{"id":4312,"date":"2022-10-26T20:42:16","date_gmt":"2022-10-26T18:42:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=4312"},"modified":"2022-10-26T20:43:19","modified_gmt":"2022-10-26T18:43:19","slug":"dal-grigio-al-verde","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2022\/10\/26\/dal-grigio-al-verde\/","title":{"rendered":"Dal grigio al verde"},"content":{"rendered":"\n<p>di Anna Cecchini del 26\/10\/2022<\/p>\n\n\n\n<p>Trasformare il grigio in verde. Creare una rete ecologica che collega paesaggi naturali e culturali di alto valore, rispettando le esigenze economiche, sociali e culturali delle comunit\u00e0 locali. Questa la visione delle Giornate della Cortina Verde Europea, il progetto lanciato dall\u2019European Green Belt Initiative, che il mese scorso ha fatto tappa nel goriziano con un evento organizzato dall\u2019associazione Adriatic Greenet, in collaborazione con ANPI provinciale e Kinoatelje.<\/p>\n\n\n\n<p>Lungo l\u2019ex Cortina di ferro, che ha diviso il continente europeo in est e ovest, si \u00e8 sviluppata una straordinaria rete ecologica e un paesaggio di memoria vivente. Attraverso 24 paesi e pi\u00f9 di 12.500 chilometri \u2013 dal Mare di Barents al confine russo-norvegese, lungo la costa baltica, attraverso l&#8217;Europa centrale e i Balcani fino al Mar Nero e all\u2019Adriatico \u2013 si sono finalmente creati nuovi spazi e connessioni tra i popoli, che oggi sappiamo essere sconvolti da nuove guerre, a testimonianza della loro fragilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Una cintura che, da nord a sud, attraversa un&#8217;enorme variet\u00e0 di paesaggi naturali e antropologici e che vogliamo immaginare come la spina dorsale di una rete ecologica e di pace paneuropea, da connotare con infrastrutture verdi per armonizzare le attivit\u00e0 umane e l&#8217;ambiente e creare occasioni di sviluppo per le comunit\u00e0 locali.<\/p>\n\n\n\n<p>Un piccolo ma fondamentale tratto di questa rete attraversa proprio il nostro territorio (Adriatici Green Belt) ed \u00e8 quello che domenica 18 settembre abbiamo percorso a piedi e in bicicletta per vivere assieme l\u2019esperienza del museo diffuso.<\/p>\n\n\n\n<p>La giornata non poteva che cominciare dalla piazza Transalpina \u2013 Evropa Trg, luogo simbolo dal 2004 della caduta del confine tra Italia e Slovenia. Con la guida di David Ko\u017euh, curatore del Gori\u0161ki muzej di Nova Gorica, abbiamo ripercorso la travagliata storia della citt\u00e0 del Novecento, culminata nel 1947 con il tracciamento del confine tra Italia e Jugoslavia e l\u2019innalzamento dei fili spinati. Costruita nel 1906 sotto il governo asburgico per collegare Gorizia con il cuore dell\u2019Impero, unita al centro cittadino, a S. Pietro e alla stazione Meridionale con un\u2019efficiente e trafficata linea tranviaria, che Ko\u017euh ci ricorda staccasse ben 4000 biglietti giornalieri, la Transalpina, dopo il 2004 e ancor pi\u00f9 nel 2009, \u00e8 tornata a rappresentare il fulcro della connessione transfrontaliera ed \u00e8 diventata il simbolo di CEC 2025.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli eventi storici del Novecento sono rappresentati dal mosaico circolare che reca l\u2019esplosione dei numeri 57 e 15, che identificavano il cippo confinario, e dalla placca metallica che identifica il punto esatto della frontiera, &nbsp;che \u00e8 diventato il luogo pi\u00f9 fotografato di Gorizia. Abbiamo ricordato come anche l\u2019innalzamento della rete divisoria nel 2020 a causa della pandemia sia stato vissuto con rinnovata sofferenza da entrambe le comunit\u00e0 e che, in quell\u2019occasione, la Transalpina si era trasformata nel punto di ritrovo tra goriziani e novagoriziani per i quotidiani scambi di notizie, documenti, generi alimentari, per partite di pallavolo e brindisi oltre la rete, a testimoniare che qualunque muro \u00e8 ormai impossibile da sopportare.<\/p>\n\n\n\n<p>Da qui la considerazione che qualunque progetto concepito in occasione di CEC 2025 non possa prescindere dal sentire comune e dall\u2019esigenza di mantenere il senso di apertura e di rispetto della connessione spaziale e culturale, patrimonio consolidato della cittadinanza.<\/p>\n\n\n\n<p>Una breve visita con la guida di Nika \u0160imac alla Collezione museale Kolodvor nell\u2019edificio della stazione ferroviaria permette di esplorare la sua raccolta di materiale audiovisivo e documentale sulla nascita del confine italo \u2013 jugoslavo, sullo shock culturale subito dalla popolazione, gi\u00e0 duramente provata da due guerre mondiali, che dovette decidere dall\u2019oggi al domani dove vivere e accettare l\u2019imposizione di una separazione lacerante.<br>Tra tante foto emblematiche, spicca quella del matrimonio immortalato da una foto scattata sul lato italiano con il filo spinato e la Transalpina sullo sfondo. Scopriamo che il futuro marito, rimasto in Jugoslavia, era fuggito in Austria e poi negli Usa, per poi far ritorno a Gorizia e sposare la fidanzata cittadina italiana. La foto fu scattata proprio sul confine per permettere ai parenti jugoslavi \u2013 che si notano a margine dell\u2019inquadratura \u2013 di essere immortalati nella foto ricordo.<br>Dalla Transalpina ci dirigiamo a piedi verso il valico di Rafut, attraversando la galleria ciclopedonale sotto il monastero di Kostanjevica. Circa a met\u00e0 della galleria se volgete lo sguardo in alto a sinistra vedrete una targa in lingua slovena che tradotta ci dice \u201cQui ci siamo amati, completamente nudi\u201d . Rimane la curiosit\u00e0 per un amore cos\u00ec grande da meritare una targa in una buia galleria.<br>A Rafut ci aspettano aneddoti curiosi, come quello di un noto senzatetto italiano che nel \u201947 ebbe la disgrazia di andare a finire i propri giorni in una stalla di l\u00e0 dal confine e che non pot\u00e9 ricevere a lungo degna sepoltura a causa delle diatribe confinarie. Fin\u00ec che per procedere all\u2019inumazione si dovette scavare un buco sotto la frontiera, trasferire la salma in Italia e procedere finalmente alle esequie.<br>Ma a Rafut c\u2019\u00e8 anche un\u2019altra piccola chicca, il museo del contrabbando, al quale ci accompagna Davor Miheli\u010d. Due piccole stanze allestite in quello che fu il posto di controllo, con tanto di arredi originali e di reperti di ogni genere per raccontare gli ingegnosi artifici messi in atto da ambo le parti per continuare a fare ci\u00f2 che il confine pensava di poter interrompere: incontrarsi e scambiarsi quel che manca. Caff\u00e8 e grappa, giornali e carne, oggetti del desiderio o della necessit\u00e0, valuta nascosta nel sellino di una bici e dentro i tacchi delle scarpe. E quella domanda impressa sulle pareti che ci ha sempre impaurito e che \u00e8 durata per troppo tempo: \u201cImate kaj za prijaviti?\u201d \u201cHa qualcosa da dichiarare?\u201d.<br>Da Rafut ci spostiamo in direzione di Merna. Il percorso pu\u00f2 essere fatto agevolmente in bicicletta, in gran parte lungo le piste ciclabili slovene, per raggiungere torretta di controllo confinario che si trova proprio di fronte all\u2019ingresso dell\u2019aeroporto. Giungendovi in auto da Gorizia, si deve attraversare la statale e costeggiare il perimetro del complesso della Guardia di finanza tra orti, campi e vigne e, dopo aver sconfinato &#8211; ce ne accorgiamo perch\u00e9 sopravvive un cartello indicatore -, si raggiunge il manufatto in mattoni rossi.<br>Si tratta del pi\u00f9 piccolo museo della Slovenia, primato conteso con un minuscolo tabacchino a Maribor, solo due metri per due, e una scala che sale all\u2019osservatorio che consente un\u2019ampia visuale sulla pianura a est del centro abitato. Si tratta di un edificio che rappresenta la frontiera in tutta la sua drammaticit\u00e0, assieme al ricordo dei graniciari, le guardie di confine reclutate tra i militari serbi, bosniaci o macedoni perch\u00e9 non possedevano legami con il territorio e non avrebbero avuto remore a sparare senza esitazione a chi provava a passare clandestinamente il confine. Il flusso era costante e i graniciari che riuscivano \u201cfermare\u201d il fuggitivo erano premiati con un giorno di ferie supplementare.<br>Il numero di persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l\u2019Italia non \u00e8 noto. I documenti sono ancora coperti dalla segretezza e la supposizione di almeno 300 vittime nel mezzo secolo di sopravvivenza del confine \u00e8 affidata ai \u201csi dice\u201d, cos\u00ec come le possibili aree di occultamento delle vittime, forse il bosco del Panovec, o anche i depositi di calce delle fornaci di Salcano. Nell\u2019attesa di ristabilire la verit\u00e0 storica quando anche l\u2019ultima cortina della Guerra Fredda verr\u00e0 sollevata, assieme a quella delle vittime dei flussi irregolari degli ultimi decenni provenienti dalla rotta balcanica, non sono mancati i racconti di quelle fra le temute guardie di confine che sono state capaci di chiuso un occhio per consentire a qualcuno di raggiungere una vita diversa da quella toccatagli in sorte.<br>Dalla torretta di avvistamento al piccolo cimitero di Merna nei pressi dell\u2019ex valico confinario ci sono poche centinaia di metri. Anche qui si \u00e8 ha voluta lasciare una traccia delle vicende del Novecento. Se lo visiterete, potrete vedere un tratto della cosiddetta \u201clinea francese\u201d, la prima ad essere tracciata dagli alleati con un barattolo di calce e che non risparmi\u00f2 neppure i morti. Fortunatamente superata dal confine definitivo, che destin\u00f2 alla Juogoslavia l\u2019intero cimitero, oggi la linea della memoria reca su tutta la sua lunghezza la frase \u201cSpomini se name\u201d Ricordati di me\u201d, taglia a met\u00e0 perfino una tomba e ci rammenta che solo negli anni \u201950 fu possibile visitare il cimitero e i propri morti, ma non pi\u00f9 di due volte al mese, sopportando rigidi controlli che si allentavano solo in occasione del 2 novembre, trasformando il giorno dei morti in quello pi\u00f9 propizio per le fughe.<br>Il programma della giornata ci porta ora dalla pianura al piccolo centro carsico di Sela na Krasu, teatro di aspri combattimenti durante la Grande Guerra.<br>Attraversiamo il bosco di pini neri devastato dagli incendi di luglio, dove tra i tronchi anneriti cominciano a spuntare i primi ciuffi di scotani e che ci ricordano le terribili giornate in cui Italia e Slovenia hanno combattuto fianco a fianco una battaglia durissima contro il fuoco, che, come i cambiamenti climatici, se ne frega dei confini e colpisce seguendo altre logiche, evidenziando la trascuratezza umana nei confronti del territorio e dell\u2019ambiente.<br>Dopo un piacevole momento conviviale in un agriturismo locale, l\u2019ultima parte della giornata ci riporta in cammino per raggiungere lo \u0160pik, osservatorio privilegiato affacciato sul Golfo di Trieste e sul vallone di Brestovica. I roghi hanno devastato la vegetazione e aperto nuovi varchi, svelato cippi, torrette di osservazione e trincee prima invisibili, lasciandoci riflettere ancora sulle complesse vicende di questo tormentato confine e sulla fragilit\u00e0 dei territori.<br>La giornata si conclude sulla vetta del Kremenjak, dove la vista spazia da Grado al Nanos, per l\u2019ennesima foto di gruppo che sigla il termine di una giornata ricca di spunti e di interrogativi, ancora pi\u00f9 consapevoli della complessit\u00e0 di ci\u00f2 che siamo e della necessit\u00e0 di affrontare le sfide del futuro nel rispetto della memoria di ciascuno e dell\u2019ambiente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Anna Cecchini del 26\/10\/2022 Trasformare il grigio in verde. Creare una rete ecologica che collega paesaggi naturali e culturali di alto valore, rispettando le esigenze economiche, sociali e culturali delle comunit\u00e0 locali. 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