nel commercio. Le misure di confinamento hanno quindi avuto spesso come esito il licenziamento dei precari o la chiusura dell\u2019attivit\u00e0 per i lavoratori autonomi, specie quelli dipendenti da un unico committente principale. I contratti atipici, che a oggi costituiscono il canale maggioritario per l\u2019ingresso, e sempre pi\u00f9 spesso per la permanenza, dei giovani nel segmento meno protetto del mercato del lavoro, uniti alle conseguenze della crisi pandemica, aumentano il pericolo di una accelerazione di un trend consolidato, con una parte della forza lavoro sprovvista degli strumenti per resistere alle crisi, sospesa tra la disoccupazione e l\u2019inattivit\u00e0 con l\u2019aumento dei giovani che non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione (BALDUZZI 2020). Siamo di fronte a un congelamento del mercato del lavoro per i giovani del nostro Paese, congelamento che ha radici lontane, sebbene l\u2019emergenza sanitaria abbia acutizzato e reso pi\u00f9 forte tutta una serie di aspetti con i quali convivevamo da diverso tempo. Nel corso dei decenni non sono mancati a ogni livello progetti e programmi per ridurre la percentuale di disoccupazione giovanile che, dopo la crisi del 2008, ha interessato anche regioni italiane che fino a quel momento erano allineate alla media UE. \u201cGaranzia Giovani\u201d, iniziativa europea nata per migliorare l\u2019inserimento lavorativo e combattere la disoccupazione giovanile, \u00e8 stata appena rifinanziata e ci si augura sia possibile sfruttarne a pieno il potenziale. In generale, sono numerose le pubblicazioni che misurano l\u2019efficacia di questi piani e ne seguono il percorso mettendo in evidenza di volta in volta limiti ed elementi positivi; ma in questo breve testo vorrei invece rivolgere l\u2019attenzione alle parole, perch\u00e9 anche il linguaggio utilizzato in questi anni per descrivere il lavoro in generale, e il lavoro giovanile in particolare, racconta i cambiamenti ai quali abbiamo assistito ed \u00e8 per certi versi sintomo di una difficolt\u00e0 generale nell\u2019affrontare il problema. Dalla fine del Novecento a oggi, dalla legislazione italiana ed europea, emerge particolare interesse a favorire l\u2019ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Nel nostro Paese, considerando solo gli interventi pi\u00f9 recenti, dal cosiddetto \u201cpacchetto Treu\u201d, alla legge Fornero, fino al Jobs Act e all\u2019ultimo decreto \u201cdignit\u00e0\u201d, nel corpus legislativo \u00e8 sottolineata sempre la volont\u00e0 di superare l\u2019alta 2 percentuale di disoccupazione giovanile e di rendere l\u2019assunzione di giovani \u201cappetibile\u201d per le imprese. La parola \u201cgiovani\u201d \u00e8 presente in tutti i programmi elettorali e, similmente, nei programmi di governo e delle istituzioni locali, ma le politiche giovanili in generale e, pi\u00f9 in particolare, le politiche attive del lavoro per i giovani, scontano una certa ambiguit\u00e0 e mancano \u201cdi uno statuto condiviso che ne delimiti i tratti essenziali\u201d (BAZZANELLA; CAMPAGNOLI 2014). Ci\u00f2 ha molte cause: la difficile definizione dei destinatari, la titolarit\u00e0 delle competenze, divisa tra diversi soggetti e, infine, il ritardo italiano sulle politiche attive del lavoro delle quali, per diverso tempo, la concessione di incentivi alle assunzioni \u00e8 stata il fulcro. E partiamo proprio dalle politiche attive del lavoro, che forse sarebbe meglio intitolare politiche attive per il lavoro, visto che l\u2019obiettivo dovrebbe essere, appunto, l\u2019occupazione. L\u2019espressione politiche attive del lavoro diventa maggiormente utilizzata quando, nella met\u00e0 degli anni Novanta, a livello europeo si fa strada il principio di \u201csociet\u00e0 attiva\u201d come elemento chiave nel promuovere occupazione, qualit\u00e0 dell\u2019offerta formativa e della transizione scuola-lavoro, riforma degli ammortizzatori sociali, aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e integrazione sociale ed economica degli immigrati. Nel 1997 viene avviata la Strategia europea per l\u2019occupazione (SEO) che impegna l\u2019Unione europea e i Paesi membri a definire e realizzare un insieme di politiche articolate su quattro obiettivi (o pilastri) fondamentali: occupabilit\u00e0, imprenditorialit\u00e0, adattabilit\u00e0 e pari opportunit\u00e0. Comincia qui il processo di sostituzione della parola \u201coccupazione\u201d con la parola \u201coccupabilit\u00e0\u201d (che il correttore del mio pc continua a sottolineare in rosso). Il neologismo indica \u201cla capacit\u00e0 delle persone di essere occupate o di saper cercare attivamente, di trovare e di mantenere un lavoro\u201d. Si riferisce quindi all\u2019abilit\u00e0 di ottenere un impiego, mantenerlo o cambiarlo quando necessario. In molti hanno letto lo slittamento dalla parola occupazione alla parola occupabilit\u00e0 come la rinuncia a creare posti di lavoro stabili per mettere, invece, l\u2019accento sulla dotazione di tutte le competenze necessarie alle persone o, come si usa dire, sul capitale umano. Una responsabilizzazione maggiore verso le persone per convincerle ad attivarsi, ma anche un\u2019accusa implicita verso chi non riesce a uscire dalla condizione di disoccupazione. Dietro all\u2019utilizzo di questa parola c\u2019\u00e8 pure l\u2019idea che le asimmetrie del mercato del lavoro possano essere colmate con una maggiore corrispondenza fra le competenze delle persone e le esigenze espresse dalle aziende, in modo da migliorare l\u2019incontro di domanda e offerta di lavoro. E competenze (di solito al plurale) \u00e8 l\u2019altra parola che, nello stesso periodo, si fa strada nel dibattito su occupazione e lavoro. Nel 1996 \u00e8 pubblicato, a cura di Jacques Delors, il Rapporto all\u2019UNESCO della Commissione internazionale sull\u2019educazione per il Ventunesimo Secolo dal titolo Learning: the treasure within. Il Rapporto individua il saper fare e il passaggio dal concetto di abilit\u00e0 a quello di competenza come elementi essenziali del percorso scolastico. Anche qui, come nel caso 3 dell\u2019occupabilit\u00e0, la persona viene investita della responsabilit\u00e0 di rafforzare le proprie competenze, di \u201cimparare ad essere\u201d. Questo per evitare il rischio di alienazione legato all\u2019automazione sempre pi\u00f9 spinta del lavoro e per permettere a ognuno \u201cdi risolvere i suoi problemi, di prendere le sue decisioni e di assumersi le sue responsabilit\u00e0\u201d. La formazione e l\u2019apprendimento diventano, dunque, i motori dell\u2019economia, capaci di promuovere innovazione e competitivit\u00e0, con la persona come elemento centrale di tutto il processo (DELORS 1996). Qualche anno dopo, con la Strategia di Lisbona, l\u2019Unione Europea passa da una logica di riconoscimento di titoli e qualifiche espressi dal curriculo scolastico alla valorizzazione delle competenze apprese in modo formale e informale a scuola o in esperienze di vita e di lavoro. Questo per avvicinare istruzione e lavoro e favorire la costruzione di un mercato unico europeo del lavoro, con la definizione di standard e strumenti capaci di agevolare il dialogo tra sistemi nazionali di qualificazione. Il termine competenza ha dentro di s\u00e9 diversi significati: a volte nel linguaggio quotidiano viene utilizzato come sinonimo di sapere e conoscenza e altre come qualifica e, in un Paese in cui la manualit\u00e0 \u00e8 spesso disprezzata, pare che riconoscere alle competenze un ruolo importante per l\u2019accesso al lavoro equivalga a svalorizzare il ruolo dello studio. Il concetto di competenza, che \u00e8 stato definito \u201cun maremoto semantico\u201d, \u00e8 diventato un campo di battaglia tra coloro i quali considerano l\u2019accentuazione del ruolo delle competenze un piegarsi alle logiche industrialiste ed altri che imputano alla scuola le difficolt\u00e0 da parte delle imprese di trovare manodopera qualificata e, quindi, propongono una didattica per competenze. Le parole occupabilit\u00e0 e competenze sono le pi\u00f9 usate nel discutere del processo di inserimento professionale alla vita lavorativa dei giovani e una rapida ricerca sui testi anche pi\u00f9 recenti, dalle norme alle relazioni, dai progetti europei alla bibliografia dedicata, mostra come la qualit\u00e0 delle competenze venga sempre legata alla maggiore occupabilit\u00e0. Al di l\u00e0 della posizione assunta nel dibattito che mette in conflitto occupazione e occupabilit\u00e0, competenze e conoscenze, si tratta di una relazione forte che richiede investimenti specifici e politiche adeguate. L\u2019adesione senza riserve a uno dei due schieramenti, fa correre il rischio \u2013 a giudizio di chi scrive &#8211; di dimenticare che proprio in mezzo stanno le persone in cerca di lavoro che chiedono strumenti e possibilit\u00e0. Il dibattito che c\u2019\u00e8 stato in questi anni potrebbe essere recuperato, invece, per costruire un nuovo statuto di politiche attive per il lavoro che abbia nell\u2019orientamento il suo nucleo centrale e che esca dall\u2019esclusiva dimensione psicologica della presa in carico del giovane o della giovane in cerca d\u2019occupazione. Non tutti, a volte nemmeno i cittadini, conoscono il ruolo dei servizi per il lavoro e dei centri di orientamento regionali e, forse, sarebbe il momento di valorizzare alcune esperienze regionali virtuose e metterle a sistema, invece di inventare ogni volta qualcosa di nuovo che spesso 4 si sovrappone ad attivit\u00e0 in corso mettendo in confusione l\u2019intero sistema. Spesso, infatti, \u00e8 proprio la dimensione territoriale a essere carente, la conoscenza del tessuto economico, delle sue caratteristiche, delle sue richieste e delle sue potenzialit\u00e0. I servizi per il lavoro, di competenza delle regioni, dovrebbero essere valorizzati e continuamente riqualificati; non possiamo pensare ai navigator come funzionari erranti alla ricerca di un tirocinio retribuito per mettere un \u201cpi\u00f9 uno\u201d sulla statistica o ai servizi come erogatori di bonus assunzioni \u201ca pioggia\u201d che, spesso, vengono concessi per assunzioni che ci sarebbero comunque state. Per far fronte alle esigenze di conoscenza, tanto pi\u00f9 adesso, di un mercato del lavoro instabile, servono maggiori investimenti in quanto i servizi per il lavoro sono sottodimensionati. Il modello italiano, infatti, si caratterizza per una spesa nettamente inferiore a quella, per esempio, di Francia e Germania e la creazione dell\u2019ANPAL (Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro), pur con il lodevole obiettivo di potenziare i servizi per il lavoro, non sembra aver, almeno per ora, migliorato la situazione, anzi non si vede nemmeno all\u2019orizzonte un piano d\u2019azione concreto per far fronte alla crisi occupazionale generata dal Covid-19. Una mappatura del territorio, con una attenzione specifica alle aziende che innovano ed assumono, una rivalutazione della fabbrica che spesso, rispetto alla bassa gamma dei servizi, propone posizioni, tutele e salari migliori, chiarezza sul ruolo dei tirocini e dell\u2019apprendistato che, colpevolmente, si stanno facendo concorrenza, un investimento continuo sulla formazione, anche condivisa con le aziende, con l\u2019occhio attento non solo a quello che sta succedendo, ma anche a quello che succeder\u00e0. Ognuna delle questioni elencate meriterebbe una discussione approfondita; per\u00f2 credo che uscire dalla strada segnata da posizioni inconciliabili, mettendo anche ordine tra questi orizzonti semantici distinti e individuando per le parole utilizzate significato e strumenti, potrebbe aprire delle strade che fino a ora sono state precluse. In questo quadro, comunque, bisogna riconoscere che l\u2019attivazione del Fondo Nuove Competenze, pur non essendo esso rivolto specificatamente ai giovani, rappresenta un primo passo verso un cambio di paradigma delle politiche attive. Sebbene, almeno per ora, siano poche le aziende che lo hanno reso operativo, il suo utilizzo potrebbe diventare uno dei perni sui quali costruire il cambiamento. Il Fondo, infatti, \u00e8 costituito da contributi finanziari per tutti i datori di lavoro privati che hanno stipulato accordi collettivi per la rimodulazione dell\u2019orario e consente di ottenere un calo del costo per dipendente di massimo 250 ore. Durante le 250 ore i lavoratori e le lavoratrici partecipano a un percorso formativo condiviso e migliorano le proprie competenze. Non subiscono, per\u00f2, una riduzione del salario che, grazie al Fondo, rimane intatto nonostante la riduzione dell\u2019orario (a differenza di quanto accade con gli ammortizzatori sociali). L\u2019obiettivo \u00e8 quello di utilizzare il momento di crisi delle aziende per potenziare le cosiddette \u201cskills\u201d del personale (che 5 saranno certificate) e\/o favorire percorsi di ricollocazione nel caso siano previsti esuberi. Il fatto che sia necessario un accordo collettivo e una stretta collaborazione tra parti sociali e datoriali e che non ci siano riduzioni salariali rende il Fondo uno strumento molto funzionale per fronteggiare l\u2019emergenza sanitaria; tuttavia i limiti temporali (scadenza 31 dicembre 2020, ma si immagina ci saranno delle proroghe) e di governance rischiano di penalizzare le imprese pi\u00f9 piccole e i lavoratori pi\u00f9 svantaggiati sul piano occupazionale. Non solo, per funzionare a pieno ritmo il Fondo avrebbe bisogno dell\u2019intervento delle Regioni per il finanziamento dei percorsi formativi, oltre alle risorse dei Programmi operativi nazionali del Recovery Plan per allargare la platea dei beneficiari. Il Fondo Nuove Competenze, a mio giudizio, apre la strada a un ripensamento delle politiche attive in quanto prevede una condivisione spinta dei percorsi non solo in relazione alla crisi attuale, ma anche ai cambiamenti che sar\u00e0 necessario accompagnare o, meglio, prevenire per accrescere la qualit\u00e0 del lavoro negli anni futuri. Quindi, almeno in teoria, oltre a un forte sviluppo della professionalit\u00e0 dei lavoratori e delle lavoratrici, si potr\u00e0 ottenere un quadro abbastanza nitido del nostro sistema industriale da utilizzare per programmare la formazione futura. Inoltre, l\u2019idea che il periodo di formazione debba essere remunerato \u201ccome il lavoro\u201d potrebbe essere utile per fare il punto su tirocini extracurriculari e apprendistato. E questo s\u00ec \u00e8 un tema che interessa specialmente i giovani.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Loredana Panariti Ripropongo qui un testo pubblicato nel gennaio 2021 sul sito della Societ\u00e0 Italiana di Storia del lavoro (https:\/\/www.storialavoro.it\/) nella sezione Al presente. Il mercato del lavoro italiano, dopo le due ondate pandemiche e le misure di contenimento adottate per evitare la diffusione del virus, mostra un importante aumento del tasso di disoccupazione. 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