{"id":4302,"date":"2022-10-20T10:38:35","date_gmt":"2022-10-20T08:38:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=4302"},"modified":"2022-10-20T10:38:37","modified_gmt":"2022-10-20T08:38:37","slug":"la-ragazza-che-ascoltava-gli-uccelli","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2022\/10\/20\/la-ragazza-che-ascoltava-gli-uccelli\/","title":{"rendered":"La ragazza che ascoltava gli uccelli"},"content":{"rendered":"\n<p>di Agata Toma\u017ei\u010d<\/p>\n\n\n\n<p>Traduzione italiana di Lucia Gaja Scuteri<\/p>\n\n\n\n<p>Certe volte diventa davvero intollerabile. Questo loro fragoroso becchett\u00eco mi ha svegliata. E come se non bastasse, si sono anche messi a litigare per il boccone pi\u00f9 ghiotto, altro che riaddormentarmi. Si sente proprio tutto, malgrado i doppi vetri e gli infissi ben serrati. Quello l\u00ec vorrebbe un seme di zucca, quell\u2019altro preferirebbe i semi di lino per la loro simpatica croccantezza, i pi\u00f9 giovani s\u2019ingozzano voraci di pane sbriciolato, mentre le femmine non ne vogliono sapere delle palline di grasso. Chi l\u2019avrebbe mai detto che tordi bottacci, pettirossi, cinciarelle e verdoni non sono disposti a rimpinzarsi la panza di tutto quello che gli capita sotto becco. Sono proprio schizzinosi gli abitanti di questo nostro parco. Chi l\u2019avrebbe mai detto. E chi direbbe mai anche tanto altro ancora, lo so, lo so. Ma una volta appresi questi particolari, e anche tutto il resto, tapparsi le orecchie diventa praticamente impossibile. Anche dimenticare, credetemi.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ebbe inizio nella giornata di scienze. A scuola la maestra, nell\u2019ora introduttiva alla scoperta della natura, prima ci aveva spiegato che gli scienziati hanno classificato gli uccelli in pi\u00f9 ordini e sottospecie e che, tra le varie categorie, c\u2019\u00e8 l\u2019insieme degli uccelli canterini che tanto ci rallegrano con il proprio canto melodioso. Poi inizi\u00f2 la giornata di scienze vera e propria, e venimmo sguinzagliati nel bosco nei pressi della scuola per poter osservare gli animali che l\u2019abitano. Ci distribuirono delle schede didattiche con il compito di disegnarvi e scrivervi sopra tutto quello che vedevamo e udivamo. I miei compagni di classe si sparpagliarono per il sottobosco, per rispuntarne fuori con imbranati disegnini di lumaconi, limacce, scoiattoli, gazze, cinciallegre e qui e l\u00ec anche di qualche bruco. Grande fu l\u2019entusiasmo scatenato da una compagna di classe e dalla sua scheda, su cui aveva fatto lo schizzo di nientepopodimeno che \u2013 un cinghiale. In seguito si venne tuttavia a scoprire che, in realt\u00e0, aveva frainteso il respiro rantoloso di un bulldog francese portato a passeggiare nel bosco da qualcuno ed era scappata a gambe levate in preda al panico, convinta di essere sfuggita al pericoloso suino per un soffio. La maestra per questo le abbass\u00f2 il voto, il che sollev\u00f2 non poca polvere. Ma neanche lontanamente tanta quanta ne sollevai io, o meglio, la mia scheda.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio la maestra non mi voleva mettere proprio nessun voto. Dopo un\u2019ora mi fece cenno di avvicinarmi alla cattedra, mi prese molto delicatamente per mano e con voce gentile mi preg\u00f2 di far venire a scuola i miei genitori. Nonostante non fossi certo un\u2019alunna particolarmente brillante, mi sembr\u00f2 eccessivo, secondo me mi ero impegnata al massimo, per questo mi si riempirono gli occhi di lacrime. La maestra cerc\u00f2 di abbracciarmi per consolarmi, io invece, mortificatissima, mi divincolavo. Alla fine mi riconsegn\u00f2 la mia scheda con su tracciato soltanto un grande punto interrogativo rosso. Solo allora scoppiai in un pianto inconsolabile! In un unico scarabocchio rosso aveva sminuito tutte le mie aspirazioni scientifiche, tutte le mie \u2013 ehm trascrizioni delle conversazioni che mi erano giunte all\u2019orecchio dall\u2019alto degli alberi e dei rami sovrastanti. A distinguere la mia scheda dalle relazioni della giornata di scienze consegnate dai miei compagni di classe, era il dettaglio che loro, se avevano avvistato un picchio avevano disegnato un generico uccello che percuote un tronco col becco, scrivendo sotto \u00abToc, toc, toc\u00bb. Anche io avevo disegnato un picchio, ma in calce avevo scritto qualcosa sullo stile di: \u00abPorca puttana, ma ancora per quanto dovr\u00f2 continuare a picchiare qui prima di trovare lo stramaledetto primo strato di coleotteri, merda, sto morendo di fame e invece niente\u00bb. Avevo scritto quello che avevo udito. Anche quando non ne avevo capito bene il senso: \u00abUffa, qualcuno si da una mossa e mi feconda?!\u00bb si era spanso per il bosco per becco di una giovane femmina di merlo. Un maschio di tortora orientale, di cui avevo inconsapevolmente intercettato il richiamo di accoppiamento, aveva invece detto: \u00abDov\u2019\u00e8 qualche uccellina piccina picci\u00f2, cos\u00ec me la trombo un po\u2019?\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Per i miei genitori che, da bravi psicologi, fino a quel momento non erano mai stati particolarmente severi, fu la goccia che fece traboccare il vaso. No, questa non \u00e8 l\u2019espressione giusta. Ecco, assunsero un atteggiamento pi\u00f9 cauto nei miei confronti, parlavano con me sussurrando e poi alla fine, su insistenza della nonna, mi iscrissero a pianoforte e a un corso di danza espressiva. Odiavo entrambe le cose dal profondo del cuore, ma da allora in poi i marted\u00ec e i gioved\u00ec pomeriggio divennero l\u2019occasione per poter andare da sola in centro, dove, in quella manciata di minuti prima dell\u2019arrivo dell\u2019autobus che mi riportava in periferia, potevo ascoltare l\u2019allegro chiacchericcio dei piccioni di citt\u00e0. Nelle giornate pi\u00f9 miti gironzolavo in preda all\u2019estasi e tutta imbambolata nei pressi della fontana, osservandoli mentre se la spassavano nell\u2019acqua stagnante. Si schizzavano e si prendevano in giro, alcuni avevano anche la lingua piuttosto biforcuta, mai offensiva per\u00f2. Cosa non avrei dato per potermi unire a loro! Forse lo sapevano anche loro cosa mi frullava per la testa visto che, per miracolo, mi permettevano di avvicinarmi tantissimo. Non \u00e8 mai accaduto che qualche piccione se ne volasse via, sbattendo le ali spaventato.<\/p>\n\n\n\n<p>Se la vista di una bambina che si lascia spruzzare dai piccioni nella fontana cittadina ha un che di leggiadro, quasi uno scorcio da cartolina, una fanciulla adolescente che al viaggio di maturit\u00e0 si concentra sui gabbiani anzich\u00e9 abbandonarsi alle consuete perversioni pubescenti, si ritrova invece ben presto affibbiati nomignoli e attributi niente affatto clementi da coetanei impietosi. Giunta all\u2019ultimo anno di liceo ero ormai quasi pronta a credere ai loro insulti, ma me ne infischiavo. Sono bislacca, emb\u00e8, dissi tra me e me quella mattina presto, poco prima dell\u2019alba, mentre, da qualche parte sulla costa spagnola, stavo ferma sul molo intenta a fissare uno stormo di gabbiani che sorvolava un piccolo peschereccio. A orecchie tese vagavo con lo sguardo nell\u2019infinito azzurro cielo, incurante del fatto che i miei compagni di classe, al momento impegnati a sprofondare uno dopo l\u2019altro in un sonno alcolico e delirante in camere d\u2019albergo da quattro soldi, non sentissero la mia mancanza. All\u2019improvviso la fulgida sfera colp\u00ec la superficie luccicante del mare e nell\u2019immensit\u00e0 del momento, io distesi le braccia, e un vero e proprio autentico garrito di gabbiano mi proruppe dalla gola. Un vecchietto rimasto sul molo a riparare le retiche prima, nella penombra mattutina, non avevo neanche notato, trasal\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel frattempo, anche i miei genitori avevano abbandonato qualsivoglia speranza che la figlia, seguendo le loro orme, avrebbe optato per una qualche disciplina umanistica \u2013 era pi\u00f9 che evidente, infatti, che le persone, di sesso maschile o femminile che fossero, non mi andavano particolarmente a genio. Mia madre perci\u00f2 si adoper\u00f2 con discrezione affinch\u00e9 potessi iscrivermi a biologia nonostante dei voti alquanto bruttini nelle materie tecnico-scientifiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio ingenuo confidare in un fato finora avverso che adesso, invece, all\u2019universit\u00e0, mi avrebbe finalmente fatto incrociare anime affini dalle sembianze umane, si dimostr\u00f2 del tutto infondato, fin dalle prime lezioni. Compagni di studi e docenti si rivelarono essere un brancodi cinici insensibili dal cuore di pietra, interessati pi\u00f9 alle specifiche caratteristiche morfologiche e anatomiche degli invertebrati e agli equivalenti calorici e ai quozienti respiratori, gentaglia che non si \u00e8 mai chiesta, neanche una volta, cosa&nbsp;<em>PENSASSERO<\/em>&nbsp;gli animali che dissezionavamo \u2013 e non solo sulla carta<em>.<\/em>&nbsp;Per questo i miei momenti migliori non li ho vissuti in aula o in laboratorio, ma sull\u2019acciottolato di ghiaia del parcheggio antistante l\u2019universit\u00e0. L\u00ec vicino c\u2019era, infatti, un\u2019albereta popolata da una nutrita colonia di cornacchie grigie. Quegli intelligenti volatili, annoiati dalla routine quotidiana, come del resto tutti gli animali pensanti, si erano inventati un passatempo abbastanza complicato incentrato sulle targhe delle automobili in arrivo. Ovviamente, avendole sentite battibeccare tra di loro e accusarsi reciprocamente di imbrogli e conteggi sbagliati, ci avevo messo ben poco a capire in cosa consistesse. L\u2019essenza del gioco era nelle scommesse: si scommetteva sulla somma dei numeri di targa delle auto in arrivo, qualcosa dipendeva anche dall\u2019ora e dal giorno della settimana, piuttosto complicato insomma, ammetto di aver un po\u2019 dimenticato, purtroppo non sono cos\u00ec intelligente come loro.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni nuova autovettura che si parcheggiava, veniva accolta dalle cornacchie grigie con versi che i miei colleghi, e la gente in generale, interpretavano come insistente gracch\u00eco di volatili importuni, mentre io invece sapevo che si stavano rallegrando di questo o di quell\u2019altro numero, stavano rincuorando una giocatrice cui non si prospettava nulla di buono, o che, non di rado verso la fine, le pi\u00f9 vanagloriose e arroganti stavano gi\u00e0 apertamente festeggiando la quasi vittoria. Ascoltarle era puro godimento e avrei fatto di tutto pur di potermi unire a loro. Trascorrevo ore e ore a fissare malinconica verso l\u2019alto, osservandole saltellare da un ramo all\u2019altro nelle chiome di quei pioppi e ascoltandole. Che strano, a pensarci non ho mai intercettato neanche mezza parola su di me, sebbene le cornacchie non si contenessero certo con mordaci osservazioni e sentenze a scapito dei miei colleghi. Questi ultimi, a loro volta, giocavano la propria partita: mi studiavano dalle finestre dell\u2019aula, facendo a gara a chi avrebbe escogitato l\u2019espressione pi\u00f9 denigratoria del mio comportamento.<\/p>\n\n\n\n<p>In quattro lunghi anni non riuscii a trovare alcun terreno comune con i compagni di corso e cos\u00ec, quando spuntai dalla lista anche l\u2019ultimo esame e non mi restava che la laurea, provai autentico sollievo. Scelsi come relatore il professore di Etologia, mentre il titolo provvisorio della mia tesi di laurea triennale era&nbsp;<em>Impatto del cambiamento climatico, in particolare del disseccamento degli ambienti palustri sul verso dell\u2019albanella reale, del chiurlo maggiore e dello stiaccino.&nbsp;<\/em>Le suddette specie di uccelli vivono tutte nel Ljubljansko Barje, la palude di Ljubljana, e quindi ho trascorso un anno e mezzo tra i prati alluvionati di Barje in tutte le condizioni climatiche possibili e immaginabili. In primavera mi congelavo e contemplavo le nebbioline levantesi dal terreno torboso nelle ore prima dell\u2019aurora, d\u2019estate accompagnavo con sguardo sollevato il dileguarsi della fulgida sfera da qualche parte dietro il Monte Krim, lasciando cos\u00ec il palco agli uccelli che pi\u00f9 di tutto prediligono farsi vivi al tramontar o allo spuntar del sole. Mi ero messa d\u2019accordo con i membri dell\u2019associazione dei cacciatori e mi ero arrangiata un laboratorio sul campo in una delle loro postazioni di caccia. Vi avevo portato i miei strumenti di lavoro: un rivelatore acustico, un telescopio portatile, le cuffie e un quadernetto.<\/p>\n\n\n\n<p>Era fine agosto. Nell\u2019aria vibrava una calura che prometteva tempesta. Madida, col vestito appiccicato addosso, scacciavo di continuo tafani molesti e zanzare seccatrici. Faceva un caldo cos\u00ec soffocante che gli uccelli s\u2019erano ammutoliti. Poi giunse uno stormo di rondini. Si distribuirono sui fili dell\u2019alta tensione e si misero a garrire animatamente sull\u2019indomani, su quando cio\u00e8 sarebbero ripartite alle prime luci dell\u2019alba. Cinguettavano tra di loro sui laghi e i fiumi che avrebbero sorvolato, sull\u2019infinito azzurro oceano mare su cui per lunghe ore non avrebbero potuto n\u00e9 riposarsi n\u00e9 rilassare le ali, rammentavano le verdeggianti verdi praterie dove avevano svernato negli anni passati e che ogni volta le accoglievano con cibo in abbondanza e gradevole tepore, perch\u00e9 mai non dovrebbe essere cos\u00ec anche quest\u2019anno?&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Seppi allora: adesso o mai pi\u00f9. Riposi le cuffie. Non m\u2019importava della laurea. Non m\u2019importava di certificati comprovanti la mia formazione, n\u00e9 dei professori e dei colleghi o di mia madre e mio padre, in effetti non mi veniva in mente neanche un essere umano cui sarei potuta mancare, se me ne fossi andata. Se mi fossi aggregata allo stormo e me ne fossi volata via con lui. Perch\u00e9 no, allora? Mi arrampicai sulla ringhiera della postazione, feci dei battiti di prova con le braccia e gracchiai a squarciagola il saluto rondinesco. Poi mi diedi una spinta e mi librai in volo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Fu un cacciatore a trovarmi, a notte inoltrata. Mi hanno riferito che ha chiamato con il cellulare l\u2019ambulanza che mi ha poi trasportata in ospedale. Ci sono volute due settimane per guarire da tutte le ferite riportate, che qui, per\u00f2, non mi va di stare a elencare. Tra le varie cose, ho subito una commozione cerebrale e mia mamma, che viene spesso a farmi visita, ha espresso a tal proposito la speranza che il colpo alla testa ne avesse spazzato via stupidaggini come il mettersi a origliare gli uccelli. Us\u00f2 proprio queste parole. Ne ho dedotto che non desiderava io continuassi con il mio lavoro scientifico, anzi ancor di pi\u00f9, che per lei \u00e8 fonte di vergogna e imbarazzo. Ho deciso quindi di accontentarla in tutto, anche per questo motivo ho acconsentito alle cure.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono stata perci\u00f2 trasferita dalla Traumatologia del Policlinico di Ljubljana in un\u2019altra clinica. A nord, nella Gorenjska, all\u2019interno del bellissimo castello di Begunje. Gli ambienti sono straordinariamente ben attrezzati, ho una stanza tutta per me e non mi manca niente. A breve forse chieder\u00f2 a quel medico con cui parlo molto, ovviamente non di uccelli, di darmi l\u2019autorizzazione per portare qui le apparecchiature che ho lasciato alla postazione di caccia. Vorrei continuare con il mio lavoro, mia madre per\u00f2 non deve assolutamente scoprirlo. Sar\u00e0 anche vero che qui non ci sono stiaccini, chiurli e albanelle reali, ci sono, per\u00f2, tantissime altre specie altrettanto loquaci. Una famiglia di tordi bottacci che frequenta una casetta per uccelli di questo nostro parco, ad esempio, \u00e8 incredibilmente divertente. Potrei stare ad ascoltarla per ore e ore, e alle volte rido fino alle lacrime delle loro trovate e battute. Il mio preferito \u00e8 un esemplare maschio della nidiata dell\u2019anno scorso. Non riesco neanche a immaginare di trascorrere un\u2019intera giornata senza poterlo vedere o sentire. \u00c8 infinitamente spiritoso e cos\u00ec mi sto appuntando tutto in un quaderno speciale: sulla pagina di sinistra le sue affermazioni e sulla pagina di destra le mie repliche. Lo so, lo so, lui non mi capisce, eppure desidero dal profondo del cuore che un giorno gli potr\u00f2 finalmente leggere qualche pagina del mio diario segreto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>La ragazza che ascoltava gli uccelli&nbsp;\u00e8 un racconto breve tratto dalla raccolta&nbsp;\u010cesar ne more\u0161 povedati frizerki&nbsp;(Goga, 2015) con cui l\u2019autrice slovena Agata Toma\u017ei\u010d ha partecipato alla prima fase del progetto&nbsp;<a href=\"http:\/\/cela-europe.com\/\">CELA<\/a>, che mira alla promozione delle letterature europee considerate minori attraverso la collaborazione tra figure emergenti della scrittura, della traduzione e del mercato editoriale di diversi paesi.<\/em><em><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Da Estranei<\/em><em><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Toma\u017ei\u010d \u00e8 nata nel 1977 a Lubiana, dove lavora come scrittrice, redattrice, insegnante di scrittura giornalistica e comunicatrice scientifica per il Centro di Ricerca dell\u2019Accademia Slovena per le Arti e le Scienze. Per anni \u00e8 stata giornalista del principale quotidiano sloveno, \u201cDelo\u201d, curandone tra l\u2019altro l\u2019inserto culturale \u201cPanorama\u201d. Si \u00e8 occupata di traduzione di narrativa e di saggistica dall\u2019inglese e dal francese. Ha scritto e continua a scrivere articoli, rubriche e reportage per diversi quotidiani, periodici e portali sloveni. Ha pubblicato due raccolte di racconti:&nbsp;\u010cesar ne more\u0161 povedati frizerki&nbsp;(Goga, 2015),&nbsp;No\u017e v ustih&nbsp;(Goga, 2020); la raccolta di reportage di viaggio&nbsp;Zakaj potujete v take de\u017eele?&nbsp;(CZ, 2016) per cui ha vinto il premio&nbsp;krilata \u017eelva. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo romanzo,&nbsp;Tik pod nebom&nbsp;(Goga). \u00c8 co-autrice di&nbsp;Blodnik po Istri&nbsp;(Dru\u0161tvo za dolgovezenje, 2019), una pubblicazione ibrida che spazia tra vari generi: dal diario di viaggio al reportage, dal racconto breve alla voce enciclopedica, dal quiz all\u2019intervista. Suoi sono anche i testi in&nbsp;Doma\u010de knji\u017enice&nbsp;(Outsider, 2019), progetto fotografico e storico-orale intergenerazionale sorto nell\u2019ambito di Lubiana&nbsp;<a href=\"https:\/\/ljubljanacityofliterature.com\/faces.html\">citt\u00e0 della letteratura UNESCO<\/a>&nbsp;sulla cultura della lettura nell\u2019era dei social attraverso il prisma delle storie, delle libere associazioni e delle memorie che ogni libreria domestica custodisce.<\/em><em>&nbsp;<\/em><em>In autunno &nbsp;uscir\u00e0 per i tipi di&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.goga.si\/\">Goga<\/a>&nbsp;il suo secondo romanzo,&nbsp;\u010crmljev \u017eleb, scritto interamente nell\u2019ambito del progetto CELA.<\/em><em>&nbsp;<\/em><em><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Agata Toma\u017ei\u010d Traduzione italiana di Lucia Gaja Scuteri Certe volte diventa davvero intollerabile. Questo loro fragoroso becchett\u00eco mi ha svegliata. 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